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E quindi, questi primi 100 giorni di Trump? (15/50)

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Ma ha senso, poi, questa cosa dei cento giorni? Oggi sono cento giorni che Donald Trump è presidente degli Stati Uniti d’America, e sui giornali di mezzo mondo si fanno bilanci e valutazioni con grande assertività; ma i cento giorni sono evidentemente una misura artificiale e arbitraria. D’altra parte, l’unica misura non arbitraria per giudicare il lavoro di un presidente è la fine del suo mandato, e non si può pensare di astenersi completamente dai giudizi fino a quel punto. Lo stesso Trump è piuttosto ambiguo su questo tema: oggi dice che i cento giorni sono una scadenza “ridicola”, ma poi dice anche che i suoi sono stati i migliori primi cento giorni di ogni presidente; d’altra parte in campagna elettorale aveva fatto delle promesse precise proprio per i suoi primi cento giorni in caso di vittoria, e oggi il sito della Casa Bianca ospita diversi materiali sul lavoro di questi cento giorni.

Perché qualche senso ce l’ha, in realtà, la scadenza dei cento giorni. È un’unità di misura del tempo convenzionale – d’altra parte lo sono anche settimane, mesi e anni – ma grande abbastanza da permettere di osservare un certo numero di decisioni politiche e il loro percorso. E non solo: coincide col periodo in cui di solito i presidenti americani sono più forti: sono stati appena eletti, hanno il Congresso dalla loro parte e con lo spettro delle elezioni ancora lontano (dopo le elezioni di metà mandato le cose spesso cambiano), non hanno zavorre di fallimenti passati e godono di un tasso di popolarità molto alto, la cosiddetta “luna di miele”. Per questo motivo, i primi cento giorni sono anche il momento in cui storicamente si fanno cose molto delicate o ambiziose (il New Deal di Roosevelt, la legge di stimolo all’economia di Obama) o si mettono le premesse per farle (la riforma fiscale di Reagan, la riforma sanitaria di Obama).

E quindi, questi cento giorni di Trump, come sono andati? La risposta è maluccio, ma capiamoci, lo scrivo in senso letterale e non sarcastico: non scrivo maluccio per intendere catastrofe, scrivo maluccio per intendere maluccio.

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Vedete quel pulsante rosso sul fermacarte in basso a destra? Non serve a lanciare le bombe atomiche, per fortuna, ma a far entrare nello Studio Ovale un cameriere con una Coca Cola. Giuro.

Cominciamo da quelle che per Trump sono cose positive.

La nomina del giudice Neil Gorsuch alla Corte Suprema è stata ottenuta forzando le regole del Senato, ma in modo piuttosto semplice e spedito: e condizionerà per decenni la vita degli Stati Uniti, comunque vadano le cose.

Sull’immigrazione, Trump paga il fatto che tutti guardano solo il muro, o al massimo i due ordini esecutivi, ma ci sono dati molto positivi almeno per lui e i suoi elettori: il numero degli arresti per attraversamenti illegali al confine è sceso al livello minimo da 17 anni (molti messicani stanno decidendo di non provare nemmeno a entrare, sapendo della linea dura della nuova amministrazione), gli agenti federali stanno usando la loro maggior libertà per arrestare ed espellere gli immigrati irregolari che non hanno precedenti penali, compresi studenti e persone con figli americani, al contrario di quanto considerato prioritario durante gli ultimi anni di Obama.

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“Because of you, John”

“Più di una volta ho pensato di stare per morire. Nel 1961, quando fui picchiato alla stazione dei Greyhound di Montgomery, pensavo che sarei morto. Il 7 marzo del 1965, quando un poliziotto mi diede una manganellata in testa ai piedi dell’Edmund Pettus Bridge, pensavo che sarei morto.”

Il giorno del primo insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca, a gennaio del 2009, un deputato statunitense ricevette un biglietto dalla persona che stava per prestare giuramento e diventare il primo presidente nero della storia degli Stati Uniti. Quel biglietto diceva semplicemente: “Because of you, John”.

