IlPost

Una settimana con Donald Trump

–472 giorni alle elezioni statunitensi
–191 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

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È stata una settimana circense, tra candidati-pagliaccio, leggi distrutte con la motosega, cellulari sbriciolati, indagini e contestazioni.

Di cosa parleremo:
– The Donald, per forza
– cosa devono fare i poveri Repubblicani per farsi notare mentre tutti parlano di The Donald
– due problemi imbarazzanti per Clinton e Sanders
– un nuovo incazzoso candidato Repubblicano
– tre risposte a tre cose che mi avete chiesto

È estate, fa caldo, Trump è in testa ai sondaggi
La grande notorietà e ricchezza di Donald Trump, e l’attenzione che gli riservano i media, ne hanno fatto il candidato più discusso di questa settimana e lo hanno portato in testa agli effimeri sondaggi di questo periodo sulle primarie Repubblicane. Lui, Trump, in pochi giorni è riuscito a:

– insultare John McCain, senatore Repubblicano di lungo corso e posizioni non sempre ortodosse, per quello per cui tutti lo considerano un eroe di guerra: fu catturato e torturato per cinque anni e mezzo in Vietnam («a me piacciono quelli che non vengono catturati», ha detto The Donald)

– rispondere alle critiche di un altro senatore Repubblicano moderato, Lindsey Graham, leggendo ad alta voce il numero di cellulare dello stesso Graham durante un comizio (Graham ha poi teatralmente distrutto il suo cellulare a favore di telecamera)

– andare a far visita al confine tra Stati Uniti e Messico dicendo altre cose estremiste sull’immigrazione e le persone di origini latinoamericane

– minacciare una candidatura da indipendente alle presidenziali (cosa che praticamente renderebbe Hillary Clinton vincitrice in partenza)

Ora, con ordine. Abbiamo già detto che i sondaggi a questo punto non valgono niente, che quattro anni fa capitarono in testa per un po’ anche dei completi svalvolati come Michele Bachmann ed Herman Cain, che Trump non ha possibilità di diventare presidente. È un fenomeno quasi esclusivamente mediatico, prima o poi passerà. Intanto però le sue uscite stanno danneggiando i Repubblicani, e qualcuno sta cominciando a reagire. Dicevamo due settimane fa: “la sua candidatura fornisce una grande opportunità di visibilità nazionale e atteggiamento presidenziale al primo candidato Repubblicano che deciderà di attaccarlo duramente”. Quel candidato fin qui è stato Rick Perry.

Ex governatore del Texas, candidato prima favorito e poi disastroso nel 2012, Perry ha detto che Trump è «un cancro del conservatorismo» e «fa appello ai peggiori istinti della condizione umana». Per ora Perry nei sondaggi non si è mosso granché, ma intanto non si è mai parlato di lui così tanto come in queste settimane: a qualcosa porterà. Gli altri candidati per ora sono più cauti: sanno che Trump si sgonfierà e non vogliono alienarsi i suoi ammiratori. Ma questa tattica gli sta togliendo ossigeno.

Bonus
Per esempio, guardate che cosa ha dovuto mettere in scena il povero Rand Paul per farsi notare.

Il dibattito del 6 agosto
In tutto questo, tra pochi giorni ci sarà il primo dibattito televisivo tra i candidati Repubblicani. Lo organizza FoxNews, partecipano i primi dieci candidati nei sondaggi nazionali più recenti (un criterio non proprio a prova di bomba). A oggi i dieci dovrebbero essere Trump, Bush, Walker, Huckabee, Paul, Rubio, Carson, Cruz, Christie e Perry, con gli ultimi due a rischio e Santorum e Kasich in rimonta.

Nel frattempo i Democratici se la godono?
Mica tanto. Hillary Clinton ha ancora problemi per la storia dell’indirizzo email privato usato quando faceva il Segretario di Stato. In quattro casi, scrive il Wall Street Journal, ha mandato o ricevuto informazioni riservate da quell’indirizzo. Lei dice che quelle informazioni sono state rese top secret retroattivamente. C’è un’indagine in corso, se ne riparlerà. Ma la settimana è stata complicata soprattutto per Bernie Sanders, il senatore socialista del Vermont che piace un sacco a sinistra.

Sta venendo al pettine uno dei principali nodi della candidatura di Sanders: viene dal secondo stato più bianco d’America e stando ai sondaggi piace praticamente solo ai bianchi (peggio ancora: ai maschi bianchi). Il suo comizio base non parla molto di questioni che riguardano direttamente i neri e i latinoamericani. Qualche giorno fa durante un evento pubblico è stato contestato da un gruppo di attivisti neri e ha gestito la cosa malissimo: prima ha cercato di farli star zitti, poi ha urlato, poi ha risposto in modo molto vago alle loro richieste, facendoli infuriare ancora di più. Nel frattempo i media stanno raccontando della volta che Sanders si oppose a una riforma dell’immigrazione – per evitare che gli immigrati togliessero posti di lavoro alla classe operaia americana, ahia – e di come la lobby delle armi abbia di lui un’ottima opinione. Non bene.

Tra i Repubblicani si è candidato John Kasich
Nove volte deputato e due volte governatore dell’Ohio, uno degli stati decisivi alle presidenziali, Kasich dovrebbe essere tra i grandi favoriti delle primarie Repubblicane: invece non lo è e forse non parteciperà nemmeno al dibattito del 6 agosto (cosa che sarebbe per lui piuttosto imbarazzante, visto che si tiene proprio in Ohio). La ragione per cui non è tra i favoriti alle primarie: è molto moderato e centrista (infatti ha vinto due volte in Ohio!). Secondo me Kasich – si pronuncia keisik – è materiale soprattutto da vicepresidenza, ma potrebbe far bene in New Hampshire: e sarebbe comunque interessante vederlo ai dibattiti tv, perché ha noti problemi di controllo dell’ira.

Bonus
Chris Christie, il governatore del New Jersey, quello mezzo italiano e caduto in disgrazia, ricordate? Siccome è molto forte nei discorsi a braccio, una troupe della sua campagna lo segue sempre e confeziona velocemente spot su qualsiasi argomento solo montando pezzi dei suoi discorsi, approfittando della sua efficacia oratoria. È autentico, è economico, è rapido, funziona. Questo è quello sull’accordo sul nucleare iraniano, per esempio.

Bonus/2
E Scott Walker, il governatore del Wisconsin anti-sindacati, ve lo ricordate? È considerato uno dei favoriti ma si sta schierando molto a destra – forse troppo – per uno che vuole vincere a novembre, e ha fatto un po’ di scelte strategiche avventate. Questa settimana ha detto di non sapere se essere omosessuali è una scelta o no. Viene da chiedergli, come ha scritto il Washington Post: e tu, Scott Walker, quando hai deciso di essere eterosessuale?

Tre domande che ho ricevuto (mandatene!)

Chiede Marco S., perché ci sono così tanti candidati Repubblicani?
In breve, perché pensano che questa per loro sia la volta buona. Così come i Democratici stanno alla larga – il principio dell’alternanza nel 2016 li penalizza e c’è una candidata strafavorita – i Repubblicani pensano che nel 2016 l’aria che tira li avvantaggi (è vero) e che non c’è un candidato così forte da rendere l’impresa impossibile (è vero). Quindi chiunque pensi di avere anche una piccola chance dice “ora o mai più” e si candida.

Chiede Jacopo G., perché Trump si è candidato?
La risposta più facile sarebbe: perché nonostante tutto è così megalomane da pensare di poter fare il presidente. Ma Trump è un imprenditore di successo, non un matto. Quindi le ipotesi fondamentali sono due: far parlare di sé (e rendere quindi più popolari e redditizi i suoi prodotti, i suoi casinò, i suoi reality show, etc) oppure ottenere qualcosa dai Repubblicani in cambio di un ritiro. Licenze per i suoi casinò, per esempio: lo ipotizza l’Economist di questa settimana.

