Quattro amici al bar

Bisognerebbe farlo più spesso: giudicare le interviste – che nel modo in cui vengono fatte e usate in Italia sono un format quasi unico al mondo – non tanto dalle risposte bensì dalle domande. Tempo fa l’avevo fatto per una bizzarra intervista che Repubblica aveva fatto a Barbara Spinelli durante i giorni incasinati in cui la sua candidatura “di servizio” alle elezioni europee si rivelò essere una candidatura vera. Queste invece sono le domande che Mario Luzzatto Fegiz ha pensato fosse oggi il caso di rivolgere a Gino Paoli, costretto alle dimissioni dalla presidenza di un ente pubblico – che agisce in regime di monopolio, e nonostante questo è messo malissimo – perché indagato per evasione fiscale, accusato di essersi fatto pagare in nero e aver portato i soldi in Svizzera per nasconderli al fisco italiano.

Negli ultimi giorni lei ha cancellato molti impegni pubblici…

È piuttosto minaccioso.

Come sta reagendo chi le sta accanto?

Vuole fare un primo bilancio di questo suo anno e mezzo alla guida della Siae?

In queste ore molti si chiedono che fine abbiano fatto i «quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo»…

Cosa prova in queste ore?

Il tennis fuori dalla testa – 2

Terra rossa con neve.

Una foto pubblicata da Francesco Costa (@francescocosta21) in data:

L’ultima lezione di tennis di dicembre è stata un disastro. Ho saltato la successiva: c’era lo sciopero generale, non sono riuscito a uscire in tempo dalla redazione per prendere la metropolitana, le macchine dei carsharing erano tutte già da un’altra parte, ma soprattutto ero stanco morto e non mi andava di sbattermi di più per arrivare al campo. Poi ci sono state le feste: lezioni sospese. E ho saltato anche la prima lezione di gennaio, perché era il venerdì in cui hanno trovato gli attentatori di Charlie Hebdo e sono rimasto bloccato in redazione fino a tardi. Sono tornato a giocare venerdì 16 gennaio dopo un mese, ero pronto a un altro disastro, invece è stata la migliore lezione da quando ho iniziato.

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Ho comprato un libro sul tennis, me l’ha consigliato un lettore del blog dopo che ho iniziato questo diario. In certi passaggi il libro sembra un po’ questo diario, però scritto da uno che ne sa: un istruttore di tennis che pensa alle cose che fa e sa prevedere che tipo di grugno e di curva delle sopracciglia assumeranno i suoi corsisti dopo un’istruzione spiritosa o dopo una decisa. A un certo punto racconta di quando si trovò davanti un ragazzo che non aveva mai toccato una racchetta prima e invece di spiegargli i movimenti fondamentali del dritto gli disse: guarda me, poi rifallo uguale; non pensare troppo a cogliere ogni dettaglio, cerca di memorizzare l’immagine del movimento. Il maestro tirò dieci dritti, uno dopo l’altro; poi toccò al ragazzo e quello tirò dei colpi ottimi, per uno che stava iniziando in quel momento, salvo che per il movimento delle gambe, inesistente. Il ragazzo gli disse che quella era in realtà proprio l’unica cosa a cui aveva fatto particolare attenzione guardando i dritti del maestro. È solo un esempio, una storia: ma la tesi del libro, che è molto popolare e apprezzato tra gli appassionati, è che si impara a giocare a tennis solo quando si comincia a farlo fuori dalla testa.

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Durante la lezione di venerdì 16 gennaio mi è riuscito quasi tutto perché ero così sicuro che sarebbe andata male che non avevo nessuna aspettativa da soddisfare, perché non speravo di vedere alcun miglioramento e prima di cominciare avevo già rinunciato all’idea di tornare a casa soddisfatto? Perché sono andato a colpire la pallina senza pensare a tutte le mille cose a cui pensare prima di colpire la pallina? In realtà tutte queste domande sono surrogati di quella centrale: sono così scemo? Il tennis vuole che faccia le cose senza pensarci? Il tennis vuole delle cose da me?

