Ground floor
Ieri, durante il suo intervento all’assemblea nazionale del Pd, Paola Concia ha detto una cosa delle sue, un po’ sopra le righe:
Sono molto contenta di avere una donna come presidente e un omosessuale come vicepresidente, ma non sarò soddisfatta finché non vedrò Rosy Bindi presidente del consiglio e Ivan Scalfarotto ministro degli esteri!
Testimoni oculari riferiscono che a quel punto Fassino si è girato verso Marino e Franceschini e ha detto, serio e molto angosciato:
Ma è pazza… ha appena detto che Scalfarotto è gay, davanti a tutti!
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Avevo scritto che la prima playlist dell’era bersaniana era sensibilmente migliore di quella bersaniana. Poi alla fine è partito un mix tra Fossati e Vasco da tagliare le mani del fonico, una cosa talmente imbarazzante che sembrava uno scherzo.
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Il giorno prima dell’assemblea c’è stato qualche malessere tra i delegati della mozione Marino, per il fatto che a un certo punto, durante una riunione dei delegati, il coordinamento nazionale della mozione abbia letto i nomi delle persone che sarebbero andate in direzione nazionale. «Il metodo, il metodo!». Capisco determinate insofferenze – alcune sincere, altre un po’ pelose, vedi quelle di chi desiderava semplicemente essere in quella lista – ma anche qui credo sia necessario diventare adulti e mostrare maturità. È assolutamente normale – e giusto, e legittimo – che sia il coordinamento nazionale della mozione a prendersi la responsabilità di decidere chi saranno i membri della direzione nazionale. Così come sarà il coordinamento regionale a decidere chi andrà in direzione regionale, il coordinamento provinciale a decidere chi andrà in direzione provinciale, il coordinamento comunale a decidere chi andrà in direzione comunale. Durante la campagna congressuale ho visto gente proporre cose cervellotiche tipo fare le primarie interne alla mozione per decidere chi mandare alla convenzione provinciale. Diamoci una calmata. In un gruppo politico, sia questo un partito o una mozione, esistono diverse responsabilità e diversi incarichi, e ciascuno gioca nel suo ruolo. Questo ovviamente non preclude affatto che poi si possa e si debba giudicare il merito di queste scelte, le decisioni finali. Ma appunto, si tratta di discutere il merito, non il metodo.
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La «gestione plurale» auspicata dal neo segretario ha trovato una realizzazione più sensata di quella che si paventava nei giorni scorsi. La moltiplicazione delle cariche c’è stata ed è stata funzionale a questo: mettere Franceschini alla Camera ha determinato la necessità di trovare un posto ugualmente prestigioso per Letta, dare la presidenza a Bindi ha fatto sì che le si dovessero affiancare due vicepresidenti, uno per ognuna delle due mozioni sconfitte. Fortunatamente si è confermata, almeno per ora, la distinzione tra incarichi di governo del partito e incarichi istituzionali, e speriamo si faccia lo stesso anche per i dipartimenti tematici. Non è una tragedia che ci siano tre persone appartenenti a tre mozioni diverse in un organo istituzionale e di garanzia del partito quale è l’ufficio di presidenza. Sarebbe stata una tragedia, invece, avere uno o più vicesegretari riconducibili alle mozioni sconfitte: un’opzione di cui si è discusso a lungo, e che un Marini decisamente sopra le righe ha avuto la faccia tosta di rivendicare nel corso del suo bizzarro intervento. Anche qui, poi, c’è modo e modo di intendere la composizione, tassello su tassello, dell’organigramma del partito. Si può fare come ha fatto la mozione Franceschini, che mettendo Marina Sereni alla vicepresidenza ha fatto la scelta più scialba e inoffensiva che si potesse fare, proprio all’insegna del «troviamo qualcuno che non possa approfittarne per ambire a qualsiasi cosa», oppure si può fare come ha fatto la mozione Marino, promuovendo la bella, coraggiosa e spiazzante candidatura di Ivan Scalfarotto.