Chiede Lorenzo O., cosa pensi di questo articolo di Salon? Al Gore potrebbe ancora candidarsi?
Quelli di Salon – un magazine online molto di sinistra – non si arrendono a Clinton ma capiscono che con Sanders non si va da nessuna parte, quindi dicono: candidiamo Al Gore! Non penso sia un’ipotesi credibile, un po’ perché Gore sembra non avere nessuna voglia – si tirò indietro nel 2008, quando i Democratici giocavano in discesa, figuriamoci ora – e un po’ perché avrebbe molti degli stessi problemi di Clinton (già visto, già sconfitto, lontano dalla realtà, etc). L’unica alternativa a Clinton tra i Democratici – improbabilissima ma tecnicamente possibile – al momento si chiama Joe Biden.

Cose da leggere
Jeb Bush Is Meaner Than He Looks, di Larry Sabato su Politico
Forecasters Expect a Strong Economy for the 2016 Presidential Election, di Neil Irwin sul New York Times
Where Candidates Stash Their Cash, di Phil Mattingly su Bloomberg
Everything you ever wanted to know about how Washington Post polling works, di Philip Bump sul Washington Post

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–479 giorni alle elezioni statunitensi

–479 giorni alle elezioni statunitensi
–198 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

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Ci sono un nuovo candidato e due discorsi importanti di cui parlare. In mezzo: la più grande figuraccia che io abbia visto durante un dibattito televisivo, una chicca per chi conosce The Wire e la ragione per cui Jeb Bush dice di leggere Buzzfeed.

Di cosa parleremo:
– si è candidato Scott Walker e un po’ è colpa dei Democratici
– un altro discorso particolarmente di sinistra di Hillary Clinton
– lo sfidante di Clinton di cui si parla in The Wire
– un punto finale sulla raccolta fondi
– Jeb Bush non sa che pesci prendere con Donald Trump

Un altro candidato Repubblicano
Si è candidato ufficialmente Scott Walker, considerato tra i favoriti di queste primarie insieme a Jeb Bush e Marco Rubio. Walker, che ha 47 anni, è diventato un personaggio nazionale a causa di quello che gli è successo in quattro anni, tra il 2010 e il 2014.

Nel 2010 è stato eletto governatore del Wisconsin, uno stato che di solito vota a sinistra. Nel 2011 ha fatto approvare una legge di bilancio che tra le altre cose ha abolito la contrattazione collettiva per i dipendenti pubblici: è stata una storia assurda, tra proteste fortissime dei sindacati e deputati democratici che per far mancare il numero legale si sono dati alla latitanza in Illinois, per evitare che Walker li precettasse con la forza. Accecati dalla rabbia, i Democratici nel 2012 hanno fatto una cosa irrazionale: hanno raccolto una montagna di firme e ottenuto una “recall election”, le elezioni anticipate indette per insoddisfazione nei confronti del governatore eletto, una cosa molto rara. Gli elettori non hanno simpatizzato con lo sforzo – quella dei Democratici è sembrata una vendetta infantile – e Walker ha vinto di nuovo. Nel 2014, alle nuove elezioni, Walker è stato rieletto governatore. Quindi: tre vittorie in quattro anni, Democratici e sindacalisti schiantati e umiliati, se non è presidenziabile lui, chi? Questo è lo spot con cui ha lanciato la sua candidatura.

Lo spot mostra bene quale può essere il problema di Walker: è tutto rivolto all’indietro. Va bene essere molto di destra, ma storicamente le elezioni statunitensi non sono dominate da chi ha un messaggio pessimista e passatista. Nel 2012 alla fine le primarie le vinse Mitt Romney: non uno dei suoi sfidanti matti. Il discorso di candidatura di Walker è stato particolarmente noioso. Lui non è laureato. Racconta su Twitter i suoi tagli di capelli in modo ossessivo. Il logo della sua campagna elettorale è stato evidentemente copiato. Posso sbagliarmi ma mi espongo: la candidatura di Walker per il 2016 assomiglia a quella di Rick Perry per il 2012. Un governatore molto popolare a destra che si dimostra inadatto alla scena nazionale.

Bonus
A proposito, questo è il momento che ha seppellito la candidatura di Perry nel 2012. Quando durante un dibattito tv ha promesso che avrebbe abolito tre importanti agenzie federali: quella del commercio, quella dell’istruzione… e un’altra che non mi ricordo.

Il discorso sull’economia di Hillary Clinton
Hillary Clinton invece questa settimana ha parlato di economia in un discorso dai toni e dai contenuti piuttosto lontani dal centrismo dei Clinton degli anni Novanta: ha chiesto di perseguire penalmente i banchieri di Wall Street e le aziende responsabili della crisi, ha proposto una riforma del fisco che porterebbe le aziende a condividere i loro profitti con i dipendenti, ha difeso l’aumento del salario minimo e un sacco di altre cose di sinistra. Il video che segue mostra come CNN e le tv locali dei primi stati in cui si vota alle primarie lo hanno raccontato.

Tutto sommato per Clinton le cose procedono come previsto, ma c’è una brutta notizia: non è una sorpresa ma una conferma. Da quando si è candidata ufficialmente, il numero di persone che la vede con favore è diminuito. Il problema non sembra essere la “svolta a sinistra” – comprensibile alle primarie e in generale in sintonia con l’umore degli elettori – bensì la solita questione dell’affidabilità e della trasparenza.

Bonus
Uno degli sfidanti di Clinton con zero speranze è Martin O’Malley, ex sindaco bianco di Baltimora ed ex governatore del Maryland. A chi ha visto la serie tv The Wire a questo punto sarà suonato un campanello: è il politico a cui è ispirato il personaggio di Tommy Carcetti. Il creatore di The Wire, David Simon, questa settimana ha pubblicato sul suo blog un resoconto che mostra come O’Malley, da sindaco di Baltimora, abbia alterato i dati sui reati e gli arresti per dare l’impressione che la sua “lotta contro il crimine” stesse ottenendo dei risultati. Alla Carcetti.

Soldi
Punto della situazione sulla raccolta dei fondi in questo momento della campagna elettorale. I “Super PAC” sono comitati politici indipendenti (in teoria) che possono ricevere donazioni senza limiti – anche dall’estero – purché li spendano senza coordinarsi col candidato.

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La cifra raccolta dai comitati per Jeb Bush è impressionante e conferma la sua facilità di accesso ai ricchi finanziatori (ce li ha anche Clinton, ma finora non li ha sollecitati così: ne ha meno bisogno durante le primarie). È notevole anche la cifra raccolta in totale da Ted Cruz, mentre la cosa che impressiona di più di Marco Rubio è quanto poco stia spendendo per adesso. Tra chi non è in questa lista: Rick Perry ha raccolto un milione di dollari, pochissimo rispetto a quanto raccolse nel 2012, ma i suoi comitati ne hanno messi insieme 16 grazie alle donazioni di sole TRE persone diverse. Chris Christie ha raccolto in totale circa 11 milioni di dollari, Bobby Jindal circa 9 milioni, Mike Huckabee circa 8 milioni.

Nel frattempo, Jeb Bush
C’è soprattutto un candidato Repubblicano che sta aspettando con ansia il 6 agosto, il giorno del primo confronto televisivo: Jeb Bush. A giudicare dai racconti di chi segue la sua campagna, sta passando moltissimo tempo in sessioni di preparazione e addestramento ed è particolarmente timoroso di Donald Trump, che sarà quella che in gergo si definirebbe una mina vagante. Gli osservatori si aspettano che Trump attacchi Bush con una forza e un’acredine che Bush potrebbe non essere in grado di gestire. Per il momento Bush ha evitato di attaccare Trump con particolare durezza. Questa settimana ha detto: “che si tratti di Donald Trump o Barack Obama, la loro retorica divisiva è sbagliata”. L’idea di difendersi da Trump associandolo a Obama nella stessa frase è sbagliata sotto un milione di punti di vista: il 6 agosto gli servirà qualche argomento migliore.

Bonus
Jeb Bush ha detto che legge Buzzfeed per migliorare la sua alfabetizzazione culturale.

Cose da leggere
– The Mysterious Columba Bush, di Hanna Rosin su The Atlantic
Hillary Clinton’s 2016 pitch: Obama, but better, di Glenn Thrush su Politico
il testo del discorso di Scott Walker e quello del discorso di Hillary Clinton
Clinton Campaign Spending: Big, and Different, di Derek Willis sul New York Times

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Libri che ho letto

Tra qualche giorno vado in vacanza e qualche sera fa, mentre scorrevo la libreria in cerca di uno o due libri da portarmi dietro, mi sono ricordato le liste di libri che avevo consigliato qualche tempo fa e che qualcuno aveva trovato utili. Quindi ecco l’edizione 2015.