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Io e il mio amico non siamo da soli, al nostro corso, ma con altri due trentenni. Uno di questi dice che non aveva mai toccato una racchetta prima eppure è molto più forte di noi. Un altro campionato proprio. Io e il mio amico lo chiamiamo il fenomeno – lui fa anche un po’ il fenomeno – e ci rifiutiamo di credere che non abbia mai giocato prima del nostro corso. Da febbraio abbiamo iniziato a concludere le lezioni con delle partitelle, nella prima di queste io ho giocato in doppio col fenomeno. «Tu non hai idea di cosa arrivava da questa parte», mi ha detto poi il mio amico negli spogliatoi. Noi però lezione dopo lezione stiamo migliorando, dice il mio amico, ti ricordi com’eravamo all’inizio? Il fenomeno invece è sempre come prima.

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Sostiene quel libro che durante una partita di tennis si giochino in realtà tre partite: una tra i due giocatori, quella che vedono tutti, e poi altre due che non vede nessuno, dentro le teste dei giocatori. Quando vedete un giocatore parlare da solo o addirittura insultarsi, dice il libro, è perché dentro di lui si sta giocando un altro incontro tra la parte di lui che cerca di fare le cose e quella che gli dice come le deve fare. A me questa cosa per adesso non capita. Venerdì scorso credo di aver sbagliato tutti i colpi, ma proprio tutti, nei palleggi di riscaldamento che facciamo all’inizio della lezione: non me ne sono andato dopo dieci minuti perché sarebbe stata una sceneggiata ridicola, ma lo stato d’animo era quello. Per la prima volta mi sono incazzato, ma non con me stesso: col tennis. Ma ti pare che dopo una settimana a consumarmi al lavoro devo passare un’ora a sentirmi un deficiente? Ma cosa diavolo vuoi?

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Mi sono iscritto a un piccolo corso di squash, quattro lezioni, per vedere com’è. Mai giocato prima a squash. È andata che mi sono divertito alla prima lezione, anzi, mi stavo divertendo già dopo mezz’ora. Il tennis mi piace molto, di tanto in tanto sono molto contento di un colpo o di una lezione, notare i miglioramenti mi fa sentire orgoglioso, se proietto quello che sento adesso immagino che mi divertirei tantissimo a saper giocare dignitosamente. Ma dopo quattro mesi col tennis non mi sono ancora divertito. Forse per questo venerdì mi sono incazzato. Lo squash non ha fatto così il difficile con me. 

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Dice il mio amico che forse il tennis è come il violino, per quattro anni studi, provi e non fai davvero niente, solo zan, zan, zan, zan, zan, zan. Poi cominci a suonare. Io non lo so ma di certo quattro anni non duro.

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L’ennesimo servizio provato venerdì scorso a un certo punto è sembrato un vero servizio e ha fatto dire “EHI!” ai compagni di corso e al maestro, ma è stato un colpo di fortuna: e se non lo è stato, non saprei dire cosa ho fatto quella volta di diverso rispetto ai servizi venuti male. O meglio, concretamente lo saprei dire: il lancio non era corto come al solito, la racchetta è salita quando doveva e non troppo tardi, la spalla ha fatto il giro giusto in avanti invece che restare bloccata. Ma non è che mi sia impegnato di più in quel tiro che negli altri, semplicemente è capitato che quel servizio sia venuto bene. Certe cose mi sembrano ancora inafferrabili. Il rumore della pallina sulla racchetta per esempio è uno spoiler: quando è rotondo, forte come uno schioppo, ti dice se l’hai presa bene prima che tu lo scopra con gli occhi. Questo non impedisce che la pallina ben colpita si schianti sulla rete.

(la prima parte)

The Honourable Woman è Homeland al cubo

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The Honourable Woman è una serie tv britannica prodotta da BBC: è stata trasmessa la scorsa estate nel Regno Unito e negli Stati Uniti ed è una bomba. È Homeland ma senza le assurde acrobazie e le povertà di idee delle ultime stagioni; è House of Cards ma senza un protagonista fichissimo i cui avversari sono uno più stupido e banale dell’altro. Ci sono le spie, ci sono i politici, c’è la diplomazia, c’è la geopolitica; non ci sono i cliché che abbiamo visto mille volte nelle serie su questi temi. The Honourable Woman parla di una questione attualissima rinunciando a semplificarla, e riuscendo anzi a dare un’idea della sua enorme complessità: soprattutto di quella umana, oltre che di quella politica. Più di una volta si smette di respirare dalla tensione. Non c’è una sola donna che faccia un canonico ruolo “da donna”. Ci sono almeno due attori formidabili, Maggie Gyllenhaal e Stephen Rea. Sono in tutto otto episodi. Il 17 febbraio comincia anche in Italia, su Sky Atlantic. Vale la pena.