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Il Bersani di ieri batte il Bersani del congresso tre a zero, a dimostrazione che quella fu davvero una prestazione sottotono – checché ne dicessero i suoi ultras – e che basta un discorso non straordinario ma buono e qualche consiglio – scandire le parole, evitare smorfie e moine – per fare una degna figura. Ma il discorso di Bersani è stato soddisfacente soprattutto per la solidità del suo impianto e per la generale chiarezza e decisione che è riuscito a comunicare. Il fronte su cui ho maggiori dubbi e timori è quello relativo ai propositi di «unire l’opposizione», in quadro politico che – al contrario di quel che ha detto più volte lo stesso Bersani – tende ad assomigliare sempre di più a quello che diede vita all’Unione. Alla destra del Pd c’è un soggetto, l’Udc, particolarmente riottoso a essere in qualsiasi modo ricondotto al centrosinistra, e un altro che sta nascendo sì da una costola del Pd – Rutelli, Vernetti, Cacciari, Calearo – ma con toni piuttosto polemici e con l’obiettivo dichiarato di gettare ponti verso il centro e il centrodestra. A sinistra del Pd, invece, lo scenario già molto frammentato del 2006 si è aggravato, piuttosto che migliorare. Sinistra e Libertà, cartello elettorale composto da cinque partiti diversi e capace di arrivare (alle europee!) appena al 3,12%, è lontanissimo dal diventare un soggetto unitario con cui possa aver senso discutere. I verdi si sono di fatto scissi, i socialisti se ne sono andati da un’altra parte, Vendola è sempre più abbandonato a sé stesso. Per tacere di quel che sta ancora più a sinistra, sempre più retrivo, identitario e inutile, e che comunque Bersani non ha voluto escludere dal suo giro di consultazioni. Perdere tempo nel costruire ponti verso soggetti che non hanno prodotto assolutamente nulla di rilevante sotto alcun punto di vista (classi dirigenti, contenuti programmatici, iniziative politiche, risultati elettorali) e i quali elettori – nonché i più lucidi tra i dirigenti – stanno lentamente e naturalmente rifluendo dentro il Partito Democratico sarebbe un errore capitale, nonché una mossa molto disorientante nei confronti degli elettori. Diceva ieri Bersani, in uno dei passaggi più convincenti della sua relazione:
Nella capacità attrattiva di un progetto ci sono tante cose che prese a una a una definiremmo di centro o di sinistra ma che nell’insieme dicono i valori fondamentali che hai, il paese che vuoi e come intendi comporre gli interessi. Al di fuori di questa ambizione non sei nè più di centro, nè più di sinistra: sei semplicemente un partito piccolo che si condanna nei suoi confini. Noi non vogliamo ritagliarci un angolo del campo.
Speriamo tenga fede fino in fondo a questo saggio punto di vista.
Sullo stesso tema:


[...] il quale, per sua stessa ammissione, non ha le palle per fare le riforme sui diritti civili (”Sono molto contenta di avere una donna come presidente e un omosessuale come vicepresidente, ma non sarò soddisfatta [...]
Spero siano solo voci di corridoio quelle di Fassino, perché se così non fosse…
Tendo comunque sempre meno a credere ad una vera alleanza con l’Udc mentre sono più propenso verso un ritorno degli ex andati verso mari migliori – Vendola ne è un esempio -, perché se si vuole governare non si possano escludere gli uomini validi che fanno parte di altri partiti di sinistra.
Vedremo cosa riusciremo a fare nei prossimi mesi.
“Testimoni oculari riferiscono che a quel punto Fassino…”
ti prego, dimmi che e’ uno scherzo, dimmi che ho letto male, dimmi che mi sono rincoglionito e non ho capito quello che hai scritto… ti prego Francesco, dimmi che Fassino ti e’ antipatico e questa e’ stata una tua cattiveria… io non ci vredo, non posso!
Il racconto viene direttamente dalla bocca di uno dei protagonisti del siparietto, e ci sono i testimoni oculari. La cosa bizzarra non è tanto che secondo Fassino la Concia aveva imposto a Scalfarotto questo coming out pubblico, piuttosto che Fassino non sapesse che Scalfarotto è gay!
[...] Costa sul suo blog scrive che quando Paola Concia nel suo discorso all’assemblea del PD ha dichiarato d’essere [...]
