Change we need
«Io, francamente, tutti questi giovani non li vedo. Per questo, mio malgrado, devo continuare a svolgere la mia funzione». Con queste parole un autorevole dirigente della sinistra rispose qualche tempo fa alla domanda di rito sul rinnovamento e il ricambio della classe dirigente. Difficile dargli torto, specie perché raramente i giornali e le televisioni si occupano di raccontare le storie dei tanti trentenni e quarantenni che fanno politica sul territorio e che rappresentano la classe dirigente del futuro. Stamattina l’Unità l’ha fatto. Abbiamo provato a mettere in una stanza un gruppo di belle speranze del partito, una fetta di quella generazione che è attesa da un’assunzione di responsabilità ormai non più rimandabile. Attorno al tavolo, pungolati dalle domande del direttore, hanno dibattuto sulle sorti del Pd e del paese Giuseppe Civati, consigliere regionale del Pd in Lombardia; Marta Meo, membro dell’esecutivo del Pd veneto e responsabile questione settentrionale; Giuseppe Provenzano, ventenne, membro dell’esecutivo del Pd siciliano e responsabile questione meridionale; Diego “Zoro” Bianchi, blogger di particolare successo nonché regista e protagonista delle clip “Tolleranza Zoro”, nel programma di Raitre “Parla con me”; Ivan Scalfarotto, già candidato alle primarie del 2005 e oggi membro della costituente nazionale del Pd; Tania Groppi, costituzionalista; Marco Simoni, docente universitario alla London School of Economics; Roberto Gualtieri, docente universitario e vicedirettore dell’Istituto Gramsci. Al tavolo anche quattro parlamentari del Pd: Francesco Boccia, Federica Mogherini, Sandro Gozi e Anna Paola Concia.
Cos’è successo
La prima domanda è d’obbligo: dove è inciampato il progetto del Pd? Ci sono state probabilmente difficoltà nell’elaborazione di una linea politica coerente e appropriata a interpretare le sfide di questo periodo storico. «Il Pd è nato su una riflessione – ha detto Giuseppe Provenzano – che forse è sbagliata: l’esistenza del cittadino-elettore attivo. Le persone sono innanzitutto portatrici di interessi materiali, prima ancora che di valori: interessi a cui dare risposta». Gualtieri ha un’idea simile: «L’impianto del Lingotto aveva tre limiti: un’impostazione economica eccessivamente mercatista, un’idea politologica che guardava implicitamente al presidenzialismo, una gestione leaderistica della democrazia interna che ha prodotto la paralisi burocratica». Altri invece lamentano non tanto un impianto deficitario quanto la mancata realizzazione delle promesse del Lingotto. Secondo Civati, l’azione del Pd in questi mesi è stata «come le punizioni di Del Piero: prima che parta sai già dove andrà a finire. Noi ci siamo raccontati più volte come dovrebbe essere questo partito, ma poi è sempre mancata la realizzazione di quelle cose». Scalfarotto punta l’indice sulle responsabilità di una classe dirigente «responsabile di un fallimento enorme. Il centrosinistra si identifica da vent’anni esclusivamente come la controparte di Berlusconi». Ecco che anche loro si dividono, uno pensa; ecco la solita sinistra che si divide su tutto e che non decide mai. Invece, in maniera anche abbastanza imprevedibile, nessuno al tavolo ha voglia di litigare. Secondo Marco Simoni, infatti, il problema del partito non viene dalla presenza di idee diverse. «Ci troviamo paradossalmente in un partito che in presenza di più linee politiche ha preferito la ricerca di un unanimismo suicida, piuttosto che di un dibattito franco». Rilancia Sandro Gozi: «Le primarie dovevano essere il momento del dibattito e del confronto tra più linee. Di fatto sono state una competizione taroccata, e il giorno dopo le forze che sostenevano Veltroni hanno cominciato a dividersi e litigare». «Prendete Renzi», dice Diego Bianchi: «io ho poche cose in comune con lui, ma dal punto di vista del metodo c’è solo da fargli un applauso. E’ un bravo amministratore, uno che ha un curriculum, che invece di aspettare il suo turno ha deciso di sparigliare il tavolo». Civati: «Dopo le dimissioni, in un quarto d’ora si è formato il solito unanimismo. Fare l’assemblea nazionale subito senza convocare prima la direzione è sbagliato: è stato fatto di tutto per evitare che venisse fuori una discussione vera. Ho sentito persino qualcuno dire che dobbiamo discuterne noi, perché gli elettori sono impreparati». Il problema non sono tanto le divisioni, quindi, quanto l’aver avuto come primo obiettivo la necessità di non risolverle, di non trovare un terreno comune. Ne è venuto fuori, dice Boccia, «un partito diverso da quello di cui l’Italia aveva bisogno». Vale a dire? Un partito «autonomo dalle chiese, autonomo dai sindacati, concentrato sulla centralità della persona, capace di regolare i mercati, piuttosto che subirli». Più chiaro di così.
