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E poi comprammo una mazza per difenderci dagli spray

Non sappiamo ancora se la strage di Corinaldo sia stata innescata da uno spray urticante. Magistrati e carabinieri stanno esaminando anche altre ipotesi, visto che quella dello spray comporta alcune cose che al momento sembrano non tornare del tutto. Vedremo cosa verrà fuori dalle indagini. Sappiamo però che da ormai un paio d’anni il numero di aggressioni con gli spray urticanti in Italia si è moltiplicato, sia in occasione di concerti e raduni sia in altri contesti, dalle scuole alle risse fuori dai locali alle liti condominiali. Uno strumento presentato e diffuso come utile all’autodifesa è diventato in molti casi un’arma usata per aggredire il prossimo, con conseguenze potenzialmente gravissime. Si dirà che lo strumento in sé è incolpevole, e tutto dipende dall’uso che se ne fa: ma è un ragionamento che vale allora anche per le armi da fuoco, eppure nessuno – nessuno con un minimo di sale in zucca, certo – vorrebbe trovare anche in Italia le pistole al supermercato, come avviene negli Stati Uniti, in nome del fatto che le pistole sono incolpevoli e “dipende sempre dall’uso che se ne fa”. Uno spray non è una pistola, ma il punto rimane lo stesso: quanto più circolano strumenti di facile utilizzo pensati per arrecare un danno al prossimo, tanto più capiterà che a qualcuno venga in mente di utilizzare quegli strumenti per arrecare un danno al prossimo. Incentivare le persone ad armarsi e difendersi da sole vuol dire aumentare la diffusione – per le strade, nelle scuole, ai concerti, in famiglia – di strumenti nati per arrecare un danno al prossimo, con le note conseguenze. Non è una cosa così complessa da capire.

Il senso di minaccia e pericolo percepito da molte persone – alimentato ad arte da politici e giornali irresponsabili, interessati a guadagnare denari o consensi, nonostante omicidi, rapine e furti siano in costante diminuzione – si cura con un’informazione precisa e prudente, con politici consapevoli delle proprie responsabilità e con il lavoro delle forze dell’ordine, e non distribuendo a pioggia spray urticanti sotto i gazebo o in allegato con i quotidiani. Altrimenti dagli spray urticanti si passa velocemente alle mazze da baseball, e poi magari dalle mazze da baseball proprio alle pistole, inseguendo l’illusione delirante che una società in cui tutti sono armati sia una società più sicura. Una società in cui tutti sono armati è una società in cui ci si fa male tutti, ovunque e per niente, e in cui si ha paura a uscire di casa. Tocca dire persino banalità come queste.

Italia, 2019

La procedura d’infrazione è stata evitata ma al governo è costata la faccia: i soldi per il reddito di cittadinanza e la quota 100, già ampiamente ridotti alla fine dell’anno, sono diventati prima una cifra simbolica e poi sono stati azzerati dalla necessità di rivedere la spesa, a fronte della crescita molto inferiore alle stime. Anche perché nel frattempo, col secondo trimestre consecutivo di crescita negativa, l’Italia è andata tecnicamente in recessione; le pressioni sui mercati sono cresciute e la stesura dei disegni di legge per mantenere le promesse si è arenata. Le tensioni tra Lega e Movimento 5 Stelle, già evidenti durante la fase di approvazione della manovra, sono aumentate con l’inizio della campagna elettorale in vista delle europee. Il M5S ha continuato ad arretrare nei sondaggi, e i malumori tra i parlamentari hanno fatto più volte inciampare il governo in Parlamento, innescando uno scaricabarile sempre più velenoso. La pazienza è finita anche nella Lega, dove i grillini sono visti ormai come buoni a nulla e accusati di combinare solo guai, sprecando una grande occasione. Nel frattempo il caso Di Maio si è allargato settimana dopo settimana, tra case abusive, lavoratori in nero e tasse mai pagate, e ha deteriorato molto i suoi rapporti con Casaleggio, che intanto osserva sondaggi su sondaggi in cui il calo del Movimento è inarrestabile. Alessandro Di Battista, tornato in Italia, ha fatto capire di voler essere il prossimo leader del Movimento.

Si arriva quindi alle elezioni europee con Lega e M5S in aperto conflitto, un dispetto dopo l’altro, un emendamento-trappola dopo l’altro, con la Lega a rivendicare le uniche cose buone fatte dal governo e ad accusare il M5S di tutte le cose che non hanno funzionato.