Riguardo al terzo punto che tocchi Francesco, sono d’accordo con te. Merito e metodo. Ma esiste un grande problema a monte pero’. Siamo 131 all’assemblea nazionale, dobbiamo essere in grado di coordinarci in un clic. Per discutere e prendere decisioni. Ognuno consapevole dei suoi spazi e delle sue responsabilita’, ma coordinati. Non si può sapere della riunione della mozione a Roma 24 ore prima. Non si può non avere un luogo virtuale dove confrontarsi e condividere le varie esperienze regionali. Probabilmente ne avete parlato venerdì, ma chi non c’era non e’ in condizione di saperlo. Almeno una mailing list con un minimo di verbale sarebbe utile per tutti. Senza polemica, solo per poter lavorare meglio.
Io tendo a pensare che creare “coordinamenti” della mozione Marino a congresso finito sia da evitare, anche perché costringe – giusto per restare in tema col post – le idee e le battaglie della mozione a restare dentro i loro confini. D’altra parte, quali decisioni c’era da prendere in quanto mariniani? Quali decisioni ci saranno da prendere in quanto mariniani? Riguardo le cose logistiche, sapere le cose 24 prima eccetera, hai certamente ragione (io, per la cronaca, non ero alla riunione, che era chiusa ai giornalisti).
Ma Fassino in che mondo vive?
In quanto mariniani nulla. Lungi da me l’idea correntizia. Il discorso adesso e’ in primo luogo logistico. Per il resto comunque ritengo che occorra essere presenti nel partito, senza appartenenze, con le nostre idee (che ultimamente vanno sempre più di moda…). Ma serve un luogo per elaborare. Possiamo anche raccontarcelo, ma di sicuro non sara’ un’assemblea di mille persone che si riunisce ogni tre mesi a svolgere questa funzione.
Francesco, ti rispondo perché ne abbiamo parlato ieri a inizio assemblea e ritrovo una parte di quella conversazione nel tuo post. Non che ci fosse nulla di segreto in quel che ti ho detto, ma forse non c’è stato il tempo per spiegare le cose per bene, e al tuo racconto – che immagino tu abbia avuto la possibilità di integrare parlando con altri nel corso della giornata – mi sembra manchino dei pezzi.
Vengo al merito della faccenda: gli eletti all’assemblea nazionale sono stati convocati venerdì pomeriggio al Capranichetta, in piazza Montecitorio, senza che per l’incontro vi fosse un esplicito ordine del giorno. Sapevamo, per via indiretta, che si sarebbe discusso anche di direzione nazionale, ma ci aspettavamo anche, dopo un po’ di giusta celebrazione per il buon lavoro che si è fatto – anche se abbiamo perso, questo bisognerebbe tenerlo presente proprio per restare fedeli a quello che abbiamo detto per tutta l’estate – che si discutesse come e con chi partecipare alla nuova fase del Pd, e con quale mandato. Invece, Ignazio è venuto a leggere un elenco di nomi: chi l’ha scritto quell’elenco? Con quali motivazioni? Sono stati sentiti i territori, visto che abbiamo parlato di partito federale e ci sono state regioni che innegabilmente hanno lavorato meglio di altre? Se Marino avesse proposto, e non semplicemente annunciato, l’entrata in segreteria di Goffredo Bettini, per esempio, di certo qualcuno avrebbe voluto discuterne. In molti, infatti, pensano che Bettini abbia danneggiato la mozione, più che aiutarla. Non è così? Benissimo, ma se ne deve poter parlare. E questo vale per altre persone, perché ti assicuro che quell’elenco premia gli equilibri di potere – e quindi la solita roba che noi avevamo detto che NON avremmo fatto – molto più del merito: è la differenza tra chi viene premiato per diritto acquisito o per amicizie e chi invece avrebbe diritto gli venisse riconosciuto il lavoro svolto.
Gli interventi successivi sono stati vari, ma non sono mancati momenti di vero mercato delle vacche, con regioni molto forti che pensavano di aver diritto a più posti, e e regioni in cui non si è preso un voto che chiedevano posti proprio perché, altrimenti, non sarebbero state rappresentate. Partendo da un elenco precompilato, rivendicazioni magari legittime diventano così indistinguibili da un mercimonio ben più svilente.
