Il punto sull’Iran

Un bignamino: come siamo arrivati al casino di oggi, cosa può succedere, perché. Prima di partire, però, vi segnalo un po’ di risorse utili per saperne di più.

Prima del voto
In Iran si vota ogni quattro anni per eleggere il presidente e i membri del parlamento. Nonostante questo, definire l’Iran una democrazia è una barzelletta: l’Iran è una teocrazia fondamentalista che vede al potere un sovrano assoluto – la guida suprema, l’ayatollah – e relega alle istituzioni elette poteri del tutto ininfluenti. In realtà è un eufemismo anche il verbo ‘eleggere’: solo i candidati approvati dagli ayatollah possono essere ammessi al voto, un voto al quale gli osservatori internazionali indipendenti non hanno mai assistito. Per non parlare dei mezzi di comunicazione, completamente sdraiati sulle posizioni del regime, di internet, continuamente oscurato, della libertà di espressione del proprio pensiero, inesistente, delle continue violazioni dei diritti umani, delle angherie commesse dalla polizia morale su donne e omosessuali, delle innumerevoli condanne a morte ai danni anche di minorenni, e l’elenco potrebbe continuare. Ben lungi dall’essere una democrazia, l’Iran è una delle dittature più efferate e violente che questo mondo abbia conosciuto. Ogni quattro anni il regime mette in piede il teatrino delle elezioni, e dopo aver accettato solo candidature gradite, aver blindato i mezzi di comunicazione e la campagna elettorale, chiede ai propri cittadini di andare a votare, in un clima di intimidazioni e violenze. Il risultato, che piaccia o no ai cittadini, è già stato deciso dagli ayatollah. A questo giro si sfidavano il presidente uscente Mahmoud Ahmadinejad, espressione sopraffina della violenza retrograda del regime, e Mir-Hossein Mousavi, nel ruolo del candidato “moderato”. Mousavi non è uno per cui una persona libera e democratica potrebbe fare il tifo: i suoi proclami sono sostanzialmente quelli degli ayatollah, sebbene siano esposti senza la violenza verbale del suo avversario. Un volto presentabile, insomma, con qualche differenza un po’ più concreta, soprattutto a livello di immagine e linguaggio. Un esempio su tutti: di Ahmadinejad si ricorda una solo foto in compagnia della moglie, ed è una foto terribile. Mousavi e la moglie hanno fatto campagna elettorale insieme – direi all’americana, se non fosse un po’ una bestemmia – e non sono mancati i proclami di buone intenzioni. Che non sono tutto, ma non sono nemmeno niente: sono una differenza. Fino a sette, dieci giorni prima del voto, gli osservatori e i commentatori erano unanimi del dare Ahmadinejad in leggero vantaggio, nonostante la sua crescente impopolarità. A un certo punto però è successo qualcosa. Ne avrete letto in giro, se n’è parlato come della green wave iraniana, l’onda verde. Attorno a Mousavi si è formato un clima di fermento e attesa: comizi frequentatissimi, slogan provocatori verso il regime, centinaia di ragazzi in strada, atmosfera elettrica da grandi cambiamenti. Un entusiasmo tale da non poter essere giustificato dal profilo del candidato, bensì semmai da un rigetto nei confronti del regime, alle prese peraltro con gli effetti della crisi economica. Qui si dovrebbe fare un lungo racconto della società iraniana, di come è diversa da quella degli altri paesi arabi, di come solo trent’anni fa quel paese fosse un altro paese. Si era come risvegliato qualcosa.

Il voto
Come dicevamo, il voto in Iran è una farsa e questa ne è stata la prova ultima e definitiva. I risultati delle elezioni approvati dagli ayatollah poche ore dopo la chiusura dei seggi, la distribuzione bizzarra dei consensi (la stessa percentuale dappertutto, persino nel villaggio di nascita di Mousavi), il blocco dei sistemi di conteggio indipendenti dei candidati, i messaggi contraddittori provenienti dai luoghi degli scrutini: le incongruenze sono innumerevoli. La notizia non è tanto questa – sebbene stupisca la fretta, l’approssimazione e la superficialità con cui i trogloditi al potere abbiano orchestrato questo teatrino – bensì quello che è accaduto dopo. Un casino.