Come si fa il presidente, di Theodore H. White
È un vecchio libro che racconta la campagna elettorale statunitense del 1960, dalle primarie alle presidenziali, John Fitzgerald Kennedy contro Richard Nixon. Ha vinto il premio Pulitzer ed è considerato uno dei libri che ha cambiato il modo di raccontare le elezioni presidenziali negli Stati Uniti. In Italia fu tradotto da Bompiani nel 1962, io l’ho comprato a pochi euro in un posto che vende libri usati, online si trova ancora qualche copia (se non le hanno comprate tutte gli iscritti alla newsletter americana, a cui l’ho consigliato sabato). Altrimenti c’è l’edizione in inglese.

La ragazza dai capelli strani, di David Foster Wallace
Se siete di quelli che in estate preferiscono i libri di racconti, e siete anche fortunati abbastanza da non aver mai letto questi.

Stoner, di John Edward Williams
«Il più grande romanzo americano di cui non avete mai sentito parlare», l’ha definito il New Yorker. Scritto nel 1965, dimenticato e riscoperto soltanto nel 2003, quando è stato ristampato negli Stati Uniti dalla New York Review of Books, in Italia è stato pubblicato nel 2012 da Fazi. Da allora è diventato per un po’ il libro del momento, ve l’avranno consigliato decine di volte: io ho rimediato con anni di ritardo e ne è valsa la pena.

I discorsi che hanno cambiato l’Italia, a cura di Antonello Capurso
Ignorate la prefazione di Paolo Bonaiuti: il libro è una raccolta di 21 discorsi molto importanti nella storia del nostro paese. Ci sono Garibaldi, Vittorio Emanuele II, Cavour, Giolitti, il discorso di Mussolini sul “bivacco di manipoli” e quello di Togliatti sulla svolta di Salerno, quello citatissimo di De Gasperi dopo la guerra (“sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me”) e quello con cui D’Alema divenne il primo ex comunista a fare il capo del governo. Li abbiamo sentiti citare quasi tutti ma spesso non ne abbiamo letto davvero nessuno. Ce ne sono anche di più recenti ma non di recentissimi, il libro è del 2008. Interessante sia se siete appassionati di retorica e arte oratoria in politica, sia se vi piace la storia d’Italia.

Mi sa che fuori è primavera, di Concita De Gregorio
È un libro a metà tra il romanzo e la non-fiction, e mostra che si possono raccontare storie incredibili di cronaca nera e di dolori atroci senza morbosità. La vicenda di cui si parla vi tornerà in mente subito: nel 2011, praticamente dal nulla, un uomo prese le sue due figlie e sparì; lui fu trovato morto qualche giorno dopo a migliaia di chilometri di distanza, mentre delle bambine non si è mai saputo nulla. Il libro è incentrato su Irina Lucidi, madre delle bambine e moglie dell’uomo: e tutto sommato, alla fine, racconta una storia bella.

Diario del cattivo papà, di Guy Delisle
Sono tre libri – uno, due e tre: i primi due li vendono anche insieme – e lui è il bravissimo fumettista canadese di Pyongyang e Cronache birmane, tra le altre cose. Queste sono strisce e vignette piuttosto spassose sulla paternità, ma fanno ridere anche se non avete figli.

Goal Economy, di Marco Bellinazzo
Un bel librone, asciutto e documentato, che aiuta a capire che cos’è oggi il calcio mondiale dal punto di vista economico. Mi sarebbe piaciuto leggerci dentro qualcosa in più sul ruolo di Infront, relativamente alla situazione nel calcio italiano: ma ci sono dentro comunque molti dati e di storie.

Pillole blu, di Frederik Peeters
È la nuova edizione, con un nuovo finale, di un fumetto piuttosto famoso del disegnatore svizzero Frederik Peeters, pubblicato per la prima volta nel 2001. Racconta la sua storia d’amore con Cati, una donna sieropositiva e con un figlio avuto dalla relazione precedente, a sua volta sieropositivo. Qui c’è qualche tavola per farvi un’idea.

Notizie che non lo erano, di Luca Sofri
Me lo dico da solo: aziendalista! È uno di quei libri per cui calza bene il famoso luogo comune: fa ridere e fa piangere. In mezzo a una montagna di storie che vi sembreranno assurde, c’è un’analisi del funzionamento dei media – sia in generale che in Italia – che è uno dei pezzi da cui è nato il Post.

Too big to fail, di Andrew Ross Sorkin
Un’altra lettura fuori tempo massimo, ma che ci volete fare. Questo libro – che è considerato la migliore ricostruzione del modo in cui è iniziata la crisi economica globale, tra il 2007 e il 2008 – si fa leggere anche adesso, e anzi forse oggi molte delle storie che racconta si riescono a capire con un po’ di prospettiva in più. L’autore del libro è una specie di ragazzo-prodigio statunitense, ha scritto questo libro quando aveva 32 anni, dirige da tempo un’importante sezione economica del New York Times. Qui c’è l’edizione in inglese.

Momenti di trascurabile infelicità, di Francesco Piccolo
Se vi è piaciuto quell’altro, vi piacerà anche questo. È pure piccoletto, perfetto per la spiaggia.

Funny Girl, di Nick Hornby
L’ultimo romanzo di Nick Hornby, scritto alla Nick Horby, ambientato negli anni Sessanta e pieno di citazioni musicali e pop di quegli anni lì. Racconta la storia di una bellissima ragazza di provincia che si trasferisce a Londra e riesce a diventare la protagonista di una sitcom e poi una star.

–486 giorni alle elezioni statunitensi

–486 giorni alle elezioni statunitensi
–205 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

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Mentre il mondo questa settimana si occupava giustamente d’altro, soprattutto della Grecia, nella campagna elettorale statunitense sono successe un po’ di cose piccole ma gustose.

Di cosa parleremo:
– tocca occuparsi di nuovo di Donald Trump
– chi parteciperà al primo dibattito televisivo
– l’avete visto il documentario su Mitt Romney?
– ve l’avevo detto di tenere d’occhio la Florida
– Hillary Clinton imbavaglia la stampa, quasi
– tre libri consigliati a chi va in vacanza

Tocca riparlare di Donald Trump
Quel matto di Donald Trump – ricco e colorito imprenditore nonché l’originale protagonista di The Apprentice, per capire il genere – ha detto di volersi candidare alle primarie Repubblicane due settimane fa. Nel frattempo è andato in giro e in tv a dare interviste e dirne di tutti i colori. Non ha alcuna speranza di vincere, ma sta dicendo cose così estremiste e sballate – soprattutto sull’immigrazione – che potrebbe fare davvero male ai Repubblicani. Anche perché i media, assetati di “polemiche” e “provocazioni”, vanno matti per lui: CNN negli ultimi tempi ha dedicato a Trump più spazio che a ogni altro candidato, compresa Hillary Clinton.

Questa storia potrebbe finire presto – Trump entro la fine del mese deve diffondere dati e informazioni sulla sua situazione economica, se vuole davvero fare il candidato – oppure potrebbe durare ancora un po’. Fin qui gli altri candidati Repubblicani lo hanno criticato mollemente, se non addirittura blandito: Trump fa presa sugli stessi elettori bianchi, anziani e incazzati che devono corteggiare per vincere le primarie. Secondo me, però, la sua candidatura fornisce una grande opportunità di visibilità nazionale e atteggiamento presidenziale al primo candidato Repubblicano che deciderà di attaccarlo duramente.

Bonus
La sobria Trump Tower di Las Vegas, fotografata da me lo scorso ottobre.

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Chi parteciperà al primo dibattito televisivo?
Il primo confronto tv tra i candidati Repubblicani si terrà il 6 agosto su Fox News. I candidati Repubblicani al momento sono sedici: il network ha deciso che ne inviterà dieci. Quali? Quelli che nelle settimane precedenti al dibattito hanno la migliore media sondaggi nazionale. È una piccola svolta, perché di fatto Fox News incentiva così i candidati a passare meno tempo in Iowa e in New Hampshire, i primi stati in cui si vota, e più tempo anche altrove, cercando di costruirsi un seguito in tutto il paese.

