Perché aumentano contemporaneamente sia gli occupati che i disoccupati?

Una nota a margine del post precedente, su un tema su cui è facile fare confusione. Come ogni mese, l’ISTAT ha diffuso oggi i dati sulla disoccupazione in Italia. I dati dicono che a settembre il numero degli occupati – le persone che lavorano, per capirci – è salito dello 0,4 per cento rispetto al mese precedente: lo 0,4 per cento, mese su mese, è un dato mica male rispetto a quelli a cui siamo abituati. Rispetto al mese scorso è salito anche il tasso di occupazione (55,9 per cento, +0,2 per cento). Però sale anche il tasso di disoccupazione, dell’1,5 per cento rispetto al mese scorso e dell’1,8 per cento su base annua. Quindi oggi il tasso di disoccupazione è al 12,6 per cento, lo 0,1 più alto rispetto al mese scorso. Com’è possibile, se più persone hanno un lavoro rispetto al mese scorso?

È una cosa banale ma sfugge spesso, anche per come a volte vengono presentati questi dati dovendo sintetizzarli: è possibile perché il tasso di disoccupazione non misura la variazione del numero di persone che non lavora. In economia si considerano disoccupate solo le persone che non hanno lavoro e lo stanno cercando. La seconda parte della frase è fondamentale. Il tasso di disoccupazione non sale se ci sono più persone senza lavoro, ma se ci sono più persone senza lavoro che cercano lavoro. Per questo motivo i due tassi possono aumentare contemporaneamente, e anzi è piuttosto ricorrente che questo accada nelle prime fasi di una ripresa economica: se più persone trovano lavoro, e quindi trovare lavoro diventa un po’ più semplice, più persone che non lavorano cominceranno a cercare lavoro. Usciranno dal gruppo dei cosiddetti “inattivi” (quelli che non studiano, non lavorano e non cercano lavoro) per entrare in quello dei “disoccupati” (quelli che non studiano, non lavorano e cercano lavoro).

Per questo è sbagliato scrivere – come fa qualcuno anche oggi – che “un giovane su due è senza lavoro” in ragione del tasso di disoccupazione giovanile al 42,9 per cento. Quel 42,9 per cento fa riferimento ai giovani che non studiano, non lavorano e cercano lavoro: se volessimo parlare dei giovani tutti tutti, dovremmo dire allora che l’11,7 è senza lavoro. È un dato grave – soprattutto è grave il dato sugli inattivi – ma non è “un giovane su due”. Quindi sì, oggi potete essere contenti del fatto che il tasso di disoccupazione cresca.

Il problema dell’Italia sono i suoi giornalisti?

La società britannica Ipsos Mori ha chiesto a un campione rappresentativo di italiani – e spagnoli, svedesi, inglesi, tedeschi, etc – un po’ di informazioni sul loro paese. Quanti sono secondo loro gli immigrati che vivono nel loro paese. Quanti sono i disoccupati del loro paese. Quante sono le persone con più di 65 anni. Quante sono le ragazze madri. Quanti sono i musulmani, quanti sono i cristiani. Eccetera. L’Italia è risultato il paese più ignorante di tutti: quello che pensa le cose più sbagliate su se stesso.

Crediamo che ogni anno ci siano in Italia un 17 per cento di ragazze madri: sono lo 0,5 per cento. Crediamo che in Italia ci sia un 20 per cento di musulmani: sono il 4 per cento. Crediamo che in Italia ci sia un 49 per cento di disoccupati: sono il 12 per cento. Crediamo che in Italia ci sia un lunare 30 per cento di immigrati: sono il 7 per cento. Nessuno ha percezioni fuori dalla realtà come noi. Queste sono le percezioni sulla base delle quali ci facciamo un’opinione e andiamo a votare; queste sono le percezioni con cui i politici devono fare i conti – in un senso o nell’altro – quando cercano il consenso degli italiani.

