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Sei mesi (27/50)

cc_2Il 26 ottobre del 1967 un trentunenne soldato americano stava pilotando un aereo da guerra sopra il Vietnam, doveva attaccare un’importante centrale elettrica. Fu colpito il suo aereo, però, che precipitò avvitandosi in una spirale. Il soldato riuscì a espellersi prima dello schianto ma la forza con cui fu sbalzato fuori dal minuscolo abitacolo gli ruppe il braccio sinistro, il braccio destro in tre parti e la gamba destra all’altezza del ginocchio. Finì col paracadute dentro un lago. Il peso dell’attrezzatura lo trascinò sott’acqua. Fece per liberarsi ma scoprì di non riuscire a muovere le braccia. Si liberò con i denti, riuscì a non annegare. Fu trovato e portato a riva da una folla di persone che lo riconobbero come soldato americano. Gli sputarono addosso, gli ruppero la spalla sinistra con un fucile, lo accoltellarono al piede sinistro e all’addome. Poi lo consegnarono ai soldati del regime comunista.

I nord-vietnamiti si rifiutarono di curarlo finché non avesse dato tutte le informazioni militari in suo possesso. Il soldato sapeva di essere messo malissimo e promise che avrebbe parlato se lo avessero curato. Un medico lo visitò e disse che non ne valeva la pena: di lì a poco sarebbe morto. Due giorni dopo i nord-vietnamiti scoprirono che suo padre era un importante e famoso ammiraglio, e che della sua sorte si parlava in prima pagina sui giornali americani. Lo avrebbero curato: era un prigioniero importante. Tentarono più volte di mettergli a posto le fratture scomposte al braccio destro, senza operazioni e senza anestesia. Non ci riuscirono. Lo operarono alla gamba sinistra. Il braccio sinistro, rotto anche quello, non glielo ingessarono nemmeno. Cominciarono a interrogarlo e picchiarlo. Quando gli chiesero quali città sarebbero state bombardate, il soldato rispose elencando le città già bombardate; quando gli chiesero i nomi dei soldati del suo squadrone, il soldato elencò la formazione dei Green Bay Packers.

A dicembre lo fecero uscire dall’ospedale e lo misero in una cella con altri due soldati americani. Era lercio, aveva la febbre alta e aveva perso 24 chili dal giorno dello schianto. Gli altri due soldati non pensavano che gli restasse molto da vivere. Sopravvisse. A marzo del 1968 il soldato fu messo in isolamento. In aprile suo padre fu nominato comandante in capo di tutte le forze armate statunitensi in Vietnam, cosa che fece crescere l’attenzione internazionale per la prigionia del figlio. Per migliorare la sua immagine e mostrarsi clemente, il regime nord-vietnamita disse allora al soldato che sarebbe stato liberato. Il soldato si rifiutò: il codice di condotta dell’esercito americano prevede che i primi a essere liberati debbano essere i primi a essere stati catturati, e disse che non si sarebbe mosso se prima non fossero stati liberati tutti i soldati americani catturati prima di lui.

Cominciarono le torture. Usarono delle corde per costringerlo a lungo in posizioni innaturali e dolorose, rese ancora più strazianti dalle fratture mai davvero guarite. Per giorni lo picchiarono ogni due ore. Gli venne la dissenteria, si coprì dei suoi escrementi. Gli ruppero le costole, gli ruppero di nuovo la gamba destra e il braccio sinistro. Alla fine cedette. Lo filmarono mentre ammetteva di essere un criminale di guerra e ringraziava i vietnamiti per avergli salvato la vita; parlando usò però il gergo del regime e fece degli errori grammaticali, per segnalare che fosse stato costretto. Le torture non si interruppero. Cercarono di costringerlo a firmare un altro documento; si rifiutò. La vigilia di Natale del 1968, sempre nel tentativo di migliorare la sua immagine, il regime fece lavare e vestire i prigionieri e mise in scena una messa di Natale alla loro presenza, le cui immagini sarebbero poi dovute arrivare alla stampa internazionale. Il soldato non smise per un momento di urlare insulti e parolacce, e mostrare il dito medio ogni volta che la telecamera lo inquadrava. Intanto i suoi compagni di prigionia presero a chiamarlo “lo storpio”, per quanto era messo male.

Alla fine del 1969 il leader del regime nord-vietnamita, Ho Chi Minh, morì. La nuova leadership decise di smettere di torturare i prigionieri di guerra. Il soldato comunque continuò a ribellarsi, rompere le scatole ed esultare ogni volta che sentiva un bombardamento statunitense; per questo per lunghi periodi fu detenuto in isolamento. Fu liberato soltanto dopo la fine della guerra, il 14 marzo del 1973. Aveva passato in prigionia cinque anni e mezzo, di cui quasi cinque dopo aver rifiutato l’offerta di uscire prima degli altri. Non riusciva a sollevare le braccia oltre l’altezza delle spalle – non ci riuscirà mai più – e aveva i capelli completamente bianchi.