Dove andremo
Il dibattito arriva così all’assemblea costituente convocata e alle decisioni che dovrà prendere. Eleggere Franceschini perché traghetti il partito al congresso o eleggere il nuovo segretario attraverso le primarie, magari a metà aprile? Federica Mogherini teme «una discussione impostata sul metodo e sulla procedura, piuttosto che sulla sostanza». Al tavolo sono tutti concordi: serve un confronto serio. Il congresso però è impossibile: «Il tesseramento è stato portato avanti a macchia di leopardo, gli iscritti di fatto non ci sono». «Il momento di confronto oggi può essere rappresentato solo dalle primarie», dice Simoni. Qualcuno dice che non c’è abbastanza tempo per organizzare le primarie. «Tutti alibi», dice Gualtieri, «l’assemblea è sovrana: non esistono vincoli temporali o logistici». Ma fare le primarie durante la campagna elettorale non rischia di nuocere al partito?, si chiede qualcuno. Risponde Simoni: «Tutt’altro, anzi: le primarie possono fare uscire il partito dalle polemiche in cui si è avvitato e dare vitalità dal dibattito. Ci permetterebbero di entrare nel merito delle questioni, dando tra l’altro visibilità e pubblicità gratuita ai candidati e al partito». «Torneremmo a interpretare la base esclusa dal dibattito di questi mesi», dice Diego Bianchi. «Le primarie oggi mi sembrano l’unica soluzione per coinvolgere la gente». Anche perché, ammonisce Simoni, «andare alle europee con un leader pro tempore è un suicidio politico senza precedenti: dopo ci troveremmo davanti un partito liquefatto».
Non torniamo indietro
Concordano tutti: il Pd non può liquefarsi. Nessuno vuole sentir parlare di scissione: il paese ha bisogno di un’opposizione che faccia il suo mestiere. Tania Grossi, costituzionalista: «Il fallimento del progetto del Pd sarebbe un pericolo per la democrazia, perché crea un vuoto nell’opposizione. La nostra democrazia è una democrazia dei partiti e i partiti rimangono un architrave indispensabile per il funzionamento della democrazia». Quali le sfide del partito, quindi? «Ripartire dal lavoro e non dal consumo», dice Gualtieri. Civati: «Decisione e cittadinanza». Meo: «Crisi economica ed Europa». Boccia: «Centralità della persona e diritti». Concia: «Diritti sociali e diritti civili». Mogherini: «Ripartire dalla società, non rinunciare al ruolo di guida della politica». Impressiona la sintonia nell’analisi, nonché la capacità di non dividersi sugli slogan, di toccare il merito delle questioni, di parlare un linguaggio asciutto. In una parola: contemporaneo. Che fare La discussione prosegue e a un certo punto – in modo del tutto spontaneo – i dodici al tavolo smettono di parlare con la redazione e iniziano a discutere tra loro. «La nostra generazione ha una grandissima responsabilità», dice Paola Concia: «serve forza e coraggio di stare in prima fila senza reti e senza tutori». Scalfarotto è ancora più perentorio: «con questa classe dirigente abbiamo chiuso e se alla veneranda età di quarant’anni non siamo pronti a prenderci le responsabilità, abbiamo chiuso anche noi. Se il partito ci propone una soluzione che conferma in blocco la vecchia classe dirigente, noi dobbiamo avere il coraggio di sfidarla, proponendo la nostra visione della società». Le divisioni programmatiche non possono risolversi sul terreno del compromesso continuo, bensì in una competizione chiara, che coinvolga gli elettori e rilanci il partito. Federica Mogherini e Francesco Boccia raccontano di un documento – «Non torniamo indietro» – scritto subito dopo le dimissioni di Veltroni e già sottoscritto in rete da oltre un migliaio di costituenti del partito e semplici elettori. Domani, durante la riunione dell’assemblea costituente, quel documento potrebbe diventare qualcosa di più.
