Marino-Civati
Io domani vado a iscrivermi al Pd. Fatelo anche voi: ora o mai più.
Il candidato commenti la battuta odierna di Franco Marini, che per argomentare il valore dell’esperienza e della saggezza delle persone di una certa età ha deciso di usare questa frase sobria e compassata: «solo gli idioti accettano il nuovismo»
In Portogallo – ripeto: in Portogallo, non in Gran Bretagna o in Svizzera – il primo ministro Sócrates ha licenziato su due piedi il suo ministro per l’economia. Il motivo è nel video.
Prima Bersani e le sue primarie ma senza esagerare. Poi Letta dice che non è mica vero che segretario del partito e candidato premier debbano essere la stessa persona. Per non parlare di tutti quelli a cui non va giù il maggioritario e invece il proporzionale sarebbe molto meglio. Alla fine D’Alema, che oggi dice che il bipartitismo non gli piace granché. Tutti autorevolissimi sponsor di Pierluigi Bersani, così come Rosy Bindi e gli ulivisti: chissà che ne pensano.
Bulgaria, Messico, Indonesia e un tris di elezioni-farsa, o quasi. Piccola notizia: a partire da questo mese questa la rubrica sbarca anche sul sito di Internazionale.
La prima intervista esclusiva di Barack Obama a un quotidiano italiano ce l’ha l’Avvenire, oggi
(hat tip: Alberto Simoni)
Vincenzo Montella è stato uno degli attaccanti più forti e completi degli ultimi dieci anni, e avrebbe meritato un finale di carriera migliore di quello che gli è toccato. Ha segnato caterve di gol, ma i romanisti se lo ricordano soprattutto per quel derby lì, quando segnò quattro gol in un’ora.
Stasera dovevo scrivere il post sulle elezioni di luglio, ma Wikipedia non funziona e quindi il mio lavoro di ricerca e composizione delle informazioni è impossibile. Su Twitter qualcuno dice che sono giù i server europei e quindi le richieste vengono rimbalzate a quelli oltreoceano, ormai sovraccarichi.
Le decisioni di Barack Obama delle ultime settimane danno un nuovo impulso alla strategia militare degli Stati Uniti in Iraq e Afghanistan, ricalibrando sforzi e risorse sulla base dei principi annunciati dal presidente stanutitense già durante la campagna elettorale.
Martedì scorso i soldati americani hanno lasciato le città irachene in vista del ritiro dall’Iraq, previsto per l’agosto del 2010, e del ritorno completo delle truppe negli Stati Uniti, previsto per la fine del 2011. Per avere un’idea di come sono cambiati negli anni i numeri e la dislocazione delle forze statunitensi in Iraq, è preziosa la mappa interattiva del New York Times.
Il video è tutto bello, dal minuto 2:50 fino alla fine è splendido.
(hat tip: EmmeBi)
Le strategie comunicative di Sarah Palin sono sempre state piuttosto estemporanee e bizzarre, specie considerate le sue malcelate aspirazioni presidenziali in vista del 2012. L’intervista al magazine Runners, con tanto di surreale galleria fotografica che sembra un catalogo di abbigliamento sportivo, non ne è che l’ennesimo tassello.
Forse dovremmo rivalutare definitivamente l’autenticità della battaglia di Mousavi: non il suo passato, ma il suo presente. Le proteste si sono arenate a causa delle violenze, il suo alleato più influente gli ha voltato le spalle, le speranze di vittoria si sono ridotte a zero, il regime ha minacciato apertamente chiunque continui a gettare benzina sul fuoco e ha iniziato a condannare a morte i manifestanti arrestati. E lui continua a dimenarsi, a dichiarare “illegittimo” il governo, a cercare di organizzare uno sciopero generale. Nessuno di noi se lo sceglierebbe come capitano della propria squadra, però direi che possiamo ufficialmente smettere di parlare di “guerra interna al regime”. Mousavi è fuori, con tutto quel che questo comporta.
Il mese di giugno è stato il mese con più visitatori e pagine viste della storia di questo blog, che tra l’altro continua la sua scalata su Blogbabel. Sarà scontato, ma mi sembra che qui più siamo e più ci divertiamo.