In questo momento i dieci candidati ammessi al confronto tv sarebbero Jeb Bush, Scott Walker, Ben Carson, Marco Rubio, Rand Paul, Mike Huckabee, Donald Trump, Ted Cruz, Rick Perry e Chris Christie. Resterebbero fuori Rick Santorum, Carly Fiorina, John Kasich (peccato), Lindsey Graham e Bobby Jindal. Su Kasich c’è un link interessante alla fine della newsletter.

Bonus
Mitt Romney – il candidato Repubblicano sconfitto nel 2012 – ha invitato e ospitato a casa sua per un weekend Marco Rubio e Chris Christie con le rispettive mogli, contemporaneamente. Qualche giorno dopo è andato a trovarlo Jeb Bush. Probabilmente Romney vuole fare il king-maker, oppure costruire un rapporto col futuro presidente in vista di un eventuale incarico (segretario di Stato?). Chiunque abbia visto il bellissimo documentario di Netflix su di lui, Mitt, non può che volergli un po’ di bene, in ogni caso. Molto consigliato.

La Florida!
La settimana scorsa abbiamo parlato del perché bisogna tenere d’occhio la Florida. In breve: due dei tre principali candidati Repubblicani – Jeb Bush e Marco Rubio – sono entrambi della Florida, e la Florida è uno degli stati decisivi alle presidenziali. Ora: questa settimana Porto Rico ha comunicato che non ce la farà a ripagare debiti per 72 miliardi e farà bancarotta. Il governatore ha chiesto accesso all’istituto della bancarotta “controllata” – come possono fare le amministrazioni locali americane – ma Porto Rico è uno “stato associato” degli Stati Uniti e quindi per legge non ha diritto a questa procedura favorevole. I Repubblicani e i loro più importanti finanziatori sono contrarissimi a dare una mano a Porto Rico: però la Florida è piena di cittadini statunitensi di origini portoricane, e questo tema può diventare molto delicato per gli equilibri politici dello Stato.

Il governatore di Porto Rico ha detto apertamente che “i portoricani possono decidere le elezioni in Florida”. Jeb Bush, che ha fiutato l’aria, ha detto che bisogna dare a Porto Rico gli stessi diritti degli altri stati e anzi farlo diventare il cinquantunesimo stato americano. Marco Rubio – che si sente più coperto su quel fronte e sta corteggiando influenti finanziatori conservatori come i fratelli Koch – finora ha evitato di prendere posizione.

Bonus
Jeb Bush ha raccolto 14 milioni di dollari da quando ha annunciato la sua candidatura. Ancora pochini, in assoluto, ma parecchi se si considera che li ha raccolti in un tempo relativamente breve. Inoltre, i comitati politici indipendenti che lo sostengono hanno raccolto fin qui 104 milioni di dollari, confermando il suo facile accesso a finanziatori particolarmente ricchi e generosi.

E i democratici?
Poche notizie da quelle parti questa settimana. Bernie Sanders continua a crescere, ma si comincia a capire perché non potrà andare lontano. A Hillary Clinton, invece, è capitato un piccolo guaio d’immagine molto 2008: mentre partecipava alla parata del 4 luglio in Maine, il suo staff ha chiuso i giornalisti dentro un perimetro limitato da una corda e li ha trascinati in giro per evitare che circondassero per tutto il tempo la candidata.

giornalisti

Bonus
Hillary Clinton ha scritto un bel commento a una foto pubblicata su Facebook da “Humans of New York”.

Libri sulle elezioni
Tre dritte per chi sta per andare in vacanza e vuole portarsi dietro un libro sulle elezioni americane.

Come si fa il presidente (Theodore H. White) è un vecchio libro che racconta la campagna elettorale statunitense del 1960, dalle primarie alle presidenziali, Kennedy contro Nixon. Ha vinto il Pulitzer ed è considerato uno dei libri che ha cambiato il modo di raccontare le elezioni presidenziali negli Stati Uniti. Io l’ho comprato a pochi euro in un posto che vende libri usati, online si trova ancora qualche copia. Altrimenti c’è l’edizione in inglese.

The Audacity to Win (David Plouffe) è il libro con cui il venerato campaign manager di Barack Obama ha raccontato il capolavoro politico del 2008: l’elezione del primo presidente nero della storia degli Stati Uniti. Esiste solo in inglese.

Scelte difficili (Hillary Clinton) perché bisognerà pur capire cosa ci aspetta nei prossimi mesi.

Cose da leggere
Clinton puts tight grip on DNC wallet, di Edward-Isaac Dovere su Politico
Scott Walker’s wife, toughened by life, is ready for fires of a campaign, di Mary Jordan sul Washington Post
How John Kasich could win, di Chrissie Thompson per Cincinnati.com

Correzioni
La settimana scorsa ho scritto che nel 2008 le primarie Repubblicane in Iowa le vinse John McCain. Ho sbagliato: vinse Mike Huckabee. McCain vinse pochi giorni dopo in New Hampshire.

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Cose da 4 luglio

–493 giorni alle elezioni presidenziali statunitensi
–212 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

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C’è un nuovo candidato Repubblicano, presto ce ne saranno altri due. Manca un mese al loro primo confronto televisivo. Ci sono i primi dati ufficiali sulla raccolta fondi dei candidati Democratici. E poi oggi è il quattro luglio: il giorno in cui nel 1776 il Congresso firmò la dichiarazione di indipendenza e in cui esattamente cinquant’anni dopo morirono, a poche ore di distanza, sia Thomas Jefferson che John Adams, padri fondatori degli Stati Uniti, secondo e terzo presidente americano della storia.

Di cosa parleremo:
– chi sta raccogliendo più soldi
– circola qualche voce su Joe Biden
– bisogna prendere sul serio Chris Christie?
– perché tenere d’occhio la Florida
– non è finita finché non è finita

Chi sta raccogliendo più soldi
La legge statunitense impone ai candidati di diffondere ogni tre mesi i dati sulle loro raccolte fondi: la prossima scadenza è il 15 luglio. Alcuni hanno già fatto sapere quanto hanno raccolto e quella cifra è un buon modo per valutare lo stato di salute delle loro campagne elettorali: raccogliere più soldi vuol dire potersi permettere più uffici in giro per gli Stati Uniti, più materiali da diffondere, più spot televisivi, più sondaggi da commissionare, più viaggi da rimborsare a funzionari e attivisti. Ma i numeri vanno letti in modo un po’ trasversale, per essere capiti: per esempio, dato che Hillary Clinton non vuole passare per la vincitrice annunciata come nel 2008, annunciare una cifrona potrebbe metterla in imbarazzo; mentre i suoi sfidanti che vogliono essere presi sul serio devono sperare di annunciare proprio una cifrona.

Per il momento abbiamo solo i numeri dei Democratici. Hillary Clinton ha detto di aver raccolto più di 45 milioni di dollari: non è un record ma è parecchio, a questo punto della campagna. Per cercare di non farla passare come quella con gli amici milionari, il suo comitato ha aggiunto che il 91 per cento delle donazioni ricevute ammontava a meno di 100 dollari. Il suo principale sfidante, il senatore Bernie Sanders, ha annunciato di aver raccolto da quando si è candidato ufficialmente circa 15 milioni di dollari, con un 99 per cento di donazioni inferiori a 250 dollari. È un buon numero anche per lui, che settimana dopo settimana sta diventando l’unico vero rivale di Clinton tra i Democratici. Tutto sommato l’emersione di Sanders fa piacere anche a Clinton, che non vuole attraversare le primarie come fossero una cosa a metà tra una cavalcata trionfale e un plebiscito.

Bonus
Stanno circolando voci più insistenti che in passato su una possibile candidatura di Joe Biden. Io continuo a essere molto scettico, ma riferisco. Questo intanto è Lindsey Graham, un senatore Repubblicano moderato e candidato minore a queste primarie, che parla di Biden: se capite l’inglese, prendetevi un minuto per sentire come ne parla.

