Leggere tardi, crescere meglio?
Questa non l’ho capita. David Cameron a giorni presenterà il suo programma sull’educazione e la scuola, e di recente ha anticipato: tutti i bambini - eccetto quelli con problemi di apprendimento, ovviamente - dovranno imparare a leggere a 6 anni. In pratica, durante il primo anno di scuola. La cosa ha fatto infuriare insegnanti, associazioni e sindacati, che reputano la cosa “irrealistica” e “frustrante”. Evidentemente dieci anni di Blair - “education, education, education” - non sono bastati.
Mi risulta che in Italia i bambini imparino a leggere e scrivere in prima elementare, e solitamente a cavallo tra le feste sanno già mettere le sillabe una accanto all’altra. Se l’argomento è che i bambini a sei anni devono ancora giocare e avranno tempo per studiare, io non sono d’accordo, ma discutiamone. Se l’argomento è che i bambini a sei anni non sono in grado di imparare a leggere, allora la teoria non tiene e io ne sono la testimonianza vivente: ho imparato a leggere e scrivere a tre anni ancora da compiere (sia chiaro, di mio ci ho messo solo una precoce attrazione per giornali e riviste, il merito è della pazienza dei miei genitori)
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Cosa cambia se i bambini imparino a 6 o a 8 anni?
Io non vedo nessun dramma, l’importante è dare a tutti le stesse possibilità alla conclusione del corso. Mi pare un problema assolutamente malposto e fuorviante.
I bambini hanno dinamiche di apprendimento molto legate ai loro interessi e alle dinamiche di gioco.
Va sostenuto nei suoi interessi (bene hanno fatto i tuoi genitori a non frustare le tue esigenze e io cerco di fare lo stesso con mio figlio di 5 anni che vuole scrivere i nomi dei suoi amici) ma non va imposto nulla. La dinamica deve essere quella dell’appassionarsi alle cose, dell’emozionarsi, del gratificarsi. Se questo l’insegnante lo riesce a fare solo all’età di 7 o 8 anni, va sicuramente meglio che non forzare un obiettivo (leggere a 6 anni)che interessa solo ai “grandi”.
E’ evidente inoltre che con i tempi stretti imposti da Cameron l’obiettivo verrà raggiunto sicuramente da chi a casa è seguito e sostenuto. E quindi addio alle politiche scolastiche dell’inclusione sociale e culturale.
E poi cosa mi dici del “eccetto quelli con problemi di apprendimento”.
Quelli sono i falliti, gli ultimi, gli scoppiati che il credo liberale condanna al fallimento.
Non mi piace.
Ovvio che non mi piace la scuola italiana ingessata dai sindacati, con gli insegnanti e le scuole non valutate e non modificabili.
Ma una scuola che ha come obiettivo il “leggere a 6 anni” mi sembra un pò fuori da ogni idea moderna di pedagogia.
Beh, strano: gli dell’opus dei di solito sono scritti in un italiano poco comprensibile a un bambino di tre anni…