Le elezioni europee vanno come previsto. La Lega diventa il primo partito – il crollo dell’affluenza tra gli elettori del centrosinistra le fa quasi raddoppiare la percentuale rispetto alle politiche, anche se in termini di voti effettivi l’aumento è più basso – e il M5S crolla. Gli equilibri politici su cui si regge il governo saltano completamente. La Lega reclama spazi e incarichi, vuole una “verifica” e chiede di sostituire Conte con un altro tecnico, ma stavolta proveniente dalla sua area. Nel Movimento i rapporti si sono molto deteriorati, e si è capito che tira un’aria nuova. La nuova ed ennesima fase di incertezza politica peggiora ulteriormente la situazione sui mercati. Lo spread supera quota 400, qualcuno evoca lo spettro del Fondo Monetario Internazionale. Nelle cancellerie europee l’Italia è sempre l’argomento del giorno. Si parla apertamente della possibilità di un prestito internazionale, qualcuno usa ancora il titolone FATE PRESTO. Le pressioni perché cambi il governo diventano fortissime. Casaleggio in un’intervista dice che il M5S ha perso le europee perché non ha saputo differenziarsi abbastanza dalla Lega, e sostiene – facendo evidentemente riferimento a Di Maio – che chi si è occupato del governo abbia avuto così tante cose da fare da non essere riuscito a occuparsi anche del partito, suggerendo di separare gli incarichi. Il messaggio è chiaro. In un post sgrammaticato sui social network, Di Maio scrive che qualcuno vuole farlo fuori e parla di tradimento. Dopo qualche giorno, con una votazione-lampo indetta sul blog del partito, Di Battista viene eletto nuovo capo politico del M5S. Sia lui che Casaleggio dicono che Di Maio rimarrà il responsabile dell’azione di governo del partito, ma intanto al governo le cose sono precipitate. Salvini rompe gli indugi, accusa il Movimento di fare danni al paese con le sue continue divisioni e li scarica. Cade il governo.

Il nuovo Movimento guidato da Di Battista accusa la Lega dei limiti del governo Conte, senza grande successo. Dice che è il momento di tornare all’opposizione e ritrovare lo spirito delle origini, perché il Movimento avrebbe dovuto mantenere il suo proposito di non fare alleanze. Il Fatto e tutta l’area applaudono a questa scelta, che è anche la più gradita ai militanti ormai disorientati. L’unica soluzione, dice Di Battista, è tornare subito a votare: ogni altra strada sarebbe un inciucio. Salvini però ha il coltello dalla parte del manico, forte del recente successo elettorale e dello sgretolamento degli avversari. Dice che non ha certamente paura del voto, visto che ha appena ottenuto il 30 per cento, ma che prima è giusto capire se è possibile far nascere un governo sostenuto dalla coalizione di centrodestra votata dagli elettori a marzo del 2018. È sempre stata la mia prima scelta, dice. Fratelli d’Italia e Forza Italia, usciti più che malconci dalle europee e terrorizzati dal voto, non possono che accettare un ingresso al governo.

Mancano un po’ di seggi in Parlamento, ma arrivano nel giro di poco. La maggior parte li porta Luigi Di Maio, che esce dal Movimento con grande acrimonia dopo essere stato fatto fuori, sostenendo che non vada sprecato quanto di buono fatto dal governo Conte, esperienza che rivendica. Seguono Di Maio soprattutto parlamentari del M5S al secondo mandato, che non verrebbero ricandidati o eletti in caso di nuove elezioni (anche perché la prospettiva di prendere di nuovo il 32 per cento è remotissima, e Di Battista ha fatto capire di voler cambiare molte facce). Un altro pezzetto arriva dal gruppo misto e dallo sbriciolamento del PD. Se la vittoria alle europee del 2014 aveva innescato una forza centripeta che aveva attirato nel PD pezzi da destra e da sinistra, da Andrea Romano a Gennaro Migliore, la sconfitta alle europee del 2019 determina lo stesso fenomeno a favore della Lega. Nasce un nuovo gruppo parlamentare, la quarta gamba del centrodestra, e i numeri in Parlamento ci sono. Salvini fa sapere che le sue promesse – riforma delle pensioni e flat tax – ora si potranno fare davvero, senza le tentazioni assistenzialiste di un Movimento che dice essere diventato “terzomondista”. Le burocrazie europee vedono questo sviluppo con favore e non mancano di farlo sapere: in fondo è un normale governo di centrodestra. Durante la fase di formazione del governo lo spread scende ai minimi dalla fine del 2017. La Lega dice che il fallimento del governo Conte dimostra una volta di più che con i professori universitari non si va da nessuna parte. Nasce il governo Salvini.

Una gara tra zoppi

C’è un motivo se Marco Minniti, nel corso della sua lunga carriera politica, ha avuto molti incarichi importanti ma mai una leadership personale o una carica monocratica elettiva, che fosse il consigliere regionale o il sindaco o il presidente di regione. Il motivo (non è una colpa, e vale in misure diverse anche per Martina e Zingaretti) è che Minniti è un onesto e rispettabile gregario, e non un leader. Il triste percorso della sua candidatura – annunciata con un’intervista dopo settimane di trattative di partito, ritirata con un’intervista dopo settimane di trattative di partito – è l’inevitabile percorso di tutte le iniziative che non nascono da vere ambizioni ma dalla faticosa necessità di rappresentare un pezzo di ceto politico sotto la nobile patina dello «spirito di servizio». Quando quel pezzo di ceto politico ci ripensa, non resta altro. Il fatto che Minniti ritirando la sua candidatura abbia deciso di usare l’argomento per cui «c’erano troppi candidati», invece che affrontare l’elefante nella stanza, conferma la sua identità di onesto e rispettabile gregario, oltre che una certa impermeabilità al senso del ridicolo.