I tre paradossi su Romano Prodi

Come è ormai notoe com’era persino prevedibile, anche se non scontato – il Partito Democratico ha deciso di votare scheda bianca alle prime tre votazioni del nuovo presidente della Repubblica, per evitare che il quorum molto alto richiesto dai primi scrutini possa mettere in difficoltà un eventuale candidato e quindi chi lo propone. Questo genererà una situazione piuttosto singolare.

Nei primi tre scrutini, quelli in cui tutti sanno che non ci sono i numeri per eleggere nessuno, un pezzo del PD più SEL più forse il M5S più sicuramente un pezzo di Forza Italia e della Lega – quando c’è da far casino e sabotare non si tirano indietro mai – voteranno probabilmente un candidato comune, Romano Prodi, tutti sostanzialmente con un legittimo obiettivo politico comune di fondo: fregare Renzi e il PD. Dal quarto scrutinio, un pezzo del PD più NCD più un pezzo di Forza Italia voteranno un candidato comune – di cui non sappiamo ancora il nome – con un altrettanto legittimo obiettivo politico comune di fondo, opposto: tenere in piedi la legislatura di Renzi e il PD.

Primo paradosso, quindi: non ci saranno un candidato votato “della sinistra” contro uno votato “dalla destra e dalla sinistra”, bensì due candidati votati “dalla destra e dalla sinistra”. Secondo paradosso: a Romano Prodi basteranno 350 voti nei primi scrutini – quelli in cui ne servono 672! – per considerarsi in ballo e preoccupare molto Renzi, mentre al candidato di Renzi per restare vivo – cioè vincere, non ci sono altre strade – serviranno necessariamente molti più voti (505 almeno) dal quarto scrutinio in poi, cioè da quando ce ne vogliono meno. Terzo paradosso: il presidente fondatore e ispiratore del PD rischia di ritrovarsi usato da un pezzo del PD, unito agli avversari del PD, allo scopo di fottere il PD.

American Sniper è un torto alle storie

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La storia pazzesca di Chris Kyle, il soldato di American Sniper, l’avevo letta sul New Yorker nel giugno del 2013; poi l’avevamo raccontata sul Post, descrivendola appunto come “una storia da film”: ora il film l’hanno fatto, è uscito ed è un’occasione persa.

Se non avete visto il film o se non conoscete la storia di Chris Kyle,
da qui in poi ci sono spoiler.

Al contrario di quello che racconta American Sniper, la storia di Chris Kyle non è la storia di Topolino: è la storia di un uomo con qualità militari formidabili e un carisma fuori dal comune che ha passato tre anni in guerra a fare cose dell’altro mondo che lo hanno distrutto. Avete presente quelle storie in cui non si capisce fino in fondo chi sono i buoni e chi sono i cattivi, in cui il protagonista non è un eroe-senza-macchia ma un essere umano? Quella è la storia di Chris Kyle. Per questo il primo trailer di American Sniper prometteva così bene: perché descriveva il tipo di irrisolvibile dilemma morale a cui è sottoposto un cecchino in guerra, e lasciava immaginare che tipo di conseguenze potesse avere su un essere umano passare tre anni così.

