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Altro che “né di destra né di sinistra”

Le cose che ho detto ieri sulla sicurezza, alla presentazione romana della mozione Marino. Forse poi arriveranno anche i video.

Pippo Civati dice spesso una cosa secondo me molto amara e molto giusta, cioè che oggi chi vota Pd lo fa nonostante la sicurezza. Il tema della sicurezza, infatti, è probabilmente quello su cui siamo più incerti e meno chiari, nonché quello di cui parliamo meno volentieri. Perché ci vergogniamo di dire le cose che probabilmente sappiamo essere giuste, ma ci vergogniamo anche di dire le cose che pensano gli altri, la destra, e quindi ci barcameniamo. Un po’ ci siamo convinti che l’unico modo per affrontare il tema della sicurezza è essere cattivi e anche un po’ stronzi, “capire quello che pensa la gente”. Un po’ abbiamo tentato di esorcizzare questo tema, mettendo nello stesso calderone la sicurezza sul lavoro, la protezione dei cittadini dai crimini, gli ammortizzatori sociali, eccetera. Ma noi lo sappiamo che non siamo in difficoltà quando parliamo di sicurezza sul lavoro o di ammortizzatori sociali. Il nostro problema è con i crimini e con chi commette un crimine, con gli stranieri e con i disperati che decidono di cercare in Italia la fortuna che non hanno trovato nel loro paese. E il nostro problema esiste perché per anni abbiamo pensato di dover scegliere tra essere molli e indulgenti, oppure cattivi e razzisti. Finché penseremo di giocare la partita della sicurezza su questo campo, perderemo sempre.

Dovremmo invece convincerci noi e quindi convincere il paese che la questione della sicurezza è innanzitutto una questione di libertà e di giustizia. L’anziano che chiede di ritirare la pensione senza temere di essere derubato chiede libertà. La ragazza che chiede di uscire la sera da sola, senza che un uomo debba necessariamente accompagnarla a casa e proteggerla, chiede libertà. La vittima di un crimine il cui processo dura dieci anni chiede giustizia. Dovremmo smetterla di dire la banalità per cui la sicurezza non è né di destra né di sinistra per dire, finalmente, che la sicurezza è una cosa di sinistra, e che il modo in cui la destra pensa di affrontare il problema della libertà e della giustizia in questo paese è sbagliato e inefficace. Vorrei proporvi cinque idee su cosa fare, allora, con le esigenze di sintesi che sono richieste da un intervento breve come questo. Cinque cose giuste ed efficaci.

Primo. Capire che il problema dell’immigrazione e quello della criminalità non sono la stessa la stessa cosa. Sono collegati, ma non sono la stessa cosa. E spiegare al paese che qualsiasi posizione sull’immigrazione non può che passare dalla presa d’atto del fallimento della legge Bossi-Fini, che è il fallimento generale non solo di una legge ma del suo intero impianto. Serve quindi un netto cambio d’approccio alla questione dell’immigrazione. La soluzione non è chiuderci di più. Un paese democratico non sarà mai in grado di produrre una legge cattiva abbastanza da scoraggiare una persona disperata che non ha di cosa mangiare. La soluzione è invece aprire e regolamentare, nonché promuovere alleanze di sviluppo con i paesi del Mediterraneo, consci che questo vuol dire spedire soldi e know how, e non persone al macello nelle prigioni di Gheddafi.