In Italia pochi conoscono la storia di John McCain. Moltissimi sanno di lui solo che fu il candidato Repubblicano – e che candidato – che sfidò Barack Obama alle elezioni presidenziali del 2008. McCain è senatore da trent’anni ed è uno dei più competenti e retti in circolazione: uno dei più rispettati anche dai Democratici. Alle ultime elezioni presidenziali non ha votato per Trump. Non bisogna essere d’accordo su tutto con lui per essere molto dispiaciuti per il grave tumore al cervello che gli è stato diagnosticato questa settimana.

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John McCain il giorno della liberazione.

Ieri l’amministrazione Trump ha compiuto sei mesi, e forse quello che è successo durante questa settimana è esemplare di quello che è successo durante questi sei mesi: molto poco dal punto di vista legislativo, tantissimo su ogni altro fronte.

La prima notizia non vi stupirà, se leggete questa newsletter da un po’ di tempo: i tentativi di abolire e sostituire la riforma sanitaria di Obama sono falliti di nuovo. La legge che era stata approvata alla Camera dopo un primo fallimento è arrivata al Senato, è stata riscritta, poi è stata riscritta ancora e poi è stata ritirata ancora prima di arrivare al voto. A quel punto il capo dei Repubblicani al Senato, Mitch McConnell, molto arrabbiato con i suoi colleghi che non volevano votare la riforma, ha cambiato approccio: votiamo solo sull’abolizione della riforma di Obama (facendo così tornare in vigore il sistema precedente). Per sette anni i deputati e senatori Repubblicani hanno votato l’abolizione della riforma sanitaria, sapendo che Obama l’avrebbe fermata con un veto. “Non vorrete mica tirarvi indietro adesso”, ha fatto capire McConnell ai suoi colleghi. Che si sono tirati indietro. Anche questo voto non è stato nemmeno calendarizzato.

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Il caso Russia è sempre più grave (26/50)

cc_2Settimana di gran colpi di scena, e di quelli che restano.

La storia delle interferenze russe nella campagna elettorale americana, e della presunta collaborazione del comitato Trump con i russi, va avanti da un anno. Da questa settimana ne sappiamo due cose in più, fondamentali e potenzialmente decisive: che almeno una volta lo stato maggiore del comitato Trump incontrò degli emissari del governo russo, e che lo stato maggiore del comitato Trump sapeva che il governo russo aveva intenzione di aiutare concretamente Donald Trump a diventare presidente degli Stati Uniti. Lo sappiamo perché abbiamo letto le email autentiche con cui fu organizzato un apposito incontro nel giugno del 2016.

Come accadrebbe in un film, questa risposta però apre tutta una serie di nuove domande: il presidente Trump sapeva di questo incontro? Cosa accadde dopo quell’incontro? Ce ne sono stati altri? Poi c’è la domanda da House of Cards. Queste email sono arrivate al New York Times grazie a qualcuno dentro la Casa Bianca. Chi è che dentro la Casa Bianca sta lavorando per indebolire Trump, passando queste informazioni esplosive al New York Times? E infine: perché i Trump sembrano non rendersi conto del guaio in cui si sono cacciati? Nella puntata del podcast di questa settimana, cerchiamo di riprendere il filo di questa storia e contestualizzarla, per capire quanto meno in che direzione guardare per avere queste risposte.

Sabato prossimo ritorna la newsletter in formato testuale, e riprende la regolare alternanza con il podcast. Ne approfitto qui per ringraziarvi di cuore per le tante cose bellissime che mi avete scritto a proposito dei due podcast con cui ho raccontato il mio viaggio in Texas (uno e due): parleremo ancora di Texas, nei prossimi mesi. Io intanto sto cercando di capire se posso fare un terzo e ultimo viaggio negli Stati Uniti, quest’anno, per raccontarvi un altro pezzo dell’America del 2017: se avete o conoscete un’azienda che può essere interessata a sostenere questo progetto con una sponsorizzazione, scrivetemi a costa@ilpost.it; se invece volete darmi una mano personalmente, trovate le istruzioni leggendo in fondo a questa email.

Per ascoltare la nuova puntata, se avete un iPhone cercate “Da Costa a Costa” nell’app “Podcast”; altrimenti cliccate play qui sotto per ascoltarla su Spreaker. Se volete, dopo aver ascoltato la puntata lasciate una recensione su iTunes e parlatene sui social network o a chi pensate possa essere interessato a queste storie come voi. Sul sito di Piano P trovate la traduzione in italiano delle parti in inglese.

Ascolta “S2E13. Il caso Russia è sempre più grave” su Spreaker.

