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Trump riuscirà a mantenere una delle sue più grandi promesse? (9/50)

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Quando il presidente degli Stati Uniti incontra nello Studio Ovale un capo di stato o di governo di un paese straniero, al termine del loro incontro a porte chiuse vengono fatti entrare giornalisti e fotografi per una trentina di secondi: la stampa entra, scatta le fotografie, magari qualcuno urla qualche domanda, poi un qualche assistente fa uscire tutti. È una scena anche piuttosto buffa, perché avviene tutto molto rapidamente. La prassi vuole che i due leader a un certo punto si stringano la mano a favore delle telecamere e delle macchine fotografiche. Donald Trump e Angela Merkel ieri non si sono stretti la mano. Quando qualche fotografo ha detto «stringetevi la mano!», entrambi sono rimasti immobili. Merkel a quel punto si è avvicinata a Trump e gli ha detto: «Ci stringiamo la mano?». Trump è rimasto impassibile.

Il mondo non crollerà per una mancata stretta di mano tra due dei suoi leader più influenti e importanti, ma è un episodio che riflette un divario politico larghissimo: per molte ragioni diverse Merkel può essere considerata l’opposto di Trump, che in passato la definì “la persona che ha distrutto la Germania”. Una donna europea di grande esperienza, concretezza e competenza, a favore del mercato e dei trattati di libero scambio, avversaria della Russia di Vladimir Putin, che ha promosso e attuato il più grande programma di accoglienza di rifugiati in Europa e il cui paese investe in spese militari meno di quanto dovrebbe, in quanto parte della NATO. Non c’è niente di tutto questo che Trump non detesti.

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Dieci giorni in Michigan (8/50)

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Ciao dal Michigan, dove ho passato l’ultima settimana girando di città in città. È stato un viaggio duro e ricco di incontri, ricerche e scoperte, che mi ha permesso di capire qualcosa di uno dei luoghi decisivi alle elezioni presidenziali vinte da Donald Trump lo scorso novembre. Ho fatto un migliaio di chilometri in macchina, ho parlato con molte persone, ho visto posti diversissimi: eleganti villette a schiera con le auto parcheggiate sul vialetto e interi isolati completamente abbandonati, città universitarie vitali e cosmopolite e altre in cui per due anni è uscita acqua avvelenata dai rubinetti, vecchi stabilimenti industriali devastati e quartieri che nel giro di una generazione hanno perso metà della loro popolazione.

Il risultato di questo viaggio è innanzitutto la puntata del podcast che potete ascoltare qui sotto: è stata possibile grazie alle vostre donazioni e al contributo degli sponsor che stanno investendo in questo progetto, ci ho lavorato molto io e ci hanno lavorato molto quelli di Piano P, grazie ai quali tra l’altro stavolta le parti in inglese sono doppiate in italiano, come alcuni di voi mi chiedevano da tempo. Spero che per voi sia interessante ascoltarla quanto lo è stato per me metterla insieme. Se avete un iPhone, per ascoltarla cercate “Da Costa a Costa” nell’app “Podcast”; altrimenti cliccate play qui sotto per ascoltarla su Spreaker. Se volete, dopo aver ascoltato la puntata lasciate una recensione su iTunes e parlatene sui social network o a chi pensate possa essere interessato a queste storie come voi.

Ascolta “S2E4. Capire il Michigan per capire l'America” su Spreaker.

La puntata del podcast parla del mio viaggio in Michigan e non delle notizie di questa settimana, altrimenti sarebbe durata due ore. Le cose importanti sono tre: i tweet con cui Trump ha accusato Obama senza prove di aver intercettato le sue comunicazioni durante la campagna elettorale, il nuovo divieto sull’immigrazione emesso dalla Casa Bianca e i primi complicatissimi passi della legge con cui i Repubblicani vogliono abolire e sostituire la riforma sanitaria di Obama. Per il momento per capire meglio queste storie vi rimando agli articoli usciti sul Post, linkati qui sopra: noi ne parleremo nella newsletter di sabato prossimo.

