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Game over

Iniziamo dalla fine: a me l’espressione “questione morale” non piace. Non mi piace – così come non mi piace “società civile”, per dire – e non è solo una questione estetica o linguistica. Non mi piace per una ragione storica, perché si richiama a un passato che non abbiamo alcuna ragione di rimpiangere. Un passato in cui le forze progressiste erano sistematicamente escluse dalla possibilità di governare il paese, per colpe esclusivamente loro. Un passato in cui mentre una mano era aizzata contro le colpe della Dc, l’altra stringeva le mani di Ceauşescu, di Castro, di Brežnev. Un passato in cui spuntatasi l’arma dell’efficacia delle proprie proposte, si decise di introdurre nel dibattito politico l’assurda teoria della superiorità morale, madre di ogni qualunquismo e di tutti i mostri generati dalla pretesa – coltivata spesso della base prima ancora che dei dirigenti – di trovarsi sempre dalla parte giusta, d’ufficio. Non mi piace per una questione politica, poi. Il punto è che a meno che non siate dei preti (o dei mullah) la morale con la politica non c’entra proprio nulla. Così come non c’entrano nulla i valori, a meno che non vi chiamiate Binetti o Volontè. Meno di nulla c’entrano poi le degenerazioni moralistiche di questo sistema, e gli sciacalli che ci costruiscono sopra le loro fortune politiche. Dovremmo parlare di idee e capacità, non di morale. Dovremmo parlare di principî e interessi, semmai, non di valori.

Allo stesso modo, bisognerebbe evitare quei meccanismi infantili per cui si riparte col mantra che sono tutti uguali e che devono andare tutti a casa e che evviva la magistratura. Mai prima di adesso nella storia della repubblica la magistratura ha avuto così poca credibilità: inchieste fantoccio partite in pompa magna e archiviate dopo poco tempo, altre infinite che si concludono con un nulla di fatto, pm che straparlano di poteri forti per rimangiarsi tutto pochi giorni dopo, intercettazioni utilizzate come reti per la pesca a strascico, arresti e carcerazioni preventive come se piovessero seguite da archiviazioni e assoluzioni. Il tutto mentre le procure si fanno la guerra tra loro, la giustizia funziona in modo sempre più bizzarro e l’Anm si mette di traverso a qualsiasi possibilità di riforma.

Per quanto sia complicato, queste sono le situazioni in cui serve più buon senso delle altre, non meno. Al netto delle premesse di cui sopra, però, è un fatto che il Pd abbia diversi problemi. Qui lo scriviamo da tempo, al punto da avvertire un qualche fastidio nel continuare a martellare e agitare il ditino alla “ve l’avevamo detto”. Però i problemi rimangono. Rimane il problema delle scellerate politiche consociative che hanno portato a una subalternità senza precedenti nei confronti di caste, corporazioni e confessioni religiose. Rimane il problema della qualità del personale politico, della bravura, dell’abilità, dell’efficienza e della serietà – perché di questo si parla, e il controllo sulla moralità sarebbe bene lasciarlo a Dio, per chi ci crede. Rimane il problema delle modalità con cui quel personale politico è selezionato, così come rimane il problema dell’accountability e della completa irremovibilità del ceto dirigenziale. Rimane il problema della mancanza di coraggio e dell’arrendevolezza sciagurata ai peggiori vizi del politicamente corretto. Rimane il problema dei grumi di potere nei territori, e della totale mancanza di rappresentatività e potere dei circoli e degli iscritti. Rimane il problema dell’esercizio della leadership in un partito strozzato dai caminetti e dai bilancini. Rimane il problema della follia con cui si è pensato che imbarcare un manipolo di fondamentalisti cattolici potesse accentuare il profilo riformista della nostra azione. Rimane il problema della provata inadeguatezza di una classe dirigente che, semplicemente, ha fatto il suo tempo e da anni inanella errori su errori.

Non so se sarà l’ennesima apocalisse giudiziaria ad azzerare il ceto politico responsabile di questi errori. Personalmente non me lo auguro: un po’ perché credo che uno dei tanti mali del progressismo italiano sia l’aver sperato – e lo sperare tutt’ora – nell’esistenza di una via giudiziaria al potere, nel partito e nel paese. Un po’ perché ci siamo già trovati una volta a tirare monetine davanti l’Hotel Raphael, e dovremmo avere imparato tutti che da scenari del genere nascono solo dei nuovi Berlusconi – probabilmente peggiori, visti i tempi. Mi auguro però che ci sia una presa di coscienza, da parte di chi ha guidato questo partito fino a questo momento: mi auguro si rendano conto degli errori che hanno commesso e della loro inadeguatezza, mi auguro si rendano conto dei mostri che hanno creato. Spero lo facciano prima che sia troppo tardi e la valanga travolga quanto di buono hanno contribuito a creare. Noi, intanto, dovremmo chiederci se questo non sia il momento di arrotolarsi le maniche e – che loro si smuovano o no – decidersi una buona volta a prendersi questo benedetto partito.