Da Obama a Salvini, da Di Maio a Merkel, dal Berlusconi del 1994 al Renzi del 2014, le leadership moderne che ottengono consensi e risultati sono frutto di due cose soltanto apparentemente contraddittorie, e nessuna di queste è «lo spirito di servizio»: un’ambizione personale autentica, cannibale, e la convinzione ossessiva, in buona fede, di voler fare innanzitutto ciò che è meglio per il paese. Minniti è evidentemente privo della prima. A chi gli ha sfilato la sedia manca da tempo la seconda.

È uscito il libro di Joe Biden che ho tradotto

È uscito in Italia l’ultimo libro di Joe Biden, che ho tradotto io. Si intitola “Papà, fammi una promessa” (“Promise me, Dad”, in versione originale) ed è uscito per NR edizioni; lo trovate per il momento solo su Amazon, sia in versione cartacea che in versione ebook. Nei prossimi giorni anche sulle altre piattaforme online come IBS e in alcune librerie indipendenti.

Avevo comprato l’edizione originale di questo libro un anno fa a New York, e ve ne avevo parlato molto prima che NR Edizioni decidesse di comprarne i diritti per pubblicarlo in Italia, e di affidarne a me la traduzione; per questo non provo nessuna remora nel dirvi che è un libro speciale, interessante e toccante, e che consiglierei anche a qualcuno che non fosse appassionato di Stati Uniti e politica americana. Si parla di politica, certo: Biden racconta dell’anno in cui ha organizzato e poi smantellato la sua candidatura alle primarie del Partito Democratico, occupandosi nel frattempo – in qualità di vicepresidente – di quello che succedeva in posti come l’Ucraina, l’Iraq e l’America Centrale. Si parla del suo rapporto con Barack Obama, con Hillary Clinton e anche con Vladimir Putin. Ci sono molte storie di colloqui riservati e di dietro-le-quinte che sicuramente piaceranno a molti di voi. Ma c’è una vicenda personale che si intreccia alle vicende politiche: la malattia e poi la morte del suo figlio maggiore, Beau.

Una cosa del genere sarebbe una tragedia in ogni circostanza e in qualsiasi famiglia, ma per Biden rappresenta qualcosa in più. Beau, infatti, da bambino era sopravvissuto all’incidente stradale in cui erano rimaste uccise la prima moglie di Biden e sua figlia. Biden aveva poco più di trent’anni, e quella storia lo ha segnato per sempre. Per dirne una tra tutte: dopo aver faticosamente deciso di continuare a fare il senatore, si impose di tornare da Washington a casa sua a Wilmington, in Delaware, tutte le sere, pur di tornare ogni sera a casa con i suoi figli sopravvissuti, Beau e Hunter. Biden fece il pendolare per trent’anni, un’ora e mezza all’andata e un’ora e mezza al ritorno, a qualsiasi costo, anche mentre era il capo della commissione Esteri e ricopriva incarichi di grande importanza, al punto che la stazione dei treni di Wilmington è intitolata a lui dal 2011.

Insomma, è una grande storia, su una grande persona. E anche su un potenziale candidato alle elezioni presidenziali del 2020. Tradurre le sue parole è stato un onore e un piacere. Il libro, come vi dicevo, lo trovate qui. Se qualcuno di fosse un libraio e volesse avere delle copie fisiche da vendere in negozio, o volesse organizzare una presentazione, questo è l’indirizzo a cui scrivere: gianluca@nredizioni.it. Se siete iscritti alla mia newsletter, ci trovate dentro un estratto del primo capitolo; se non siete iscritti, potete farlo qui. Se vorrete comprarlo e poi farmi sapere cosa ne pensate, ne sarò felice.

Ci sono quattro nuovi episodi di Da Costa a Costa

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Ciao! È stata una settimana molto movimentata nella politica statunitense: chi è rimasto indietro può mettersi in pari innanzitutto leggendo qui e qui. Ma c’è molto da dire, e presto proveremo a fare insieme un piccolo punto della situazione. Oggi vi scrivo però per un’altra ragione: sono online quattro nuovi episodi della stagione speciale di Da Costa a Costa, e questi episodi del podcast li trovate solo su Storytel, una piattaforma internazionale di audiolibri e serie audio originali. Per iscrivervi, cliccate qui: c’è un mese di prova gratuito, oltre il quale – se decidete di restare abbonati – si pagano 9,99 euro al mese. Una volta registrati potete ascoltare da subito tutto il catalogo, non solo Da Costa a Costa. Il primo episodio di questa stagione speciale, invece, completamente inedito, si può ascoltare gratis.