Bisogna prendere sul serio Chris Christie?
Si è candidato con quattro anni di ritardo Chris Christie, ne parlavamo la settimana scorsa: governatore del New Jersey al secondo mandato, padre di origini irlandesi e madre di origini siciliane, modi da bullo e posizioni moderate. Nel 2012 l’establishment Repubblicano lo implorò di sfidare Obama e lui rifiutò aspettando un momento migliore, ma in quattro anni si è infilato in una serie inenarrabile di disastri e oggi è molto impopolare. Il suo discorso di candidatura ha ricordato a molti una delle ragioni per cui Christie veniva considerato molto temibile: è un oratore abilissimo. Lui ha deciso di puntare proprio su questo aspetto della sua personalità: il suo slogan è “Telling it like it is”, “Dire le cose come stanno”, e ha pronunciato il discorso di candidatura a braccio, senza un gobbo elettronico. Questo è un suo spot che circola online in questi giorni, per capire di cosa parliamo.

In sintesi: rimane molto improbabile che Christie vinca la nomination, viste le zavorre che si porta dietro. Ma dovesse arrivare ai dibattiti televisivi sarà molto interessante seguirlo, così come sarà interessante osservare uno che qualche anno fa immaginava di vincere senza problemi giocare la partita di chi non ha niente da perdere. I sondaggi per ora sono terribili ma, come per tutti gli altri, riparliamone dopo l’estate.

Bonus
Stanno arrivando altri due candidati repubblicani. Uno è John Kasich, governatore dell’Ohio, che secondo molti va tenuto in considerazione proprio perché governatore dell’Ohio, uno degli stati decisivi alle elezioni di novembre (tuttavia è molto più credibile immaginarlo candidato alla vicepresidenza, per il momento). L’altro è Scott Walker, governatore del Wisconsin, e lui sì che oggi sembra uno dei favoriti veri. Kasich si candiderà il 21 luglio, Walker il 13. Con loro due i candidati Repubblicani diventano 16.

Chi vince in Florida?
C’è una storia piccola ma importante e appassionante dentro le primarie Repubblicane, ed è: chi vincerà in Florida? La Florida alle presidenziali è storicamente uno stato in bilico, uno di quelli decisivi, che Obama ha vinto di poco sia nel 2008 che nel 2012. I Repubblicani devono cercare di portarlo a casa se vogliono vincere nel 2016 e cosa c’è di meglio per questo di un candidato della Florida? Solo che stavolta ce ne sono due: Jeb Bush e Marco Rubio. Un tempo il secondo era considerato il “delfino” del primo. Mentre di solito alle primarie i candidati forti non fanno troppa fatica a vincere nel loro stato di casa, Bush e Rubio proprio in casa propria dovranno affrontare una partita piuttosto impegnativa. Per il momento i sondaggi li danno praticamente pari. Nei prossimi mesi guardare i sondaggi sui Repubblicani in Florida sarà un buon modo anche per osservare generalmente l’aria che tira, secondo me.

Bonus
Rick Harrison di Affari di famiglia – un programma tv americano che in Italia va in onda su Cielo – sta con Marco Rubio.

Non è finita finché non è finita
Otto anni fa, di questi tempi, Rudy Giuliani volava nei sondaggi ed era considerato il candidato strafavorito alle primarie dei Repubblicani; dietro di lui c’era Fred Thompson. Alle primarie, poi, nessuno dei due vinse un singolo stato. Sempre di questi tempi, otto anni fa, John McCain era indietrissimo nei sondaggi ed era considerato invotabile per via del suo forte sostegno alla guerra in Iraq: nel momento peggiore dei suoi guai licenziò 70 persone su 120 del suo staff, tra cui il responsabile della campagna elettorale, il capo stratega e il direttore politico. Finì per vincere le primarie in Iowa e ottenere poi la candidatura. Cosa successe otto anni fa a Hillary Clinton non serve nemmeno raccontarlo. Consideratelo un promemoria.

Cose da leggere:
Hillary’s shadow, di Annie Karni su Politico
Bernie Sanders’s Revolutionary Roots Were Nurtured in ’60s Vermont, di Sarah Lyall sul New York Times
Il testo del discorso di candidatura di Chris Christie

Hai una domanda?
Scrivimi: costa [at] ilpost.it

Lo sciopero di Scalfarotto riguarda lui o noi?

Forse non sono nella posizione migliore per giudicare lo sciopero della fame del sottosegretario Scalfarotto, dato che Ivan è un amico e la mia prima istintiva reazione quando ho letto della sua iniziativa è stata sperare che ricominci a mangiare domani. E penso che alcuni dubbi sull’uso di uno strumento di protesta così radicale siano legittimi, un po’ per il suo significato intrinsecamente ricattatorio e un po’ per l’inevitabile personalizzazione delle reazioni che genera. Ma nella montagna di sostegno e messaggi che Ivan Scalfarotto sta ricevendo, ci sono due obiezioni che sono secondo me particolarmente infondate.

Con la prima abbiamo tutti ormai una certa familiarità: “i problemi veri sono ben altri”. Detto che bisogna essere particolarmente disinformati e insensibili per giudicare non prioritaria la più che tardiva estensione di alcuni diritti umani e civili fondamentali a una parte consistente degli italiani, prendiamo quest’obiezione sul serio: facciamo finta che non sia un modo per manifestare disaccordo con lo scopo dell’iniziativa senza prendersene piena responsabilità. Ognuno di noi persone normali – figuriamoci un politico o addirittura un organo collegiale come il Parlamento – ha tempo e risorse nella propria vita per dedicarsi a più cose contemporaneamente; tra queste cose, esistono quelle che consideriamo giuste e quelle che consideriamo sbagliate. In base a questo dovremmo giudicarle, e basta.

La seconda obiezione è già più solida, ed è quella di chi dice: “Scalfarotto, avrai pure ragione ma sei al governo: fate una legge no?”. Il problema è che la legge è stata fatta. Anzi, ne sono state fatte due. Una è quella contro l’omofobia, che è stata pure approvata dalla Camera, un’altra è quella sulle unioni civili: tutte e due sono state messe insieme in misura diversa anche grazie al contributo e al lavoro di Scalfarotto (una delle due porta addirittura il suo nome) e tutte e due si sono arenate per via di un ostruzionismo parlamentare che – come ogni ostruzionismo: ricordarselo, in futuro – ha del prepotente e dell’anti-democratico, e viene anche e soprattutto dall’alleato di minoranza del governo.

Quindi va a finire così. Da una parte conservatori e omofobi organizzano piazzate settimanali per descrivere Scalfarotto come l’anti-Cristo e scrivono migliaia di emendamenti pretestuosi per rendere impossibile la discussione di quelle leggi in Parlamento. Dall’altra parte un pezzetto dello storicamente litigioso e improduttivo (non si offendano: è un fatto) associazionismo gay dice enormità come quella secondo cui il ddl Cirinnà – che aggiunge “e le unioni civili” dove nell’ordinamento italiano si parla di matrimonio – non porterà cambiamenti tangibili. In mezzo ci siamo noi, che vorremmo che la legge venisse approvata, che festeggiamo come fossero nostre le vittorie ottenute a un oceano di distanza e speriamo che tutto questo basti per ottenere un cambiamento anche da queste parti. I fatti dicono che non sta bastando.

“Colpa del governo!”. Ma negli Stati Uniti, per fare l’esempio più famoso e recente, non è stato il governo a legalizzare i matrimoni gay per tutti la settimana scorsa. Barack Obama e Hillary Clinton pochi anni fa erano apertamente contrari ai matrimoni gay. Bill Clinton negli anni Novanta promosse una delle leggi più anti-gay della storia recente degli Stati Uniti d’America. In un modo che non è sempre lineare e istantaneo, la politica di un paese e le sue decisioni sono la fotografia di quel paese, lo riflettono. E la storia ci dice che il più delle volte su materie del genere governi e tribunali intervengono per sancire ufficialmente cambiamenti culturali che sono già avvenuti, su stimolo di pressioni politiche diventate troppo forti e diffuse per essere ignorate. Le cose non succedono da sole: succedono perché qualcuno le fa succedere.