Quando Bettini ha fatto irruzione nella mozione Marino ci siamo immaginati tutti che il rischio poteva essere questo, intelligenza avrebbe voluto che ieri chi se ne doveva occupare avesse la sensibilità di evitare l’equivoco. Invece l’ha centrato in pieno. Se la responsabilità è direttamente di Marino è grave, perché se ti presenti come bieco politicante nessuno si stupirà se poi agisci come tale, ma se dici di essere diverso allora la mancanza di coerenza si nota di più. Se invece non è colpa sua, allora c’è un problema ulteriore, nel senso che l’inesperienza politica lo ha messo sotto scopa nei confronti dei soliti squali romani.
In entrambi i casi per me – e non solo per me – quello di venerdì è stato un brutto momento (e guarda che io non ero certo in lizza per nessun posto) e per come la vedo io venerdì si è chiusa una fase. Si sarebbe chiusa in ogni caso, visto che le primarie sono alle spalle, ma il metodo (sic) è determinante, soprattutto ora che bisognerà mettersi a lavorare, e pure decidere con chi.
Stasera ho avuto modo di leggere i resoconti che mi sono stati inviati dai delegati della mia regione, e, a malincuore, tutti o quasi hanno avuto gli stessi dubbi espressi da paolocoss nel commento precedente. A questo punto direi che abbiamo un problema: la paventata apertura verso i circoli è fittizia o questo è stato solo un “piccolo” incidente di percorso?
“Si muovono ancora con grande circospezione ed esperienza, convinti della legittimità di un uso privatistico del partito che non gli può essere consentito”
oppure
“i pubblici processi alla logica delle spartizioni prima richiamata non devono illuderci rispetto al fatto che giochi e giochini proseguono ancora. Tutte le decisioni assunte dall’Assemblea (ovvero la Presidenza alla Bindi, la vicesegreteria a Letta, i due vice-presidenti, il tesoriere, ecc.) erano in realtà già state prese. A noi veniva chiesto di alzare la delega a mo di ratifica, senza possibilità di discussione vera. Capisco che non sia possibile immaginare altri modi per far decidere 1000 persone, ma sarà bene che una commissione sullo statuto lavori molto in fretta per evitare di svilire il senso della rappresentanza.”
Cosa è stato quello di ieri?
[...] 8 Novembre 2009 · Lascia un Commento Dal blog di Francesco Costa. [...]
L’intervento di Marini era concordato con Franceschini, in un gioco delle parti. Prova a pensarlo così e vedrai che ti risulta meno bizzarro.
@Paolo:
Premessa: le cose che mi hai detto tu mi sono state confermate da diversi altri, ovviamente ciascuno col suo accento (chi ne era infastidito, chi era perplesso, chi non ha avuto problemi) e naturalmente non mi riferivo a te quando parlavo di malesseri pelosi.
A me risulta che l’elenco sia stato letto non in stile Bindi, diciamo, e che Marino o chi per lui abbia accompagnato la lettura dei nomi a commenti sul loro ruolo e sul perché di quelle scelte. Un elenco evidentemente scritto dal coordinamento nazionale della mozione, perché non poteva essere diversamente e perché è giusto così, almeno secondo me. Mi chiedi se sono stati sentiti i territori: immagino proprio di sì, che siano stati sentiti i coordinamenti regionali. Forse non tutti? Possibile, anche perché non si era in grado nemmeno di dare un dirigente a regione – ammesso che questo sarebbe stato un metodo giusto, io non credo – e perché ci sono regioni che obiettivamente hanno contribuito molto più di altre al risultato della mozione.