Dopo il voto
Un casino inenarrabile e inimmaginabile, per un paese del quale conoscevamo la presenza di un generale malcontento ma non una tale instabilità sociale. Le strade si sono riempite di manifestazioni di protesta nei confronti di un regime che ha subito mostrato tutto il repertorio di ogni dittatura degna di questo nome: repressioni violente, scontri, spari, blocco delle linee telefoniche e del traffico cellulare, ostacoli per i collegamenti internet, cacciata dei giornalisti stranieri, eccetera. Mousavi è stato messo agli arresti domiciliari, insieme a un centinaio di suoi sostenitori. Si racconta di morti e diversi feriti, ma nessuno ha delle cifre precise. Mi sembra si tratti più di una ribellione nei confronti del regime, degli ayatollah, dell’autorità statale, piuttosto che di un rifiuto del fondamentalismo islamico e della legge religiosa come legge dello stato. Mi sembra si tratti di una confusa richiesta di libertà, e non di una rivoluzione organizzata attorno a un’idea, a un progetto, a una volontà di sovvertire l’Iran come lo conosciamo. È una cosa che avrà altre fiammate, da qui ai prossimi giorni, ma che è comunque destinata a essere repressa e spegnersi, a meno di sorprese.

L’occasione
Una cosa simile è già successa, in passato, anche se non in Iran. Successe in Cina, esattamente vent’anni fa, e oggi come allora la scintilla non fu una manifestazione per la libertà di parola, la richiesta di libere elezioni o l’oscuramento dei mezzi di comunicazione. Vent’anni fa in Cina le proteste nacquero addirittura dalle manifestazioni di cordoglio per la morte del leader del partito comunista cinese, e la scintilla fu la pressante richiesta di riforme economiche. Cosa successe? Successe che le proteste durarono un po’, un bel po’, e poi, violenza dopo violenza, cessarono. Il regime attuò alcune riforme in senso capitalista e imparò a gestire diversamente le mobilitazioni popolari, garantendosi la sopravvivenza per molto tempo ancora. La scintilla di libertà dei ragazzi cinesi era stata soffocata. A me sembra che in Iran stia accadendo qualcosa di molto simile. Non stiamo assistendo a una rivoluzione che può sovvertire il regime degli ayatollah. Stiamo assistendo a un grido di aiuto, a una confusa richiesta di libertà, da parte di chi oggi forse non immagina bene nemmeno cosa voglia dire, essere liberi. Quindi ricorre agli unici modelli che ha, all’unico codice che conosce. La religione. I ragazzi per le strade di Teheran urlano Allahu Akbar, ma si fanno arringare da una donna. Il verde islam è il loro colore, ma chiedono di essere liberi di scegliere da chi farsi governare. Queste manifestazioni sono un’occasione, una scintilla di libertà che è difficile non riconoscere. Non è detto però che i loro effetti saranno obbligatoriamente positivi. Possono finire nel nulla tra dieci giorni, possono convincere il regime a darsi un volto più presentabile e garantirsi la sopravvivenza. Oppure possono sovvertire gli ayatollah, e non cambiare niente comunque. I genitori di questi ragazzi ricordano bene quanto accadde nel 1979, quando dopo la cacciata dello scià il vuoto di potere, regole e autorità venne colmato dall’unico sistema di potere, regole e autorità che era rimasto in piedi, cioè l’islam. E qui entriamo in gioco noi.

Se non ora, quando?
Sì, noi. La comunità internazionale non può rimanere a guardare. Una delle più efferate dittature di questo mondo è nel suo momento di massima difficoltà, ma questo non basterà a farla cadere se non le diamo una spintarella. Lo so, è dura, le controindicazioni possono essere decine, ma a me sembra che difficilmente ricapiterà un’occasione così: ora o mai più. Come? Ci sono tante cose che si possono fare, nella scala che va dalle dichiarazioni di solidarietà verso i manifestanti, fino all’intervento di una forza multilaterale sotto la guida dell’Onu (d’altra parte, se è vero che “la democrazia bisogna volerla e meritarsela”, direi che gli iraniani ci stanno dando ben più di un indizio sui loro desideri). Ci sono pressioni che si possono esercitare, alleanze che si possono stringere, minacce che si possono fare. Ma facciamo qualcosa, non voltiamoci dall’altra parte. Non facciamo sì che ci passi invano davanti agli occhi una nuova Tiananmen.

Sullo stesso tema:

  1. La stampa israeliana sull’Iran
  2. L’anno dell’Iran
  3. L’ultimo ad abbandonare la nave
  4. I tre fronti dell’Iran
  5. La pagina nera


15.06.09 - Diario
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33 commenti »

  1. [...] tocca a noi Giugno 15, 2009 Sì, noi. La comunità internazionale non può rimanere a guardare. Una delle più efferate dittature di [...]