Dopo aver fatto quello che poteva in Parlamento e al governo, e aver appurato che non è bastato, Scalfarotto ha deciso di fare un’altra mossa: forse funzionerà, forse no, forse è la mossa giusta, forse no. Ma questa storia non riguarda Scalfarotto o quanto io e voi siamo d’accordo col suo sciopero della fame o se dovrebbe dimettersi: chi se ne importa. Il suo sciopero non impone nemmeno a chi ha a cuore i diritti civili di smettere di mangiare, non è una gara, ma suggerisce che sia arrivato il momento di trovare e scegliere un modo – tra i tanti disponibili – per far affermare quei diritti. Volerlo non è sufficiente.

E quindi com’è ‘sto Megabus?

Ho viaggiato con Megabus due volte in tre giorni, Milano-Roma-Milano. Megabus è una società internazionale di trasporto a lunga distanza via pullman che ha iniziato a operare in Italia il 24 giugno – forse ne avete letto sui giornali nelle ultime settimane – e che di veramente innovativo ha soprattutto il prezzo: io ho fatto andata e ritorno con 2,50 euro. Prima di partire dall’orribile stazione di Lampugnano, a Milano, i commenti dei viaggiatori – quasi tutti venti-trentenni – avevano più o meno lo stesso tenore tra lo sghignazzante e l’incredulo: ma come fanno? Gli autisti avranno la patente? Ci toccherà spingere il pullman sull’A1? Anche voi avete preso i biglietti senza sapere se poi sareste partiti o no, tanto per così poco valeva la pena bloccarli? Eccetera.

Il viaggio di andata è partito puntuale ma è arrivato con quasi due ore di ritardo, perché gli autisti che si sono dati il cambio a Firenze non si erano messi d’accordo su chi avrebbe dovuto fare rifornimento e uno dei due era andato a casa con la chiave del serbatoio o qualcosa del genere, e hanno dovuto svegliare non so chi alle tre del mattino; il viaggio di ritorno è partito con mezz’ora di ritardo ma è arrivato puntuale. L’autista durante il viaggio è da solo e fa tutto, dal caricare e scaricare i bagagli al pronunciare molto goffamente degli annunci al microfono stile assistente di volo; ma la tratta Milano-Roma fa tappa anche a Bologna e a Firenze, e a ogni tappa cambia l’autista. I pullman sono a due piani, pulitissimi e nuovi di pacca: ma sono molto scomodi come ogni altro pullman, se uno ha intenzione di dormire. C’è un wi-fi gratuito: all’andata ha funzionato alla perfezione, al ritorno non ha funzionato mai. Il prezzo è al momento completamente fuori mercato e ricorda la strategia italiana di Ryanair tra il 2008 e il 2009, con i biglietti a 0,99 centesimi di euro – abbastanza da fare la differenza tra partire e non partire, io per esempio ho deciso all’ultimo momento di fare un weekend fuori solo perché sono potuto andare e tornare con 2,50 euro in tutto. I prezzi dei biglietti saliranno un po’, finita la fase di lancio, ma promettono di restare parecchio più bassi di quelli della concorrenza: e ci sono molte tratte sia in Italia che in Europa.

Questo per quanto riguarda un responso generale. Il mio responso personale, invece, è che ho sonno.

Una settimana storica negli Stati Uniti

–500 giorni alle elezioni presidenziali statunitensi
–219 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

presidential seal

Questa appena finita è una settimana che negli Stati Uniti rimarrà nella storia. Due sentenze della Corte Suprema hanno legalizzato i matrimoni gay in tutto il paese e difeso una volta per tutte la riforma sanitaria di Obama. Per quanto le sentenze siano state favorevoli ai Democratici, in realtà probabilmente hanno fatto molto piacere anche ai candidati Repubblicani: almeno a quelli con serie ambizioni presidenziali. Poi sono successe anche altre cose: più piccole, non storiche, ma che potranno incidere nella campagna elettorale verso l’8 novembre 2016.

Di cosa parleremo:
– che impatto avranno le due sentenze della Corte Suprema
– il pasticcio delle email di Hillary Clinton
– due nuovi candidati al momento sbagliato
– un esempio di un sondaggio che non vale niente
– una cosa meravigliosa, infine

La Corte Suprema in fondo ha fatto contenti tutti
Tutte e due le importanti sentenze di questa settimana hanno dato ragione ai Democratici, ma un esito diverso sarebbe stato complicato da gestire per i Repubblicani. Una sentenza diversa sulla riforma sanitaria da un giorno all’altro avrebbe tolto la copertura sanitaria a milioni di americani e fatto salire i prezzi delle polizze agli altri, per colpa dei Repubblicani; mentre i sondaggi dicono che ormai la grande maggioranza degli elettori americani – Democratici e Repubblicani – è favorevole ai matrimoni gay. Le sentenze della Corte Suprema evitano quindi ai candidati Repubblicani di dover giocare due partite col campo in salita durante la campagna elettorale e difendere posizioni molto impopolari. Capiamoci, non è che i Repubblicani diventeranno improvvisamente favorevoli ai matrimoni gay e alla riforma sanitaria di Obama: però le due questioni sono state risolte una volta per tutte e l’agenda dell’opinione pubblica e dei media si concentrerà su altro, per loro fortuna.

Bonus
Le sentenze della Corte Suprema vengono diffuse in un primo momento solo in formato cartaceo. Quindi le grandi testate devono mandare fisicamente qualcuno dentro l’edificio della Corte a prendere i fogli con le sentenze e portarli fuori. L’operazione solitamente viene affidata agli stagisti, che muniti di scarpe da ginnastica partecipano a quella che viene definita “la gara degli stagisti”.

Supreme Court Health Overhaul Subsidies

Il pasticcio delle email di Hillary Clinton
Questa è una storia che va avanti da un po’ e di cui sentiremo parlare ancora. Durante i suoi anni da segretario di Stato, Hillary Clinton non ha usato un indirizzo email governativo ma il suo indirizzo privato, anche per le cose di lavoro; ma le email di lavoro di un segretario di Stato devono essere archiviate dal governo e – passato un po’ di tempo – rese pubbliche. Clinton ha detto di essersi mossa così per comodità: qualche settimana fa ha consegnato al governo le email di lavoro scritte dal suo account privato e ha cancellato quelle personali. Ma come facciamo a sapere che ha consegnato tutto-tutto? E che non ha cancellato cose importanti? Bisogna fidarsi, aveva detto lei in sostanza.

Cosa potrà mai andare storto? Eh. È venuto fuori infatti che ci sono email di lavoro che Hillary Clinton non ha consegnato. In queste email non c’è niente di particolarmente clamoroso, solo consigli non richiesti sulla Libia di un suo amico di vecchia data. Ma è una storia così perfetta che sembra scritta dai rivali più acerrimi di Clinton, perché è la dimostrazione delle cose di cui è accusata più spesso: di essere inaffidabile e poco trasparente, e di avere una cerchia di amici altolocati, potenti e influenti.

Bonus
Hillary Clinton ha assunto nel suo staff elettorale Jeff Berman, uno sconosciuto ma molto abile funzionario che nel 2008 aveva lavorato per Obama e aveva avuto un ruolo importante nel definire la strategia che la fece perdere rovinosamente. If you can’t beat them, join them.

Un esempio di un sondaggio che non vale niente
Questa settimana è stato diffuso un sondaggio del Wall Street Journal e NBC che vede Hillary Clinton battere nettamente tutti i suoi potenziali avversari Repubblicani a livello nazionale. Ma è un sondaggio che vale davvero poco, per due motivi. Del primo avevamo già parlato nelle scorse settimane: a questo punto della campagna i sondaggi sulle preferenze elettorali misurano soprattutto la notorietà dei candidati, e i candidati Repubblicani – salvo Bush – sono ancora quasi tutti sconosciuti a livello nazionale. Alcuni, come Scott Walker, devono ancora annunciare ufficialmente la loro candidatura. Il secondo motivo è che negli Stati Uniti il presidente non si elegge su base nazionale, ma con un sistema maggioritario su base statale: è perfettamente possibile che un candidato prenda più voti dell’altro su base nazionale ma perda le elezioni. Chiedete ad Al Gore. La gara si gioca nei singoli stati. Gli unici sondaggi che vale la pena leggere almeno fino a settembre secondo me sono quelli che interpellano gli elettori sulle qualità dei candidati, perché dicono qualcosa dei loro punti di forza e di debolezza: quelli che chiedono cose come “Pensi che Clinton sia affidabile?”, “Pensi che Rubio abbia abbastanza esperienza?”, “Pensi che Bush abbia buone idee in politica estera?”, eccetera.