Secondo. Riformare il sistema della giustizia, oggi inefficace e paralizzato dalla burocrazia. Finanziare le forze dell’ordine, garantire loro strumenti e risorse. Il tutto allo scopo di poter intervenire in tempi più rapidi, concludere i processi in tempi più brevi e rispettare il principio della certezza della pena. Credo poi che all’Italia serva una sostanziale riforma del sistema carcerario, perché parlare di sicurezza senza porsi questo problema è assolutamente velleitario. In questo momento nelle carceri italiane ci sono circa 40mila posti letto. Le persone detenute sono oggi più di 60mila, oltre la cosiddetta soglia di tollerabilità, oltre la quale non c’è fisicamente più spazio per stipare persone. Costruire nuove carceri si può fare ma è sostanzialmente inutile: il piano del governo provvederà a creare diecimila nuovi posti entro dieci anni. Non basterebbero nemmeno se li avessimo oggi, e la popolazione carceraria cresce di mille unità ogni mese. Ora, qui non si tratta di essere più o meno buonisti, come si dice. Si tratta di capire che è nell’interesse di tutti – innanzitutto di chi sta in carcere, ma anche di chi sta fuori – che la prigione non sia una stalla in cui si dorme in tre in una cella microscopica con un water a dieci centimetri dalla faccia. Perché nessuna rieducazione è possibile in un campo di tortura, e perché certezza della pena vuol dire anche questo: nessun giudice condanna i detenuti a vivere in un letamaio. Chi dice che il rispetto dei diritti umani è in conflitto con la sicurezza dice una balla, una di quelle balle che fa male ascoltare. E’ vero semmai il contrario: un sistema che produce odio e risentimento non produce alcuna sicurezza. Occorre quindi depenalizzare alcuni reati, a cominciare da quelli sul possesso di droga definiti dalla legge Giovanardi, e fare un sistematico ricorso alle pene sostitutive e alternative alla detenzione, nel caso dei detenuti che non rappresentano una minaccia diretta all’incolumità dei cittadini. Non dobbiamo inventarci nulla: si tratta di strumenti previsti dal nostro ordinamento e principi sanciti dalla Costituzione. Ma si tratta di applicarli davvero.

Terzo. Lotta senza quartiere alla criminalità organizzata, specie nelle tre regioni d’Italia oggi completamente sottratte al controllo dello Stato. Norme stringenti sulle gare d’appalto e vere e proprie operazioni di polizia volte a bonificare i paesi, i quartieri, le città interamente in mano alla mafia. Se necessario, non dobbiamo avere paura di schierare l’esercito contro la mafia perché – se non ce ne fossimo accorti – in quei territori la guerra civile è cominciata da tempo.

Quarto. Mettere in campo politiche di integrazione, non solo verso gli immigrati, ma verso tutti i luoghi in cui nasce la criminalità, nei quartieri disagiati, nelle periferie a rischio. L’integrazione è l’unica strada per evitare la formazione di ghetti e sacche di abbandono ed emarginazione, per disinnescare le tensioni e privare la criminalità organizzata di un esercito di disperati pronti a tutto. Mandare i migliori insegnanti nelle scuole dei peggiori quartieri, come si fa negli Stati Uniti. Modificare i criteri coi vengono composte le graduatorie negli asili e nelle scuole, incentivare gli affidi familiari, fare corsi d’italiano gratuiti, dare diritto alla cittadinanza italiana a chiunque nasce in Italia, eliminare la norma barbara sui medici spia, dare il voto amministrativo ai cittadini extra-comunitari.

Quinto. Dovremmo ricordarci poi che l’integrazione non si fa tra culture né tra comunità. Si fa tra persone. Questo vuol dire sradicare e combattere le sacche di arretratezza, sia nelle comunità straniere che si stabiliscono qui, sia in quelle italiane, e penso a diverse zone del profondo nord e del profondo sud. Vigilare sulle scuole confessionali, puntare sulla mobilità sociale, scoraggiare la formazione di ghetti e clan in cui si riproducono meccanismi di oppressione e privazione delle libertà. Non si tratta di imporre una cultura ma di far valere dei principi, primo fra tutti quello della libertà e prima tra tutti nei confronti dei più deboli: dei bambini, delle donne. Una generazione che vede lo stato dalla sua parte è una generazione che non produce criminalità e disagio ma è invece una risorsa.

Non è facile spiegare queste cose al paese, ma io non vedo altre strade. Dobbiamo avere il coraggio di chi sa che è disposto a difendere un’idea giusta, senza retrocedere, ma lavorando perché quell’idea diventi maggioritaria nel paese. E’ una strada che può essere promossa solo da un partito ambizioso e coraggioso, che si riappropri della parola Libertà, regalata a Berlusconi, e di quella Giustizia, regalata a Di Pietro, e lo faccia non emulandoli ma decontaminando quelle parole dalle distorsioni a cui la nostra ignavia le ha condannate. Io credo che la sfida di Ignazio Marino oggi rappresenti questo: la speranza – la speranza – di vivere, un giorno magari non troppo lontano, in un paese libero e giusto.