    Pingback di Ora tocca a noi « Androkos del 15 June 2009 alle ore 14:50
  2. Segnalavoti: http://dietrolequinte.bloglist.it/2008/04/07/iran-nella-blogosfera-ce-molta-vita/

    Commento di Roberto Chibbaro del 15 June 2009 alle ore 14:55
  3. [...] Giugno 2009 · Nessun Commento Sì, noi. La comunità internazionale non può rimanere a guardare. Una delle più efferate dittature di [...]

  4. Un link che dice quello che dici (e dico) a Obama, forse l’hai già letto:
    http://www.weeklystandard.com/weblogs/TWSFP/2009/06/mr_president_another_speech_pl.asp

    E una piccola correzione: è Allahu Akhbar, la “u” è per il soggetto.

    Commento di Giovanni FOntana del 15 June 2009 alle ore 15:56
  5. concordo: noi, ora. Altrimenti l’ONU, la NATO, le democrazie che ci stanno a fare?

    (però in Iran non sono etnia araba, ma (si può dire) persiana.
    “di come è diversa da quella degli altri paesi arabi,”)

    Commento di riccardo r del 15 June 2009 alle ore 16:00
  6. Condivido pienamente ogni parola la richiesta di quel testo.

    P.S.: Corretto l’errore, ma se ricordo bene allora Oriana Fallaci ha disseminato di simili errori la sua trilogia! Ci sono dizioni diverse o è un errore e basta?

    Commento di francescocosta del 15 June 2009 alle ore 16:04
  7. Dizioni diverse non ci possono essere, perché quella è una parte del Corano – ha anche un nome che, ovviamente, ora non ricordo – e la lingua del Corano è immutabile.

    Commento di Giovanni FOntana del 15 June 2009 alle ore 16:13
  8. Eccolo:
    http://en.wikipedia.org/wiki/Takbir

    Effettivamente è Allahu akbar, senza “h”, anche se questo è questione di trascrizione (quella che in inglese viene trascritta con kh è un’altra lettera), mentre la “u” è necessaria per la grammatica.

    Commento di Giovanni FOntana del 15 June 2009 alle ore 16:16
  9. Immagino che il governo iraniano sarà ben lieto di accogliere una forza multinazionale dell’ONU, e che l’ONU sia così forte e decisa da imporsi, come sempre d’altronde, no?

    Commento di jack del 15 June 2009 alle ore 16:52
  10. Jack, non credo affatto che Francesco si auguri le truppe Onu (quali?) in campo a Teheran. Ma è molto interessante il paragone con Tien an Men: le conseguenze che questa manifestazione di dissenso può avere sono importanti.

    Commento di Sergio del 15 June 2009 alle ore 17:00
  11. No, non bisogna girare la testa. Io neanche esistevo, pero’ mi fa pensare al sollevamento di Budapest nel 1957. Quelli la democrazia se la meritavano per davvero. E pure questi.

    I paesi europei dovrebbero fare del lor meglio per esprimere la loro solidarietà. Il problema è trovare il modo migliore (e piu’ efficace) di farlo.

    PS.: Mo’ Chavez che dirà? Si solidarizzerà con l’altro?

    Commento di Filippo l'altro del 15 June 2009 alle ore 18:16
  12. L’ha già fatto.

    http://www.corriere.it/notizie-ultima-ora/Esteri/Iran-Chavez-primo-congratularsi-Ahmadinejad/13-06-2009/1-A_000027851.shtml

    Commento di francescocosta del 15 June 2009 alle ore 18:18
  13. Onestamente Francesco la tua idea non mi sembra vincente.
    Conosco un po’ gli Iraniani (anche se non sono mai stato in Iran)sono molto nazionalisti e svariate invasioni negli ultimi mille anni (arabi,mongoli, Russi più recentemente) li hanno reso un po’ paranoici (in pratica per loro ogni sfiga di questo mondo è opera della Cia).
    Se passa l’idea che quelli che protestano nelle strade sono al servizio dello straniero è finita.
    L’ultima volta che gli studenti scesero in piazza basto che Bush dicesse che quelle proteste andavano nella giusta direzione perché ogni protesta cessasse(ed era prima che invadesse l’Iraq e diventasse il perfido Bush).
    La cosa da evitare è che l’occidente entri in contrapposizione con la teocrazia iraniana.
    Preoccupazione per la repressione si, se vuoi persino condanna ma niente più.
    Al massimo il supporto dovrebbe venire dai singoli cittadini più che dagli stati occidentali. Una roba tipo lotta anti apartheid per intenderci ma è una cosa lunga.

    Commento di Carlo del 15 June 2009 alle ore 19:06
  14. [...] Ahmadijad e Ali Khamenei non possono tornare indietro. Non a torto Francesco Costa parla di nuova Tien an Men. Sono passati 20 anni da quando le immagini di pochi coraggiosi studenti che sfidavano il regime [...]