La cosa più istintiva da fare è imputare questa tragica disinformazione agli italiani stessi: d’altra parte, in ultima istanza, ognuno di noi è responsabile di quel che è. Guardare i telegiornali è gratis; leggere i giornali online pure, richiede solo di chiudere Whatsapp per qualche minuto. Un popolo che si informa così poco, che legge così pochi giornali, che è così poco interessato a conoscere quello che gli succede attorno se non in discussioni da bar, non può che avere terribilmente torto su tutto – spesso anche con una certa sicumera – e decidere così le cose sbagliate per le ragioni sbagliate. Ma. Ma. Sicuri che il problema sia nella domanda e non nell’offerta? Lo dico da giornalista: sicuri che il giornalismo e l’editoria debbano essere gli unici settori industriali a cui sia concesso dare ai clienti la colpa dei loro fallimenti? Nessun venditore di frigoriferi accuserebbe della sua crisi le persone che non comprano abbastanza frigoriferi. Già vi sento: “Ma l’informazione non è un frigorifero!”. Certo, certo. Se c’è una cosa su cui siamo i migliori, in Italia, è batterci il petto declamando solennemente il valore dell’informazione. E poi tornare a fare pessima informazione. Sicuri che la patologica e sistematica diffusione di notizie false e imprecise, i toni terrorizzanti e apocalittici usati su qualsiasi cosa, non abbiano a che fare con la disinformazione degli italiani?

Da un post di Luca Sofri di qualche giorno fa:

Perché la produzione di allarme, enfasi, drammatizzazione, al-lupo-al-lupo, se attuata su questa grandissima scala e in questo delicato settore non solo ne stimola la domanda, ma cambia radicalmente un paese intero e la sua cultura. Come americani diventati obesi a causa dell’offerta di cibo poco salubre, o come tabagisti ammalati di cancro perché il mercato del tabacco ha costruito una dipendenza, i fruitori di notizie italiani (tutti, da chi legge i giornali a chi guarda la tv a chi sta su internet) sono stati formati e assuefatti a un modo di pensare per cui ogni singolo evento – o persino la mancanza di un evento – è foriero di drammi o comunque brutte sorprese: sulle scale più diverse, dalla politica alla cronaca allo sport ai grandi eventi naturali ai palinsesti della tv, ogni giorno tutto è “sull’orlo di”, annuncia rivolgimenti, o minaccia tragedie. Che poi – peraltro – non si verificano nella stragrande maggioranza dei casi, ma per allora ne staremo già annunciando altre. E questo ha creato un paese obeso di diffidenza, di paura, di sfiducia, di egoismo, per i cui cittadini ogni cosa è cattiva, infida o almeno sospetta. E ogni singolo fatto non ha più valore di per sé – è sempre troppo poco – ma solo per le cose più spaventose che può annunciare.

Prendete lo spazio dedicato dalla stampa a qualsiasi cosa riguardi l’immigrazione in Italia. Prendete lo spazio allarmista dedicato agli sbarchi a Lampedusa, quando la grandissimissima maggioranza dei migranti irregolari arriva via terra e via aria. Addirittura il 73 per cento arriva in aeroporto con visto turistico e rimane dopo la scadenza: una storia enorme, che salvo poche eccezioni i giornali hanno ignorato.

Ancora: prendete il dato sulla disoccupazione. Che ignoranti gli italiani che pensano ci sia un 49 per cento di disoccupati, quando in realtà sono il 12 per cento! Peccato che siano i giornali italiani, tutte le volte, a presentare i dati sulla disoccupazione – che sono gravi, mi sento scemo a doverlo specificare – in modo errato e fuorviante; sono i giornali italiani a urlare nei titoli la balla “metà dei giovani senza lavoro” o “un giovane su tre è disoccupato“, costringendo l’ISTAT tutte le volte a fare smentite e chiarimenti.

Se è vero che una democrazia può dirsi compiuta solo se è adeguatamente informata, allora quello che rende l’Italia una democrazia incompiuta forse non sono né il Patto del Nazareno né il gruppo Bilderberg: forse sono i suoi giornali. Si fanno leggere da pochi italiani e informano male quelli che ancora li comprano. Hanno prodotto, attivamente o per inedia, questo tragico panorama di disinformazione. E quindi se vendono meno forse è perché se lo meritano, malgrado tutti noi pronti a batterci il petto: invece che fare il baluardo della democrazia, contribuiscono alla sua destabilizzazione.

P.S.: Leggere anche Arianna Ciccone.

Cosa succede se fai mangiare cibo di McDonald’s a un esperto di cucina senza dirgli che è cibo di McDonald’s?