Ok, Debora Serracchiani ha fatto una battuta ingenua e sciocca, e la cosa più grave è semmai la posizione che difende, e il fatto che lo faccia in un’intervista in cui ogni risposta è peggio dell’altra, e poteva certamente essere affrontata meglio di così. Detto questo, il fuoco di fila delle mummie impresentabili che le tirano le pietre, sfogando in un modo così vile mesi di fastidi e soprattutto di invidie, ecco, quello è lo spettacolo più patetico di questi giorni. Non so, giusto per restare in tema: avete presente il video di Thriller, quello con gli zombie? Uguale.
Oggi diversi giornali italiani parlano di Italiafutura, quest’associazione-think tank che si propone di parlare di temi sociali e politici attraverso campagne tematiche. Mi sembra una buona cosa: per l’approccio adeguato al tipo di mobilitazione, per la qualità delle persone che se ne sono fatte promotrici e per questa bellissima idea, con cui si presentano. E poi perché mi hanno chiesto di fare da giurato, insieme ad altri illustri colleghi blogger, nella scelta del progetto di micropolitica “dai contenuti tecnologici più innovativi o dalle prospettive più futuribili”. Insomma, l’inizio promette bene: teniamoli d’occhio.
Ti fanno la domanda secca e centrale, nell’intervista in cui spieghi il senso della decisione più importante e controversa della tua breve ma entusiasmante carriera politica nazionale. Ci sono almeno due o tre buone risposte possibili, per difendere una scelta legittima, prevedibile e a suo modo anche sensata – e conservare più o meno intatto il seguito avuto finora. Ma tu dai quella risposta lì. Fossi il suo spin doctor, non avrei ancora smesso di prendermi a padellate in testa.
Il re dell’Oman. Asif Ali Zardari, presidente del Pakistan. Emomali Rahmonov, presidente del Tagikistan. Hugo Chávez, presidente del Venezuela. Serzh Sargsyan, presidente dell’Armenia. Hamid Karzai, presidente dell’Afghanistan. Dmitry Medvedev, presidente della Russia. Recep Tayyip Erdoğan, primo ministro della Turchia. Ilham Aliyev, presidente dell’Azerbaigian. L’Emiro del Qatar. Hu Jintao, presidente della Cina.
Sono gli unici capi di stato e di governo del mondo ad aver fatto le congratulazioni a Mahmoud Ahmadinejad per la sua vittoria alle elezioni in Iran.
(hat tip: Lorenzo Cairoli)
In questo spot, trasmesso dalla tv iraniana, c’è tutto quello che c’è da sapere sulla propaganda di un regime, uno vero, altro che Minzolini. Il ridicolo del disegnare complotti improbabili, le bugie spudorate e surreali (McCain consigliere anziano della Casa Bianca?), l’accusa ai rivoltosi di essere pagati dall’estero, l’invito alla delazione e la promessa di un perdono che non arriverà.
Si è discusso a lungo di quanto e come internet abbia influenzato l’evoluzione delle proteste in Iran, dal giorno delle elezioni a oggi. Un’analisi corretta dovrebbe in realtà cominciare prima, nelle ultime settimane di campagna elettorale, quando il regime decise di bloccare Facebook, sul quale Mousavi stava aggregando forze e consensi. Nonostante l’Iran avesse già allora una lunghissima storia di censure e blocchi della rete, la cosa era a suo modo un segnale. Il regime – che controlla tutti i mezzi di comunicazione del paese, giornali e televisioni – non permette che i personaggi sgraditi presentino candidature alle elezioni, e la candidatura di Mousavi aveva avuto l’approvazione dell’ayatollah, così come quella di Ahmadinejad. Perché, quindi, intervenire così duramente sulla campagna elettorale di un personaggio che, se scomodo o indesiderato, si poteva tranquillamente decidere di non candidare?
A freddo, la riflessione più lucida e completa su quel che è successo sabato al Lingotto l’ha fatta Luca. A quell’analisi aggiungerei un paio di pensieri, dedicati per una volta non alle classi dirigenti – la vecchia e l’aspirante nuova – bensì alla cosiddetta base del partito.