Avete ricevuto questo podcast gratis, come la newsletter si alterna al podcast ogni sabato, ma come avete capito realizzarli non è gratis: servono aerei, macchine, camere d’albergo, attrezzature, telefonate, connessioni internet, abbonamenti a servizi e giornali, e serve soprattutto tempo e lavoro. Dopo un anno e mezzo a seguire la campagna elettorale, “Da Costa a Costa” è ripartito il 21 gennaio e andrà avanti per tutto il 2017: ogni sabato si alterneranno una puntata della newsletter e una puntata del podcast. Dopo il Michigan e il Texas vorrei tornare un’altra volta negli Stati Uniti prima della fine dell’anno, per raccontarvi un altro pezzo di America, per cercare di capire come sta cambiando e perché ha scelto Donald Trump come suo presidente.

Se non lo avete già fatto – e centinaia di voi lo hanno già fatto: grazie di cuore! – vi chiedo quindi di valutare la possibilità di fare una donazione ricorrente da pochi euro al mese per pagare le spese di questo progetto e il mio lavoro. Due euro al mese vanno benissimo (a questo punto sono meno di 15 euro per tutto il 2017) ma se vorrete essere più generosi non ve lo impedirò, così come se vorrete fare una donazione una tantum e togliervi il pensiero. Più fondi raccoglierò, più cose potrà vedere negli Stati Uniti e più cose potrò raccontarvi come ho fatto fin qui. Se vi interessa, qui trovate le istruzioni per fare una donazione in completa sicurezza, usando la vostra carta di credito o il vostro conto Paypal. Grazie, come sempre. Ciao!

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Il muro che c’è già (25/50)

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Questa settimana parliamo di nuovo di Texas, perché dal podcast della settimana scorsa – il mio più ascoltato di sempre, primo in classifica generale su iTunes, grazie! – avevo tenuto fuori un tema enorme: il confine. E ne parliamo di nuovo in formato podcast, così recuperiamo la puntata persa all’inizio di giugno.

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Questa l’ho scattata sul Santa Fe Bridge, tra El Paso e Ciudad Juarez: un piede di qua e un piede di là.

Il confine tra Texas e Messico è una cosa strana: allo stesso tempo è presentissimo e assente. Da una parte lo vedi nelle altissime recinzioni e nei continui posti di blocco della polizia di frontiera, lo ascolti nelle conversazioni tra le persone e lo osservi nelle loro vite; dall’altra Texas e Messico sono così simili, così allacciati dai rapporti attuali e soprattutto dalla storia, che a volte sembra incredibile che ci sia un confine. La proposta di costruire un muro al confine è stata centrale nella campagna elettorale di Donald Trump, eppure in Texas non convince moltissimo nemmeno i Repubblicani; che invece vogliono usare la mano pesante contro gli immigrati irregolari che sono già entrati, per cercare di rallentare i velocissimi cambiamenti in corso nella loro società. La cosa che ho cercato di raccontare in questa puntata è che attorno al confine che si gioca il futuro del nuovo Texas, e questo a prescindere dal muro di Trump.

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Il Texas è uno stato mentale (24/50)

cc_2Eccoci, allora.

Grazie alle vostre donazioni, all’inizio del mese sono stato in Texas. Ci ho passato nove giorni, ho guidato per quasi 3.000 chilometri, ho visto le grandi città e i paesini da quattro case quattro, ho attraversato il deserto e ho percorso tutto il confine fino a mettere piede in Messico; ho parlato con giornalisti, attivisti, politici e tante persone comuni; ho visto tutte le cose che noi europei associamo istintivamente al Texas – i ranch, i cowboy, i pozzi di petrolio – ma ne ho viste anche tantissime altre, sorprendenti, diverse e importanti. Perché il Texas sta cambiando moltissimo, è meno conservatore di un tempo ed è il centro di gravità della politica statunitense. E perché ha un’identità così forte e precisa che, osservandola da vicino, permette di capire qualcosa su chi sono gli americani, e soprattutto su chi saranno.

Ho lavorato per mesi a questo viaggio: ho mandato la prima email di organizzazione e preparativi addirittura durante il viaggio precedente, a marzo, un pomeriggio in cui lavoravo al computer e cercavo riparo dal gelo in uno Starbucks di Detroit. Anche per questo una volta in Texas ho incontrato tantissime storie e raccolto moltissimo materiale, e anche per questo ho deciso che nella puntata di oggi – che già così è leggermente più lunga del solito – avrei solo fatto cenno a un tema enorme, l’immigrazione e il muro, a cui dedicherò un podcast a parte. Ho avuto il dubbio di aver messo troppa carne al fuoco senza arrivare al dunque, ma ho imparato che quando si parla del Texas spesso un dunque non c’è. Ce ne sono tanti, a volte contraddittori. Mi saprete dire voi, poi, cosa ve ne è sembrato.

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Quando sono arrivato al muro che c’è già.