Questi due geniali ragazzi olandesi hanno comprato del cibo da McDonald’s, lo hanno rimosso dalle loro confezioni, lo hanno camuffato un minimo e lo hanno portato a una grande fiera alimentare organizzata il mese scorso a Houten, nei Paesi Bassi; poi lo hanno fatto assaggiare a un po’ di esperti e appassionati di cibo e alta cucina, spacciandolo per una “nuova alternativa biologica al cibo da fast food”. Gli è piaciuto un sacco! “Delizioso”, “fresco”, “gustoso”. Qualcuno con aria da grande intellettuale elogia addirittura la “struttura” del gusto e la varietà di sapori sprigionati da ogni morso. Poi i due geni con sadismo hanno pure chiesto di paragonare quello che stavano mangiando al cibo di McDonald’s.

Anni e anni e anni di ideologie seriose e guerre di religione sul cibo, da tutte le parti, portano anche a risultati come questo; per fortuna noi amanti delle schifezze siamo liberali, aperti e tolleranti, quindi accoglieremo questi nuovi convertiti a braccia aperte.

(accendete i sottotitoli in inglese)

(grazie a Giovanni Fontana)

Lo stipendio pagato quando ti pare

Anche oggi lavorerò tutto il giorno e non verrò pagato. Questa storia va avanti da giorni – anzi, che dico, da settimane. E non va avanti perché l’azienda per cui lavoro si comporti particolarmente male – tutt’altro, sono molto fortunato – bensì perché siamo abituati all’idea che sia normale per un impiegato lavorare ogni giorno senza essere pagato, per poi ricevere i soldi tutti in una volta una volta ogni mese. Questa prassi ha ragioni tradizionali, legate al modo in cui si sono sempre fatte le cose, e altre più burocratiche e logistiche, per quanto non esattamente insuperabili nell’anno 2014. La conseguenza, specie in tempi di crisi economica, è che molte persone si ritrovano alla famosa terza o quarta settimana senza soldi per pagare le bollette o fare la spesa o far fronte a un’emergenza o fare quello che vogliono, sebbene quei soldi tecnicamente li avrebbero già guadagnati lavorando: ma li avranno solo alla fine del mese. Pensate a quanto è assurdo: alcuni – più di alcuni – addirittura si indebitano, prendendo in prestito dalle società finanziarie denaro che dovranno ripagare con gli interessi, solo perché non possono avere accesso a soldi che hanno già guadagnato.

Una delle società che ho visitato negli Stati Uniti si chiama ActiveHours. Il suo fondatore si chiama Ram Palaniappan e prima lavorava come dirigente di una grande azienda: sapeva che alcuni suoi colleghi avevano problemi del genere e li aiutava prestandogli dei soldi con regolarità, sapendo che loro glieli avrebbero restituiti una volta ricevuto lo stipendio. Poi ha deciso di farne un business e ha fondato ActiveHours, che concretamente è un’app per smartphone. Ti iscrivi, presenti la tua busta paga e produci un RID, così che loro abbiano accesso al tuo conto corrente. Se vuoi, quando vuoi, apri l’app e chiedi di avere dei soldi. L’app ti fa vedere quanti soldi hai guadagnato ma non hai ancora ricevuto dal tuo ultimo stipendio; tra questi, puoi prelevare un massimo di 100 dollari al giorno. Come fosse un bancomat. Quando ti sarà versato lo stipendio, ActiveHours si riprenderà i soldi che ti ha prestato. Bello no? Ed ecco la cosa grossa: non ci sono commissioni né interessi.

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Il business della fiducia

Sono negli Stati Uniti da qualche giorno a fare un giro tra le aziende della cosiddetta sharing economy: per capirci, quelle che si basano sull’uso di un oggetto invece che sul suo possesso (per esempio Enjoy, Car2Go, Uber o Airbnb) oppure su piattaforme che mettono in contatto chi cerca un servizio con qualcuno che – spesso occasionalmente e da non professionista – vuole offrirlo: come UberPop, o Rover, o Bell Family (se alcuni di questi nomi non vi dicono niente, è probabile che lo facciano nel prossimo futuro). C’è un’altra cosa che accomuna tutti questi servizi, alla fine della fiera: girano parecchio attorno alla fiducia.