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Se non lo avete già fatto – e diverse centinaia di voi lo hanno già fatto: gli americani direbbero God bless you – vi chiedo quindi di valutare la possibilità di fare una donazione ricorrente da pochi euro al mese per pagare le spese di questo progetto e il mio lavoro. Due euro al mese vanno benissimo (sono circa 20 euro per tutto il 2017) ma se vorrete essere più generosi non ve lo impedirò, così come se vorrete fare una donazione una tantum. Più fondi raccoglierò, più viaggi potrò fare negli Stati Uniti, più posti potrò visitare e più cose potrò raccontarvi come ho fatto fin qui. Se vi interessa, qui trovate le istruzioni per fare una donazione in completa sicurezza, usando la vostra carta di credito o il vostro conto Paypal. Grazie, come sempre. Ciao!

Abbiamo imparato qualche altra cosa su Trump (7/50)

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Martedì sera Donald Trump ha parlato per la prima volta al Congresso. Non è stato un vero discorso sullo stato dell’Unione – i presidenti appena insediati non ne fanno – ma è stato concretamente più o meno la stessa cosa: il presidente degli Stati Uniti che parla alle camere del Congresso congiunte, al governo, ai giudici della Corte Suprema e al paese intero. Per raccontare com’è andata, ai lettori più anziani della newsletter sarebbe sufficiente scrivere che è stato il più convenzionale discorso possibile, e quindi è stato un successo. Per tutti gli altri: abbiamo avuto un altro esempio di un fenomeno che aveva condizionato moltissimo la campagna elettorale, generato con pari responsabilità dall’assurdità di Trump come candidato e dall’insistenza dei Democratici nel ricordarla. A furia di descrivere Trump come un delinquente o un pazzo scatenato – e a furia Trump stesso di parlare e comportarsi come un delinquente o un pazzo scatenato – oggi un discorso normale, convenzionale, persino banale, è percepito come un fatto straordinario. E non solo dai media, fate attenzione: anche dagli altri. Anche dai parlamentari Repubblicani, anche dagli elettori. Sulle responsabilità dei Democratici torniamo tra un po’, perché corrono un rischio grosso; per il momento restiamo sul discorso.

È stato un discorso che avrebbe potuto pronunciare non solo uno come Ted Cruz, ma probabilmente persino il più moderato e istituzionale Paul Ryan, lo speaker della Camera: e questo non perché Trump abbia ammorbidito i contenuti delle sue proposte – quelle sono state sempre molto in linea con il resto del suo partito, che è uno dei motivi meno citati tra quelli per cui ha vinto le primarie – ma perché ne ha ammorbidito i toni. È stato un discorso rivolto al futuro e non al passato, positivo e ottimista invece che negativo e tetro. È stato “il trionfo del gobbo elettronico”, come l’ha messa Bloomberg, ma in questo non bisogna essere eccessivamente severi con Trump: tutti i presidenti lavorano a discorsi del genere per settimane e settimane con i loro staff, tutti i presidenti calcolano e pesano l’impatto di ogni parola. Quello che si può dire – al di là degli scandali e delle nostre opinioni sulle sue idee, quali che siano – è che preso come politico puro Trump ha delle qualità: nella sua versione “unhinged”, a braccio, compensa a una totale mancanza di empatia con una semplicità retorica impressionante, di cui gli appassionati della sofisticata retorica di Obama faticano spesso a comprendere l’efficacia (ma non è semplice parlare semplice); nella sua versione “scripted”, cioè quando legge dal gobbo, usa gli argomenti che in mezzo mondo danno forza ai movimenti reazionari di quest’epoca, e ci aggiunge una qualità speciale che in America chiamano da decenni “Nixon goes to China”.

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Dieci giorni dall’altra parte del mondo

Venerdì prenderò un volo da Milano e dopo uno scalo a Miami atterrerò a Detroit, in Michigan, negli Stati Uniti. Per una decina di giorni visiterò posti molto diversi e in qualche modo significativi per capire qualcosa in più dell’America, e del risultato delle ultime elezioni: il Michigan è uno dei tre stati del Midwest che Donald Trump ha vinto a sorpresa e per pochissime migliaia di voti, grazie ai quali ha ribaltato i pronostici e battuto Hillary Clinton. Avete presente tutti quei discorsi sulla classe bianca impoverita dalla crisi e arrabbiata con la globalizzazione, che nel frattempo sono diventati anche un po’ banali? Ecco, il Michigan è uno stato esemplare di questa situazione (lo era anche l’Iowa, che ho visitato lo scorso ottobre, seppure un po’ meno). Il piano, suscettibile di modifiche e integrazioni, è questo:

Un post condiviso da Francesco Costa (@francescocosta21) in data:

Farò base a Detroit, una delle più antiche e famose città americane, che qualche anno fa è diventata la più grande città statunitense a dichiarare bancarotta e ancora oggi non se la passa benissimo, dove Clinton ha vinto col 95 per cento dei voti (giuro); ma prenderò una macchina e da Detroit mi sposterò quotidianamente. Andrò a Troy, che è poco distante eppure è uno dei posti con la qualità della vita più alta d’America; a Lansing, che è la capitale dello stato, dove domenica ci sarà una marcia di sostegno per Trump; a Sterling Heights, una delle molte città nate intorno agli stabilimenti automobilistici, che nel 2008 e nel 2012 aveva votato per Obama ma dove nel 2016 ha stravinto Trump; ad Hamtramck, la prima città americana il cui consiglio comunale è stato composto in maggioranza da persone di religione musulmana; ad Ann Arbor, dove c’è una grande università; a Flint, la città dove per anni è uscita dai rubinetti acqua gravemente contaminata, che è diventata l’anno scorso un caso nazionale (e a Flint farò due chiacchiere con lui); a Milano, ma solo per farmi una foto; e sicuramente alla fine ci sarà qualche tappa imprevista. In mezzo parlerò con attivisti, funzionari di partito, parlamentari, giornalisti, docenti universitari e quanti più elettori è possibile. Poi racconterò tutto nel podcast e nella newsletter che compongono il progetto “Da Costa a Costa”, che ho iniziato a giugno del 2015 con l’idea di concluderlo con le elezioni americane di novembre e che invece ho ripreso con l’insediamento di Trump e porterò avanti per tutto il 2017.

Come probabilmente sapete, se non è la prima volta che capitate su questo blog, il prodotto del mio lavoro è disponibile online gratis: non si paga né per ricevere la newsletter né per ascoltare il podcast, che si alternano di sabato in sabato. Tutto però ha dei costi: costano i voli, gli alberghi, la macchina, la benzina, la SIM americana per usare internet, i microfoni per registrare, la GoPro per i video, eccetera; e costa il mio lavoro, visto che questo è il mio mestiere ed è quello con cui mi mantengo. “Da Costa a Costa” è un progetto che ho deciso fin dall’inizio di curare da freelance, nel tempo libero, anche per mettermi alla prova, e quindi non ricade sotto l’ombrello delle cose finanziate dal Post; ma quest’anno ho voluto provare a fare una cosa che avesse un senso anche dal punto di vista “industriale”, e quindi ho cercato di finanziarlo cercando qualche sponsor e soprattutto chiedendo ai lettori di valutare se fare una donazione da pochi euro – una tantum o ricorrente, di mese in mese – per mandarmi negli Stati Uniti, pagare le mie spese e il mio lavoro. Siamo ancora all’inizio, per un progetto che andrà avanti per tutto l’anno, e nei prossimi mesi vi darò dei dati più precisi, ma scrivo questo post anche per raccontarvi che ha funzionato: in un mese ho raccolto abbastanza soldi da pagare tutte le spese di questo viaggio in Michigan e auspicabilmente anche un po’ del mio lavoro; è arrivato uno sponsor e ne stanno arrivando un altro paio.

Quindi: innanzitutto grazie di vero cuore a chi ha contribuito fin qui, e anche a chi deciderà di farlo da qui in poi. Se questo progetto e questo viaggio vi interessa, per ricevere la newsletter un sabato su due basta iscriversi qui (se vuoi sapere com’è fatta una delle mie newsletter, qui trovi l’ultima), mentre per ascoltare il podcast basta cercarlo sull’app “Podcast” del vostro iPhone oppure cliccare qui. Se vi interessano anche le piccole cose di racconto di viaggio e vita quotidiana, le trovate sui miei account sui social network: su Facebook, su Instagram e su Twitter. Se poi volete dare una mano, siete sempre in tempo: la raccolta fondi rimane aperta tutto l’anno – qui trovate le istruzioni – anche perché dopo il Michigan nel corso del 2017 mi piacerebbe tornare negli Stati Uniti almeno un’altra volta, magari due, sempre per raccontarvi storie di luoghi e persone interessanti e in qualche modo esemplari, e che ci aiutino a capire quello che sta succedendo. E anche, con l’aria che tira, per capire se questo può essere un modo efficace per finanziare il giornalismo.