Cosa c’è nei quattro nuovi episodi disponibili da oggi? Sono alcuni tra gli episodi più ascoltati della scorsa stagione, ma aggiornati, modificati e ri-registrati, da zero.

L’episodio 2 racconta dell’abuso da farmaci antidolorifici, che oggi in America fa più morti delle armi e coinvolge persone lontanissime dalla descrizione stereotipata del tossicodipendente. Una storia indispensabile per conoscere un po’ di più la cosiddetta “America profonda”. L’episodio 3 è un reportage dal Michigan, forse LO stato decisivo alle presidenziali del 2016, con una storia esemplare dei problemi che sta affrontando una grossa parte dell’America, soprattutto il cosiddetto Midwest. L’episodio 4 racconta di Flint, la città che cinquant’anni fa era descritta come un modello di prosperità e sviluppo e che oggi è invece una delle città più povere e pericolose d’America, e dove dal 2014 per quasi due anni dai rubinetti è uscita acqua gravemente contaminata dal piombo. L’episodio 5 ricostruisce il caso Watergate, il più grave scandalo che abbia mai coinvolto la presidenza degli Stati Uniti, e parte da quella vicenda per illuminare e spiegare il Russiagate e le sue potenziali conseguenze.

Questa stagione conterà in tutto dieci episodi: cinque sono già usciti, con oggi, mentre i prossimi quattro usciranno il 6 ottobre. L’ultimo, il decimo, sarà completamente inedito e uscirà subito dopo le elezioni di metà mandato del 6 novembre, quando capiremo quantomeno la conformazione dei blocchi di partenza della campagna per le presidenziali del 2020, se Trump rischia o no l’impeachment, che margini avrà al Congresso nei prossimi due anni per far avanzare la sua agenda legislativa.

Grazie a chi è venuto giovedì sera a Mantova, al Festivaletteratura, ad ascoltare la conversazione tra me e Gary Younge. Il suo libro, Un altro giorno di morte in America, è potentissimo e raro. I prossimi appuntamenti:

– il 14 settembre alle 18 a Trento, nell’ambito del Festival delle Resistenze Contemporanee, racconterò un po’ di cose che ho visto e capito dell’America in questi anni. Dettagli qui.

– il 16 settembre alle 10 a Gressoney-Saint-Jean, in provincia di Aosta, nell’ambito del Premio Subito, condurrò una rassegna stampa insieme a Luca Sofri, il direttore del Post, Alessandra Sardoni di La7 e Annalisa Cuzzocrea di Repubblica.

– il 26 settembre alle 18.30 a Milano, alla Feltrinelli di Piazza Duomo, parlerò con David Litt del suo libro, Grazie, Obama!, uscito in Italia per HarperCollins. David Litt è stato assunto alla Casa Bianca a 24 anni, nel 2011, come scrittore di discorsi, e ne ha scritti prima per un po’ di pezzi grossi dell’amministrazione e infine proprio per Barack Obama. La cosa bella è che Litt ha anche un gran talento comico, e leggendo il suo libro si sghignazza molto.

– il 30 settembre alle 11 a Livorno, nell’ambito del festival “Il senso del ridicolo”, parlo proprio del rapporto tra politica e umorismo, insieme con Stefano Bartezzaghi e Pippo Civati. Dettagli qui.

A presto!
Francesco

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Cosa ho fatto in questi mesi

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Un anno fa, a giugno, mi trovavo in Texas. Giravo in macchina in lungo e in largo, da nord a sud e da est a ovest, percorrendo tutto il confine, visitando grandi città e paesini sperduti nel deserto, parlando con più persone possibile, per cercare di capire qualcosa in più di un posto straordinario ed esemplare, se si vogliono conoscere gli Stati Uniti. Il frutto di quel lavoro – reso possibile dalle vostre donazioni – sono due tra le puntate più ascoltate della scorsa stagione di Da Costa a Costa. C’è una cosa che non vi ho raccontato, però, su quel viaggio.

Prima di partire, studiando e raccogliendo materiale in vista della partenza, avevo letto una storia. A marzo del 2017 una tempesta di neve aveva bloccato tutti i voli in uscita da Washington, quindi due giovani deputati del Texas – uno del Partito Democratico e uno del Partito Repubblicano – avevano deciso di noleggiare una macchina e tornare a casa insieme, dandosi il cambio alla guida e percorrendo 2.500 chilometri in poco più di 24 ore. I due deputati avevano fatto una cosa in più: avevano montato un cellulare sul cruscotto e avevano trasmesso in streaming il viaggio intero, in cui avevano parlato di tutto, dalle armi alla sanità, dal lavoro ai diritti civili, dalla musica allo sport, in modo appassionato e civile, a volte anche con umorismo. In un’epoca di brutale odio politico, il fatto che due avversari avessero deciso di fare una cosa così sana e divertente diventò una notizia: anche perché erano entrambi considerati molto promettenti. Il deputato Repubblicano si chiama Will Hurd, è un ex agente della CIA che ha lavorato sotto copertura in Afghanistan e in Pakistan, ed è stato il primo deputato nero eletto in Texas con il Partito Repubblicano. Il deputato Democratico si chiama Beto O’Rourke, è un ex imprenditore e chitarrista punk. È popolarissimo tra i giovani e i suoi discorsi sono ipnotici: riesce a essere allo stesso tempo idealista e pragmatico, come sanno fare solo i personaggi di un certo spessore. Già allora Beto, come lo chiamano tutti, aveva annunciato che si sarebbe candidato al Senato per sfidare il potentissimo e famosissimo Ted Cruz, del Partito Repubblicano.