Due candidati improbabili
Ci sono due nuovi candidati Repubblicani, e a tutti e due servirebbe un miracolo.

Il primo è Bobby Jindal, governatore della Louisiana di origini indiane che un tempo era considerato un astro-nascente-del-partito. “Era” perché finora ha avuto due grandi occasioni e le ha sprecate: la prima nel 2009, quando pronunciò a reti unificate la risposta ufficiale al primo discorso sullo stato dell’unione di Barack Obama, e se la cavò così male che venne paragonato a Kenneth, lo stagista di 30 Rock (davvero, guardate il video); l’altra nel 2012, quando molti lo consideravano pronto a candidarsi contro Obama e lui preferì aspettare. Oggi ha molti problemi nel suo stato ed è impopolare persino tra i Repubblicani, figuriamoci tra tutti gli altri.

L’altro è Chris Christie, governatore del New Jersey che annuncerà ufficialmente la sua candidatura martedì. Anche lui nel 2012 era apprezzatissimo e considerato potenzialmente in grado di battere Obama, anche lui preferì aspettare: oggi è caduto in disgrazia e lo guardano storto persino i Repubblicani. I suoi guai sono iniziati quando è venuto fuori che il suo staff ha appositamente provocato quattro giorni di ingorghi e traffico infernale per fare un dispetto a un sindaco non collaborativo. Lui dice di non saperne niente ma già prima veniva paragonato a Tony Soprano per la corporatura e i modi da bullo, non gli basterà solo perdere 30 chili per avere una possibilità.

Amazing grace
Barack Obama venerdì ha concluso così l’elogio funebre per le persone uccise nella chiesa di Charleston, in South Carolina.

Cose da leggere:
How Nikki Haley saved the GOP, di Edward Morrissey su The Week
Hillary Will Glide Above It All, di Peggy Noonan sul Wall Street Journal
What’s the Matter With Polling?, di Cliff Zukin sul New York Times

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–507 giorni alle elezioni statunitensi

–507 giorni alle elezioni presidenziali statunitensi
–226 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

A staff fixes the presidential seal befo

Questa è praticamente la prima newsletter – dopo l’inizio della settimana scorsa – e arriva già a quasi 1.000 iscritti, così, sulla fiducia: grazie.

Di cosa parleremo:
– di Jeb Bush
– del matto nome di Jeb Bush
– di Charleston e del Papa
– di Donald Trump ma in 10 parole: non una di più
– di due piccoli guai di Hillary Clinton

Jeb Bush
È stata innanzitutto la settimana in cui si è candidato Jeb Bush. Nel suo discorso ha fatto promesse economiche impegnative – crescita del 4 per cento l’anno, 18 milioni di nuovi posti di lavoro – e ha puntato sul suo passato di governatore della Florida. È un’idea intelligente, anche perché parliamo del periodo 1999-2007. Questo vuol dire che a) erano anni precedenti alla grande crisi, quando tutti gli Stati Uniti se la passavano meglio che adesso b) moltissimi elettori non ne hanno memoria, e quindi lui può raccontare quello che vuole più o meno liberamente.

Jeb Bush – dimagritissimo – non ha parlato dei suoi punti deboli, per esempio il suo giudizio sulla guerra in Iraq o sulla riforma dell’immigrazione, ha tentato di presentarsi come un outsider (ehm) e ha insistito sul fatto che lui è in grado di «fare le cose», di «sistemare quello che non funziona», con un approccio molto concreto che sottintende: non pensate al fatto che sono un Repubblicano o un Bush, ignorate i più matti tra quelli che mi sostengono, io sono un pragmatico. Questa strategia mi ha ricordato quella di suo fratello George nel 2000, quando spiegava che le differenze tra lui e Al Gore non erano tanto politiche o filosofiche bensì che «I can get it done». Questo è il video famosissimo in cui, durante un dibattito televisivo, George W. Bush ripete questa frase e al povero Gore viene voglia di menarlo. Notate il tempismo perfetto della battuta finale di Bush – «and I believe I can» – che in queste cose era formidabile.

C’è stata un’altra cosa interessante nel discorso di Jeb Bush: ha parlato molto e bene in spagnolo. I Repubblicani nelle ultime due elezioni presidenziali hanno perso – persino in posti come il Colorado – anche perché i latinoamericani votano sempre più a sinistra e sono il gruppo demografico che cresce di più. Attenzione: votano sempre più a sinistra non tanto perché siano di sinistra – sono molto religiosi e socialmente conservatori, 15 anni fa stavano in maggioranza con George W. Bush – ma perché hanno a cuore la riforma dell’immigrazione che i Repubblicani non vogliono nemmeno sentire nominare. Quindi Jeb Bush che parla in spagnolo attirerà certamente la loro attenzione, ma poi i latinoamericani vorranno sapere: la riforma la farai o no? E soprattutto: come? Dare questa risposta per Bush non sarà semplicissimo.

Bonus
Jeb non è un nome bensì l’acronimo di John Ellis Bush. Sembra che abbia iniziato la mamma a chiamarlo così, va’ a sapere perché. È come se in Italia chiamassimo Maria Elena Boschi “Meb”. Poi mi hanno fatto notare che la ministra Boschi su Twitter si chiama effettivamente @meb.

Charleston
Mercoledì sera a Charleston, in South Carolina, un ragazzo di 21 anni è entrato in una storica chiesa della città e ha ucciso 9 persone, tutte afro-americane. Chi conosce il ragazzo, Dylann Roof, racconta che è un razzista e più volte aveva manifestato intenzioni violente. Dal punto di vista politico, fatti come questo aprono ciclicamente la questione delle armi; quella dell’intolleranza razziale invece negli Stati Uniti non si è mai davvero chiusa e nell’ultimo anno – da Ferguson in poi – è stata attuale come non era da tempo.

Sulle armi è inutile aspettarsi passi avanti, meno che mai in campagna elettorale e con entrambi i rami del Congresso in mano ai Repubblicani. Il discorso incazzato e rassegnato di Obama – dal minuto 3 in poi, soprattutto – rende l’idea: niente si muoverà per adesso.

Sulla questione razziale, per i candidati Repubblicani il problema al momento è: dico o no che è stata una strage motivata dall’odio contro i neri? Al momento la risposta che si sono dati è “no”, ma questa non è una storia che si chiuderà questa settimana. Un premio particolare però se lo merita Rick Santorum, secondo cui la strage di Charleston è stata innanzitutto un attacco contro la religione.

Occhio al Papa
A proposito di religione, l’encliclica di Papa Francesco sull’ambiente sta mettendo un po’ in imbarazzo quei candidati Repubblicani cattolici che solitamente sono molto cauti – se non addirittura scettici – quando devono dire se il riscaldamento globale esiste e se è o no causato dall’uomo: per esempio Jeb Bush, Marco Rubio, Bobby Jindal e Rick Santorum. È una cosa che può pesare davvero, per le loro sorti elettorali? No, non da sola. Ma si riparlerà anche di questo, soprattutto durante la stagione dei dibattiti televisivi.

Donald Trump in 10 parole
Non è una cosa seria: fa ridere anche i Repubblicani.

trump

Due piccoli guai per Hillary Clinton
Il primo guaio: uno dei suoi irrilevanti sfidanti alle primarie – Bernie Sanders, senatore del Vermont, un simpatico settantenne che si dichiara socialista – sta ottenendo buoni risultati nei sondaggi in New Hampshire, il secondo stato in cui si vota durante le primarie. I sondaggi a questo punto non valgono niente – nel 2008 tra i Repubblicani davano in testa Rudolph Giuliani, nel 2012 Rick Perry, eccetera – e il New Hampshire è vicino di casa del Vermont, ma è un segnale che Sanders sta sorpassando gli altri irrilevanti candidati Democratici. Non otterrà mai abbastanza voti da vincere ed è probabile che si squagli dopodomani, ma i sondaggi mostrano che può catalizzare soprattutto i consensi dei maschi che non vogliono votare Hillary Clinton (brutto segnale) e diventare, al di là delle sue idee, l’unica alternativa per gli elettori Democratici che non vogliono votare per la grande favorita.