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Una storia da film di spie (6/50)

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Si è concluso il primo mese di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti ed è il momento di fare un primo cauto bilancio: non per trarre delle conclusioni, ma per cercare di imparare qualcosa. È stato un mese agitato, ricco di eventi imprevedibili e di gaffe allo stesso tempo comiche e inquietanti, ma per i sostenitori di Trump non è stato affatto un mese disastroso, e bisognerà tenerne conto visto che le elezioni le ha vinte. Nel frattempo, però, l’unica storia che davvero minaccia la presidenza di Trump – quella sui suoi rapporti con la Russia – ha avuto un’altra puntata che sembra uscita da un film sulla Guerra fredda, e invece è vera: e parte con una rissa in un bar di New York nel 1991.

Tutte queste storie le trovate nella nuova puntata del podcast, che si ascolta cliccando Play qui sotto, su Spreaker; oppure su iTunes. Se avete un iPhone, cercatelo nell’app “Podcast”. Se volete, dopo averlo ascoltato, lasciate una recensione su iTunes!

Ah, si è ripetuto anche questa settimana un vero rito di “Da Costa a Costa”, cioè la notizia che arriva la sera o la notte tra venerdì e sabato così che sia impossibile parlarne nel podcast: la Casa Bianca ieri ha impedito l’accesso a una conversazione informale con il portavoce Sean Spicer ai giornalisti di BBC, CNN, New York Times, Los Angeles Times, BuzzFeed e Politico. I giornalisti di AP e TIME allora non hanno partecipato per protesta. Quelli di Bloomberg, del Wall Street Journal e del Washington Post hanno detto che se dovesse ricapitare non lo faranno neanche loro. Non è l’inizio della dittatura, qualora ve lo steste chiedendo: è l’ennesima puntata, e la più preoccupante fin qui, della guerra con i media che Trump combatte da molti mesi. E che non è affatto detto che Trump la vinca questa guerra, anzi. Ne parleremo meglio sabato prossimo.

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Hai ricevuto questo podcast gratis, come la newsletter che riceverai la settimana prossima (vuoi iscriverti?), ma realizzarli non è gratis: servono attrezzature, telefonate, connessioni internet, abbonamenti a servizi e giornali, e serve soprattutto tempo e lavoro. Allo stesso modo, non è gratis andare negli Stati Uniti per potervi raccontare da vicino l’America di Trump, cosa che farò già tra pochissimo: dal 3 al 12 marzo andrò in Michigan, lo stato che probabilmente ha deciso più di ogni altro l’esito delle ultime elezioni presidenziali, e che aveva votato due volte per Obama prima di passare con Trump. Dopo un anno e mezzo a seguire la campagna elettorale, “Da Costa a Costa” è ripartito il 21 gennaio e andrà avanti per tutto il 2017: ogni sabato si alterneranno una puntata della newsletter e una puntata del podcast.

Tutto rimane gratuito per tutti, ma vi chiedo di valutare la possibilità di fare una donazione ricorrente da pochi euro al mese per pagare le spese di questo progetto e il mio lavoro. Due euro al mese vanno benissimo (sono circa 20-22 euro per tutto il 2017) ma se poi vorrete essere più generosi non ve lo impedirò, così come se vorrete fare una donazione una tantum. Più fondi raccoglierò, più viaggi potrò fare negli Stati Uniti, più posti potrò visitare e più cose potrò raccontarvi come ho fatto fin qui: e vorrei far altri due viaggi quest’anno, dopo il Michigan. Se vi interessa, qui trovate le istruzioni per fare una donazione in completa sicurezza, usando la vostra carta di credito o il vostro conto Paypal. Grazie. Ciao!

Una sola cosa oggi minaccia l’esistenza della presidenza Trump (5/50)

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L’intera esperienza politica di Donald Trump, dalla sua candidatura a queste prime settimane alla Casa Bianca, è stata caratterizzata dal caos: ed è un caos in cui Trump ha prosperato e ottenuto vittorie che sembravano impossibili. Il suo principale stratega politico, Steve Bannon, vede il caos sia come un mezzo che come un fine, ma non come un problema; Trump ha più volte generato caos allo scopo di difendersi da qualcosa, aumentando la confusione su tutto il resto. Vale la pena scrivere questa cosa su un post-it, tenerlo appeso davanti alla scrivania e leggerlo ogni volta che succede un guaio alla Casa Bianca, ogni volta che ci sembra che Trump l’abbia detta troppo grossa, ogni volta che qualcuno mente o si contraddice o si dimette: il caos non fa necessariamente male a Donald Trump.