Goffredo Bettini non ha fatto irruzione nella mozione, ma è stato uno dei centri nodali della mozione fin dal giorno zero. E ha dato un contributo gigantesco – chiedere a Scalfarotto – che va ben oltre i voti che dici ci abbia fatto perdere (davvero qualcuno non ha votato Marino per la presenza di Bettini e ha preferito Bersani o Franceschini, con le tonnellate di simil-Bettini che avevano nelle loro liste? Suvvia): perché non sarebbe dovuto stare in direzione nazionale? Sia chiaro: non sto difendendo la presenza di Bettini nella mozione. Io ne avrei fatto volentieri a meno. Però Bettini è lì dall’inizio, chi ha fatto parte della mozione ha fatto i suoi conti e ha deciso di starci. Non ci si può stupire se poi entra in direzione nazionale. Se lo si ritiene impresentabile, allora non si doveva tollerare la sua presenza nella mozione, meno che mai una presenza da padre nobile e ispiratore della stessa candidatura Marino. Per non parlare della candidatura alle primarie.
Dici che quell’elenco premia “gli equilibri di potere”. “Equilibri di potere”, così come “poteri forti”, è una di quelle espressioni che uno dice istintivamente brr, per assuefazione da populismo. Ed è uno dei tanti equivoci – compreso quello sulle correnti – che il tono demagogico di Marino ha creato nei suoi sostenitori. Ora, a campagna congressuale finita, dovremmo discutere del senso delle parole. Fare politica vuol dire cercare potere politico attraverso il consenso e spendere quel potere per far valere i propri interessi politici. Qualsiasi trattativa politica, da quella per la legge sulla riforma sanitaria a quella per le nomine in direzione nazionale, è ricerca di un “equilibrio tra poteri”, e il potere – specie in una cosa piccola e poco eterogenea come una mozione congressuale – è quasi esclusivamente il consenso. Qui bisogna fare un ulteriore chiarimento. Nel giudicare il risultato di una mozione e determinare gli incarichi, “il lavoro svolto” non è l’unico criterio da valutare e certamente non è il primo. Davvero è automatico che un bravissimo coordinatore di mozione sia un bravo dirigente nazionale? Sono mestieri diversi con compiti diversi e richiedono capacità diverse. Inoltre, l’impegno è encomiabile sempre, ma il merito lo definiscono i risultati. È una cosa che può essere amara ma è così. I voti all’università non si danno sull’impegno, si danno sulla preparazione. Se Tizio fatica 10 per ottenere 5 e Caio fatica 2 per ottenere 10, il più meritevole chi è? Naturalmente Caio.
Chiarito questo equivoco linguistico – magari non ce n’era bisogno – a me sembra che quella lista, lungi dall’essere perfetta, rappresenti un equilibrio abbastanza fedele tra i “poteri” che hanno giocato la partita della mozione Marino a livello nazionale. Ci piaccia o no, quello è il quadro. Però discutiamone in totale libertà, anche perché si tratta di appena sedici nomi: quali sono le persone che sarebbero lì “per amicizia”?
Vabbe’ ragazzi dai, Bettini. Io vedo il bicchiere mezzo pieno. Civati, Concia, … Di sicuro, il primo passo deve essere quello di trovare come far funzionare l’assemblea. Come scrive chiaro Scalfarotto nel suo blog oggi. Magari con commissioni tematiche, con proposte derivanti dalle assemblee regionali… se l’assemblea e’ il parlamento del Pd, deve essere quella che da’ l’indirizzo politico. Se serve solo per ratificare le decisioni di pochi, tanto vale andarsene al mare.
@Jack:
Mi sembra di capire che non sono parole tue ma rispondo lo stesso. Ragazzi, Bersani ha vinto, è il segretario del partito. Ma chi doveva indicare il vicesegretario o il tesoriere? Chi aveva più legittimità di lui nel prendere queste decisioni? Non siamo ad Atene. C’è un vincitore, ha il diritto e il dovere di prendere decisioni e governare il partito. Sicuramente esistono molti modi per coinvolgere i delegati e mettere a frutto la loro presenza in quell’organo (anche se tutti dovremmo andare a rileggerci cosa dice in proposito lo statuto), ma bisogna evitare di dare rappresentazioni della realtà che non stanno in piedi. Chiunque, volendo e potendo, avrebbe potuto presentare una lista alternativa a quella proposta da Bersani per la direzione nazionale: bastava raccogliere il 10 per cento delle firme dei delegati, come prevede lo statuto. Mi chiedo che senso avrebbe avuto, ma si poteva fare. Così come si poteva votare no a ciascuna delle nomine che sono state sottoposte al voto dell’assemblea.