In quel periodo Beto era conosciuto praticamente solo in Texas, e la sua candidatura era considerata velleitaria. Ma mi sembrava comunque un personaggio interessante, quindi durante il mio viaggio provai a incontrarlo. Segue documentazione autentica.

Mi chiamarono poco dopo, proprio mentre attraversavo a piedi il ponte che separa El Paso da Ciudad Juarez, la capitale del narcotraffico mondiale, una delle città più pericolose e violente del mondo. Beto e il suo staff erano disponibili a organizzare un’intervista, provammo a incrociare le agende ma Beto era fuori città e sarebbe tornato a El Paso solo dopo la mia partenza. Niente da fare. Raccontai al suo simpatico addetto stampa che mentre gli parlavo mi trovavo esattamente sulla linea di confine; lui mi diede qualche dritta e mi consigliò un bar a Ciudad Juarez, dicendomi con tono rassicurante che era un posto «relatively safe». La frase non mi rassicurò affatto, ma alla fine tornai indietro tutto intero, e, comunque questa è un’altra storia.

Di Beto vi parlai poi nel podcast, ma vi racconto tutto questo perché oggi, negli Stati Uniti, Beto O’Rourke è sulla bocca di tutti. Sta facendo una gran campagna elettorale, generando un entusiasmo straordinario soprattutto tra i giovani e raccogliendo una montagna di quattrini; la stampa ha cominciato a fare paragoni impegnativi e non completamente infondati. I sondaggi lo danno indietro, ma di poco: e trovarsi di poco dietro Ted Cruz, in Texas, è tanto. Non chiedetemi se Beto vincerà o no: è già abbastanza difficile provare a capire il presente, figuriamoci prevedere il futuro. Ma Beto in futuro andrà tenuto d’occhio in ogni caso, che vinca o che perda (e solo chi fa il giornalista può immaginare quanto io possa soffrire al pensiero che avrei potuto incontrarlo e intervistarlo, un anno fa, quando non lo conosceva ancora nessuno).

Ciao a tutti, e grazie per il caloroso bentornato. Durante questa settimana mi avete scritto decine e decine di email e messaggi su tutti i social network, che mi hanno fatto molto felice. Grazie anche per l’accoglienza che avete riservato al primo episodio della nuova stagione speciale di Da Costa a Costa, che è ancora primo in classifica su iTunes nella sezione “News e Politica” e tra i contenuti più ascoltati su Storytel. I prossimi quattro episodi usciranno – tutti in una volta! – l’8 settembre.

Come promesso, oggi vorrei raccontarvi cosa ho fatto in questi otto mesi di assenza dalla newsletter; alcuni di voi queste cose potrebbero saperle già, perché le ho accennate qualche settimana fa in una diretta su Instagram (che si può rivedere qui). Capiterà ancora: se volete essere sempre i primi a sapere le cose che mi riguardano, seguitemi su Instagram. Prima di cominciare, però, vi devo ancora due parole sul podcast, per rispondere ad alcune delle domande che ho ricevuto.

(per continuare a leggere, iscriviti alla newsletter)

Da Costa a Costa ritorna, per un po’

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Da Costa a Costa è un progetto giornalistico sulla politica statunitense. Lo faccio io. È iniziato nel giugno del 2015 e a novembre del 2016 ne è finita la prima stagione; la seconda stagione, invece, è durata tutto il 2017. Da Costa a Costa è iniziato come una newsletter settimanale, e poi è diventato anche un podcast prodotto da Piano P. A un certo punto, più avanti, Da Costa a Costa ritornerà con l’artiglieria pesante per raccontare la campagna elettorale in vista delle elezioni presidenziali del 2020, con newsletter, podcast e magari qualche altra cosa ancora. Oggi però Da Costa a Costa ritorna già: per qualche mese, e con una formula particolare.

C’è una nuova stagione del podcast, anche questa prodotta da Piano P.
Staremo insieme, da adesso, per dieci episodi.

Il primo episodio è disponibile oggi e lo trovate qui, oppure cliccando sul player alla fine del post qui sotto: è una puntata nuova, inedita, durante la quale cercherò di raccontarvi cosa è stata dal punto di vista politico l’America del 2018, quale è stato il suo posto nel mondo, cosa possiamo dire del lavoro fatto fin qui dall’amministrazione Trump. L’ultimo episodio, il decimo, uscirà subito dopo le elezioni di metà mandato di martedì 6 novembre: ci servirà per identificare vincitori e vinti di quel voto, per capire come cambieranno gli obiettivi e le priorità del presidente Trump, e soprattutto quale sarà il contesto nel quale partirà la campagna elettorale per le elezioni presidenziali del 2020.