Se decido di affittare casa mia a uno sconosciuto su Airbnb, se chiedo a un autista di UberPop di portarmi da qualche parte alle due del mattino, se cerco su Rover qualcuno che si prenda cura del mio cane o su Bell Family qualcuno che si prenda cura di mia figlia – in tutti questi casi sto facendo un investimento alla cieca in qualcuno che non conosco per niente. Che potrebbe essere ritardatario, incompetente, inaffidabile, sbadato o anche peggio: pensate a quelli – pochi, ma ci sono – che affittano una casa su Airbnb e la ritrovano semi distrutta (dopo qualche guaio del genere, Airbnb ha deciso di offrire ai suoi utenti una solida copertura assicurativa). In un certo senso sta facendo un investimento di fiducia su uno sconosciuto anche Car2Go, che mi lascia usare le sue auto senza sapere se ho bevuto troppo e quante volte mi hanno ritirato la patente.

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Il vero contenuto del “patto del Nazareno” will blow your mind

Il direttore del Corriere della Sera aggiunge oggi il suo granellino – e che granellino – alla mitologia sul cosiddetto “patto del Nazareno”, l’accordo politico trovato da Matteo Renzi e Silvio Berlusconi il 18 gennaio del 2014 presso la sede del Partito Democratico (si chiama così perché la sede del PD si trova in via di Sant’Andrea delle Fratte, poco distante da largo del Nazareno). De Bortoli scrive:

Il patto del Nazareno finirà per eleggere anche il nuovo presidente della Repubblica, forse a inizio 2015. Sarebbe opportuno conoscerne tutti i reali contenuti. Liberandolo da vari sospetti (riguarda anche la Rai?) e, non ultimo, dallo stantio odore di massoneria.

Il filone è ricco e affollato. In questi mesi la sete patologica del giornalismo politico italiano per i retroscena si è sposata con la particolare sensibilità dell’opinione pubblica per le dietrologie, i complotti e il “non me la raccontano”, producendo una specie di leggenda metropolitana che si auto-alimenta, cavalcata da un pezzo dell’opposizione politica a Renzi (Movimento 5 Stelle in testa, ma anche molti altri) e da un pezzo della stampa (Fatto Quotidiano in testa, ma anche molti altri): nei giorni pari chiedono a Renzi di divulgare “il vero contenuto del patto del Nazareno”, nei giorni dispari descrivono quante e quali oscure e terribili macchinazioni siano state segretamente messe per iscritto in quell’accordo politico (l’elenco contiene varie atrocità e cambia ogni giorno). Oggi sul Corriere della Sera siamo alla Rai, al Quirinale e alla massoneria, per dare un’idea; ieri su testate molto meno autorevoli del Corriere eravamo a deliri di questo livello:

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La questione ha prima di tutto a che fare con la logica. Se uno è convinto che nel patto del Nazareno ci sia qualcosa di oscuro, segreto e compromettente, tramato da Silvio Berlusconi e Matteo Renzi alle spalle del paese intero, qual è il senso di insistere quotidianamente con la litania del “diteci cosa c’è”, salvo la ricerca di attenzioni per se stessi? Scoprilo tu cos’è: tanto Renzi e Berlusconi ometteranno sempre qualcosa, no? Nemmeno l’ipotesi di scuola per cui domani Renzi e Berlusconi organizzino una conferenza stampa per svelare “il vero contenuto del patto del Nazareno” – come un pezzo di stampa e di classe politica surrealmente chiede loro, da oggi anche De Bortoli – risolverebbe la questione: chiunque dal giorno dopo potrebbe sostenere che Renzi e Berlusconi hanno svelato qualcosa ma non tutto e soprattutto non la cosa più importante. Chiunque dal giorno dopo potrebbe sostenere che c’è qualcosa di oscuro e segreto che ancora non ci hanno detto. Lo direbbero sulla sola base delle loro sensazioni, ma d’altra parte gli elementi sulla base dei quali è nata questa mitologia hanno al momento poco a che fare con fatti, prove e notizie: al massimo con qualche dichiarazione di anonimi parlamentari che dicono di saperla lunghissima, infilata dentro retroscena e ricostruzioni che dimostrano quotidianamente la loro magra affidabilità.