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Arriveno, arriveno
Impressiona la sintonia nell'analisi, nonché la capacità di non dividersi sugli slogan, di toccare il merito delle questioni, di parlare un linguaggio asciutto. In una parola: contemporaneo.
Il tuo bell'articolo parla di sintonia, piuttosto che di divisioni. Sono molto sollevato. Mi resta il timore che l'accordo unanime dei tuoi ospiti sul processo di selezione del prossimo leader (primarie, il prima possibile) non sia abbracciato dall'assemblea di sabato, ma intravvedo una possibilità non esigua che invece ciò avvenga – non sono così pessimista, mi dico. Sembra che qualcuno vada annusando l'aria, e che abbia fiutato la possibilità non nulla che, se non cambia il vento, finirà come a New Orleans.
Quello che spero, però, è che in un eventuale confronto alle primarie non vi sia sintonia. Non auspico scontri campali, sarebbero i soliti retaggi dalemiano-bertinottiani in cui il Superiore Moralmente o il Più Intelligente negano la legittimità di tutte le altre candidature, elaborando in frasi ampollose le popolari massime elettorali del "non hanno capito niente", o del "siete tutti traditori". In fondo buona parte del programma sarà condiviso da tutti i candidati, e su quello non sarà possibile scontrarsi. Ma mi piacerebbe che, oltre alle facce sorridenti che con affanno verranno esposte alle vetrine delle caserme dalla dirigentia maxima, per una volta comparissero anche, e bene in vista, le sopracciglia aggrottate e gli indici, magari anche tremanti, puntati sui motivi di dissenso che separano un candidato dall'altro.
Diritti sociali, crisi economica, contratto nazionale, Europa: i tuoi ospiti elencano i punti di maggior interesse, vi concordano anche, ma ognuno di questi punti va declinato. Vi aggiungerei sicuramente le pensioni, la giustizia. E l'energia, se possibile, le infrastrutture, auspicabile. Cedo volentieri sulla politica estera, coacervo di deboli atlantismi, speranze libiche e spaventi slavi. Ma su tutti gli altri punti, dove si situano tutti i candidati? Cos'è, oltre alla faccia, che distingue me da te?
Un dibattito franco, nel pieno rispetto reciproco ma senza indeterminatezze – come non è accaduto con Veltroni – permetterebbe davvero a tutti, dal militante all'elettore potenziale, e soprattutto a quel vasto bacino di pubblico che guarda al Pd come ad un'incompiuta e che attende sul greto del torrente (in questo momento, immagino, a braccia conserte in attesa che passi un altro cadavere), di proporre un candidato forte perché vincitore in una contesa precisa e comprensibile. Sarebbe l'opposto di quanto è accaduto finora, a causa degli istinti mastellianamente conservativi di nonni in piena crisi di terza età.
A quel punto avremmo davvero completato un percorso, saremmo giunti fino in fondo sulla strada della legittimazione. Possiederemmo il piedistallo per un leader forte quanto la coerenza delle sue posizioni. Ma soprattutto diventerebbe possibile quantificare il peso di tutte quelle tesi che divergono dall'impostazione prevalente scelta della base.
In un mondo ideale un leader non sarebbe che questo: una media ponderata, plastica e non elastica. Una persona e un'idea, cioè, preparate a subire scossoni pur forti, e a riadattarsi ammaccate. Ma non una persona e un'idea adatte a tutte le stagioni; perché è come dire, l'abbiamo visto, non adatte a nessuna.
Impressiona la sintonia nell'analisi, nonché la capacità di non dividersi sugli slogan, di toccare il merito delle questioni, di parlare un linguaggio asciutto. In una parola: contemporaneo.
Il tuo bell'articolo parla di sintonia, piuttosto che di divisioni. Sono molto sollevato. Mi resta il timore che l'accordo unanime dei tuoi ospiti sul processo di selezione del prossimo leader (primarie, il prima possibile) non sia abbracciato dall'assemblea di sabato, ma intravvedo una possibilità non esigua che invece ciò avvenga – non sono così pessimista, mi dico. Sembra che qualcuno vada annusando l'aria, e che abbia fiutato la possibilità non nulla che, se non cambia il vento, finirà come a New Orleans.