Il secondo guaio è più preoccupante: si tratta sempre di un sondaggio ma di quelli che contano. In Ohio, in Florida e in Pennsylvania, tre degli stati che decidono le elezioni presidenziali a novembre, una maggioranza degli elettori ha detto che non considera Hillary Clinton onesta e affidabile. È un problema noto a lei e al suo staff, e il tempo per invertire questi numeri c’è, ma se tra un anno saremo ancora da queste parti nello staff di Hillary Clinton non saranno affatto tranquilli.

Un video
Una scena di The West Wing, la più bella serie tv mai girata sulla politica americana, di un episodio girato nel 2001. Si parla di armi esattamente come se fosse il 2015.

Cose da leggere
Il testo del discorso di Jeb Bush
Why Marco Rubio scares all other presidential candidates, di John Podhoretz sul New York Post
Charleston and the Age of Obama, di David Remnick sul New Yorker

Hai una domanda?
Scrivimi: costa [at] ilpost.it

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Kick-off

513 giorni alle elezioni presidenziali statunitensi
232 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

A staff fixes the presidential seal befo

Da qui all’8 novembre 2016 pubblicherò sul blog ogni settimana un punto della situazione sulle prossime elezioni presidenziali negli Stati Uniti, per chi non ha tempo di seguire tutte le notizie sulla campagna elettorale ma vuole essere sicuro di non perdersi le cose fondamentali. Chi vuole può ricevere questi post sulla sua casella email, iscrivendosi qui: non manderò pubblicità né altre robe, solo un’email la settimana – due in casi eccezionali – riguardo le elezioni americane.

***

Ci sono due buoni motivi per considerare la settimana che sta per cominciare come quella che apre a tutti gli effetti la campagna elettorale per le presidenziali statunitensi del 2016: i candidati oggi considerati più forti – Hillary Clinton tra i Democratici e Jeb Bush tra i Repubblicani – hanno cominciato a fare sul serio.

Di cosa parleremo:
– Clinton e Bush, e ok
– chi sono quelli che possono far fuori Jeb Bush
– panetti di burro fritti
– cosa dicono gli ultimi sondaggi

Democratici
Hillary Clinton ha pronunciato sabato il discorso ufficiale di apertura della sua campagna elettorale. Salvo sorprese sarà il suo primo stump speech: cioè il discorso-base che farà durante i suoi comizi nei prossimi mesi, aggiungendo e modificando qualcosa all’occorrenza. È un buon discorso che ha esplicitamente due obiettivi: ri-presentare Hillary Clinton all’elettorato americano (si parla molto della sua famiglia, soprattutto di sua madre) e creare un po’ di entusiasmo negli elettori e nei militanti democratici, soprattutto giovani (è un discorso di sinistra, che punta parecchio sulla lotta alle diseguaglianze economiche). Dato che alle primarie non avrà avversari alla sua altezza, questi saranno i veri obiettivi di Clinton per il prossimo anno: costruirsi una nuova immagine e un seguito entusiasta. Non sarà facile.

Due link
– una curiosità che mostra il profilo che sta tenendo Hillary in questa campagna fin qui: andate sul suo sito, guardate le foto in homepage.
– un’analisi dello stump speech di Obama nel 2008, per capire anche l’attenzione con cui un discorso del genere è costruito e sviluppato: per esempio, quel discorso di Obama e questo di Clinton hanno esattamente la stessa durata, 45 minuti.

Repubblicani
Jeb Bush si candida ufficialmente lunedì dopo mesi trascorsi da candidato ufficioso, cosa che gli ha permesso di raccogliere fondi senza dover sottostare ai limiti imposti dalla legge ai candidati. Farà un discorso a Miami, poi girerà per i primi stati in cui si vota: Iowa, New Hampshire e South Carolina. È appena stato in giro per l’Europa per discutere di politica estera e rapporti con la Russia, e ha fatto parlare di sé perché è riuscito a non far parlare di sé: nel senso che è riuscito a evitare gaffe e mostrarsi competente e informato. Il New York Times ha titolato: “I leader europei hanno preso nota: Jeb Bush non è suo fratello”. Al contrario di Hillary, Jeb Bush la nomination dovrà sudarsela parecchio: il campo dei candidati Repubblicani – ufficiali o potenziali – è affollato e comprende almeno due persone che possono batterlo, Scott Walker e Marco Rubio.

Chi sono?

GOP Presidential Hopefuls Address Economic Growth Summit In Orlando

Scott Walker è il governatore del Wisconsin, reso famoso qualche anno fa in tutto il paese da una battaglia (vinta) per ridurre potere e influenza dei sindacati. Anche se di recente si è spostato parecchio a destra, non è propriamente un fuori-di-testa: è uno di quelli che potrebbe piacere anche all’elettorato moderato. Non si è ancora candidato ufficialmente, ma lo sarà.

Marco Rubio

Marco Rubio è un senatore della Florida: 43 anni, figlio di immigrati cubani, sposato con una donna di origini colombiane, cattolico. Basterebbe già questo per farne un personaggio da tenere d’occhio, no? È diventato senatore da trentenne battendo il governatore uscente e per anni è stato venerato dall’estrema destra; ultimamente però da quelle parti gli vogliono meno bene per il suo lavoro a favore di una riforma dell’immigrazione condivisa tra Democratici e Repubblicani.

Lo straw poll in Iowa non si fa più
Intanto i Repubblicani hanno finalmente cancellato lo straw poll dell’Iowa, che fino a quattro anni fa era considerato un’importante tappa di avvicinamento alle prime primarie, le più attese. Lo straw poll era una cosa così assurda che è sorprendente che non se ne fossero liberati prima. Concretamente funzionava così: i candidati che decidevano di partecipare dovevano comprare uno spazio nei locali che ospitavano l’evento e gli spazi migliori, più grandi e visibili, costavano di più. Da quello spazio i candidati parlavano agli elettori. Gli stessi candidati, poi, pagavano a loro spese decine di pullman ai propri sostenitori: alla fine questi sostenitori votavano e sceglievano così il vincitore del sondaggione. La vittoria allo straw poll non mostrava quindi la popolarità di un candidato bensì la forza della sua macchina organizzativa a questo punto della campagna elettorale: ma era soprattutto un rischio e uno spreco di risorse, per ottenere quasi nessun guadagno. Quattro anni fa vinse Michele Bachmann, magari nemmeno vi ricordate chi è: appunto.

Bonus
Lo straw poll dell’Iowa si teneva durante una fiera nota soprattutto per i panetti di burro fritti. Proprio panetti di burro, interi.

Sondaggi
La media dei sondaggi sui Repubblicani in Iowa – lo stato in cui cominciano le primarie – in questo momento: Scott Walker 18,2%, Marco Rubio 11%, Rand Paul 8,6%, Mike Huckabee 9,4%, Jeb Bush 9,2%, Ted Cruz 7,6%.

Primo promemoria: è ancora prestissimo perché questi numeri valgano qualcosa.
Secondo promemoria: le primarie dell’Iowa tendono a premiare i candidati più estremisti e populisti.

Un video
Nel discorso di Hillary Clinton a un certo punto c’è questo passaggio:

“Qualche settimana fa ho conosciuto una madre single che si arrangia tra un lavoro e le lezioni dell’università, il tutto mentre sta crescendo tre figli. Lei non pretende una vita facile. Ma mi ha chiesto: possiamo fare qualcosa perché non sia così difficile?”

Mi ha ricordato una famosa scena di The West Wing in cui un padre racconta che sta mandando sua figlia al college e dice: non pretendo che lo Stato mi renda tutto facilissimo, anzi, è giusto che una cosa così importante sia difficile. Dovrebbe esserlo solo un pochino meno. Dentro quel “pochino”, che può fare tutta la differenza del mondo, c’è l’idea del cambiamento progressivo come unico cambiamento possibile, un punto di vista molto americano sul rapporto Stato-cittadini e una critica a quello che oggi chiameremmo benaltrismo.

Cose da leggere
Why Joe Biden Should Run For President, di Amy Davidson sul New Yorker (non accadrà)
Il testo del discorso di Hillary Clinton
Why Hillary Clinton Will Be Hard to Beat — And What Might Sink Her, di Dante Chinni sul Wall Street Journal

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