Tutto questo vale anche perché il caos che circonda Donald Trump rimescola e confonde continuamente differenze e priorità in chi sta fuori, in chi lo osserva: primi fra tutti i giornalisti e i suoi avversari. È stata un’altra settimana caotica alla Casa Bianca, come vedremo tra poco: ne sono successe di tutti i colori. Ma è il caso di non perdere razionalità e senso del discernimento: nel caos di questa settimana alla Casa Bianca, nelle moltissime cose che sono successe, solo una è davvero una minaccia esistenziale per la presidenza Trump. Il caso Flynn.

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Il fratello gemello di Bersani

Pensateci, sarebbe un gran colpo di scena: di quelli che in una volta sola sciolgono la trama di quel film di cui non state capendo niente.

Ci ho pensato quando ho letto l’accorato appello inviato da Pier Luigi Bersani all’Huffington Post, con cui pur di invitare il PD a non celebrare il congresso con qualche mese di anticipo, l’ex segretario del PD dice che “abbiamo una maggioranza e un governo che possono e devono operare fino al 2018″ e che facendo il congresso “viene messa una spada di Damocle sul nostro stesso governo”. Possiamo discutere se sia vero o no, se fare il congresso del PD con tre mesi di anticipo effettivamente metta una spada di Damocle su Gentiloni e soprattutto se sia il caso che il PD si impegni oggi a sostenere il governo Gentiloni fino alla fine della legislatura, come chiede Bersani e come hanno chiesto i bersaniani durante l’ultima direzione nazionale del PD con un documento ancora più perentorio. Magari ha ragione Bersani. Ma la persona che oggi pensa questo è la stessa persona – e la stessa corrente, per inciso – che appena due mesi fa parlava così dello stesso governo Gentiloni?

La stabilità non è continuità. La stabilità è cambiamento. E quindi il tratto che non si vede nella composizione del governo spero che si veda nelle politiche. Dopodiché sui singoli provvedimenti, per quel che mi riguarda, devono convincermi eh? Devono convincermi.

Quanto può durare questo governo?
Questo governo deve, secondo me, garantirsi che il Parlamento abbia fatto le leggi elettorali, risolvere il problema delle banche, vedere cosa ci dice l’Unione Europea sui bilanci e, in questo stesso tempo, saranno mesi, deve correggere delle politiche.

Due mesi fa – non due anni fa, due mesi fa – il governo Gentiloni secondo Bersani doveva durare mesi, altro che completare la legislatura; e comunque il voto di Bersani non era scontato, andava conquistato da Gentiloni punto per punto, provvedimento per provvedimento, altrimenti ciao governo Gentiloni. Oggi invece, dice Bersani, non solo il sostegno al governo Gentiloni va garantito in anticipo fino al 2018, ma addirittura il PD non può nemmeno fare il congresso perché questo forse potrebbe rendere più fragile il governo. Qualsiasi interesse prioritario nazionale esista oggi per giustificare la posizione di Bersani – le banche, la scuola, le cavallette – c’era anche due mesi fa. È cambiato qualcosa? O parlava il fratello gemello?

È il caso di impiegare del tempo a discutere queste posizioni politiche, oppure è meglio evitare perché tanto tra due mesi saranno cambiate di nuovo? È diventato frustrante seguire le vicende della minoranza del Partito Democratico, perché si ha spesso l’impressione che discutere del merito sia inutile, tanto il merito cambia da una settimana all’altra in base a cosa torna più utile per dare un po’ fastidio all’usurpatore: ed è un peccato, perché questo atteggiamento personalistico e infantile evidentemente rafforza proprio Renzi.

Due mesi fa la minoranza del PD chiedeva il congresso, e Renzi tentennava; ora Renzi dice facciamo ‘sto congresso, e la minoranza non lo vuole più. All’epoca il governo Gentiloni era considerato la soluzione più comoda per Renzi dopo le dimissioni, quindi bisognava fare la faccia cattiva, dirsi delusi e minacciare di farlo cadere; oggi sembra che Renzi voglia votare presto, e quindi è diventato prioritario far sì che Gentiloni rimanga a Palazzo Chigi il più possibile. D’altra parte a Speranza la riforma costituzionale piaceva, prima che decidesse di votare No al referendum; ed Emiliano soltanto a fine gennaio diceva che «se Renzi non convoca il congresso si può perfino arrivare alle carte bollate, quindi prima cominciamo meglio è», addirittura lanciò una campagna online, mentre oggi invece dice che fare il congresso è proprio male.

