Che cos’è il caso Acorn

Nelle ultime settimane negli Stati Uniti si è parlato a lungo del cosiddetto “caso Acorn”, attorno al quale si sono intrecciate diverse discussioni sui comportamenti e le trasformazioni delle organizzazioni senza fini di lucro, della politica e del giornalismo. L’Acorn, Association of community organizations for reform now, è un’organizzazione senza fini di lucro che difende gli interessi delle fasce più povere della popolazione, organizzando campagne per la sicurezza dei quartieri, la registrazione dei cittadini alle liste elettorali, l’assistenza sanitaria e l’immigrazione. La struttura di Acorn è basata su una rete di comunità autonome: l’organizzazione ha oltre 400 mila membri e comunità presenti in oltre cento città degli Stati Uniti. Inoltre, l’associazione riceve ingenti finanziamenti da parte del governo in virtù dei servizi che offre ai cittadini in difficoltà: dal 1994 a oggi, infatti, l’Acorn ha ricevuto 53 milioni di dollari.

Il caso scoppia l’11 settembre, in seguito alla pubblicazione di alcuni video su internet. Le immagini, girate grazie a delle telecamere nascoste, mostrano una prostituta e il suo protettore – in realtà due attivisti repubblicani opportunamente camuffati – chiedere consigli riguardo le rate di un mutuo e la situazione di altre prostitute, clandestine e “molto giovani”, arrivate in seguito a un traffico di minorenni dal Salvador. La consulenza fornita da Acorn non fu molto rispettosa della legge: gli impiegati, infatti, consigliarono ai due di evadere le tasse per ridurre l’impatto del mutuo e falsificare i documenti delle prostitute minorenni.

I video, raccolti e pubblicati da Fox News, hanno fatto il giro dei network in poche ore. Gruppi di attivisti conservatori hanno teso simili agguati all’organizzazione in altre città degli Stati Uniti, ottenendo peraltro simili risultati. In conseguenza dello scandalo, diversi esponenti politici, sia repubblicani che democratici, hanno proposto nuove misure di sorveglianza e controllo e il 17 settembre la camera dei rappresentanti ha approvato un emendamento che taglia i finanziamenti governativi all’organizzazione. In numerose città i sindaci hanno annunciato restrizioni nell’attribuzione di fondi e progetti alle comunità dell’organizzazione. Dall’altro lato, l’atteggiamento dell’Acorn è stato ondivago. La prima reazione è stata definire “falsi” i video e protestare contro il comportamento dei conservatori, accusati di preparare ad arte delle trappole. Poi sono seguiti i licenziamenti degli impiegati colpevoli e le prime ammissioni di colpa. Alla fine, l’Acorn ha annunciato la sospensione dell’accettazione di nuovi clienti per i suoi servizi e l’avvio di un’inchiesta interna, guidata da un soggetto indipendente, per esaminare l’intera struttura dell’organizzazione, individuare i comportamenti illeciti ed evitare altri “comportamenti indifendibili” da parte dei suoi impiegati.

Ci sono altre due ragioni alla base della notevole mole di polemiche generata dal caso Acorn. La prima è che l’organizzazione è da sempre molto vicina alla sinistra e ai democratici: John Podesta, già capo dello staff di Bill Clinton e presidente del Center for american progress, è uno dei suoi consiglieri, così come Andrew Stern, presidente del più grande sindacato americano. Lo stesso presidente Obama lavorò con Acorn durante i suoi anni a Chicago e durante le ultime elezioni presidenziali l’organizzazione, che sosteneva ufficialmente il candidato democratico, fece un grande sforzo per registrare più persone possibile nelle liste elettorali, tanto che i repubblicani e John McCain denunciarono il pericolo di brogli.