Il primo è rivolto a quella parte della base – iscritti, simpatizzanti ed elettori – che guarda con curiosità, interesse e simpatia a eventi come quello di sabato e a quello che significano, e che potrebbero significare. Una delle cose che imputiamo alle classi dirigenti della sinistra italiana è quella di non essere più in grado – o di non voler più – alzare il livello del dibattito politico in questo paese. Ce la prendiamo con Franceschini perché dice che non si candida e poi si candida, con Latorre che passa il pizzino a Bocchino, coi tatticismi esasperati e cervellotici, con la scelta di rincorrere posizioni sbagliate per il solo fatto che si pensa paghino elettoralmente, con le dichiarazioni sibilline e i messaggi trasversali, con lo smodato utilizzo di formule banali per aggirare questioni scottanti e centrali (un esempio su tutti: «la sicurezza non è né di destra né di sinistra»).
Ecco, io penso che dovremmo essere severi con noi quanto lo siamo giustamente coi dirigenti del Pd. Anzi, penso che dovremmo esserlo di più, visto che pensiamo di poter fare meglio di loro. Lo dico perché anche la base ha delle piccole responsabilità nell’abbassamento di livello del dibattito politico, per quanto si tratti di responsabilità collettive e generazionali, diverse dalle responsabilità personali di chi ha retto la baracca finora. Lo dico perché l’unica nota un po’ stonata della giornata di sabato è stata, secondo me, una certa sensibilità della platea a prodursi in applausi scroscianti a seguito di messaggi un po’ semplificatori, magari esposti usando un po’ di mestiere, alzando il tono di voce. Ovviamente capisco la frustrazione, le speranze, insomma, tutte le attenuanti del caso. Penso che però dobbiamo prenderci per intero la responsabilità di alzare il livello del dibattito, di parlare delle cose, di entrare nel merito: non possiamo accusare i leader di non saper difendere idee giuste ma impopolari, e poi cadere nello stesso errore. Un esempio, per capirci. Durante tutta la giornata sono state applaudite più volte, e a ragione, le persone che hanno speso qualche parola criticando l’assurdità del mercato del lavoro italiano, in cui si confrontano una maggioranza di lavoratori ipergarantiti, come in nessun altro paese d’Europa, e una minoranza di lavoratori privi di qualsiasi diritto, come in nessun altro paese d’Europa. A un certo punto prende la parola Giovanna Melandri e si limita a declinare questo concetto ideale in termini di proposta concreta, dicendo una cosa ovvia e per niente rivoluzionaria: «dovremmo iniziare a dirci che l’articolo 18 è un vecchio arnese». Bùm. Silenzio, qualche applauso, qualche fischio. Ora, c’erano diversi motivi per non farsi piacere l’intervento di Giovanna Melandri, a cominciare dal solo fatto che abbia ritenuto opportuno un suo intervento. Se però anche noi decidiamo cosa è giusto e cosa è sbagliato confrontando gli slogan ad altri slogan, le frasi fatte ad altri frasi fatte, non ne usciamo più. Alziamo il livello del dibattito, parliamo delle cose: siamo laici, per usare un altro termine che sabato andava per la maggiore.
Il secondo pensiero è rivolto alla base in senso più largo ed ecumenico. Le cose possono andare molto, molto meglio di così, in questo partito. E più siamo, più diventa facile far sì che le cose vadano come vorremmo. Gli elettori della sinistra italiana hanno un vizio antico, che è quello della fedeltà ipnotica alla «linea del partito». La disciplina è una qualità, ma solo se la si esercita in prima istanza verso sé stessi e le proprie idee.
Non avevo mai scritto un discorso perché durasse appena cinque minuti e devo dire che non si tratta di una cosa semplicissima, specie se si vuole tentare di evitare di parlare per slogan. Spero di esserci riuscito, anche se comunque sono andato un po’ lungo. Peccato, perché la parte che ho dovuto saltare per arrivare alle rimaneggiate conclusioni era quella più ficcante nei confronti di Franceschini e Bersani, che erano lì in prima fila e avevano parlato poco prima di me (da qui l’inserimento improvvisato del passo iniziale sul parlar bene e razzolare male). O forse meglio così, dato che la platea era molto indisciplinata e in alcuni tratti forse un po’ indulgente con qualche sparata cerca applausi – ma qui torna la cosa dei cinque minuti, e comunque l’argomento va approfondito. A voi trovare il brano di cui parlo nel testo integrale del discorso, che segue.