Liberi tutti di sostenere qualsiasi cosa, per carità: che non si lamentino però se nessuno li prende sul serio, e se più di qualcuno comincia a convincersi che questo spettacolino non abbia niente a che fare con la politica.

Chi comanda alla Casa Bianca (4/50)

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Sono passate tre settimane da quando è ripartito “Da Costa a Costa” e devo dirvi grazie: la prima puntata del podcast è stata la più scaricata e ascoltata di sempre, le due newsletter sono state tra le più lette fin qui. Soprattutto devo dirvi grazie per come avete risposto alla mia richiesta di sostegno economico per questo lavoro, che faccio nel tempo libero e diffondo gratuitamente: anche grazie alle vostre donazioni, per esempio, ora è sicuro che andrò a visitare il Michigan dal 3 al 12 marzo, per raccontarvi il posto che probabilmente più di tutti gli altri ha deciso l’esito delle elezioni presidenziali del 2016. Vorrei fare degli altri viaggi nel corso del 2017, sempre allo scopo di raccontarvi dei luoghi in qualche modo significativi per capire l’America di Trump, e ogni donazione in più li rende più facili da realizzare: se volete dare una mano, trovate qui le istruzioni.

Nel podcast che potete ascoltare qui sotto parliamo anche del Michigan, e iniziamo a cercare di capire perché le persone che ci vivono hanno votato in maggioranza per Trump, dopo aver votato in maggioranza per Obama sia nel 2008 che nel 2012. Ma soprattutto parliamo di chi comanda alla Casa Bianca e nel governo Trump. Siamo abituati a pensare che la persona più potente degli Stati Uniti, dopo il presidente, sia il vicepresidente, ma non è così. Le prime tre settimane di amministrazione Trump ci hanno fatto capire chi sono le persone più potenti e influenti alla Casa Bianca, e come il loro rapporto può plasmare le politiche di Donald Trump. Inoltre, questa settimana sono state ratificate le nomine di due controversi e importanti membri del governo Trump; i Democratici hanno trovato – grazie ai Repubblicani – la vera leader politica dell’opposizione a Trump; un tribunale federale ha confermato la sospensione del contestato “muslim ban”, l’ordine esecutivo della Casa Bianca sull’immigrazione, che ora andrà probabilmente alla Corte Suprema.

Si ascolta cliccando Play qui sotto, su Spreaker; se avete un iPhone, cercatelo nell’app “Podcast”. Se volete, dopo averlo ascoltato, lasciate una recensione su iTunes.

Ascolta Da Costa a Costa” su Spreaker.

Ci sentiamo sabato prossimo, con “Da Costa a Costa” in versione newsletter. Per iscriverti alla newsletter, clicca qui. Ciao!

Provateci voi, a fare Chiara Ferragni

Non mi occupo di moda, quindi potrei passare oltre: ma ci faccio caso ogni volta, perché mi incuriosiscono i fenomeni come questo. Ogni volta che viene pubblicata una notizia che riguarda Chiara Ferragni, o il suo nome viene fuori nel corso di una conversazione, parte una simile litania di commenti: dai vari “chi se ne frega” (quelli a cui una cosa non interessa pensano che agli altri debba interessare che a loro non interessa, ci avete fatto caso? detto da uno che adora il calcio, in che modo Chiara Ferragni è meno rilevante di Juve-Crotone?) agli “ecco un’altra diventata ricca senza saper fare niente”, con le varianti del caso, fino a cose peggiori.