Quello che spero, però, è che in un eventuale confronto alle primarie non vi sia sintonia. Non auspico scontri campali, sarebbero i soliti retaggi dalemiano-bertinottiani in cui il Superiore Moralmente o il Più Intelligente negano la legittimità di tutte le altre candidature, elaborando in frasi ampollose le popolari massime elettorali del "non hanno capito niente", o del "siete tutti traditori". In fondo buona parte del programma sarà condivisa da tutti i candidati, e su quello non sarà possibile scontrarsi. Ma mi piacerebbe che, oltre alle facce sorridenti che con affanno verranno esposte alle vetrine delle caserme dalla dirigentia maxima, per una volta comparissero anche, e bene in vista, le sopracciglia aggrottate e gli indici, magari anche tremanti, puntati sui motivi di dissenso che separano un candidato dall'altro.
Diritti sociali, crisi economica, contratto nazionale, Europa: i tuoi ospiti elencano i punti di maggior interesse, vi concordano anche, ma ognuno di questi punti va declinato. Vi aggiungerei sicuramente le pensioni, la giustizia. E l'energia, se possibile, le infrastrutture, auspicabile. Cedo volentieri sulla politica estera, coacervo di deboli atlantismi, speranze libiche e spaventi slavi. Ma su tutti gli altri punti, dove si situano tutti i candidati? Cos'è, oltre alla faccia, che distingue me da te?
Un dibattito franco, nel pieno rispetto reciproco ma senza indeterminatezze – come non è accaduto con Veltroni – permetterebbe davvero a tutti, dal militante all'elettore potenziale, e soprattutto a quel vasto bacino di pubblico che guarda al Pd come ad un'incompiuta e che attende sul greto del torrente (in questo momento, immagino, a braccia conserte in attesa che passi un altro cadavere), di proporre un candidato forte perché vincitore in una contesa precisa e comprensibile. Sarebbe l'opposto di quanto è accaduto finora, a causa degli istinti mastellianamente conservativi di nonni in piena crisi di terza età.
A quel punto avremmo davvero completato un percorso, saremmo giunti fino in fondo sulla strada della legittimazione. Possiederemmo il piedistallo per un leader forte quanto la coerenza delle sue posizioni. Ma soprattutto diventerebbe possibile quantificare il peso di tutte quelle tesi che divergono dall'impostazione prevalente scelta della base.
In un mondo ideale un leader non sarebbe che questo: una media ponderata, plastica e non elastica. Una persona e un'idea, cioè, preparate a subire scossoni pur forti, e a riadattarsi ammaccate. Ma non una persona e un'idea adatte a tutte le stagioni; perché è come dire, l'abbiamo visto, non adatte a nessuna.
Impressiona la sintonia nell'analisi, nonché la capacità di non dividersi sugli slogan, di toccare il merito delle questioni, di parlare un linguaggio asciutto. In una parola: contemporaneo.
Il tuo bell'articolo parla di sintonia, piuttosto che di divisioni. Sono molto sollevato. Mi resta il timore che l'accordo unanime dei tuoi ospiti sul processo di selezione del prossimo leader (primarie, il prima possibile) non sia abbracciato dall'assemblea di sabato, ma intravvedo una possibilità non esigua che invece ciò avvenga – non sono così pessimista, mi dico. Sembra che qualcuno vada annusando l'aria, e che abbia fiutato la possibilità non nulla che, se non cambia il vento, finirà come a New Orleans.
Quello che spero, però, è che in un eventuale confronto alle primarie non vi sia sintonia. Non auspico scontri campali, sarebbero i soliti retaggi dalemiano-bertinottiani in cui il Superiore Moralmente o il Più Intelligente negano la legittimità di tutte le altre candidature, elaborando in frasi ampollose le popolari massime elettorali del "non hanno capito niente", o del "siete tutti traditori". In fondo buona parte del programma sarà condivisa da tutti i candidati, e su quella non sarà possibile scontrarsi. Ma mi piacerebbe che, oltre alle facce sorridenti che con affanno verranno esposte alle vetrine delle caserme dalla dirigentia maxima, per una volta comparissero anche, e bene in vista, le sopracciglia aggrottate e gli indici, magari anche tremanti, puntati sui motivi di dissenso che separano un candidato dall'altro.
Diritti sociali, crisi economica, contratto nazionale, Europa: i tuoi ospiti elencano i punti di maggior interesse, vi concordano anche, ma ognuno di questi punti va declinato. Vi aggiungerei sicuramente le pensioni, la giustizia. E l'energia, se possibile, le infrastrutture, auspicabile. Cedo volentieri sulla politica estera, coacervo di deboli atlantismi, speranze libiche e spaventi slavi. Ma su tutti gli altri punti, dove si situano tutti i candidati? Cos'è, oltre alla faccia, che distingue me da te?
