links for 2008-10-30
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La ricetta Cossiga, applicata alla lettera
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Accatastàti sul carro
(per Giornalettismo)
E così la cosiddetta riforma Gelmini è legge. Il Partito Democratico e l’Italia dei Valori hanno tentato una qualche forma di ostruzionismo durante i lavori in Senato di ieri, ma senza alcun risultato. Nel frattempo, non si fermano le manifestazioni e le proteste delle associazioni degli studenti, dei sindacati e dei genitori, che culmineranno con lo sciopero generale di questa giornata.
(continua a leggere)
Uno pensa che in un mondo normale quando le cose si mettono male l’Onu arriva, invece che andarsene
C’è però una cosa che non capisco dell’ex-magistrato (Di Pietro, ndr): il fatto che spesso tende a spiegare che Tizio o Caio sono corrotti perchè votano insieme a Cuffaro o ad altri personaggi invisi al leader dell’Italia Dei Valori. In questi giorni Di Pietro non solo si appresta a votare con gli amici di Cuffaro, ma a fare con loro la battaglia su una delle leggi più importanti della Repubblica, quella elettorale. Condurrà assieme a loro la dura lotta sulla linea pro-preferenze e per abbassare lo sbarramento. In questo caso però, Di Pietro non vede controindicazioni. Come mai? Mistero. A me non è mai piaciuto il ragionamento per cui se uno vota insieme a Cuffaro allora è automaticamente mafioso. Penso che ognuno debba e possa votare come gli pare, senza dover stare a guardare cosa fanno gli altri. Ma per il leader dell’Italia Dei Valori, che ha fatto di questa politica un principio, dovrebbe essere imbarazzante votare con chi secondo lui rappresenta la mafia. O perlomeno dovrebbe domandarsi perchè Cuffaro vuole la stessa legge elettorale che vuole lui. O le regole e i princìpi valgono solo per gli altri?
Io sarò in viaggio e non potrò vederlo, ma stasera c’è la mezz’ora di Obama a reti unificate: in Italia saranno le tre del mattino (qui ve ne avevamo parlato venti giorni fa)
A tirare su il morale di Obama sono però i bookie italiani, secondo i quali il testa a testa tra Barack Obama e John McCain è largamente a favore del democratico, quotato a 1.10, mentre il suo rivale repubblicano è a 5.00.
Alessandra Farkas, Corriere della Sera
A una settimana dal voto i sondaggi attribuiscono a Obama un vantaggio così enorme che - a meno di eventi imprevedibili e catastrofici - nessuno dovrebbe dubitare della sua vittoria. Ora, se Obama dovesse essere sconfitto in mancanza di eventi imprevedibili e catastrofici, coi sondaggi che gli danno dieci punti di vantaggio, sarebbe complicato non parlare di effetto Bradley o comunque del ruolo giocato dal colore della pelle del candidato democratico. Ecco, mi piacerebbe fosse opinione comune che sarebbe una cosa tragica e nefasta, che un candidato perda un’elezione a causa del suo colore della pelle. Mi piacerebbe che lo pensassero progressisti e conservatori, democratici e repubblicani: sarebbe un’eventualità terribile e basta, e non solo per le prevedibili conseguenze nel breve periodo. Invece si leggono editoriali e commenti di sostenitori di McCain che sembrano darsi di gomito, quasi augurandosi che l’effetto Bradley giochi un brutto scherzo al candidato democratico, dato che il loro candidato non sa più a cosa appigliarsi. C’è in giro chi spera che McCain vinca non perché gli americani lo ritengano migliore di Obama, più qualificato, più preparato, più bravo - bensì perché Obama è negro. Qualcuno si è fatto prendere la mano, ecco
Io un iPhone non lo comprerei mai, ché costa un occhio della testa, però questi di InfoPalermo lo regalano, e poi sono conterranei, e un link non lo si nega a nessuno
update: mi fanno notare che ‘un link non lo si nega a nessuno’ è un po’ esagerato. In effetti a qualcuno sì
Giusto in tempo per la fine della campagna elettorale, è tornato l’Obama ispirato delle primarie. Questo il suo closing argument in Ohio: se avete tempo guardatelo tutto, se no skippate fino al minuto 28:45 e godetevi lo spettacolo degli ultimi tre minuti.

I siti web dei due più grandi quotidiani italiani utilizzano la stessa foto e più o meno lo stesso titolo per strillare con grande allarmismo una fregnaccia gigante: questo è lo stato dell’informazione italiana.

(da The rise of the Obamacons, The Economist)
Forse per quel che riguarda la tecnologia e l’informatica - ma anche le manie collettive e la cronaca nera - succede già che i blog e ilpopolodellarete influenzino i mainstream media; per la politica però siamo ancora anni luce indietro. Ultimamente ne abbiamo avuto due grandi dimostrazioni.
C’è stata l’intervista del Giornale a Morando, che fece discutere parecchio in rete e alla quale non seguì nulla, non una smentita, non una precisazione, non un commento ufficiale da parte di nessuno, e dire che nel Partito Democratico ce n’è di gente che non aspetta altro che una polemica in cui tuffarsi. La conferma definitiva è arrivata dall’intervista a Francesco Cossiga sulle manifestazioni degli studenti: discussa da centinaia di blog, compresi alcuni tra i più letti in assoluto (qui l’elenco di chi ne ha scritto) e alla quale non è seguito nulla. Non ne ha parlato nessuno, da nessuna parte. C’è ancora un bel po’ da camminare.

Noi lo vediamo, il vecchio John, correre, dimenarsi e saltare da uno stato all’altro dell’unione, il tutto senza fermarsi un attimo, smentendo - dobbiamo ammetterlo - chi dubitava della tenuta del suo fisico. Ha scorza, John. Per i membri del suo staff, per i capi del suo partito, per l’establishment repubblicano, questo è solo un giro di giostra, e il prossimo arriva tra appena due anni; per lui questa è la partita della vita. Il punto è che quando le cose si mettono male - e qui le cose si sono messe così male perché è arrivata la più grave crisi economica da ottanta anni a questa parte, quando si dice la sfortuna - dicevamo, quando le cose si mettono male, riprendere il filo e invertire la rotta è complicatissimo (la Roma ne sa qualcosa, ma questo è un altro discorso).
John ci crede e fosse per lui, forse, qualche chance l’avrebbe ancora - qui gliene daremmo una su cento, che se ci pensate è tantissimo. Tutto quello che è attorno a lui, però, nella sua campagna e nel suo partito, si sta sgretolando, inesorabilmente, ed è come una valanga: una volta partita, non si può fare nulla per arrestarla.
La Zulia è uno staterello del Venezuela (che è una repubblica federale, sapevatelo): difficilmente l’avrete mai sentita nominare, ma di certo conoscete il suo capoluogo, che è Maracaibo (mareforzanòve). Tra breve la Zulia è chiamata alle urne per eleggere il nuovo governatore, e il solito Chávez è stato perentorio, minacciando reazioni militari se dovesse essere riconfermato l’attuale governatore Manuel Rosales, già avversario di Chávez alle ultime presidenziali.
“Che nessuno si dimentichi che questa è una rivoluzione pacifica, però è una rivoluzione armata!”
Dopo Enzo Biagi, Giorgio Bocca e Giovanni Sartori, un altro ultraottantenne del giornalismo salta lo squalo e ci regala un piccolo delirio senile