E vi ricordate di quella volta che un esercito di sapientoni le disse di tutto per quella foto con il libro al contrario, prima che venisse fuori che il libro non era al contrario, e ai sapientoni il commento sarcastico era scappato così tanto che non avevano nemmeno fatto una ricerca su Google? Ora, there will be haters, certo: internet è piena di molte cose, ci piace prendere innocuamente in giro la gente famosa e a certi altri – parecchi – piace anche passare il tempo a insultare questo e quello, che innocuo non è. Meglio se si parla di persone famose e di successo. Le donne in particolare, poi, devono sopportare scetticismi, molestie e angherie di gran lunga superiori a quelli degli uomini. Niente che non sappiamo. Però nei casi come quello di Ferragni questo accanimento raggiunge vette notevoli: e ora se ne riparla perché di nuovo una delle migliori università del pianeta ha pensato di invitare Chiara Ferragni a spiegare ai suoi studenti come si fa il suo mestiere. Cosa ne capiranno mai questi di Harvard.

Ora, per chi non ne avesse mai sentito parlare: Chiara Ferragni ha 29 anni ed è la più famosa fashion blogger del mondo. In soldoni ha un’azienda che si occupa di moda. Fino a dieci anni fa non la conosceva nessuno; quella che oggi è un’azienda, era banalmente un suo blog. Oggi il suo blog e la sua azienda fatturano milioni di dollari ogni anno, hanno decine di dipendenti e sono in utile. Gli argomenti più diffusi sui social network, anche volendo scremare gli insulti? “Ma in realtà fa tutto il suo ex fidanzato” (ti pareva che una donna potesse avere successo da sola), “Ma viene da una famiglia benestante” (cosa che è notoriamente garanzia di lavoro duro e successo planetario), “Non fa un vero lavoro” (dice uno stuolo di aspiranti copy che prenderà forse in vent’anni gli aerei che Ferragni prende in sei mesi), “Non ha fatto sacrifici” (ma che ne sapete?), “La moda è una cazzata” (una stupidaggine, con l’aggravante che la dice un italiano e non un paraguaiano).

E quindi mi è venuta in mente una cosa che mi aveva detto Roberto Saviano, la volta che avevo passato una giornata con lui a Monaco.

«In un paese come l’Italia niente sembra possibile. Si spera che tutti siano arrestati, che tutti cadano in scandali, dal flop dell’industriale al sindaco passando per l’attore, per potersi dire: non sono io incapace, è che chiunque ha un posto di valore è una schifezza, io non sono una schifezza quindi non lavorerò mai. Io sono nato in una terra dove agire, cercare di emergere, è visto con diffidenza. Dove fare è sospetto mentre non fare è sinonimo di onestà. La fama ti mette addosso un mirino. Perché tutti vogliono vedere cadere tutti. Per sentirsi migliori».

Blog Lovin' Awards

La prima vera crisi della presidenza Trump (3/50)

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Bisogna immaginare se stessi respinti alla dogana del paese in cui si vive da dieci, venti, trent’anni, in cui c’è tutta la vostra vita, le persone che amate, il vostro lavoro, la vostra casa; essere trattenuti dalla polizia senza aver fatto niente e senza scadenza; sentirsi offrire come unica possibilità immediata quella di andarsene in un’altra nazione. Bisogna farlo sforzandosi di pensare ai dettagli, all’aeroporto dal quale siete partiti decine di volte ma del quale non avevate mai visto quelle stanze; ai parenti che aspettano agli arrivi e si preparano ad accamparsi per trascorrere non si sa quante ore o giorni; alla ricerca di chiarimenti e spiegazioni che non porta a niente, nemmeno tra la polizia di frontiera. E bisogna moltiplicarlo per migliaia di persone.

È impossibile che non ne abbiate letto in questi giorni: le decisioni prese sabato scorso da Donald Trump sull’immigrazione hanno fatto deragliare le vite di moltissime persone e hanno generato grandi proteste, polemiche e ricorsi. Sono state annunciate, poi corrette, poi ridimensionate da un giudice, poi corrette ancora, infine temporaneamente sospese; e sono state la prima vera crisi della presidenza Trump, il primo problema da affrontare e risolvere. Ora: qualsiasi nuova amministrazione, o nuovo governo, attraversa un periodo di studio e apprendimento non appena si insedia. Tutti ambiscono e promettono di essere pronti dal primo giorno – “to hit the ground running”, dicono gli americani – ma non accade quasi mai. E quindi ci sono incomprensioni, errori, confusione. È normale, d’altra parte governare un paese è uno dei lavori più complessi e delicati al mondo. Nel caso dell’amministrazione Trump, però, il caos ha subito superato il livello di guardia: e ci sono motivi per pensare che sia causato da elementi che non svaniranno alla fine di un fisiologico periodo di apprendimento.

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