Da qualche giorno è uscito in Italia un libro che racconta la storia di John Lewis, cioè una delle poche persone al mondo per cui si possono usare parole straordinarie e abusate come eroe, mito, leggenda, quello che volete: a John Lewis stanno tutte bene, come un vestito su misura. Furono sei persone a guidare il movimento americano per i diritti dei neri tra gli anni Cinquanta e Sessanta, i cosiddetti “Big Six“: la più famosa era ovviamente Martin Luther King e avevano tra i quaranta e cinquant’anni, tutti tranne uno, cioè proprio John Lewis, che è l’unico ancora vivo dei “Big Six”. Lewis era poco più che un ragazzino ed era uno dei leader di quella cosa enorme, fu uno dei primi Freedom Riders, si prese per anni una montagna di sputi, manganellate e mazzate; oggi è deputato, dal 1986 sempre rieletto ogni due anni in Georgia.

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Il libro è un graphic novel, si intitola March, negli Stati Uniti ha vinto un mucchio di premi. Questo è John Lewis che ritira uno di questi premi: guardatelo il video, dura un minuto, non passate oltre.

Mondadori mi ha chiesto di scrivere l’introduzione di March, e allora è di nuovo opportuno usare una parola straordinaria e abusata: è stato un onore.

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Dobbiamo preoccuparci di Trump e la Corea del Nord? (14/50)

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Si dice che i presidenti americani si dedichino alla politica estera quanto più vedono frustrate le loro ambizioni in politica interna, e viceversa, ed è una cosa che di solito capita nella seconda parte del loro mandato: dopo che le elezioni di mid-term hanno compromesso le loro maggioranze al Congresso. Ma è una generalizzazione che ha visto mille eccezioni, e forse siamo davanti a una di queste: perché è vero che le ambizioni di politica interna di Trump sono state fin qui clamorosamente frustrate – la riforma sanitaria è fallita, quella fiscale sarà rinviata, eccetera – ma Trump rimane il capo di un partito che controlla entrambi i rami del Congresso, ed è stato eletto sulla base di promesse nazionaliste come nessun altro presidente del recente passato.

Messe le mani avanti, è interessante notare come da qualche settimana Trump si stia dedicando alla politica estera più di quanto si potesse immaginare. Prima i colloqui con la Cina, poi la decisione di attaccare Assad e “rompere” con la Russia in Siria, in mezzo anche un esempio di aggressività militare come il lancio della grande bomba contro lo Stato Islamico in Afghanistan (di Trump e il Medioriente parliamo il 26 aprile a Milano, se vi interessa). Ora c’è la questione Corea del Nord. Nella gran parte dei casi sono gli eventi a trascinare Donald Trump, e non lui a determinarli, ma rimane che nel momento in cui ha cominciato a utilizzare la potenza militare statunitense sul serio e anche con una certa soddisfazione, è cresciuta moltissimo la tensione verbale e militare contro uno dei regimi più repressivi, violenti e imprevedibili del mondo: la Corea del Nord. Qual è la strategia della Casa Bianca e cosa può ottenere?

Ho cercato di spiegarlo e raccontarlo in questa nuova puntata del podcast, che potete ascoltare cliccando Play qui sotto. E sono successe altre cose interessanti di cui parlare: per esempio il governo americano rischia di finire presto senza soldi, e un candidato Democratico trentenne rischia di strappare ai Repubblicani un seggio importante alla Camera in Georgia.

Se avete un iPhone, per ascoltarla cercate “Da Costa a Costa” nell’app “Podcast”; altrimenti cliccate play qui sotto per ascoltarla su Spreaker. Se volete, dopo aver ascoltato la puntata lasciate una recensione su iTunes e parlatene sui social network o a chi pensate possa essere interessato a queste storie come voi.

Ascolta “S2E7. Dobbiamo preoccuparci di Trump e della Corea del Nord?” su Spreaker.

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Se non lo avete già fatto – e diverse centinaia di voi lo hanno già fatto: gli americani direbbero God bless you – vi chiedo quindi di valutare la possibilità di fare una donazione ricorrente da pochi euro al mese per pagare le spese di questo progetto e il mio lavoro. Due euro al mese vanno benissimo (sono meno di 20 euro per tutto il 2017) ma se vorrete essere più generosi non ve lo impedirò, così come se vorrete fare una donazione una tantum. Più fondi raccoglierò, più viaggi potrò fare negli Stati Uniti, più posti potrò visitare e più cose potrò raccontarvi come ho fatto fin qui. Se vi interessa, qui trovate le istruzioni per fare una donazione in completa sicurezza, usando la vostra carta di credito o il vostro conto Paypal. Grazie, come sempre. Ciao!

