Joseph Ratzinger, il negazionista
Chi ha l’abitudine di leggere questo blog conosce la disapprovazione del sottoscritto nei confronti degli atti e degli atteggiamenti di Benedetto XVI. Chi mi conosce personalmente, probabilmente sa anche quanto questo mi rechi tristezza e malessere nella mia vita di cattolico, fino a pochi mesi fa impegnato nel volontariato in una associazione cattolica. E’ con grande amarezza, quindi, che ho appreso dell’ennesimo gravissimo passo indietro del Pontefice nella sua ormai ben avviata passeggiata verso il Medioevo.
Durante la sua recente visita in Brasile, Joseph Ratzinger ha detto una di quelle frasi che fanno rizzare i peli sulle braccia. Il sommo teologo, il coltissimo storico, il fine letterato Joseph Ratzinger ha detto:
“In effetti, l’annuncio di Gesù e del suo Vangelo non comportò, in nessun momento, un’alienazione delle culture precolombiane, né fu un’imposizione di una cultura straniera.”
Ora, sostenere che la cristianizzazione degli indios “non comportò, in nessun momento, un’alienazione delle culture precolombiane, né fu un’imposizione di una cultura straniera” appare un abominevole falso storico a chiunque abbia aperto un libro di storia nella sua vita, a chiunque abbia anche una sola volta letto qualcosa a proposito dei viaggi di Colombo e della colonizzazione europea dell’America centrale.
Occorre dirlo chiaro e tondo: negare l’esistenza di quello sterminio è operazione del tutto identica a quella dei cialtroni che oggi negano l’esistenza della Shoah, che sostengono che i campi di concentramento non siano mai esistiti e descrivono le camere a gas come un’invenzione dei sionisti.
Come se ciò non bastasse, con la sua folle affermazione Joseph Ratzinger si pone in aperta contraddizione con il suo predecessore, Karol Wojtyla, che per ben due volte (il 12 Marzo 2000 e il 21 novembre 2001) chiese perdono per i crimini enormi commessi nell’America centrale in nome della “cristianizzazione degli indios”.
Credo che valga la pena, oggi più che mai, anche davanti ad un Papa che dall’alto del suo magistero morale offende milioni di morti, ricordare un Olocausto che troppo spesso è stato dimenticato.
“[Colombo], in una località dell’isola ebbe una scaramuccia con alcuni indiani che rifiutavano di scambiare tutti gli archi e le frecce che lui e i suoi uomini volevano; due arawak furono passati da parte a parte con le spade e morirono dissanguati. [...]
Nella provincia di Cicao, ad Haiti, dove lui e i suoi uomini pensavano che esistessero enormi campi auriferi, ordinarono a tutte le persone dai quattordici anni in su di raccogliere e consegnare ogni tre mesi una certa quantità d’oro. In cambio ricevevano dischetti di rame da appendere al collo. Agli indiani trovati senza dischetti venivano mozzate le mani e li si lasciava morire dissanguati. Gli autoctoni avevano ricevuto un compito impossibile. Il solo oro presente nella zona era quel poco di polvere che si riusciva a raccogliere nei corsi d’acqua. Così fuggivano, ma venivano inseguiti coi cani, e uccisi.
Quando tentavano di organizzare una resistenza, gli arawak si trovavano di fronte spagnoli protetti da armature, con moschetti, spade e cavalli. Quando gli europei prendevano prigionieri, li impiccavano o li bruciavano vivi. Gli arawak cominciarono a suicidarsi in massa con un veleno ricavato dalla manioca; uccidevano anche i neonati per “salvarli” dagli spagnoli. Nel giro di due anni, metà dei duecentocinquantamila indiani di Haiti era morta a causa degli assassini, delle mutilazioni e dei suicidi. [...] Da una relazione del 1650 si ricava che sull’isola non rimaneva nemmeno un arawak.
[...] Il dominio totale produceva crudeltà totale. Gli spagnoli non esitavano ad accoltellare gli indiani dieci o venti alla volta e a tagliarli a fette per provare il filo delle loro lame. [...] Dal 1494 al 1508 più di tre milioni di persone erano perite a causa della guerra, della schiavitù, delle miniere. Cominciò così, cinquecento anni fa, la storia dell’invasione europea degli insediamenti indiani delle Americhe, una storia di conquista, di schiavitù e di morte.”
Howard Zinn, Storia del popolo americano, Il Saggiatore
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