Chris Kyle non era uno che tornato dalla guerra sistemò tutti i suoi problemi con una visita di 7 secondi dallo psichiatra. E i suoi problemi non erano semplicemente aver paura dei rumori improvvisi: una notte nel sonno stava per spezzare il braccio a sua moglie, per dirne una. Beveva, per dirne un’altra. Era stato arrestato diverse volte, tornato dall’Iraq: una volta per aver sfondato il recinto di una casa in macchina, ubriaco; una volta per aver menato un tipo che aveva dato uno schiaffo a una donna in un locale; un’altra volta per aver fatto a botte in un bar. Diceva di essere andato a New Orleans durante Katrina e di aver sparato a quelli che saccheggiavano le case abbandonate. Diceva di aver ammazzato due che volevano rubargli il pick-up. Diceva in generale parecchie balle, per una di queste la sua famiglia deve un sacco di soldi a un ex politico. Queste balle stanno nell’autobiografia di Kyle, da cui è tratto American Sniper: un libro vendutissimo che è un pezzo della storia di Chris Kyle, ma non la storia di Chris Kyle. Anche il modo in cui Kyle riuscì a un certo punto a raddrizzarsi la vita dando una mano ai veterani in difficoltà come lui era un pezzo della storia; anche la vita complicata di Eddie Routh, il ragazzo che lo ha ucciso, era un pezzo della storia.

Il problema non è che “Clint Eastwood ha fatto un film di propaganda militarista“, come sostengono alcuni; e la risposta non è semplicemente che “Clint Eastwood ha solo raccontato una storia”. La storia di Kyle era un’altra. Il problema non è nemmeno che il film non sia fedele alla vera storia, non è che American Sniper dovesse essere un documentario: ma prendere la storia di Chris Kyle e raccontarla così è un torto alle storie in generale. Qui ce n’era una, gigantesca, complicata e piena di sfumature, ma non è stata raccontata.

Come uscire vivi dal voto sul Quirinale

Facciamo che siamo Renzi (ci abbiamo già provato una volta, a rileggerla adesso non è andata malissimo). Tra dieci giorni il Parlamento si riunirà per eleggere il nuovo presidente della Repubblica. Se sei Renzi, a questo giro ti giochi molto: non tutto, ma è una di quelle circostanze in cui se si mette proprio male può finire anche che ti giochi tutto. L’ultima volta che abbiamo provato a eleggere un presidente della Repubblica è stato un disastro tale da umiliare il più grande partito del paese, costringere il suo segretario alle dimissioni e il presidente della Repubblica uscente a fare quello che nessun altro prima di lui aveva fatto nella storia della Repubblica. Il Parlamento che si riunirà tra dieci giorni per eleggere il nuovo presidente della Repubblica è lo stesso di allora. Se avessimo il privilegio di occuparci di questa vicenda da osservatori esterni, senza le concretissime ansie legate al nostro concretissimo futuro, sarebbe un romanzo politico appassionante: un film.

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Un gran discorso di Mario Cuomo, smontato

Chi vuole sapere chi era Mario Cuomo, il leggendario politico americano che è morto stanotte, può leggere un sacco di cose: le cose essenziali sono nell’articolo del Washington Post che sul Post abbiamo tradotto in italiano. Ma agli appassionati di discorsi politici, retorica e arte oratoria io consiglio di impiegare meno di otto minuti del loro tempo per guardare questa sintesi del discorso più famoso di Mario Cuomo, quello che tenne alla convention dei democratici nel 1984.

Questo discorso è stato considerato quasi un discorso fondativo per la sinistra americana degli ultimi trent’anni, per come ha affrontato e centrato il tema delle diseguaglianze economiche: e di questo si legge molto sui giornali americani di oggi, specie per come quei temi sono tornati attuali con la crisi economica, i movimenti di Occupy, la rielezione di Obama nel 2012; ma questo discorso è considerato un caposaldo anche dal punto di vista tecnico, proprio in quanto discorso, ed è effettivamente retoricamente eccezionale. Il testo integrale si può leggere qui.

Intanto è – salvo alcuni incisi – un discorso centrato su un tema preciso, che evidentemente si considera essere il tema su cui far girare l’intera campagna elettorale: le diseguaglianze. Non c’è nessuna lunga prolusione e soprattutto non c’è la struttura circolare a cui siamo abituati: quella per cui ogni discorso, anche quello che annuncia l’elezione del nuovo segretario di circolo, debba partire dalla crisi dei mutui sub-prime e dalla situazione mediorientale per poi andare a stringere fino ad arrivare alla Garbatella (true story).