Quindi si arriva al racconto della realtà. Il 18 gennaio del 2014 Renzi e Berlusconi hanno spiegato alla stampa il contenuto dell’accordo e da quel giorno lo hanno fatto diverse altre volte, dando anche un seguito parlamentare a quanto deciso. Lo sappiamo cosa c’è nel patto del Nazareno: combatterlo in modo trasparente è legittimo; se si vuole insinuare che ci sia altro ed essere presi sul serio, bisogna dimostrarlo. Non ho ragioni per escludere che il “patto del Nazareno” contenga effettivamente macchinazioni diaboliche, che sia stato scritto e firmato col sangue di bambini innocenti e che sia conservato in cassaforte, così come non posso escludere con certezza che contenga un piano per l’eliminazione del genere umano, come mi ha detto un tizio sul tram che diceva di essere molto informato: questo mi autorizza a scriverne su un giornale? A parlarne dando per scontate cose su cui circolano esclusivamente pettegolezzi? Il mestiere dei giornalisti sarebbe trovare qualcosa in più di sensazioni e sospetti; resistere alla tentazione di spiegare le cose che succedono facendo ricorso da vent’anni ai soliti quattro o cinque tòpoi; trovare fatti e prove. Mettersi strumentalmente e poco responsabilmente al seguito di chi ha creato una specie di mitologia complottista per legittimi scopi elettorali o editoriali, quello no.

Un pugno di articoli bellissimi

È successo che una cara amica mi ha invitato a quel giochino che gira su Facebook, sui dieci libri più belli della vita, e aderendo in nome dell’amicizia mi sono sentito abbastanza inadeguato: mi mancano un sacco di classiconi e da anni ormai leggo sempre meno libri e sempre più articoli (anche articoli più lunghi di libri, spesso: forse è una questione di supporto?). E quindi nell’introdurre la precaria lista dei miei 10 libri ho scritto che era stata una fatica, mentre se il giochino avesse riguardato la lista dei 20 articoli della vita lo avrei fatto di getto, senza difficoltà e senza nemmeno doverci pensare troppo. Giustamente mi hanno intimato: scrivila subito. Quindi eccola. Non sono “i 20 articoli della vita”, e non solo perché sono 25: sono un pugno di articoli molto molto belli tra quelli che ho avuto la fortuna di leggere negli ultimi dieci anni, perché raccontano storie formidabili o perché sono scritti divinamente, spesso per entrambe le ragioni. Me ne dimentico sicuramente moltissimi. E chissà quanti me ne perdo a sapere soltanto due lingue.

Hiroshima, John Hersey sul New Yorker nel 1946
Questo capolavoro si studia nelle scuole di giornalismo: l’allora direttore del New Yorker, dopo averlo letto, decise che quella settimana la rivista avrebbe contenuto questo articolo e nient’altro.

Perché tutto questo?, Concita De Gregorio su Repubblica nel 2001.
Nella scuola Diaz di Genova due giorni dopo il massacro alla scuola Diaz di Genova.

I 70 anni di Barenboim, ebreo wagneriano, Filippo Facci sul Post nel 2012.
Fantastico, e io di musica classica non capisco niente.

On the (nearly lethal) comforts of a luxury cruise, David Foster Wallace su Harper’s nel 1996.
Poi è diventato un libro, in Italia è noto come “Una cosa divertente che non farò mai più” e lo trovate qui. È il reportage che DFW scrisse inviato per una settimana in una crociera extralusso ai Caraibi.

Io schiavo in Puglia, Fabrizio Gatti sull’Espresso nel 2006.
Altro articolo da scuole di giornalismo. “Una settimana da infiltrato tra gli schiavi è un viaggio al di là di ogni disumana previsione”.

A Death in the Family, Christopher Hitchens su Vanity Fair nel 2007.
Christopher Hitchens racconta la storia di un giovane ragazzo americano che decise di arruolarsi e andare in guerra in Iraq dopo aver letto i suoi articoli, e che in Iraq morì nei combattimenti. È un articolo che si legge senza respirare e forse la frase più bella non la scrive Hitchens bensì il ragazzo, Mark Daily.

Basta soldi pubblici al teatro, meglio puntare su scuola e tv, Alessandro Baricco su Repubblica nel 2009.
Lasciate stare la perentorietà assertiva del titolo: questo articolo – e il suo seguito, pubblicato qualche giorno dopo – restano per me l’analisi più esatta e lucida di quello di cui dovrebbe occuparsi in Italia un ministro della Cultura.

A murder foretold, David Grann sul New Yorker nel 2011
Questa storia incredibile prima o poi la leggerete anche sul Post; qualche tempo fa avevo letto che ne avrebbero fatto un film.