Prima di lasciarvi alla puntata ho bisogno di ringraziare qualcuno. Innanzitutto voi e gli sponsor di “Da Costa a Costa”, senza i quali un progetto senza editori che porto avanti nel tempo libero e con le mie ferie non avrebbe mai portato a un viaggio come questo né a quello di marzo in Michigan, e ai reportage a cui ho lavorato. Grazie, di cuore. Poi devo ringraziare le persone di Piano P, i migliori soci e complici che si possano desiderare in un’impresa come questa. Infine devo ringraziare due persone senza le quali questo lavoro sarebbe stato molto più povero o semplicemente non sarebbe stato: Marta, che per mesi mi ha portato in Texas ogni settimana, molto prima che lo vedessi davvero, e ho capito davvero quanto lo ha fatto bene solo quando ci sono arrivato; Marco, che è stato come sempre un amico e un alleato preziosissimo, e stavolta anche un compagno di viaggio di valore non quantificabile.

Quindi – eccolo il quindi! – se avete un iPhone, per ascoltare la nuova puntata cercate “Da Costa a Costa” nell’app “Podcast”; altrimenti cliccate play qui sotto per ascoltarla su Spreaker. Se volete, dopo aver ascoltato la puntata lasciate una recensione su iTunes e parlatene sui social network o a chi pensate possa essere interessato a queste storie come voi. Sul sito di Piano P trovate la traduzione in italiano delle parti in inglese.

Ascolta “S2E11. Il Texas è uno stato mentale” su Spreaker.

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Se non lo avete già fatto – e centinaia di voi lo hanno già fatto: grazie di cuore! – vi chiedo quindi di valutare la possibilità di fare una donazione ricorrente da pochi euro al mese per pagare le spese di questo progetto e il mio lavoro. Due euro al mese vanno benissimo (a questo punto sono meno di 15 euro per tutto il 2017) ma se vorrete essere più generosi non ve lo impedirò, così come se vorrete fare una donazione una tantum. Più fondi raccoglierò, più cose potrà vedere negli Stati Uniti e più cose potrò raccontarvi come ho fatto fin qui. Se vi interessa, qui trovate le istruzioni per fare una donazione in completa sicurezza, usando la vostra carta di credito o il vostro conto Paypal. Grazie, come sempre. Ciao!

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Un errore che a Trump costerà carissimo (23/50)

cc_2Con due tweet scritti e pubblicati questa settimana, Donald Trump ha chiuso una faccenda che aveva aperto lui stesso quaranta giorni prima: e ci ha permesso di constatare la vastità di una ferita auto-inflitta come è davvero raro vedere in politica, figuriamoci a questi livelli. I tweet di cui parlo sono quelli con cui Trump ha detto di non aver fatto né di possedere nessuna registrazione delle sue conversazioni con l’ex capo dell’FBI, James Comey. Era stato lo stesso Trump ad alludere a questa possibilità, dal nulla, quando aveva scritto su Twitter che “James Comey farebbe meglio a sperare che non ci siano delle registrazioni dei nostri incontri!”, quando stava iniziando a venire fuori il contesto attorno alla rimozione dell’ex capo dell’FBI.

Quell’allusione di Trump è stata davvero incomprensibile, ancora di più oggi alla luce del fatto che quelle registrazioni non esistono: si può spiegare solo attribuendo al presidente degli Stati Uniti una reazione da bulletto delle scuole medie. Per quanto concerne la vastità del disastro provocato, basti pensare questo: oggi sappiamo che fu dopo aver letto quel tweet minaccioso che Comey fece trapelare alla stampa il contenuto della memoria in cui aveva raccontato di come Trump gli chiese di chiudere un occhio su Flynn, e sappiamo che lo fece allo scopo di arrivare alla nomina di un procuratore speciale, nomina che è poi avvenuta. Se oggi c’è un cazzutissimo procuratore speciale che guida l’indagine sulla Russia, Robert Mueller, è in buona parte per quel tweet evitabilissimo.

La quinta stagione di House of Cards non mi è piaciuta, purtroppo. Questa scena però sì: è un’efficace lezione di storia della Costituzione americana e sul funzionamento del loro complesso processo elettorale in circostanze estreme, travestita da monologo spaccone di Kevin Spacey. Quinta puntata, occhio agli spoiler.

Tenete conto poi di altre due cose. La prima è che questa ferita auto-inflitta nasce da un’altra ferita auto-inflitta: la rimozione stessa di Comey, che ha portato all’apertura dell’indagine per ostruzione alla giustizia. Senza quella decisione, oggi probabilmente Comey guiderebbe un’indagine sull’interferenza russa nella campagna elettorale che molto difficilmente potrà dimostrare – sempre che sia avvenuta – una collusione diretta con i russi dei dirigenti del comitato Trump, senza contare quella di Trump stesso. Il flusso di notizie su quel fronte si è praticamente interrotto: l’indagine vera oggi è quella nata dopo il licenziamento di Comey per ostruzione alla giustizia.

