Il problema non è il calcio

Preferisco sottrarmi al fiume di parole sul calcio-che-non-c’è-più e fermiamo-i-campionati che, giustamente, leggeremo oggi e chissà per quanti altri giorni sui quotidiani e su Internet.
Però un paio di cose voglio dirle, giusto perchè quello che è successo ieri sera nella mia città è tremendamente grave. Il mio stato d’animo non è sereno, per cui è giusto che vi avverta fin da ora che potranno seguire periodi sconnessi, frasi e consecutio non completamente lineari.

Il problema non è il calcio. Catania-Palermo si è giocata ieri, venerdì, per motivi di ordine pubblico, visto che da oggi inizieranno in città i festeggiamenti in onore della patrona della città, S. Agata. Motivi di ordine pubblico. Cosa c’entrano le due cose? Nulla. Cosa c’entra l’ordine pubblico? Nulla. In realtà, la minaccia all’ordine pubblico sarebbe sopravvenuta nel momento in cui gli sfegatati tifosi catanesi avrebbero dovuto scegliere tra la partita e le celebrazioni. In un posto normale, un credente non impiegherebbe più di quattro secondi a decidere se andare in Chiesa o allo stadio. A Catania, no. A Catania la fede nei confronti di S. Agata e quella nei confronti del Catania Calcio sono due cose esattamente identiche, paritarie, totalmente e completamente uguali, vissute sullo stesso piano al punto di mescolarsi tra loro. Al punto da rendere lo scenario quasi comico: all’inizio della partita in cosa è consistita la coreografia della curva sud dei tifosi catanesi? In uno striscione enorme srotolato lungo l’intera curva raffigurante proprio lei, S. Agata. Allo stadio, nel derby. Cosa c’entra? Niente, direte voi. A Catania, c’entra.

Il problema non è il calcio. Il problema sono le curve: nonostante i tanti tifosi onesti, le curve sono diventate un coacervo di avanzi di galera, una scuola di violenza, razzismo e illegalità, una fogna dove ogni forma di legge è sospesa. Le curve sono diventate una tale cloaca soprattutto grazie al menefreghismo degli amministratori che spesso - specialmente al sud - vi hanno cercato (e trovato) facili consensi sulla base della loro indulgenza. Coccolati dalle dirigenze, che pagano loro fior di trasferte. Coccolati dalle amministrazioni. Coccolati dai giocatori stessi, che di frequente lanciano saluti affettuosi agli ‘amici diffidati’. Così, ogni domenica, mentre i tifosi - in una pantomima che ha del ridicolo - vengono privati all’ingresso dello stadio di accendini, ombrelli, cinture e quant’altro, i porci ultras di cui sopra portano dentro lo stadio qualunque cosa. Dato che lo fanno ripetutamente e senza alcun problema, è lecito pensare che lo facciano col benestare delle società, probabilmente ricattate a dovere. In realtà il tifoso è praticamente immune dalla legge. Qualsiasi cosa faccia - dal lancio di una bomba a quello di un fumogeno - la cosa più grave che può succedergli (nella remota ipotesi che venga beccato) è una diffida con obbligo di firma: vedrà le partite in tv, poverino (in teoria). In pratica, continuerà ad andare allo stadio, magari senza neppure pagare il biglietto: ieri sera, quando sono stati aperti i cancelli, lo stadio era già mezzo pieno. Pieno di gente che era entrata chissà da dove, chissà da quanto.

Il problema non è il calcio, e non è nemmeno uno sparuto numero di teppisti. Guai, guai a parlare di poche mele marce. Ci sono cento feriti: le foto e i racconti dei testimoni raccontano di centinaia di persone impegnate nella sassaiola contro i poliziotti, negli assalti, nelle violenze. E’ una popolazione di sub-umani. E sono sub-umani dotati di una ideologia che affascina i giovani, i giovanissimi: adolescenti di buona famiglia (ne conosco a decine) che copiano gli slogan delle curve, che ridacchiano gridando ‘poliziotto primo nemico’, che prima di un derby scrivono su Msn ‘non uscirete vivi’. Siamo al totale sfascio morale di una società.

Il problema non è il calcio. Gli imprenditori che dicono? Il tifo è una cosa, l’impresa è un’altra. Il tifo può essere cieco, l’impresa no. Il signor Pulvirenti, imprenditore milionario, inventore di Windjet, perchè perde tempo, soldi e dignità con una società come il Catania Calcio? Credo che Nino Pulvirenti sia un intelligente imprenditore, oltre che una persona onesta. Mi auguro che il signor Pulvirenti venda la società il prima possibile. Ci sono imprenditori disposti a rilevare il Catania Calcio, ad imbarcarsi in un suicidio economico di questa portata? Non ce ne sono? Bene, niente squadra. Ma come, dirà qualcuno, e i tanti tifosi onesti, e quelli che tifano veramente, eccetera.. beh, i tifosi onesti potranno ben rinunciare a una partita di calcio se quello a cui dobbiamo assistere in nome dello sport è una carneficina. Si trovino un altro hobby, i tifosi onesti.

Il problema non è il calcio, ma se di calcio vogliamo parlare, facciamolo: andiamo avanti fino alla fine di questa stagione, retrocedendo d’ufficio il Catania e squalificando lo stadio Cibali a tempo indeterminato. Poi, fermiamoci. Sciogliamo i gruppi ultras, abbattiamo le barriere negli stadi, istituiamo punizioni vere per chi commette reati in uno stadio, deleghiamo alle società la sorveglianza interna agli impianti, scriviamo delle nuove regole: in Inghilterra fino a qualche tempo fa avevano dei problemi persino più gravi dei nostri. Poi, una legislazione seria ha risolto il problema. Ma fermiamoci.

Riguardo Catania, c’è poco altro da dire. Il calcio non è che la punta dell’iceberg. Siamo una città allo sfascio, ostaggio di una mentalità furba, violenta, mafiosa, prepotente, maleducata, ignorante, superstiziosa. Lasciateci perdere, lasciateci qui, con la nostra fede per una squadra di calcio e l’effige della santa patrona da tirar fuori allo stadio prima della partita, con i nostri poco di buono dai quali amiamo farci governare e i porci ultras che domani, sicuramente, nei mercati e nelle piazze qualcuno troverà certamente modo di difendere. Lasciateci stare. Anzi, sapete cosa vi dico?, lasciateli stare, chè io me ne vado.


3 February 2007, 8.04 am

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