La rabbia e l’orgoglio, Oriana Fallaci sul Corriere della Sera nel 2001.
La definizione accademica di “articolo giusto al momento giusto”: ha segnato un’epoca, di fatto ancora ne parliamo.

Moby Duck, Donovan Hohn su Harper’s nel 2007.
Leggete anche solo la prima pagina, notate l’abilità e la maestria con cui mette insieme tutte le informazioni di contesto e lancia un amo a cui non si può che abboccare.

Momenti che non sono su YouTube, Daniele Manusia sull’Ultimo Uomo nel 2014.
Parla di un calciatore che non conoscevo, che non ho mai visto e non vedrò mai giocare: e lo stesso vale probabilmente per voi.

Topic of Cancer, Christopher Hitchens su Vanity Fair nel 2010.
Quando Hitchens scoprì di avere il cancro.

«Ci vediamo al Cantagallo», Marco Imarisio sul Corriere della Sera nel 2010.
Si può scrivere benissimo di qualsiasi cosa, se uno è in grado: anche di un autogrill e delle noci di prosciutto.

Three Trials for Murder, Nicholas Schmidle sul New Yorker nel 2011.
La trama perfetta di un film genere legal thriller tratto da una storia vera.

La sinistra che è uguale alla destra, Luca Sofri su Vanity Fair nel 2004.
Per me è stato un articolo formativo.

The Lawns of Wimbledon, John McPhee sul New Yorker nel 1968.
Un altro autore da libri di scuola racconta la storia dell’uomo che curava l’erba dei campi da tennis di Wimbledon. C’è una bella traduzione italiana dentro questo libro.

Anche gli scrittori nel loro piccolo hanno l’X-Factor, Mario Fillioley su IL del Sole 24 Ore nel 2013.
Si presenta come un qualsiasi buon articolo su un reality show ma in realtà è L’Articolo Sulla Cultura E I Libri In Italia.

Trial by Fire, David Grann sul New Yorker nel 2009.
La storia pazzesca del caso Todd Willingham, americano condannato a morte e ucciso da innocente in Texas.

Van Gaalogy 101, Brian Phillips su Grantland nel 2014.
Secondo me nessuno oggi al mondo scrive di calcio e sport meglio di Brian Phillips.

Yellow Fever, Adam Gopnik sul New Yorker nel 2013.
La seconda parte del filone “si può scrivere benissimo di qualsiasi cosa, se uno è in grado”: anche della vecchia collezione di riviste del National Geographic che i tuoi tengono in garage.

Barney e io, Christian Rocca sul Foglio nel 2005.
La storia gustosissima di un’ossessione letteraria.

Fatal Distraction, Gene Weingarten sul Washington Post nel 2009.
Storie assurde di bambini morti perché dimenticati in macchina dai genitori. Questo articolo vinse il Premio Pulitzer: lo trovate raccontato in italiano qui.

Volare a 300 a Indianapolis grazie all’ingegnere fortunato, Alessandro Baricco nel 2012 su Repubblica. (qui la seconda parte)
Di nuovo, ignorate il titolo terribile. Se vi siete mai chiesti cosa c’è di interessante nel vedere una gara automobilistica lunga 800 chilometri su un noiosissimo circuito ad anello, qui troverete un po’ di risposte.

The Extraordinary Science of Addictive Junk Food, Michael Moss sul New York Times nel 2013.
La storia del junk food e del suo futuro, appassionante come un romanzo. L’articolo inizia col racconto di quella volta che, nel 1999, i capi di tutte le più grandi aziende alimentari americane si incontrarono in segreto per discutere di obesità.

Jerry Seinfeld Intends to Die Standing Up, Jonah Weiner sul magazine del New York Times nel 2012.
Storie su uno dei comici più famosi e apprezzati al mondo. Se il genere vi interessa, c’è anche un video in cui spiega come scrive le sue battute: precisamente una, che ha richiesto due anni di lavoro.

Il bavaglio, quello vero

Britain Egypt Al Jazeera Jailed Journalists

In Egitto ci sono tre giornalisti in carcere da sette mesi per nessun motivo particolare. Uno è malato e probabilmente ha perso l’uso di un braccio, ma non gli è permesso curarsi. Si trovano in un paese il cui governo è arrivato al potere con un colpo di stato – un vero colpo di stato: il capo del governo oggi è un ex generale. Ieri i tre giornalisti sono stati condannati a sette anni di carcere. A fronte di tutto ciò, questa nella foto è stata la protesta silenziosa organizzata dai giornalisti di BBC a Londra.