La seconda cosa è che Trump non impara mai e continua a ripetere gli stessi errori. Questa settimana, parlando a Fox News, ha detto di aver alluso alla possibilità di aver registrato Comey per influenzare la sua testimonianza al Senato. «Quando ha saputo che forse il nostro incontro era stato registrato, credo che abbia cambiato versione. Di certo non è stata una mossa stupida». Insomma, forse Trump ha detto in diretta televisiva che stava cercando di influenzare l’indagine; e si è contraddetto di nuovo, comunque: prima diceva che Comey aveva mentito durante l’audizione, ora dice che grazie alla sua minaccia Comey ha detto la verità (ora ha anche ammesso che la Russia ha interferito nella campagna elettorale). Poveri i suoi avvocati.

Questa settimana Trump ha difeso la scelta di riempire il suo governo di banchieri di Wall Street, nonostante le promesse di campagna elettorale. «A me le persone piacciono tutte, ricche e povere, ma in quei particolari incarichi non voglio un povero».

Ah, prima che mi dimentichi: se vivete in Puglia, o siete lì in vacanza, magari vi interessa sapere che venerdì 7 luglio alle 20.30 in un posto bellissimo di San Cesario di Lecce parlo per un’oretta dell’America di Trump.

Andiamo avanti con le notizie della settimana.

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Trump è indagato. E ora? (22/50)

cc_2Da quando esiste questa newsletter, cioè da giugno del 2015, mi è capitato di scriverla in tanti posti diversi, città diverse, nazioni diverse, in situazioni di varia improvvisazione e precarietà. Questa edizione però le batte tutte: l’ho scritta in macchina, sul confine tra Texas e Messico, mentre guidava Marco, mio amico e compagno di viaggio. Ciao da Alpine, quindi: nel momento in cui clicco “invia” qui sono quasi le due del mattino di sabato, sto andando a dormire.

Il viaggio in Texas sta andando molto bene, e chi di voi mi segue su Instagram ne conosce già le piccole cose che sto raccontando e mostrando attraverso le foto e le storie: il reportage vero e proprio – o almeno una prima parte – arriverà col podcast del primo luglio. Oggi invece niente podcast – recupereremo la puntata più avanti – bensì una tradizionale newsletter, vista la mia precaria postazione e condizione geografica. Di materiale ne abbiamo moltissimo: da questa settimana possiamo dire con certezza che il presidente degli Stati Uniti è indagato per aver cercato di ostacolare la giustizia.

Facciamo un passettino indietro. Ci sono cinque indagini in corso sull’eventuale collaborazione tra il comitato elettorale di Trump e la Russia.

Una è condotta dalla commissione Intelligence del Senato, e riguarda proprio questa presunta collaborazione e più in generale le interferenze russe nella campagna elettorale. Un’altra con gli stessi obiettivi – e in più le fughe di notizie – è condotta dalla commissione Intelligence della Camera. Un’altra è condotta dalla commissione Giustizia del Senato e riguarda soprattutto la rimozione di Michael Flynn dall’incarico di consigliere per la sicurezza nazionale – chi sapeva cosa dei suoi rapporti con i russi e i turchi, per esempio – e sulle fughe di notizie dalle agenzie di intelligence ai giornalisti. Un’altra ancora è condotta dalla commissione della Camera che supervisiona le attività del governo, e si concentra sui contatti tra Flynn e i russi e i pagamenti che riceveva da loro. Queste commissioni hanno poteri diversi tra loro ma in generale possono chiedere e acquisire documenti, e chiamare persone a testimoniare sia a porte aperte che a porte chiuse; alla fine produrranno una relazione.

L’inchiesta che conta davvero, però, è la quinta: quella che stava portando avanti l’FBI e che dopo la rimozione di James Comey è stata affidata a un procuratore speciale, Robert Mueller. Ha poteri vastissimi di acquisizione di documenti, ingenti fondi e risorse, può costringere le persone a testimoniare e può portare a un rinvio a giudizio: cioè mandare le persone a processo. E riguarda tutto: le interferenze russe nella campagna elettorale, i rapporti dei russi col comitato Trump, eventuali altri reati compiuti nel frattempo dai collaboratori di Trump (quando cominci a cercare, non sai mai cosa trovi) e soprattutto la possibilità che Trump o i suoi alleati abbiano cercato – basta solo il tentativo, al di là del suo esito – di ostacolare le indagini.

Ora, voi lo sapete da almeno un mese, se seguite il podcast: allo stato attuale la cosa veramente urgente e preoccupante per Trump è proprio quest’ultima, e non più i presunti rapporti con la Russia suoi o dei suoi alleati, che sono complessi da dimostrare in modo inequivocabile.

