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Morire di noia

Doveva essere l’estate della campagna congressuale del Pd. L’estate in cui Franceschini, Bersani e Marino si sarebbero contesi la guida del partito, tentando di promuovere i temi della propria agenda e spostare su questi il dibattito del partito e, magari, del paese. È stata, invece, l’estate della noia, caratterizzata da un dibattito inesistente e da una campagna congressuale ridotta al botta e risposta tra slogan privi di senso.

Non che le condizioni non ci fossero. In un periodo dell’anno in cui i giornali non sanno cosa scrivere e l’attività parlamentare è sospesa, i partiti hanno più spazio della norma e solitamente quelli piccoli o all’opposizione fanno di tutto per occuparlo. Lo ha fatto benissimo, quest’estate, la Lega Nord, che ha imposto l’agenda del dibattito politico: dalle bandiere regionali all’inno nazionale, dalle gabbie salariali al dialetto delle scuole, quest’estate un partito del 10 per cento ha monopolizzato l’informazione italiana per oltre un mese, galvanizzando la sua base e approfittando della fase di stanca degli altri partiti. Il Partito Democratico ha sprecato l’ennesima estate: da anni, infatti, i mesi di luglio e agosto offrono ai partiti del centrosinistra un’opportunità di visibilità che raramente viene colta e valorizzata al meglio. Le feste dell’Unità – oggi un po’ dappertutto “feste democratiche” – rappresentano un’ottima occasione per fare politica e mandare messaggi al paese, oltre che ai propri militanti. I tradizionali comizi serali hanno dato ai leader del Pd, immersi nella più incerta campagna congressuale da parecchio tempo a questa parte, l’opportunità di rivolgersi direttamente agli italiani praticamente tutte le sere: location perfette tra bagni di folla, frotte di giornalisti in attesa di ascoltare una battuta all’altezza di finire in un lancio di agenzia, rischi di contestazioni e figuracce ridotti a zero. Sarebbe bastato avere qualcosa da dire.

Si dirà che quando c’è di mezzo un congresso i leader di partito si rivolgono principalmente ai propri elettori, ma Bersani, Franceschini e Marino da mesi non fanno altro che dire il contrario: cioè che il congresso è una magnifica opportunità per parlare al paese. Inoltre, proprio il meccanismo di elezione del segretario obbliga i tre candidati a rivolgersi all’elettorato nella sua interezza e non solo al piccolo numero dei militanti del Pd. La verità probabilmente è che durante la pigra campagna estiva dei candidati democratici si sono saldati due fattori, uno relativamente antico, l’altro pericolosamente nuovo. Il primo è la cronica e patologica incapacità di questa classe dirigente di confrontarsi seriamente attorno ai temi che la dividono. Enrico Letta, la giovane promessa più vecchia di tutti i tempi, continua a parlare di un Pd che segua “il modello Dellai” e non ha ancora trovato il coraggio di parlare apertamente di alleanza con l’Udc: quando si dice prendersi le proprie responsabilità. Dario Franceschini non ha ancora spiegato quale sintesi – alta, bassa, media: ne basta una – intende trovare tra Debora Serracchiani e Paola Binetti, e come. Pierluigi Bersani continua nella sua campagna congressuale interamente proiettatata all’indietro, tra tradizioni da recuperare, storie da valorizzare e mausolei da riabilitare, vedi alla voce Bassolino. I nodi storici ci sono tutti, ma sono appena sfiorati con un linguaggio che non va oltre lo scambio di abusatissime formule: sui rapporti con il governo e con Di Pietro, sulle scelte fondative, sulla struttura e l’organizzazione del partito, sul modello istituzionale e di coalizione che si intende proporre. Gli osservatori e i lettori più scafati ormai hanno imparato a decifrare formule come “vocazione maggioritaria” o “modello Dellai”, gli altri si arrangino.

Il secondo fattore è la berlusconizzazione dei dibattiti alla festa dell’Unità. Ora, non che i giornalisti debbano necessariamente incalzare i leader del partito e metterli in difficoltà nell’ambito della loro festa. Ed è comprensibile – è agosto, fa caldo – che l’intervista comprenda domande-assist come “È stata una giornata faticosa, segretario?” o “Come sta andando la campagna?”. La cosa incredibile è che tutte le cosiddette domande, nessuna esclusa, siano interessanti e argomentate come queste. Non è obbligatorio che i dirigenti del partito siano intervistati da giornalisti – i comizi nel resto del mondo occidentale non sono affatto passati di moda, anzi – ed è ridicolo che illustri firme del giornalismo italiano si riducano volontariamente a fare la timida e sorridente spalla, appollaiata sulle ginocchia dell’intervistato. È inutile, triste e controproducente. I dirigenti di un normale partito d’opposizione ci metterebbero poco a capirlo, a quelli del Partito Democratico sembra vada bene così. La sensazione è che la loro principale preoccupazione, lungi dall’essere guadagnare voti, non sia più nemmeno quella di tenersi gli attuali consensi. È sufficiente limitare i danni, quanto basta per rimanere in sella.

(per Giornalettismo)