Tenetelo a mente tutte le volte che qualcuno in Italia decide di attirare l’attenzione mettendosi un bavaglio in bocca, o parla di “bavaglio all’informazione” e di “legge bavaglio”, o di colpo di stato e derive autoritarie.

I Mondiali e un fottuto cavetto

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Se ieri sera avete visto la partita amichevole tra Italia e Fluminense, sapete cosa è successo. Il guaio mi ha fatto pensare alle vicende odierne della RAI – un organico mastodontico, un assurdo sciopero annunciato col vocione e ritirato sottovoce, certi sciatti incidenti con la programmazione– ma anche a un’altra cosa che mi ha raccontato qualche tempo fa Angelo Carosi, il capo dei registi sportivi di Sky. La storia intera – su Sky e i Mondiali in Brasile – è uscita con una nuova rivista di calcio che si chiama Undici.

«Alla fine tutto quello che facciamo passa da un cavetto. Un fottuto cavetto della fibra ottica. Se viene attaccato un po’ male, un po’ storto, può rovinare tutto». Angelo Carosi, capo dei registi sportivi di Sky, mi spiega così un concetto ricorrente nel racconto di qualsiasi impresa sportiva – l’importanza dei dettagli, il centimetro di Al Pacino in “Ogni maledetta domenica” – che evidentemente si applica anche a chi le imprese sportive ha il compito di raccontarle. Dentro quel tutto ci sono moltissime cose: se i Mondiali di calcio sono quello che sono, cioè un evento sportivo e un fenomeno popolare paragonabile forse soltanto alle Olimpiadi, che di tanto in tanto per un paio d’ore paralizza interi pezzi di mondo, è grazie alla televisione. Uno magari non ci pensa, lo dà per scontato, ma tranne che per pochissimi fortunati i Mondiali sono di fatto quello che vediamo dei Mondiali attraverso la televisione. Se sei Sky, e sei l’unica tv italiana a trasmettere tutte e 64 le partite dei Mondiali di calcio, sai che si parla – come per i calciatori – del coronamento di sforzi che cominciano molto lontano. E sai che un cavetto attaccato male non rovinerebbe soltanto il tuo lavoro: per il pubblico italiano, rovinerebbe i Mondiali. Quindi non si può sbagliare.

Si faccia una domanda, si dia una risposta

Dopo aver deciso di trasformare una rivendicata candidatura di servizio, cioè volta a prendere i voti per gli altri, in una vera candidatura in nome dei voti presi (un’acrobazia logica inedita anche per gli standard ubriachi della politica italiana); dopo essersi rimangiata un impegno solenne dalla sera alla mattina in mancanza di fatti nuovi (i voti presi non sono un fatto nuovo: erano esattamente l’obiettivo della candidatura di servizio); trovandosi in questo momento al centro di uno psicodramma innescato dalla delusione e dello scoramento di moltissime persone che avevano dato fiducia alla sua lista e alla sua parola, Barbara Spinelli è stata intervistata da Repubblica, che peraltro è il giornale con cui ha a lungo collaborato. Nelle risposte non c’è molto di nuovo, per chi ha seguito la vicenda negli ultimi giorni. Queste invece sono le domande.

Barbara Spinelli, partenza tormentata.

Con che spirito affronta il suo primo incarico istituzionale?

I due partiti che hanno appoggiato la Lista, Sel e Rifondazione, sembrano in difficoltà. L’affermazione di Tsipras li fa diventare di colpo vecchi contenitori?

Sel, orfana del suo candidato, ha avuto un rigurgito identitario.

Il risentimento nei suoi confronti in queste ore è forte.

Tsipras la vuole vicepresidente del Parlamento Europeo. Il cognome Spinelli è un valore aggiunto anche nei rapporti con il Pse. I suoi rapporti con Schulz?

Altri dialoghi interessanti in Europa?

Lei ha sempre detto che c’erano dei punti di contatto anche tra la Lista Tsipras e 5Stelle. Adesso corteggiano Farage.

Non la spaventa questo nuovo lavoro?

C’è un vento populista in Europa che fa paura.

I primi tre punti dell’agenda Spinelli?

Andando in Europa sente il peso di chiamarsi Spinelli, figlia di Altiero?