  15. [...] Tutto solo per un minimo di libertà. [...]

    Pingback di Voglia di libertà | OpenWorld del 15 June 2009 alle ore 19:43
  16. [...] so se sia vera, ma temo di sì. Ad ogni modo Francesco Costa offre un sunto sulla situazione in [...]

    Pingback di Ahmadinejad e sua moglie « ildan del 15 June 2009 alle ore 20:10
  17. Bel pezzo.

    Commento di Marco Simoni del 15 June 2009 alle ore 21:20
  18. [...] aggiornamento della situazione in Iran, su cui Francesco Costa fa un punto condivisibile fin quasi alla [...]

    Pingback di Iran Update | Kobayashi Blog del 15 June 2009 alle ore 21:32
  19. [...] parte Carlo, un lettore del blog, mi scrive: Onestamente Francesco la tua idea non mi sembra vincente. Conosco un po’ gli iraniani (anche se [...]

    Pingback di Francesco Costa » Che fare del 15 June 2009 alle ore 22:22
  20. Carlo, ti ho citato nel mio ultimo post.

    Commento di francescocosta del 15 June 2009 alle ore 22:23
  21. Grazie, fa piacere :-)

    Commento di Carlo del 16 June 2009 alle ore 09:26
  22. [...] seguire cosa sta succedendo in Iran, vi consiglio di dare una lettura al “bignamino” preparato da Francesco Costa. Internazionale ha raccolto un po’ di risorse utili per seguire la crisi. Per partire, date [...]

    Pingback di Seguiamo l’Iran | Il blog di lucacicca del 16 June 2009 alle ore 10:50
  23. [...] Francesco Costa » Il punto sull’Iran Per capirci qualcosa. Poi si riesce a leggere i giornali. (tags: iran blog italy riots election) no comments yet « Maledetto Ötzi [...]

    Pingback di links for 2009-06-16 « Weak Tie del 16 June 2009 alle ore 12:04
  24. [...] che tra i blog ger più agguerriti ci sono molte donne. Per ora vi consigliamo di leggere il bignamino di Francesco Costa, come lo rinomina Lucacicca, gli utilissimi link di Internazionale e le immagini di bigpicture. Vi [...]

  25. [...] Francesco Costa » Il punto sull’Iran Il bignami delle elezioni iraniane e di quanto ne consegue. (tags: iran politica) [...]

    Pingback di links for 2009-06-16 « Radio Etica del 16 June 2009 alle ore 14:05
  26. [...] vedi anche Francesco Costa e una intrigante analisi di Federico [...]

    Pingback di In Iran è muro contro muro « Diarioelettorale Weblog del 16 June 2009 alle ore 19:52
  27. [...] Francesco fa il punto sull’Iran : 12 studenti uccisi, militari che sparano sulla folla ed in Iran la protesta si snoda attraverso [...]

  28. Grazie Francesco,
    fino ad ora mi è parso l’articolo più chiaro e completo.

    Commento di La Sposa del 17 June 2009 alle ore 16:16
  29. [...] vedi anche Francesco Costa e una intrigante analisi di Federico [...]

    Pingback di In Iran è muro contro muro | ItaliaElezioni del 17 June 2009 alle ore 21:07
  30. [...] E poi Francesco Costa segue lo sviluppo della vicenda con frequenti aggiornamenti del suo blog, fa il punto della situazione ad oggi e su come ci siamo arrivati e segnala un po’ di siti, blog e risorse internet dove documentarsi. [...]

    Pingback di Sull’Iran « Briciole caotiche del 18 June 2009 alle ore 15:32
  31. Ma cosa succede in Iran ?…

    Un bignamino: come siamo arrivati al casino di oggi, cosa può succedere, perché. Prima di partire, però, vi segnalo un po’ di risorse utili per saperne di più….

    Trackback di spoletocity.com del 19 June 2009 alle ore 10:44
  32. Spero che questa lugubre Repubblica Islamica finisca nel ripostiglio delle curiosità storiche

    Commento di Luciano Pignataro del 21 June 2009 alle ore 09:24
  33. E cosa più importante di tutte c’è il petrolio e il gas naturale che è la metà della riserva del pianeta, e Mahmud Ahmadinejad avrebbe come obiettivo quello di ridistribuire i proventi alla popolazione, visto che il petrolio e dell’Iran e l’Iran e di tutti i cittadini, non consentendo investimenti di multinazionali straniere, in linea col principio della costituzione islamica, cosa questa impensabile in una “democrazia moderna”, sì, bisogna esportare pace, amore e democrazia anche lì…

    Commento di Fabrizio del 6 July 2009 alle ore 21:27

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