La seconda ragione ha a che fare col giornalismo e col cosiddetto gotcha journalism, cioè la pratica di tendere trappole a persone e associazioni per documentare le loro reazioni e i loro comportamenti mentre questi non sanno di essere ripresi. Alcuni sostengono che si tratti dell’ultima frontiera del citizen journalism: da quando ogni persona è un potenziale reporter, spesso non serve neanche travestirsi o recitare per incappare in comportamenti poco edificanti da parte di politici, aziende e organizzazioni. Secondo altri, invece, i video che hanno incastrato Acorn sono più simili alle candid camera piuttosto che al giornalismo. Inoltre, questo genere di video rubati può essere facilmente contraffatto o montato in modo da rappresentare gli eventi in una luce diversa da quella in cui sono realmente accaduti. “Se il giornalismo investigativo fosse tutto qui”, ha scritto Rachel Mardsen sul Telegraph, “i giornalisti di tutto il mondo andrebbero in giro con una telecamerina sulla giacca a infiltrarsi tra gente più o meno sospetta”.

Quel che è certo è che lo scandalo è stato un pessimo colpo per l’immagine di Acorn, e secondo alcuni commentatori potrebbe essersi trattato del colpo di grazia. Secondo John Fund, sul Wall Street Journal, “stavolta Acorn è davvero uscita di pista. La settimana scorsa undici suoi impiegati sono stati accusati dalla procura della Florida di aver falsificato le informazioni su 888 moduli di registrazione degli elettori. Il mese scorso, un ex direttore di Acorn a Las Vegas ha accettato di testimoniare contro l’organizzazione in una causa riguardo l’ipotetica registrazione fraudolenta di alcuni elettori. L’organizzazione è inoltre accusata di aver utilizzato un sistema di quote per retribuire i suoi impiegati sulla base del numero di registrazioni effettuate”. “Per Acorn”, ha scritto il Washington Post, “questi video non sono che l’ultimo di una lunga serie di problemi”.

(per Internazionale)

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4 commenti »

  1. Scusa se faccio una critica di cui naturalmente sei libero di fare uso acconcio.
    Resto sempre sorpreso dalla differenza stilistica tra gli articoli che scrivi per Internazionale e quello che scrivi su internet.
    Quando scrivi su carta, sarà perché il mezzo è il messaggio etc. ma hai un prosa più rotonda con respiro molto più lungo, quasi oratorio (con sempre una coda più coloquiale è il tuo marchio di fabbrica).
    Il punto è che secondo me scrivi meglio sul blog o su giornalettismo dove hai una scrittura molto più secca e nervosa ma (per me) molto più gradevole.
    Domanda: lo fai apposta e se si perché ?

    Commento di Carlo del 21 September 2009 alle ore 19:57
  2. Hai ragione, e non è una cosa inconscia: è voluta ed è conseguenza di una consuetudine – una regola non scritta ma molto detta, diciamo – dei giornali di carta, che sono soliti uniformare il più possibile la scrittura dei loro articoli – fatta eccezione per gli editoriali e i fondi. Quindi una delle prime cose che si impara a fare quando si scrive per una testata è proprio il “codice” di quella testata.

    Internazionale – le cui regole di stile sono lunghe diverse pagine: niente è lasciato al caso – ha anche una caratteristica in più, che rende i pezzi che scrivo per loro ancora più “asettici”: su Internazionale la voce di chi scrive non deve sentirsi. Non esprimo mai la mia opinione: mi limito a raccontare le cose, spesso citando parole di altri giornalisti, e fare una rassegna di quel che si dice.

    Su Giornalettismo è l’esatto contrario. Lì il tema dell’articolo è la mia opinione, la mia tesi, e la presento usando uno stile un po’ più dinamico, appuntito e aggressivo, che meglio si adatta alla linea della testata.

    Nessuno dei due stili è il mio “naturale”. Penso lo sia quello che uso per le cose che scrivo esclusivamente per questo blog, quelle che scrivo senza pensare a come scriverle: a volte vengono fuori in un modo, a volte in un altro, spesso una via di mezzo. Dipende dall’argomento di cui parlo e sicuramente anche dal mio umore.

    Commento di francescocosta del 21 September 2009 alle ore 20:25
  3. Non so se è una provocazione, né da che verso la prenderete: ma se succedesse qualcosa del genere da noi, con la Caritas?

    Commento di Luca Gras del 22 September 2009 alle ore 09:12
  4. Dici che ci sarebbe il rischio? È una domanda seria, conosco poco la Caritas e quel poco che ne so è controverso.

    Commento di francescocosta del 23 September 2009 alle ore 11:48

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