Un dibattito franco, nel pieno rispetto reciproco ma senza indeterminatezze – come non è accaduto con Veltroni – permetterebbe davvero a tutti, dal militante all'elettore potenziale, e soprattutto a quel vasto bacino di pubblico che guarda al Pd come ad un'incompiuta e che attende sul greto del torrente (in questo momento, immagino, a braccia conserte in attesa che passi un altro cadavere), di proporre un candidato forte perché vincitore in una contesa precisa e comprensibile. Sarebbe l'opposto di quanto è accaduto finora, a causa degli istinti mastellianamente conservativi di nonni in piena crisi di terza età.
A quel punto avremmo davvero completato un percorso, saremmo giunti fino in fondo sulla strada della legittimazione. Possiederemmo il piedistallo per un leader forte quanto la coerenza delle sue posizioni. Ma soprattutto diventerebbe possibile quantificare il peso di tutte quelle tesi che divergono dall'impostazione prevalente scelta della base.
In un mondo ideale un leader non sarebbe che questo: una media ponderata, plastica e non elastica. Una persona e un'idea, cioè, preparate a subire scossoni pur forti, e a riadattarsi ammaccate. Ma non una persona e un'idea adatte a tutte le stagioni; perché è come dire, l'abbiamo visto, non adatte a nessuna.
Impressiona la sintonia nell'analisi, nonché la capacità di non dividersi sugli slogan, di toccare il merito delle questioni, di parlare un linguaggio asciutto. In una parola: contemporaneo.
Il tuo bell'articolo parla di sintonia, piuttosto che di divisioni. Sono molto sollevato. Mi resta il timore che l'accordo unanime dei tuoi ospiti sul processo di selezione del prossimo leader (primarie, il prima possibile) non sia abbracciato dall'assemblea di sabato, ma intravvedo una possibilità non esigua che invece ciò avvenga – non sono così pessimista, mi dico. Sembra che qualcuno vada annusando l'aria, e che abbia fiutato la possibilità non nulla che, se non cambia il vento, finirà come a New Orleans.
Quello che spero, però, è che in un eventuale confronto alle primarie non vi sia sintonia. Non auspico scontri campali, sarebbero i soliti retaggi dalemiano-bertinottiani in cui il Superiore Moralmente o il Più Intelligente negano la legittimità di tutte le altre candidature, elaborando in frasi ampollose le popolari massime elettorali del "non hanno capito niente", o del "siete tutti traditori". In fondo buona parte del programma sarà condivisa da tutti i candidati, e su quella non sarà possibile scontrarsi. Ma mi piacerebbe che, oltre alle facce sorridenti che con affanno verranno esposte alle vetrine delle caserme dalla dirigentia maxima, per una volta comparissero anche, e bene in vista, le sopracciglia aggrottate e gli indici, magari anche tremanti, puntati sui motivi di dissenso che separano un candidato dall'altro.
Diritti sociali, crisi economica, contratto nazionale, Europa: i tuoi ospiti individuano punti di massima importanza, e sono concordi nell'indicarli; ma ognuno di questi punti va declinato. Vi aggiungerei sicuramente le pensioni, la giustizia. E l'energia, se possibile, le infrastrutture, auspicabile. Cedo volentieri sulla politica estera, coacervo di deboli atlantismi, speranze libiche e spaventi slavi. Ma su tutti gli altri punti, dove si situano tutti i candidati? Cos'è, oltre alla faccia, che distingue me da te?
Un dibattito franco, nel pieno rispetto reciproco ma senza indeterminatezze – come non è accaduto con Veltroni – permetterebbe davvero a tutti, dal militante all'elettore potenziale, e soprattutto a quel vasto bacino di pubblico che guarda al Pd come ad un'incompiuta e che attende sul greto del torrente (in questo momento, immagino, a braccia conserte in attesa che passi un altro cadavere), di proporre un candidato forte perché vincitore in una contesa precisa e comprensibile. Sarebbe l'opposto di quanto è accaduto finora, a causa degli istinti mastellianamente conservativi di nonni in piena crisi di terza età.