In mezzo, ci saranno altri otto episodi. Saranno le otto puntate migliori della scorsa stagione di Da Costa a Costa, quelle che avete ascoltato di più, quelle che vi sono piaciute di più, ma in una nuova versione che ho aggiornato, modificato, arricchito e registrato di nuovo: da zero. Sono felice di aver avuto la possibilità di riprendere in mano quegli episodi, a freddo, senza la frenesia delle scadenze settimanali, e farli diventare un’altra cosa; e anche di aggiornarli, dove necessario, perché in questi otto mesi di cose ne sono successe tante.

L’altra novità, che poi è la ragione che ha reso possibile questo lavoro, è che tutte le puntate di questa nuova stagione di Da Costa a Costa saranno disponibili solo su una nuova piattaforma che si chiama Storytel. Storytel è una società internazionale che produce, distribuisce e vende cose che si ascoltano: soprattutto audiolibri, ma anche serie originali come questa. Sarà su Storytel che troverete i prossimi episodi, dall’8 settembre in poi: per accedervi basta andare su www.storytel.com, o scaricare l’app col vostro smartphone, e registrare un nuovo account. Una volta registrati, avrete accesso non solo alla nuova stagione di Da Costa a Costa, man mano che gli episodi saranno disponibili, ma anche alle migliaia di audiolibri e ai contenuti originali del catalogo di Storytel. C’è veramente moltissima roba. Storytel costa 9,99 euro al mese e c’è un periodo di prova gratuito, così potete ascoltare un po’ quello che vi pare e capire se l’offerta vi interessa prima di cominciare a pagare.

Ora però veniamo a noi, e a dove eravamo rimasti. Per ascoltare la prima puntata di questa stagione speciale, se avete un iPhone cercate Da Costa a Costa nell’app “Podcast”; altrimenti cliccate play qui sotto per ascoltarla su Spreaker. Lo so, sono in debito con voi di molti aggiornamenti, su tanti altri progetti a cui sto lavorando, ma li rimando a settembre. Intanto vi lascio con il primo episodio di questa stagione speciale di Da Costa a Costa. Se volete scrivermi cosa ne pensate, o farmi una domanda sulle cose americane, basta scrivermi. A presto!

Ascolta “S3E01. Cosa è stata, fin qui, l’America di Trump” su Spreaker.

Un consiglio all’opposizione, sui migranti

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Me li ricordo, io, gli anni dei governi Berlusconi: e mi ricordo di come, in nome dell’indignazione e del desiderio di creare un unico “fronte repubblicano” per proteggere lo status quo dalle riforme berlusconiane, la cosiddetta opposizione si ritrovava spesso e volentieri a difendere cose indifendibili. Per cui ecco, mentre molti si arrabbiano e si indignano – giustamente, secondo me – per la decisione del governo di chiudere i porti a una nave che ha salvato in mare 620 persone disperate, tra cui molti bambini, chi vuole essere veramente alternativo al governo Salvini (perché questo è) dovrebbe evitare che questa comprensibile avversione lo porti a difendere cose indifendibili.

Per esempio le regole comuni oggi in vigore in Europa. L’accordo di Dublino, che obbliga i migranti a fare richiesta di asilo nel primo paese europeo in cui arrivano, è notoriamente anacronistico e fallimentare: ma permette a diversi paesi europei di lavarsi completamente le mani di questo fenomeno storico e dei suoi costi economici e politici, permettendogli di lasciare le sole Italia e Grecia a gestire il grosso dell’immigrazione verso l’Europa via mare. Quindi l’accordo di Dublino rimane lì. Non sto dicendo certo che la soluzione sia lasciare 620 poveri disgraziati in mezzo al mare, ma appunto: occhio a non fare per questo l’errore di rispondere – agli elettori, prima che a Salvini – che la soluzione al problema sia trattare condizioni migliori con gli altri paesi europei. Ci abbiamo provato, in questi anni, ed è stato inutile: ci abbiamo provato anche con governi molto più forti e credibili di questo, e persone molto più competenti. Il paradosso è che gli stessi del PD che hanno provato a riformare il regolamento di Dublino e non ci sono riusciti, non necessariamente per via di colpe loro, oggi dicano a Salvini che dovrebbe provare a riformare il regolamento di Dublino. Campa cavallo.