Francesco, la tua posizione è assolutamente ragionevole, e forse sono io a essere troppo sensibile o sospettoso. Diciamo che chi ha scelto di lavorare per la mozione Marino condivide una certa sensibilità per come vanno le cose nel Pd, e quindi nel momento in cui si arriva al dunque sarebbe necessario che chi rappresenta tutti gli altri ne tenesse conto. Nel momento in cui incontra la base, Marino è come un tenore che sta per esibirsi alla Certosa di Parma: sa che il pubblico è esigente, e quindi gli serve più attenzione che altrove, ché il loggione ha il fischio facile.
Puoi vederci un atteggiamento qualunquistico o un eccesso moralistico, ma per quel che mi riguarda – del resto non posso far altro che parlare per me – nella mia vita ho già dato fiducia ai dirigenti di questa sinistra decine di volte, col mio voto, e ogni volta ne sono stato ripagato con le stesse delusioni. Questa volta ho scelto di impegnarmi in prima persona, sono andato nei circoli e tra la gente ad assicurare che sarebbe stato diverso: magari per chi fa politica da tutta una vita parlare in libertà non è un problema, ma per me lo è, e se sento odore di cazzate non ho intenzione di far finta di niente.
Detto questo, se mi chiedi cosa ne penso del fatto che finalmente vi sia stato un riconoscimento nei confronti di Scalfarotto (o di Civati), rispondo che non potrei essere più felice. Resta da verificare quanto quei ruoli potranno avere un peso effettivo: mi auguro che sia reale, ma perdonami se trovo tutto ciò che li circonda, al solito, poco promettente.
Ovviamente, preferirei che avessi ragione tu, ma la mia impressione sul weekend romano appena trascorso è che il futuro del partito – e della politica – sia altrove, e che presto in molti inizieranno a cercarlo da un’altra parte, esattamente come già facevano prima dell’inizio di queste primarie. Insomma, si ricomincia da capo, ed è normale, niente che non sia già stato fatto. Del resto era realistico pensare che il cambiamento non sarebbe arrivato a questo giro: digerirlo quando diventa chiaro, però, è tutto un altro paio di maniche.
Sono molto contento per l’ingresso di un numero alquanto nutrito di “piombini” nella Direzione nazionale, e in particolare per la nomina di Scalfarotto a vicepresidente del PD. Complimenti veri e fortissimi a tutti.
Jack ha avuto la fortuna di leggere le notizie che i delegati della sua regione gli hanno inviato dopo la riunione romana. Noi laziali no (almeno, noi romani dei circoli). Il fatto che tutto accada a Roma non basta a essere ipso facto informati! Piacerebbe, a noi dei circoli, sapere qualcosa.
Sapere qualcosa, e quindi parlare, discutere, elaborare una posizione, credo sia fare la nostra parte, nostra di iscritti ai circoli. E’ chiedere troppo?
Vabbè quella di Fassino sembra veramente una battuta in stile grottesco del tutto inventata, eppure proprio la sua assurdità che la rende poco credibile mi fa pensare che potrebbe persino esser vera: e infatti chi, per denigrare qualcuno, si inventerebbe una cosa non credibile? e come immaginarsela? molto meglio allo scopo inventare aneddoti subdolamente credibili.
Se dunque è vera bisognerebbe capire come sia stata possibile.
Scalfarotto sin dai tempi della famosa candidatura da outsider alle primarie con Prodi dichiarò su tutti i media, interviste e dibattiti televisivi compresi (anche talk show nazionali) apertamente e con grande tranquillità la sua omosessualità.
Per non parlare poi negli anni successivi. E per non parlare di tutta la sua attività politica, del suo blog, delle trasmissiuoni televisive, dei suoi interventi nel partito ecc. ecc. ecc
Insomma è veramente impossibile che Fassino davvero non sapesse della omosessualità dichiarata di Scalfa. E allora?
Io la vedo così: un riflesso automatico, una di quelle reazioni irrazionali che ci vengono spontanee, ingenuamente, quando facciamo le cose senza pensare.