Più avanti – domani, diciamo – alcune riflessioni a freddo sulla giornata di ieri e su quelle che verranno, dopo.
La rete vuole un terzo candidato. Sebbene sia Dario Franceschini che Pierluigi Bersani abbiano usato la rete per annunciare le loro candidature, su internet cresce ogni giorno di più il partito dei terzisti, di coloro che non vogliono “essere costretti a scegliere tra un leader dei Ds e uno della Margherita”.
Niente, dietrofront. In sala Wind non prende niente, quindi niente connessione, quindi niente liveblogging. Ci sarà la diretta video sul blog dei Mille e sul sito dell’Unità, in compenso.
Domani mattina ci si vede a Torino, quindi, alla sala dei 500 del Lingotto. Abbiamo dovuto prendere anche un’altra sala, che in un quella da cinquecento persone non ci stavamo. Segue l’email che hanno ricevuto oggi le centinaia di persone che hanno dato la loro adesione all’indirizzo piombinidemocratici@gmail.com. Domani ci sarà una diretta video in streaming, sul sito dei Mille e probabilmente anche su quello dell’Unità. Qui si tenterà un liveblogging, finché durano la batteria del portatile e quella del cellulare. Con chi ci sarà, ci vediamo a Torino.
Ci siamo. Ci ritroviamo sabato 27 giugno, a Torino, dopo settimane di attese e discussioni, dopo oltre 700 email, 80 contributi ricevuti e ci saremo da oltre 40 province italiane. Due anni dopo una delle più grandi promesse tradite della politica italiana degli ultimi tempi: il discorso del Lingotto. Un discorso pieno di promesse che non sono state mantenute, di intenzioni non corroborate dai fatti, di impegni non esauditi, di speranze destinate a finire in un cassetto.
Lo abbiamo detto e scritto e più volte: non siamo una corrente, non ci interessa cercare la posizione più conveniente in vista del congresso. Noi siamo il Partito Democratico, e non vogliamo andare al congresso di questo partito per scegliere se consegnarlo a un leader della Margherita o a un leader dei Ds. Ci vediamo a Torino per lanciare un progetto: non il nostro progetto, ma quello del Partito Democratico, vero ospite d’onore della giornata. Un grande e moderno progetto di cambiamento e ricostruzione del centrosinistra italiano, della politica italiana e dell’Italia.
Negli ultimi tempi ci siamo visti, ci siamo letti, ci siamo scritti più volte. Sappiamo cos’abbiamo in comune: vogliamo un partito che sia veramente democratico, che sia laico e autonomo dalle chiese e dai gruppi di pressione, che sia moderno e all’altezza delle sfide che ci sono davanti, che sia di sinistra. Ci vediamo sabato a Torino per mettere insieme le nostre idee, per confrontarci e costruire insieme il nostro progetto. I lavori saranno aperti da un saluto del sindaco di Torino, Sergio Chiamparino. Durante la mattinata, poi, ci concentreremo sul congresso che ci aspetta, sulla forma partito e il ruolo degli iscritti e dei circoli, sulle possibili modifiche da apportare allo statuto. Nel pomeriggio, invece, discuteremo di idee e proposte concrete per economia, diritti civili, comunicazione e ambiente.
Insomma: quale partito, quale congresso, quale paese intendiamo costruire. Il treno del cambiamento passa da Torino, il 27 giugno.
Questo sito conta la gente che muore in ogni film: avreste mai detto che il film in cui è muore più gente è l’ultimo del Signore degli Anelli? Io pensavo che Steven Seagal avrebbe stracciato tutti
Barack Obama ha organizzato alla Casa Bianca una cosa a metà tra una festa dell’unità e un party hawaiano, e ha invitato tutti i membri del congresso
È iniziata da poco la direzione nazionale del Pd che licenzierà il regolamento del congresso, dopo aver tentato di rimandarlo o disinnescarlo. Luca Sofri tiene l’ormai consueto liveblogging su Wittgenstein e su Friendfeed