A quel punto avremmo davvero completato un percorso, saremmo giunti fino in fondo sulla strada della legittimazione. Possiederemmo il piedistallo per un leader forte quanto la coerenza delle sue posizioni. Ma soprattutto diventerebbe possibile quantificare il peso di tutte quelle tesi che divergono dall'impostazione prevalente scelta della base.
In un mondo ideale un leader non sarebbe che questo: una media ponderata, plastica e non elastica. Una persona e un'idea, cioè, preparate a subire scossoni pur forti, e a riadattarsi ammaccate. Ma non una persona e un'idea adatte a tutte le stagioni; perché è come dire, l'abbiamo visto, non adatte a nessuna.
[...] parole di Giuseppe, Francesco, Marco, Ivan, Luca, alla luce dell’incontro di oggi: «Non si torna indietro, serve una [...]
Impressiona la sintonia nell'analisi, nonché la capacità di non dividersi sugli slogan, di toccare il merito delle questioni, di parlare un linguaggio asciutto. In una parola: contemporaneo.
Il tuo bell'articolo parla di sintonia, piuttosto che di divisioni. Sono molto sollevato. Mi resta il timore che l'accordo unanime dei tuoi ospiti sul processo di selezione del prossimo leader (primarie, il prima possibile) non sia abbracciato dall'assemblea di sabato, ma intravvedo una possibilità non esigua che invece ciò avvenga – non sono così pessimista, mi dico. Sembra che qualcuno vada annusando l'aria, e che abbia fiutato la possibilità non nulla che, se non cambia il vento, finirà come a New Orleans.
Quello che spero, però, è che in un eventuale confronto alle primarie non vi sia sintonia. Non auspico scontri campali, sarebbero i soliti retaggi dalemiano-bertinottiani in cui il Superiore Moralmente o il Più Intelligente negano la legittimità di tutte le altre candidature, elaborando in frasi ampollose le popolari massime elettorali del "non hanno capito niente", o del "siete tutti traditori". In fondo buona parte del programma sarà condivisa da tutti i candidati, e su quella non sarà possibile scontrarsi. Ma mi piacerebbe che, oltre alle facce sorridenti che con affanno verranno esposte alle vetrine delle caserme dalla dirigentia maxima, per una volta comparissero anche, e bene in vista, le sopracciglia aggrottate e gli indici, magari anche tremanti, puntati sui motivi di dissenso che separano un candidato dall'altro.
Diritti sociali, crisi economica, contratto nazionale, Europa: i tuoi ospiti individuano punti di massima importanza, e sono concordi nell'indicarli; ma ognuno di questi punti va declinato. Vi aggiungerei sicuramente le pensioni, la giustizia. E l'energia, se possibile, le infrastrutture, auspicabile. Cedo volentieri sulla politica estera, coacervo di deboli atlantismi, speranze libiche e spaventi slavi. Ma su tutti gli altri punti, dove si situano tutti i candidati? Cos'è, oltre alla faccia, che distingue me da te?
Un dibattito franco, nel pieno rispetto reciproco ma senza indeterminatezze – come non è accaduto con Veltroni – permetterebbe davvero a tutti, dal militante all'elettore potenziale, e soprattutto a quel vasto bacino di pubblico che guarda al Pd come ad un'incompiuta e che attende sul greto del torrente (in questo momento, immagino, a braccia conserte in attesa che passi un altro cadavere), di proporre un candidato forte perché vincitore in una contesa precisa e comprensibile. Sarebbe l'opposto di quanto è accaduto finora, a causa degli istinti mastellianamente conservativi di nonni in piena crisi di terza età.
A quel punto avremmo davvero completato un percorso, saremmo giunti fino in fondo sulla strada della legittimazione. Possiederemmo il piedistallo per un leader forte quanto la coerenza delle sue posizioni. Ma soprattutto diventerebbe possibile quantificare il peso di tutte quelle tesi che divergono dall'impostazione prevalente scelta della base.
In un mondo ideale un leader non sarebbe che questo: una media ponderata, plastica e non elastica. Una persona e un'idea, cioè, preparate a subire scossoni pur forti, e a riadattarsi ammaccate. Ma una persona e un'idea non adatte a tutte le stagioni; perché è come dire, l'abbiamo visto, non adatte a nessuna.
[...] e decine di persone iscritte al partito, dai cosiddetti militanti. Sulla base delle cose che al forum si erano detti parlamentari e iscritti, dalemiani e veltroniani. Io personalmente lo ero anche [...]