In altri termini: è davvero talmente radicato il tabù del silenzio su certe cose nella mentalità di un Fassino, talmente habitus pensare che “non si dice” che è una cosa cmq sgradevole dirlo in pubblico, che li per lì, in una battuta istantanea come quella, gli è venuta quella reazione.
Probabilmente lui stesso subito dopo avrà detto o pensato: “ah già, ma Scalfarotto lo dice sempre anche lui stesso…”!
Insomma se l’aneddoto è vero la dice lunga (oltre che sulla storditaggine) sul pensiero profondo e sulle abitudini mentali di certi personaggi.
Avevo fatto questo commento sul blog dei Mille, ma forse è meglio metterlo qui, in coda ai tanti dubbi, cui si aggiungono i miei.
Manuela
A parte le amenità di Fassino, sono contenta che tu abbia detto in termini molto chiari, che: “sarà il coordinamento regionale a decidere chi andrà in direzione regionale, il coordinamento provinciale a decidere… ecc.ecc.”. Questo significa che la mozione si struttura e diventa il nucleo attorno a cui organizzare la conquista del palazzo, al prossimo congresso.
Ho sempre pensato che le migliaia di persone che si sono raccolte attorno alla mozione, dovessero partire di qui (dal nostro, permettimi di dirlo, misero 12%) per prepararsi a dare la scalata , nei tempi e nei modi dovuti, al partito, fornendo un’alternativa a chi crede che la classe dirigente “del secolo scorso” (rimane del secolo scoso anche se è passato il congresso), debba essere sostituita.
Mi auguro che questa struttura non serva solo a rivendicare posti, ma ad esprimere chiaramente e nettamente (si si, no no… vale ancora, vero?) le nostre posizioni. Come non è stato fatto, ahimé, sulla questione della sentenza della Corte Europea… uno scivolone che ha parecchio sconcertato molti di noi.
Io vorrei che le responsabilità fossero ben chiare e distinte fra chi governa il partito e chi è minoranza: fra gli organi esecutivi (in cui non vorrei che entrassimo) e quelli di garanzia, dove invece è necessario esserci.
Insomma, mi piacerebbe che quella cultura politica più moderna e, lasciatemela definire così, più “anglosassone” che si respirava nella mozione Marino si riflettesse anche nel nostro stare ed operare dentro il partito.
P.S. Ma il recupero di Fossati, non la dice lunga?
Ritengo, comunque, che una blanda ma costante sedazione di Paola Concia non nuocerebbe, sopratutto a lei stessa.
@Francesco esatto, quello era un commento in una delle tante mail che mi hanno inviato i “miei” ragazzi :)
Premetto che, come dice Raffaella, ho “avuto la fortuna” di ricevere comunicazioni dal gruppo friulano a Roma, però più che fortuna io preferisco chiamarlo un ottimo coordinamento del gruppo provinciale allargato al regionale (passatemelo dai) in quanto si è creato un gruppo di lavoro – o di sostegno, come sarebbe più giusto chiamarlo – molto ben fornito di uomini e donne capaci e caparbi: persone andate avanti solo per passione e perché credono (credevano?) nel rinnovamento stilato dalla mozione Marino.
Convengo moltissimo con quello che ha detto Manuela anche perché, almeno in FVG, chi crede nel rinnovamento non sta solo con Marino: in quest’ultimo anno abbiamo portato avanti una strategia che ha mandato un perfetto sconosciuto (Giorgio Zanin) a vincere le primarie provinciali di Pordenone contro il potentato del secolo scorso – come viene magnificamente chiamato; abbiamo costruito una struttura fantastica per la Serracchiani alle elezioni europee, coadiuvata da segretari e tesserati di molti circoli fino a quel momento di secondo piano, i quali oggi godono di un risalto non indifferente in provincia che a sua volta si è esteso in buona parte della regione.