Poi: la sintesi del discorso nel video sopra ne raccoglie i passaggi più importanti e praticamente è tutto l’inizio del discorso. Questo per un fatto banale nella sua semplicità, e cioè che l’inizio del discorso è il momento in cui le persone sono più attente e perché l’attenzione di qualsiasi essere umano dopo 20 minuti inizia a scendere. Un buon discorso è il più delle volte un discorso che affronta da più lati e in più modi quasi esclusivamente una sola grande questione e che arriva subito al sodo, alla sua parte migliore, per poi elaborare concetti e argomenti nella parte centrale e riprendere di nuovo il succo nella sua conclusione. Un discorso che annuncia quello che deve annunciare dopo 15 minuti, se non addirittura nella conclusione, è un discorso che poteva essere molto più efficace.

Altra cosa. Il discorso è scritto così bene e Cuomo è così bravo a pronunciarlo che non ha bisogno di ricorrere a uno dei trucchi più usati e abusati dagli oratori per creare pathos e riconquistare o mantenere l’attenzione del pubblico, o per chiamare un applauso: alzare il tono della voce. È una scena che avete presente tutti, immagino: il politico che senza nessun motivo particolare durante un discorso si infervora, diventa paonazzo in volto e inizia a urlare. Nella politica americana il simbolo di questo tipo di discorso è quello che fece Howard Dean su un palco dopo essere arrivato terzo nelle primarie in Iowa. Questo minuto nella politica americana è rimasto famoso come “Dean’s scream” – l’urlo di Dean – ed è considerato una delle ragioni per cui la sua candidatura precipitò di lì a poco.

Un esempio italiano: dal minuto 5:30 e poi dal minuto 6:30 ma soprattutto dal minuto 7:45.

Ora riascoltate il tono di Cuomo, anche nella conclusione. Oppure riascoltate uno dei discorsi più famosi della storia mentre viene pronunciato con la voce più calma e pacata possibile. Se Martin Luther King può parlare di diritti civili e schiavitù e dire “I have a dream” senza urlare, perché non può farlo Epifani mentre parla del governo Letta?

Se un discorso è ben scritto e ben pronunciato, non serve urlare o diventare paonazzi per mantenere l’attenzione del pubblico o emozionarlo o chiamare un applauso. Come insegna tra gli altri proprio “I have a dream”, uno dei metodi migliori per far funzionare un discorso è scriverlo come fosse una canzone: mettere le parole una accanto all’altra facendo attenzione al loro suono, al loro ritmo, e pronunciarle facendo attenzione al loro suono, al loro ritmo. Ascoltate di nuovo il video di Martin Luther King mettendo play al minuto 1:45: non sembra che stia cantando?

Queste sono alcune delle frasi del discorso di Cuomo: fate attenzione ai suoni che si assomigliano, ci sono quasi delle rime. Guardando il video noterete anche le pause, mai casuali.

There are elderly people who tremble in the basements of the houses there. And there are people who sleep in the city streets, in the gutter, where the glitter doesn’t show.

There is despair, Mr. President, in the faces that you don’t see, in the places that you don’t visit in your shining city.

Maybe, maybe, Mr. President, if you visited some more places; maybe if you went to Appalachia where some people still live in sheds; maybe if you went to Lackawanna where thousands of unemployed steel workers wonder why we subsidized foreign steel. Maybe — Maybe, Mr. President, if you stopped in at a shelter in Chicago and spoke to the homeless there; maybe, Mr. President, if you asked a woman who had been denied the help she needed to feed her children because you said you needed the money for a tax break for a millionaire or for a missile we couldn’t afford to use.

That struggle to live with dignity is the real story of the shining city.

Now, it will happen. It will happen if we make it happen; if you and I make it happen.

La penuria di buoni discorsi nella politica italiana – ci sono eh, ci sono: ma sono rari – non è solo una questione estetica, una cosa da nerd della politica: è il sintomo di qualcosa di più grande.

Avete presente il discorso di Pierluigi Bersani all’ultima assemblea del Pd? Vi ricordate che cosa disse Susanna Camusso allo sciopero generale di un anno fa? E Silvio Berlusconi nel suo ultimo discorso da presidente del Consiglio? Ve lo dico io: no che non ve lo ricordate. E questo perché la classe dirigente italiana, benché ami apparire in pubblico, ha un grosso problema con i discorsi.

