Bullismo vissuto

Secondo me andrebbe fatta un po’ di chiarezza su quello che non è bullismo. Checchè ne dica Repubblica, bestemmiare in classe non è bullismo. Alzarsi la maglietta mentre la prof è voltata non è bullismo.
Porto la mia esperienza. Ho fatto le superiori in uno dei licei scientifici bene di Catania, in una classe che si sarebbe fatta notare fin dal primo anno per la sua irrequietezza di cui professori e preside si ricordano tutt’ora (a cinque anni dal diploma). Il nostro non era bullismo: la nostra era goliardia un po’ cattivella, condita da una massiccia dose di creatività.

Diciamo subito una cosa. I nostri bersagli preferiti erano i professori. Eravamo una squadra, raramente ci beccavamo tra di noi. Solo una volta mi ricordo di un farmaco a forma di ovulo marrone (credo fosse un lassativo, ma non ne sono certo) inserito in una busta di M&M’s e offerto allo sfortunato di turno (che però si accorse della truffa, eravamo troppo avanti). Proseguendo:

- arriva il prof. in classe (era il nostro scenario di partenza preferito) e ci trova tutti disperati, piangenti e singhiozzanti, affacciati dalla finestra a urlare “E’ caduto!”, “Si è buttato!”. Il prof terrorizzato si affaccia e giusto sotto la finestra trova una sagoma umana disegnata col gesso (tipo incidente stradale) con sopra la scritta “E’ ghiacciato!” (tormentone del quinto anno, troppo lungo da spiegare)

- arriva il prof in classe (ve l’avevo detto) e ci trova tutti seduti rivolti verso il muro. Tutti si comportano come se fossero al cinema: sgranocchiano popcorn, si parlano sottovoce senza togliere gli occhi dallo schermo (che non c’è). Quando il prof entra e dice “buongiorno” chiedendo lumi sul nostro comportamento, qualcuno si volta dicendo sottovoce: “Sssshh! C’è il film!” (memorabile il giorno in cui il mitico prof di filosofia si sedette accanto a noi chiedendo se il film era iniziato da molto)

- prima che arrivi il prof in classe, Davide detto anche MacGyver si nasconde dentro l’armadio della classe (una cosa tipo Houdini). Il prof entra ed inizia a fare lezione. Dopo circa mezz’ora si sente bussare dall’armadio. Il prof prima non ci vuol credere, ma poi apre l’armadio e Davide ne esce tra gli applausi generali per il nuovo record

- un giorno arriva una giovane supplente di fisica. Io non sono un insegnante ma, ecco, se fossi un domatore e dovessi entrare nella gabbia dei leoni, tenterei di dialogare e non di fare l’arrogante. Lei non fu di quest’avviso. Durò un paio di giorni. Un giorno, qualcuno le appiccò un piccolo falò sotto la cattedra mentre lei girava per i banchi. Un altro giorno, mentre spiegava sparì la borsa che aveva poggiato sulla cattedra. Ricerche disperate, minacce, parolacce e quant’altro: noi eravamo delle statue di pietra. Poi, quando cedette alla disperazione, si voltò. La borsa era a terra accanto alla sedia (ce l’avevamo rimessa noi, ma lei non se ne accorse). Si umiliò nelle scuse

- un giorno dovevamo coprire l’assenza di un nostro compagno. Era inverno. Costruimmo un manichino con zaini, giacche a vento, sciarpe, guanti, ombrelli, occhiali da sole e cappelli di lana. Sembrava un pupazzo di neve, ma era più che realistico. Nessuno se ne accorse, finchè un prof non tentò di rivolgergli la parola (ma durò un bel po’)

- il prof di inglese fu una delle vittime più ghiotte: era magrolino, con una gobba accentuata e una dentatura non impeccabile. Aveva insegnato tutta la vita alle scuole medie. Alla prima esperienza al liceo lo mandarono subito da noi, poraccio. Pensando di farci un favore, ci indicava le parti del libro che dovevamo sottolineare. E allora faceva: “Dunque dal primo al terzo rigo, poi saltate..”. Al “saltate” tutta la classe faceva un balzo dalla sedia e tornava a sottolineare.
Spesso mentre spiegava, qualcuno (senza smettere di guardarlo e fare quell’espressione finto-interessata che si impara al liceo) inizia ad emettere un suono con la bocca chiusa: mmmmm… . In breve, tutta la classe - immobile e attenta - emetteva un assordante mmmmm. Le reazioni del prof erano le più disparate.

- c’era questa prof di matematica, allora il terrore della scuola ma in realtà - detto da chi ha continuato a fare analisi all’università - piuttosto incompetente. Lei non faceva altro che tentare di indurci al terrore in vista degli esami di maturità, minacciandoci quotidianamente con un mantra che andò avanti per giorni e giorni: “Non credete che io vi faccia il compito agli esami”. Finchè, un giorno, durante il mantra, Andrea G. non alza la mano e rompe il silenzio dicendo: “Mi scusi, ma chi glielo ha chiesto?”. Seguirono 96 minuti di applausi (davvero)

- anche con la prof di informatica avevamo un certo feeling. Quando lei entrava in classe, noi uscivamo, simultaneamente. Andavamo nel cortile della scuola, ci siedevamo, qualcuno prendeva una chitarra (la chitarra a scuola era una cosa abituale per noi), e si cantava (mentre tutti facevano lezione). Quando lei usciva dalla classe, noi scappavamo dall’altra parte del cortile. Ebbene sì: ci rincorreva. E dalle altre classi capitava di tanto in tanto di vedere una decina di scalmanati con una chitarra che correva ridendo, e una giovane supplente tutta sudata che li inseguiva. Cose che non hanno prezzo.


30 November 2006, 9.01 pm

Giuseppe Fava, giornalista

Potete scaricare qui la tesi che ho discusso il 21 Dicembre 2006 laureandomi in Scienze Storiche e Politiche presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Catania.
La tesi racconta, attraverso le parole degli articoli di Giuseppe Fava, trent’anni di storia italiana, siciliana, catenese. E’ una tesi su un giornalista, e sul suo occhio su ciò che lo circondava. La tesi è disponibile su licenza Creative Commons 2.5. Ogni feedback è più che gradito.
(continua a leggere)


20 November 2006, 3.20 pm
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