Tutto però è sembrato cadere come un castello di sabbia durante l’assemblea di sabato. Dei “Serracchianici” non è andato nessuno in direzione nazionale, neppure Zanin – capogruppo in provincia di Pn – è riuscito ad entrare, e per di più si è saltato il fosso con l’elezione di Francesca Papais, segretaria di Pordenone e legatissima al capogruppo in regione ex margherita, la quale lista nel nazionale ha preso moltissimi voti in più rispetto alla sempdem di Debora. Le correnti hanno preso il sopravvento anche su chi, come la Marino e il gruppo della Serracchiani, erano molto forti in regione, al punto che, da ciò che mi viene riferito, parte del comitato regionale della mozione Marino, vorrebbe creare una corrente (loro la chiamano Associazione politica) che prende i migliori di ogni mozione e ci si possa attestare attorno al 35% dei delegati così da poter dettare la politica per i prossimi 4 anni.
Quindi la preoccupazione di Manuela è doppiamente sentita da me perché di quel bellissimo gruppo che si era creato nei mesi scorsi, oggi “quel” gruppo si sta sciogliendo come neve al sole, e la colpa – secondo molti – è venuta proprio dalle mancanze del nazionale, i quali hanno fatto l’esatto contrario di quello che è stato detto in questi mesi (il regionale decide per la direzione regionale, il provinciale per la direzione provinciale… come diceva Manuela). E rispondo ad una domanda indiretta: sì Francesco, è assolutamente legittimo che il vincitore si prenda l’onere e l’onore di formare la segreteria, e mi sta benissimo Ivan come vice presidente, ma quanto è dipeso da Bersani, e quanto dipende dalla spartizione degli incarichi? Non eravamo contro?
Finisco. Ci siamo fatti il culo tre mesi per portare Marino ovunque: abbiamo discusso la mozione in 42 circoli; abbiamo creato e aperto dibattiti che prima non sarebbero stati nemmeno formulati come ipotesi possibili; abbiamo litigato e chiacchierato con gli avversari di mozione per capire chi potesse essere in un prossimo futuro il futuro stesso del Pd provinciale prima, e regionale dopo; abbiamo fatto km e km di porta a porta per parlare con la gente anche se sapevamo contrari alle primarie o addirittura di destra. Credo sia anche lecito aspettarci il mantenimento delle promesse, e invece le promesse sono state buttate alle ortiche alla prima occasione. Noi andremo avanti lo stesso perché abbiamo creduto in quello che facevamo e lo crediamo ancora un ottimo modo di far politica. Io credo che sabato molte cose andavano fatte per come sono andate, però un minimo segnale di apertura ci stava: i ragazzi si aspettavano solo questo, credimi, nient’altro
[...] 9 Novembre 2009 Uncategorized Lascia un commento Tags: gaylife, politics? Dal blog di Francesco Costa: Ieri, durante il suo intervento all’assemblea nazionale del Pd, Paola Concia ha detto una cosa [...]
Fassino è solo uno dei tanti dentro il pd e la pensa come quei tanti. Dentro il partito democratio essere gay è evidentemente una vergogna. Prendetene atto e ne prendano atto soprattutto gli amici GLBT che vi militano e si ostinano a farlo.
Mi preoccupa la Concia. Definire la Bindi “donna” è un po’ un’enormità…
Siamo al bue che dice cornuto all’asino.
Scusa se non parlo di politica e faccio un po’ il grammar-nazi, ma non si scrive “checché ne dicessero”?
È passato remoto: la frase parla di una prestazione che “fu”, checché ne “dissero”.
Allora, semmai, è “checché ne avessero detto”, anche se tu parli di commenti contemporanei ad una “prestazione che fu” e quindi, a rigore di consecutio, ci vorrebbe il congiuntivo imperfetto. Ma a parte il tempo, ti assicuro che “checché” vuole il modo congiuntivo, perché è una forma alterata pronominale (“qualunque cosa che” > “checché”) evoluta in congiunzione reggente una subordinata concessiva (che tu scriveresti “benché pronunciassero/avessero pronunciato opinioni contrarie”, non “benché pronunciarono opinioni contrarie”).
Da “modo congiuntivo” in poi non ho più capito nulla, chiedo alla mia consulente grammatical-linguistica di riferimento. Comunque grazie!
Ahah! Vabè, scusa se ho buttato la conversazione sul linguistico e se ho usato un po’ di grammaticorum. Prego, neh, buon lavoro!
La mia consulente dice che hai ragione, correggo.