Si dirà, vista l’aria che tira, che non è un grave problema: che gli italiani sono stanchi di parole, prediche e sermoni e preferirebbero sentire meno discorsi e vedere più azioni, più riforme. L’argomento è malposto, e non solo perché di riforme in questi anni in Italia ne sono state approvate decine, quasi tutte inefficaci, incomplete o tra loro incoerenti, come spiega Marco Simoni nel suo bel libro Senza alibi (Marsilio, 2012). Paradossalmente infatti, proprio vista l’aria che tira, gli italiani avrebbero bisogno di più discorsi politici. Discorsi politici veri, però, alti: concisi, retorici il giusto, intellettualmente onesti, ricchi di argomenti e dati a sostegno della loro tesi. Anglosassoni, il più possibile.

Un buon discorso politico, infatti, migliora la società: arricchisce di informazioni l’elettorato, gli chiarisce le idee, lo aiuta a farsi un’opinione informata, educa al confronto dialettico civile. Un discorso ben scritto e ben esposto può cambiare la carriera di un politico e la sorte di un movimento. Può essere un mezzo straordinariamente efficace per influenzare il dibattito pubblico e l’agenda politica, per creare consenso attorno a un tema o a se stessi, per generare attenzione duratura da parte dei mezzi di comunicazione, per stimolare la raccolta di fondi a favore di una campagna.

Due tra le persone più potenti del mondo, Barack Obama e David Cameron, hanno cambiato la loro carriera politica grazie a un discorso, passando in pochi anni da essere dei politici semi-sconosciuti a essere leader dei propri Paesi. Ronald Reagan nel 1964 fece un discorso a cui ancora oggi negli Stati Uniti si fa riferimento come a “The Speech”, “Il Discorso”: tre anni dopo si ritrovò governatore della California, il resto lo sapete. Quasi non c’è presidente americano del Novecento di cui non ci si ricordi una frase. Dei politici italiani degli ultimi vent’anni, invece, fuori dalla nicchia degli addetti ai lavori ci si ricorda pochissimi discorsi. Quello di Berlusconi nel 1994, l’Italia-è-il-paese-che-amo, peraltro registrato. Il discorso di Veltroni al Lingotto nel 2007. Stop.

Di norma la classe dirigente italiana preferisce occasioni meno solenni e impegnative per rivolgersi agli elettori, meglio se mediate dai giornalisti: interviste, conferenze stampa, ospitate in tv, convegni con più ospiti. Nelle occasioni potenzialmente solenni – una manifestazione di piazza, un congresso di partito – i politici italiani si limitano al compitino: un lunghissimo sermone dall’invariabile struttura circolare (si parte sempre dalla situazione internazionale, fateci caso, anche per parlare dello sciopero dei tram), qualche slogan, attenzione maniacale a toccare tutti i temi possibili per non deludere nessuno. Persino nelle occasioni obbligatoriamente solenni, come in Parlamento, il politico italiano medio semplicemente non è all’altezza: legge male discorsi fatti per lo più di banalità retoriche e battute da due soldi, spesso pieni di errori grammaticali.

Esiste poi, soprattutto a sinistra, una qualche resistenza rispetto all’idea di farsi aiutare da professionisti. Che non vuol dire farsi scrivere un discorso da un’agenzia pubblicitaria sulla base dei risultati dei sondaggi ma ricorrere all’aiuto di persone competenti per mettere per iscritto i concetti nel modo più efficace possibile, trovando le metafore giuste, le pause giuste, le parole giuste. Siamo arrivati quindi a quello che forse, in fondo, è l’ostacolo fondamentale, il punto ineludibile, banale come sono solo certe cose vere: per essere in grado di fare un bel discorso, uno di quelli che passano alla Storia, bisogna avere qualcosa di importante da dire.

P. S. : Un’ultima cosa, di nuovo su Cuomo: era figlio di immigrati italiani arrivati da Salerno. Un immigrato di seconda generazione, tecnicamente. E divenne un leader politico nazionale e un potenziale presidente degli Stati Uniti. Immaginate un politico italiano figlio di tunisini e con nome tunisino che arringhi le folle parlando di “noi italiani”. Ecco: tra tante cose che non vanno, questo è un pezzo della grandezza dell’America.