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Cosa cambia dopo l’audizione di Comey (21/50)

cc_2Una comunicazione di servizio, prima di cominciare: chi ha letto la cosa che ho scritto ieri sul blog sa che la mia prossima partenza per il Texas mi costringerà a scombinare un po’ l’alternanza settimanale tra newsletter e podcast, e per questo motivo oggi sarebbe dovuto uscire di nuovo un podcast invece che la newsletter. Solo che ieri sera c’è stato un guaio tecnico al momento di registrare il podcast ed era troppo tardi per rimediare, quindi quella di questo sabato è una newsletter, come da piani originari. La cosa nuova è che riceverete la newsletter anche sabato prossimo – quando sono in viaggio scrivere è più comodo di registrare – e quindi torniamo col podcast sabato primo luglio. Ma recupereremo la puntata persa, promesso.

Per il resto, appunto, sono in partenza, sempre grazie alle vostre generose donazioni: a meno di grandi stravolgimenti nel viaggio, la prossima volta che ci sentiremo sarò da qualche parte sul confine tra Texas e Messico, probabilmente tra Del Rio e Terlingua. Se non volete aspettare quel giorno per sapere se sono riuscito a non farmi mordere da un serpente a sonagli, seguitemi su Instagram.

Veniamo alle cose importanti però.

La politica americana aspettava questo momento da un mese, e così anche i giornalisti di tutto il paese e di mezzo mondo: il momento in cui James Comey, l’ex capo dell’FBI licenziato da Donald Trump mentre indagava proprio sul comitato elettorale di Trump e sui suoi presunti rapporti con la Russia, avrebbe testimoniato davanti alla commissione intelligence del Senato, dando la sua versione sulle ragioni del suo licenziamento e sui suoi rapporti col presidente. Il momento è arrivato l’8 giugno, l’audizione è durata tre ore, e ora abbiamo le idee un po’ più chiare su quello che è successo.

Prima di analizzare le cose che ha detto Comey, però, è importante capire il contesto.

Per noi che osserviamo la politica americana da lontano può essere difficile comprendere davvero la straordinarietà dell’audizione di Comey, ma c’è un motivo se la stampa statunitense era così eccitata: non si era mai visto prima un direttore dell’FBI appena licenziato e convocato davanti a un consesso così solenne per raccontare come il presidente su cui stava indagando prima gli avesse fatto pressioni perché chiudesse un occhio su un’indagine, e poi lo licenziasse. Non fatevi tentare dall’idea di considerare quest’audizione come uno scontro fisiologico tra avversari politici. Comey non è un avversario politico di Trump: è un funzionario governativo di grande reputazione ed esperienza, che ha lavorato molto bene sia con il presidente Bush che con il presidente Obama e che è stato persino a lungo iscritto nelle liste elettorali come Repubblicano. Un servitore dello Stato nel senso più classico e meno retorico del termine. E le cose che ha detto, Comey non le ha dette in un’intervista alla tv: le ha dette sotto giuramento, cioè in un contesto in cui mentire è reato. Per queste ragioni quest’audizione era stata descritta per settimane dai media come una delle più importanti nella storia degli Stati Uniti d’America.

Bisogna dire un’altra cosa però: si poteva immaginare, e infatti è stato così, che Comey non avrebbe dato notizie clamorose nel corso della sua audizione.

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Dieci giorni in Texas

Come sanno i lettori e gli ascoltatori di “Da Costa a Costa”, il progetto giornalistico composto da una newsletter e un podcast che curo da giugno del 2015, lunedì partirò per il Texas: sarà il mio secondo viaggio di quest’anno – e il quarto dall’inizio del progetto – per cercare di capire cosa è cambiato e cosa sta succedendo negli Stati Uniti prima e dopo la vittoria di Donald Trump alle ultime elezioni presidenziali. Questo è il giro che farò, ancora suscettibile di qualche modifica: arrivato a Dallas il piano è scendere fino al confine tappa dopo tappa e poi risalirlo tutto verso ovest fino ad arrivare a El Paso, la città gemella di Ciudad Juarez. Durante il viaggio osserverò il più possibile e cercherò di parlare con quante più persone è possibile; incontrerò attivisti, giornalisti, politici locali, imprenditori e in generale persone con cose e storie da raccontare.

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Ho scelto il Texas perché è uno stato molto più variegato e meno scontato di quanto sembri, ed è esemplare per capire molte cose dell’identità statunitense e dei suoi cambiamenti. È uno stato storicamente super Repubblicano, che associamo istintivamente ai ranch, ai cowboy, all’industria del petrolio e ai bianchi armati fino ai denti; eppure è allo stesso tempo lo stato di Austin, una delle città più liberali e hipster d’America, e di un vasto e avanzatissimo sistema industriale nel campo delle biotecnologie. È uno stato che ha un’identità propria fortissima, una delle cose più complicate da comprendere per noi europei, e senza capire la quale è impossibile barcamenarsi nella politica americana; ed è uno stato da cui è passato un grosso pezzo della storia statunitense, da Waco a Fort Alamo, da Dallas a Houston. Dal punto di vista politico, poi, è uno stato che sta cambiando moltissimo: Hillary Clinton ha perso in Texas alle ultime elezioni, ovviamente, ma è andata bene come nessun candidato Democratico da vent’anni a questa parte. Capire cosa succede in Texas può essere utile per capire cosa succederà all’amministrazione Trump: in Texas ci sono gli elettori Repubblicani di ferro, quelli che mai prenderebbero nemmeno in considerazione di votare per un Democratico, e ci sono quelli di nuova generazione – soprattutto immigrati o figli di immigrati – che hanno già fatto diventare politicamente blu il sud dello stato, e che diventano ogni anno di più. E poi, ovviamente, il Texas è lo stato del confine con il Messico e quindi lo stato del muro: il centro della più famosa proposta di Trump in campagna elettorale.

