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Alla base

A freddo, la riflessione più lucida e completa su quel che è successo sabato al Lingotto l’ha fatta Luca. A quell’analisi aggiungerei un paio di pensieri, dedicati per una volta non alle classi dirigenti – la vecchia e l’aspirante nuova – bensì alla cosiddetta base del partito.

Il primo è rivolto a quella parte della base – iscritti, simpatizzanti ed elettori – che guarda con curiosità, interesse e simpatia a eventi come quello di sabato e a quello che significano, e che potrebbero significare. Una delle cose che imputiamo alle classi dirigenti della sinistra italiana è quella di non essere più in grado – o di non voler più – alzare il livello del dibattito politico in questo paese. Ce la prendiamo con Franceschini perché dice che non si candida e poi si candida, con Latorre che passa il pizzino a Bocchino, coi tatticismi esasperati e cervellotici, con la scelta di rincorrere posizioni sbagliate per il solo fatto che si pensa paghino elettoralmente, con le dichiarazioni sibilline e i messaggi trasversali, con lo smodato utilizzo di formule banali per aggirare questioni scottanti e centrali (un esempio su tutti: «la sicurezza non è né di destra né di sinistra»).

Ecco, io penso che dovremmo essere severi con noi quanto lo siamo giustamente coi dirigenti del Pd. Anzi, penso che dovremmo esserlo di più, visto che pensiamo di poter fare meglio di loro. Lo dico perché anche la base ha delle piccole responsabilità nell’abbassamento di livello del dibattito politico, per quanto si tratti di responsabilità collettive e generazionali, diverse dalle responsabilità personali di chi ha retto la baracca finora. Lo dico perché l’unica nota un po’ stonata della giornata di sabato è stata, secondo me, una certa sensibilità della platea a prodursi in applausi scroscianti a seguito di messaggi un po’ semplificatori, magari esposti usando un po’ di mestiere, alzando il tono di voce. Ovviamente capisco la frustrazione, le speranze, insomma, tutte le attenuanti del caso. Penso che però dobbiamo prenderci per intero la responsabilità di alzare il livello del dibattito, di parlare delle cose, di entrare nel merito: non possiamo accusare i leader di non saper difendere idee giuste ma impopolari, e poi cadere nello stesso errore. Un esempio, per capirci. Durante tutta la giornata sono state applaudite più volte, e a ragione, le persone che hanno speso qualche parola criticando l’assurdità del mercato del lavoro italiano, in cui si confrontano una maggioranza di lavoratori ipergarantiti, come in nessun altro paese d’Europa, e una minoranza di lavoratori privi di qualsiasi diritto, come in nessun altro paese d’Europa. A un certo punto prende la parola Giovanna Melandri e si limita a declinare questo concetto ideale in termini di proposta concreta, dicendo una cosa ovvia e per niente rivoluzionaria: «dovremmo iniziare a dirci che l’articolo 18 è un vecchio arnese». Bùm. Silenzio, qualche applauso, qualche fischio. Ora, c’erano diversi motivi per non farsi piacere l’intervento di Giovanna Melandri, a cominciare dal solo fatto che abbia ritenuto opportuno un suo intervento. Se però anche noi decidiamo cosa è giusto e cosa è sbagliato confrontando gli slogan ad altri slogan, le frasi fatte ad altri frasi fatte, non ne usciamo più. Alziamo il livello del dibattito, parliamo delle cose: siamo laici, per usare un altro termine che sabato andava per la maggiore.

Il secondo pensiero è rivolto alla base in senso più largo ed ecumenico. Le cose possono andare molto, molto meglio di così, in questo partito. E più siamo, più diventa facile far sì che le cose vadano come vorremmo. Gli elettori della sinistra italiana hanno un vizio antico, che è quello della fedeltà ipnotica alla «linea del partito». La disciplina è una qualità, ma solo se la si esercita in prima istanza verso sé stessi e le proprie idee.

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