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Ground floor

Ieri, durante il suo intervento all’assemblea nazionale del Pd, Paola Concia ha detto una cosa delle sue, un po’ sopra le righe:

Sono molto contenta di avere una donna come presidente e un omosessuale come vicepresidente, ma non sarò soddisfatta finché non vedrò Rosy Bindi presidente del consiglio e Ivan Scalfarotto ministro degli esteri!

Testimoni oculari riferiscono che a quel punto Fassino si è girato verso Marino e Franceschini e ha detto, serio e molto angosciato:

Ma è pazza… ha appena detto che Scalfarotto è gay, davanti a tutti!

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Avevo scritto che la prima playlist dell’era bersaniana era sensibilmente migliore di quella bersaniana. Poi alla fine è partito un mix tra Fossati e Vasco da tagliare le mani del fonico, una cosa talmente imbarazzante che sembrava uno scherzo.

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Il giorno prima dell’assemblea c’è stato qualche malessere tra i delegati della mozione Marino, per il fatto che a un certo punto, durante una riunione dei delegati, il coordinamento nazionale della mozione abbia letto i nomi delle persone che sarebbero andate in direzione nazionale. «Il metodo, il metodo!». Capisco determinate insofferenze – alcune sincere, altre un po’ pelose, vedi quelle di chi desiderava semplicemente essere in quella lista – ma anche qui credo sia necessario diventare adulti e mostrare maturità. È assolutamente normale – e giusto, e legittimo – che sia il coordinamento nazionale della mozione a prendersi la responsabilità di decidere chi saranno i membri della direzione nazionale. Così come sarà il coordinamento regionale a decidere chi andrà in direzione regionale, il coordinamento provinciale a decidere chi andrà in direzione provinciale, il coordinamento comunale a decidere chi andrà in direzione comunale. Durante la campagna congressuale ho visto gente proporre cose cervellotiche tipo fare le primarie interne alla mozione per decidere chi mandare alla convenzione provinciale. Diamoci una calmata. In un gruppo politico, sia questo un partito o una mozione, esistono diverse responsabilità e diversi incarichi, e ciascuno gioca nel suo ruolo. Questo ovviamente non preclude affatto che poi si possa e si debba giudicare il merito di queste scelte, le decisioni finali. Ma appunto, si tratta di discutere il merito, non il metodo.

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La «gestione plurale» auspicata dal neo segretario ha trovato una realizzazione più sensata di quella che si paventava nei giorni scorsi. La moltiplicazione delle cariche c’è stata ed è stata funzionale a questo: mettere Franceschini alla Camera ha determinato la necessità di trovare un posto ugualmente prestigioso per Letta, dare la presidenza a Bindi ha fatto sì che le si dovessero affiancare due vicepresidenti, uno per ognuna delle due mozioni sconfitte. Fortunatamente si è confermata, almeno per ora, la distinzione tra incarichi di governo del partito e incarichi istituzionali, e speriamo si faccia lo stesso anche per i dipartimenti tematici. Non è una tragedia che ci siano tre persone appartenenti a tre mozioni diverse in un organo istituzionale e di garanzia del partito quale è l’ufficio di presidenza. Sarebbe stata una tragedia, invece, avere uno o più vicesegretari riconducibili alle mozioni sconfitte: un’opzione di cui si è discusso a lungo, e che un Marini decisamente sopra le righe ha avuto la faccia tosta di rivendicare nel corso del suo bizzarro intervento. Anche qui, poi, c’è modo e modo di intendere la composizione, tassello su tassello, dell’organigramma del partito. Si può fare come ha fatto la mozione Franceschini, che mettendo Marina Sereni alla vicepresidenza ha fatto la scelta più scialba e inoffensiva che si potesse fare, proprio all’insegna del «troviamo qualcuno che non possa approfittarne per ambire a qualsiasi cosa», oppure si può fare come ha fatto la mozione Marino, promuovendo la bella, coraggiosa e spiazzante candidatura di Ivan Scalfarotto.

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Il Bersani di ieri batte il Bersani del congresso tre a zero, a dimostrazione che quella fu davvero una prestazione sottotono – checché ne dicessero i suoi ultras – e che basta un discorso non straordinario ma buono e qualche consiglio – scandire le parole, evitare smorfie e moine – per fare una degna figura. Ma il discorso di Bersani è stato soddisfacente soprattutto per la solidità del suo impianto e per la generale chiarezza e decisione che è riuscito a comunicare. Il fronte su cui ho maggiori dubbi e timori è quello relativo ai propositi di «unire l’opposizione», in quadro politico che – al contrario di quel che ha detto più volte lo stesso Bersani – tende ad assomigliare sempre di più a quello che diede vita all’Unione. Alla destra del Pd c’è un soggetto, l’Udc, particolarmente riottoso a essere in qualsiasi modo ricondotto al centrosinistra, e un altro che sta nascendo sì da una costola del Pd – Rutelli, Vernetti, Cacciari, Calearo – ma con toni piuttosto polemici e con l’obiettivo dichiarato di gettare ponti verso il centro e il centrodestra. A sinistra del Pd, invece, lo scenario già molto frammentato del 2006 si è aggravato, piuttosto che migliorare. Sinistra e Libertà, cartello elettorale composto da cinque partiti diversi e capace di arrivare (alle europee!) appena al 3,12%, è lontanissimo dal diventare un soggetto unitario con cui possa aver senso discutere. I verdi si sono di fatto scissi, i socialisti se ne sono andati da un’altra parte, Vendola è sempre più abbandonato a sé stesso. Per tacere di quel che sta ancora più a sinistra, sempre più retrivo, identitario e inutile, e che comunque Bersani non ha voluto escludere dal suo giro di consultazioni. Perdere tempo nel costruire ponti verso soggetti che non hanno prodotto assolutamente nulla di rilevante sotto alcun punto di vista (classi dirigenti, contenuti programmatici, iniziative politiche, risultati elettorali) e i quali elettori – nonché i più lucidi tra i dirigenti – stanno lentamente e naturalmente rifluendo dentro il Partito Democratico sarebbe un errore capitale, nonché una mossa molto disorientante nei confronti degli elettori. Diceva ieri Bersani, in uno dei passaggi più convincenti della sua relazione:

Nella capacità attrattiva di un progetto ci sono tante cose che prese a una a una definiremmo di centro o di sinistra ma che nell’insieme dicono i valori fondamentali che hai, il paese che vuoi e come intendi comporre gli interessi. Al di fuori di questa ambizione non sei nè più di centro, nè più di sinistra: sei semplicemente un partito piccolo che si condanna nei suoi confini. Noi non vogliamo ritagliarci un angolo del campo.

Speriamo tenga fede fino in fondo a questo saggio punto di vista.