Detto questo, un po’ di indicazioni e informazioni per chi vuole seguire il viaggio:

– durante le giornate userò i social network per raccontare cosa faccio, soprattutto le storie di Instagram (qui comunque ci sono anche Facebook e Twitter);

– l’iscrizione alla newsletter (un’email ogni sabato, non di più) è sempre gratuita e si fa sempre qui;

– devo scombinare un po’ l’alternanza podcast-newsletter, perché nel sabato che passerò in Texas sarà per me molto più comodo scrivere invece di registrare, mentre per raccontare il viaggio una volta tornato preferisco usare il podcast: quindi “Da Costa a Costa” sabato 10 uscirà di nuovo in formato podcast, poi ci saranno due newsletter consecutive;

– se questo progetto vi ha incuriosito e lo scoprite adesso, qui trovate i due podcast (uno e due) con cui avevo raccontato il mio ultimo viaggio, lo scorso marzo in Michigan.

A presto!

La crisi più grave di cui non avete sentito parlare (20/50)

cc_2È stata la settimana in cui Donald Trump ha messo gli Stati Uniti in compagnia della sola Siria, un paese che non esiste più, tra quelli che non fanno parte dell’accordo sul clima di Parigi. Ci sarebbe anche il Nicaragua, in teoria, ma il Nicaragua non ha firmato l’accordo di Parigi perché da qui al 2020 conta di arrivare al 90 per cento di energia pulita, superandone molto gli obiettivi. Quindi da una parte c’è letteralmente tutto il mondo – compresa la Russia, la Cina, l’India, la Corea del Nord, il Vietnam, l’Ungheria, you name it – e dall’altra ci sono gli Stati Uniti e basta: il tutto per un accordo che comunque non è vincolante. Basterebbe questo per capire quanto sia stata stupida la decisione di Trump, e quanto sia stata basata più sull’immagine e sulla propaganda di sé che sul merito della faccenda. Questo deve anche rassicurarci, però.

Detto che il riscaldamento globale è l’unico tema oggi a rendere legittimo in una discussione l’uso dell’argomento “moriremo tutti”, ricordate che: l’uscita formale dall’accordo richiede dei passaggi per cui non potrà essere completata prima del 4 novembre 2020, il giorno dopo le prossime elezioni presidenziali; diversi stati americani negli ultimi anni hanno introdotto autonomamente vincoli e limiti alle emissioni inquinanti, che restano in vigore; tantissime aziende stanno già ammodernando i loro processo industriali e riducendo le loro emissioni inquinanti e lo farebbero comunque, perché i loro clienti sono da anni sempre più sensibili alla lotta ai cambiamenti climatici. Quindi ecco, la decisione di Trump è grave ed è grave, tra le altre cose, anche per come trasforma definitivamente in un tema di dispettucci e battaglia politica una cosa che dovrebbe trovarci tutti dalla stessa parte: ma magari alla fine ci salveremo o moriremo tutti comunque, Trump o non Trump.

Di tutte queste cose parleremo meglio con la newsletter di sabato prossimo, ma oggi voglio raccontarvi un’altra storia. Importantissima, se volete capire l’America del 2017 e un pezzo degli elettori di Donald Trump, eppure molto poco analizzata e discussa, soprattutto da queste parti. C’è una cosa che in America uccide più delle armi da fuoco e degli incidenti stradali. E al contrario delle armi da fuoco e degli incidenti stradali, è un problema relativamente recente e in grandissima espansione, che colpisce un pezzo grande ma ben preciso della popolazione americana: e non è il pezzo che immaginate. Non solo: esiste una correlazione diretta tra l’estensione di questo fenomeno e il voto a favore di Donald Trump alle ultime elezioni presidenziali. Sto parlando della dipendenza da farmaci a base di oppiacei negli Stati Uniti. Senza conoscere i tratti più recenti di questo fenomeno – per esempio capendo perché riguarda quasi solamente bianchi – non è possibile capire un pezzo di quella cosiddetta “America profonda” che si vede pochissimo sui giornali, e si finisce a limitarsi a etichettarla in base ai soliti luoghi comuni.