Buon Natale

Per l’ottavo anno con lo stesso video: i riti sono importanti.

Il video viene da Studio 60 on the Sunset Strip, una fantastica serie tv scritta da Aaron Sorkin e andata in onda per una sola stagione tra il 2006 e il 2007. La canzone che sentite è O Holy Night, un classico, per me è il più bel canto di Natale che ci sia e questa è la miglior versione che ci sia. La suonano Troy Andrews (cioè Trombone Shorty) e un’orchestra di musicisti di New Orleans, a poco più di un anno dal devastante passaggio dell’uragano Katrina sulla Louisiana. In mezzo c’è una dichiarazione d’amore che fa diventare piccolissima la gran parte delle dichiarazioni d’amore che abbiate mai visto (ma aver visto la serie aiuta a capire il contesto, in questo senso). Auguri.

10 cose che ho pensato quando ho visto Cuba

Quando mercoledì scorso Barack Obama e Raul Castro hanno annunciato la storica svolta nei rapporti tra Stati Uniti e Cuba, una parte di me ha pensato: peccato esserselo perso per così poco. Sono stato a Cuba un anno fa: un anno non è una settimana, certo, ma in confronto ai tempi della Storia è una cosa da niente, una bazzecola. Forse i miei figli un giorno studieranno la svolta del 2014 e mi chiederanno: quand’è che sei stato tu a Cuba, proprio nel 2014? E io: no, nel 2013. “Ah, ok”. Certo, potrò dire di aver visto l’Avana poco prima di un cambiamento storico, ma queste cose comunque non cambiano dall’oggi al domani: per dire, il regime di Cuba ha annunciato un anno fa la fine della doppia moneta e la doppia moneta è ancora lì. Sarebbe stato bello proprio essere lì adesso, in questi giorni, per parlare con le persone e sentire un po’ l’atmosfera.

Comunque. Ho un amico molto caro e molto comunista che ha visto tanti posti del mondo ma non Cuba, e quando sono tornato mi ha chiesto impressioni e pareri sapendo che io sono molto non comunista. Complice il fatto che a Cuba tra le altre cose ho preso la dengue (niente di grave eh, tranquilli) gli scrissi una lunga email da una camera dell’ospedale Niguarda di Milano, quando la febbre era scesa e non avevo veramente nulla da fare. Oggi che la situazione di Cuba è tornata improvvisamente attuale, la pubblico di seguito con qualche minima variazione. Lo so che Cuba è una di quelle cose di cui allo stesso tempo non si può discutere e di cui si discute da decenni senza arrivare da nessuna parte, lo so che è un simbolo e tutto quanto. Lo so che sono stato poco e ho visto poco, è sempre poco; ma ne ho anche letto molto, prima e dopo. In ogni caso questa non è una voce enciclopedica su Cuba, non è un editoriale, non è un articolo, non è un’analisi di un centro studi. Sono le cose parziali e incomplete che io ho pensato quando sono andato a Cuba e che ho messo in un’email per un amico – e ora in un post sul mio blog.

Premessa uno: io sono molto non comunista ma penso che la storia della rivoluzione cubana – parlo proprio della lotta contro Batista e della sua deposizione – sia una magnifica storia popolare di liberazione, una roba da farci romanzi, film, quadri, di tutto. Premessa due: ho visto soprattutto la parte dell’isola che versa nelle condizioni migliori, la parte meno arretrata. Premessa tre: Cuba va ovviamente valutata nel suo contesto. Non ha senso paragonare i servizi, i pregi e difetti dell’Avana con quelli delle grandi città europee (siamo lontani anni luce, per la cronaca) ma semmai con quelli dell’Uruguay, del Venezuela, del Messico, di Haiti. Premessa quattro: queste mie impressioni non sono esaustive e non sono una guida turistica. Non ho scritto che il mare è quello favoloso dei Caraibi, che i cubani sono chiacchieroni e amichevoli, che il tempo è quasi sempre spettacolarmente bello, che la natura è incredibile. Sono alcune cose che ho pensato, sparse, scritte a un amico.

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