Per esempio i nostri amici e partner europei: e qui parlo dei capi di stato e di governo, quelli che decidono davvero, e non dell’Unione e delle sue istituzioni, continuamente condizionate e azzoppate dai capi di stato e di governo di cui sopra. Prima dicevo che l’Italia ha provato a trattare ed è stato inutile, ma in realtà non è così: è stato oltraggioso. Alla fine del 2015, infatti, mentre l’Italia sperimentava un aumento annuale degli sbarchi del 277 per cento, la Commissione europea aveva messo in piedi un programma di “relocation”, prevedendo cioè la distribuzione sui vari paesi europei dei migranti “con evidente bisogno di protezione”, per alleggerire la situazione di Italia e Grecia. C’erano delle quote per ogni nazione, erano tutti d’accordo, la decisione era stata presa: e poi molti hanno fatto finta di niente. La Bulgaria ha accolto 10 (dieci) migranti dall’Italia, la Romania 45, la Slovacchia nessuno, l’Irlanda nessuno, l’Ungheria nessuno, la Polonia nessuno. Non siamo soli a gestire questo enorme fenomeno, certo: ma i dati mostrano che negli ultimi anni Germania, Italia e Grecia da sole si sono fatte carico di quasi l’80 per cento delle richieste d’asilo presentate in tutti i 28 paesi dell’Unione Europea (per quelli che “ma allora ha ragione Salvini”: Salvini si è alleato con quelli che hanno preso in giro l’Italia più di tutti gli altri).

In questi anni, quando si è parlato di immigrazione, il messaggio dei nostri amici, alleati e partner europei è stato: sono cazzi vostri. Opporsi alla decisione del governo sulla nave Aquarius è secondo me sacrosanto, come ringraziare e finanziare le ong per il lavoro insostituibile che fanno nel mar Mediterraneo, ma fate attenzione a suggerire che l’alternativa sia “lavorare insieme all’Europa” oppure una generica “strada diplomatica”. È vero che la Francia fa quello che vuole. È vero che quando si aprì la “rotta balcanica” i nostri amici, alleati e partner europei alzarono davanti ai migranti barriere di filo spinato per ricacciarli indietro. La storia per cui sull’immigrazione dovremmo lavorare con i nostri amici, alleati e partner europei è una barzelletta a cui non crede più nessuno, tantomeno gli elettori di Salvini, che su questo punto hanno ragione. Qual è allora la strada alternativa? Quella di Gentiloni e Minniti era sicuramente una strada pragmatica, che prevedeva una certa quota di sofferenze umane come male necessario: ma non era una vera alternativa, perché la diplomazia ha fallito, le altre nazioni ci hanno quasi tutte presi in giro e dovendoci arrangiare siamo finiti a minacciare la chiusura dei porti, proprio come Salvini, maltrattare le ong, proprio come Salvini, e chiudere un occhio davanti ai famigerati campi di concentramento in Libia. La strada alternativa è, appunto, l’unica strada veramente alternativa. Li accogliamo. Perché è giusto. E basta. Li accogliamo tutti? È una domanda stupida: non sono tutti.

Non è una cosa da rivoluzionari di estrema sinistra: lo ha fatto una leader conservatrice e moderata come Angela Merkel. Bisogna essere però forti, credibili e coraggiosi, certo. Non è una cosa esente da rischi, anzi: l’integrazione è dolorosa e complicatissima persino in Germania, dove c’è la piena occupazione, figuriamoci qui. Non è una strada promettente per chi vuol fare una lunga carriera: si rischiano di pagare grossi prezzi politici. Non è una strada facile: per percorrerla bisogna prima lavorare molto dal basso, sul territorio, come dicono quelli, perché sia una scelta che abbia un consenso popolare vero, anche se ovviamente non assoluto. Avete da fare nei prossimi cinque anni? Di tempo ce n’è.

Preparatevi

Le cose che costano soldi che non abbiamo, questo governo non potrà farle: il reddito di cittadinanza è stato già rinviato a data da destinarsi dal programma di governo, la flat tax è una chimera, il ministro Tria parla già come il ministro Padoan. D’altra parte esiste una norma costituzionale sul pareggio di bilancio, esiste l’Unione Europea ed esiste la banale logica: al massimo vedremo dei tentativi per arrivare allo scontro e poter dire “ci abbiamo provato”. Come farà quindi questo governo a cercare di sopravvivere all’inevitabile tradimento delle sue più grandi promesse elettorali? E come faranno i partiti che lo compongono ad adattare alla loro nuova dimensione – oggi che sono maggioranza, che sono governo, che sono il potere – un tono e una comunicazione da sempre improntati per loro all’aggressività, all’opposizione, alla protesta minoritaria? Troveranno dei nuovi nemici con i quali usare gli stessi toni. E troveranno delle promesse da mantenere tra quelle che si possono mantenere a costo zero. Nel dubbio esagereranno, vedi quella disgustosa fotografia di Salvini, per sperare che il rumore copra gli altri fallimenti. Contro gli immigrati, certo, ma non solo: i più deboli tra noi se la passeranno brutta. Era tutto abbastanza prevedibile, e non abbiamo ancora visto niente.