Se avete un iPhone, per ascoltare la puntata cercate “Da Costa a Costa” nell’app “Podcast”; altrimenti cliccate play qui sotto per ascoltarla su Spreaker. Se volete, dopo aver ascoltato la puntata lasciate una recensione su iTunes e parlatene sui social network o a chi pensate possa essere interessato a queste storie come voi. Sul sito di Piano P trovate la traduzione in italiano delle parti in inglese.

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Se non lo avete già fatto – e centinaia di voi lo hanno già fatto: grazie di cuore! – vi chiedo quindi di valutare la possibilità di fare una donazione ricorrente da pochi euro al mese per pagare le spese di questo progetto e il mio lavoro. Due euro al mese vanno benissimo (a questo punto sono meno di 15 euro per tutto il 2017) ma se vorrete essere più generosi non ve lo impedirò, così come se vorrete fare una donazione una tantum. Più fondi raccoglierò, più viaggi potrò fare negli Stati Uniti, più posti potrò visitare e più cose potrò raccontarvi come ho fatto fin qui. Se vi interessa, qui trovate le istruzioni per fare una donazione in completa sicurezza, usando la vostra carta di credito o il vostro conto Paypal. Grazie, come sempre. Ciao!

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Una notizia su di noi, poi una grossa su Trump (19/50)

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Veniamo subito al sodo: sono di nuovo in partenza. Dopo il viaggio dello scorso marzo in Michigan, nel quale avevo cercato di capire cosa è successo in uno degli stati decisivi alle scorse elezioni, il 12 giugno partirò per il Texas. Ci resterò per dieci giorni percorrendo in macchina più di 2.500 chilometri, per poi raccontarvi quello che ho visto, sentito e capito.

Perché il Texas? Perché è uno stato molto più complesso, vivace e frastagliato di quanto sembri, da ogni punto di vista. È uno stato storicamente super Repubblicano, che associamo istintivamente ai ranch, ai cowboy, all’industria del petrolio e ai bianchi armati fino ai denti; eppure è allo stesso tempo lo stato di Austin, una delle città più liberali e hipster d’America, e di un vasto e avanzatissimo sistema industriale nel campo delle biotecnologie. È uno stato che ha un’identità propria fortissima, una delle cose più complicate da comprendere per noi europei, e senza capire la quale è impossibile barcamenarsi nella politica americana; ed è uno stato da cui è passato un grosso pezzo della storia statunitense, da Waco a Fort Alamo, da Dallas a Houston. Dal punto di vista politico, poi, è uno stato che sta cambiando moltissimo: Hillary Clinton ha perso in Texas alle ultime elezioni, ovviamente, ma è andata bene come nessun candidato Democratico da vent’anni a questa parte. Guardate come ha votato il sud del Texas a queste presidenziali.

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Capire cosa succede in Texas può essere utile per capire cosa succederà all’amministrazione Trump: in Texas ci sono gli elettori Repubblicani di ferro, quelli che mai prenderebbero nemmeno in considerazione di votare per un Democratico, e ci sono quelli di nuova generazione – soprattutto immigrati o figli di immigrati – che hanno già fatto diventare politicamente blu il sud dello stato, e che diventano ogni anno di più. E poi, ovviamente, il Texas è lo stato del confine con il Messico e quindi lo stato del muro: il centro della più famosa proposta di Trump in campagna elettorale. Anche per questo tra le altre cose voglio percorrere tutto il confine in macchina da est a ovest fino ad arrivare a El Paso, la città gemella di Ciudad Juarez.

Il percorso del viaggio è più o meno definito ma non ancora chiuso: se siete stati in Texas – o meglio ancora se ci vivete – e volete segnalarmi posti interessanti in cui passare, persone interessanti con cui parlare, o avete voglia di fare due chiacchiere quando sarò lì, scrivetemi! Io vi ringrazio di nuovo, intanto: così come il viaggio dello scorso marzo in Michigan, anche questo in Texas è possibile solo grazie agli sponsor di “Da Costa a Costa” e alle vostre donazioni. Realizzare questa newsletter e il podcast per me non è gratis, ormai lo sapete, benché tutto per voi sia e rimanga gratuito: ma fin qui non mi avete fatto mancare le risorse necessarie a pagare le spese di questo progetto e anche un po’ del mio lavoro. Se non l’avete ancora fatto e avete voglia di contribuire, trovate qui le istruzioni.

Se siete iscritti da poco e volete sapere com’era andata lo scorso marzo in Michigan, qui trovate (uno e due) i podcast che ho dedicato al mio ultimo viaggio. Se invece volete cominciare a seguire i preparativi del viaggio in Texas, può essere una buona idea seguirmi sui social network, soprattutto su Facebook e su Instagram (chi mi segue su Instagram, per esempio, sapeva già del Texas); oppure venirmi ad ascoltare il 31 maggio alle 15 all’università di Brescia.

Ora cominciamo con le notizie vere.

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