La sinistra binaria non è sinistra

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Gli studiosi che si occupano da anni della crisi globale delle sinistre hanno fatto notare più volte quale sia la complessa missione di chi oggi vuole vincere le elezioni dicendo e facendo cose di sinistra: coniugare diritti sociali e civili. Come si fa a rappresentare adeguatamente le esigenze economiche e sociali della cosiddetta “classe operaia”, di chi guadagna poco o niente e ha un basso livello di istruzione, quando alla “classe operaia” – perdonate la semplificazione, capiamoci – non importa granché dei diritti civili? Quando non gli importa granché della condizione delle donne, degli immigrati, degli omosessuali oppure li detesta al punto da scegliere partiti e politici omofobi e razzisti proprio per questo motivo, più forte degli altri? Al punto da considerare questi diritti come in una dicotomia, per cui chi si occupa dei primi non è interessato a occuparsi dei secondi e viceversa? Claudio Magris sul Corriere della Sera di ieri ha scritto:

L’intenzione di alcuni esponenti della maggioranza di correggere le recenti leggi riguardanti le coppie gay e altri diritti civili potrebbe anche essere un’abile mossa che porterà al Governo consensi e voti, soprattutto per la probabile cecità della sinistra, che si concentrerà totalmente su questi temi, con proteste ora sacrosante ora discutibili, come è accaduto spesso, trascurando i problemi sociali, le elementari esigenze di vita e di lavoro e quella difesa dell’occupazione dei dipendenti e salariati, quando non disoccupati, che è il suo compito fondamentale. Se molti elettori hanno abbandonato la sinistra e in particolare il Pd è proprio perché si sono sentiti delusi nella tutela e nella rappresentanza delle proprie esigenze. È probabile – e per me è triste e preoccupante – che la sinistra e il Pd, non più comunisti o socialisti ma partito radicale di massa (massa che si sta assottigliando), cadranno in questo tranello e subiranno ulteriori emorragie.

È una grande questione, per la quale non esistono risposte semplici. Lo dico in senso letterale: se leggendo le domande di cui sopra vi è venuta in mente una risposta semplice, con ogni probabilità quella risposta è sbagliata. Il Partito Comunista Italiano, per esempio, si tenne alla larga dai diritti civili all’epoca più urgenti – aborto, divorzio, etc – decidendo di privilegiare la rappresentanza delle più “elementari esigenze di vita e di lavoro e la difesa dell’occupazione”. Chi ha vinto le elezioni del 2018 lo ha fatto rivendicando esplicitamente la scelta dei diritti sociali per alcuni sugli altri, smarcandosi a ogni occasione possibile sullo ius soli e le unioni civili oppure criticando queste riforme, oppure ancora dicendo apertamente “prima gli italiani”; e d’altra parte oggi il racconto dominante vede descritti come elitari borghesi chiunque viva in una città e non dica “negri” e pensi che ognuno debba potersi sposare con chi vuole. Se poi per sbaglio ogni tanto vi capita di leggere un libro o visitare una mostra, per molti fate parte dello stesso calderone di chissà quale aristocrazia baronale lontana dalla realtà, anche se vivete in affitto e fate la spesa all’Esselunga.

Ora che in Italia il centrosinistra inizia un lungo percorso di trasformazione – e sarà lungo, quindi non pretendete svolte domani o tra due mesi – esiste il rischio di pensare che le due cose siano necessariamente alternative: e che una vera sinistra, come sembra suggeriscano sia Magris che molti altri, forse non debba spingersi a dire “prima gli italiani” ma sicuramente debba pensare che la difesa delle minoranze, degli immigrati, dell’uguaglianza tra uomini e donne, degli omosessuali, vengano dopo. Il problema è che in quel caso non sarebbe più il caso di parlare di sinistra, anzi: la destra in Italia è sempre stata soprattutto una destra sociale, favorevole all’aumento della spesa pubblica, ai sussidi e ai mutui sociali, al corporativismo, allo statalismo, e sempre tenendo a mente che qualcuno doveva arrivare prima e altri dopo o mai.

Un’eventuale sinistra binaria che accetti questa dicotomia e abbracci questi principi non sarebbe niente di nuovo, e soprattutto non sarebbe una sinistra. L’uguaglianza non è tale se vale solo per i bianchi, o solo per gli uomini, o solo per gli eterosessuali, o solo per gli italiani: in quel caso semplicemente non è, anche perché i caratteri di cui parliamo hanno la tendenza a presentarsi contemporaneamente. Sono lavoratrici anche le donne, sono operai anche gli omosessuali, sono precari anche gli stranieri, etc. Non bisogna scegliere quale di queste due strade percorrere, se la difesa dei diritti sociali o quella dei diritti civili, se quella degli italiani o quella degli immigrati: bisogna imboccarle entrambe contemporaneamente e rinunciare alla scorciatoia di mettere un pezzo di Italia contro l’altro. Come farlo è la cosa più complessa, e io oggi non ho risposte, ma questo non dovrebbe portare i benintenzionati a cambiare obiettivo: tutte le strade alternative conducono da un’altra parte.

Una foto scattata al Gay Pride di Roma del 2009 da Paolo Signorini