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Occhio: forse Trump ha capito una cosa (13/50)

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Forse un giorno – tra mesi, tra anni o chissà, magari anche tra decenni – ricorderemo questa settimana come quella in cui Donald Trump capì qualcosa, e cioè come fare davvero il presidente degli Stati Uniti. Che non vuol dire necessariamente fare cose che vi piacciono, o con cui siete d’accordo: ma vuol dire fare cose scelte tra le alternative plausibili a disposizione di un presidente. E così facendo, mettersi nelle condizioni per ottenere qualche vittoria politica, trovare efficacia, risollevare la sua popolarità e darsi qualche possibilità di rielezione in più tra quattro anni.

Come vi avevo raccontato nel podcast di sabato scorso, il bombardamento contro il regime siriano di Bashar al Assad in risposta all’attacco con armi chimiche di Khan Shaykhun era stato già una svolta notevole rispetto alle cose che Trump aveva promesso e promosso in campagna elettorale. Giusto o sbagliato che fosse (diffidate da chi ha opinioni nette e definitive su una cosa così complessa), quel bombardamento gli ha fatto guadagnare elogi da parte di chi fin qui lo aveva sempre e solo criticato, compresi moltissimi americani. Questa settimana sono arrivate altre svolte simili.

In quella che l’esperto giornalista Mike Allen ha definito “Operation Normal”, Trump ha detto che la NATO non è un ente obsoleto (come aveva detto invece non solo in campagna elettorale, ma persino alla fine di marzo); che la Cina non manipola la sua valuta per avvantaggiarsi nel commercio internazionale ed è normale che incontri delle difficoltà nel contenere le follie aggressive della Corea del Nord; che l’esercito statunitense è «incredibile» e «cinque volte migliore di tutti gli altri» (in campagna elettorale diceva che fosse un disastro); che la Russia in Siria ha un effetto destabilizzante e non stabilizzante, e sta come minimo attivamente coprendo le azioni criminali del regime di Assad; che il suo consigliere ideologico Steve Bannon deve fare meglio – lo ha detto ufficialmente, al New York Post – se vuole conservare il suo incarico alla Casa Bianca; che invece del disimpegno sul fronte militare e internazionale sia il caso di percorrere una politica interventista e aggressiva, come nel caso del bombone usato contro lo Stato Islamico in Afghanistan.

Cosa è successo? Molte cose insieme, e nessuna di queste è cominciata questa settimana. Nel podcast della settimana scorsa vi avevo raccontato di come Jared Kushner stesse trovando sempre più influenza e ascolto alla Casa Bianca, per esempio, a spese dell’ala più radicale che fa riferimento a Steve Bannon, e di come la durissima sconfitta subita sulla riforma sanitaria avesse scottato Trump persuadendolo a cercare un altro approccio. Di come, in soldoni, quello Steve Bannon descritto come presidente occulto e grande manovratore, almeno in potenza, si è rivelato essere piuttosto scarso. Quello che abbiamo visto questa settimana è la concretizzazione di questa nuova realtà e di questo nuovo approccio: e fate attenzione a evitare un equivoco importante, non vuol dire che Trump sia diventato più moderato, ma solo più ortodosso.

Ci sono molte forze che hanno spinto e spingono nella direzione della “Operation Normal”.

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Una settimana incredibile (12/50)

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In un’altra settimana, la notizia dell’incontro organizzato negli Emirati Arabi Uniti da uno dei principali finanziatori di Trump e l’intelligence russa sarebbe stata la notizia di apertura di questa puntata del podcast; poi però è successo che il capo della commissione della Camera che indaga su Trump e la Russia si sia dovuto distaccare dall’indagine, perché sorpreso a cercare di aiutare lo stesso Trump, notizia ancora più importante; ed è successo anche che il più importante e influente consigliere di Trump, Steve Bannon, sia stato rimosso dal National Security Council. Sembrava che fosse finita qui ma poi i Repubblicani hanno cambiato per sempre le regole del Senato allo scopo di ratificare la nomina del giudice Neil Gorsuch alla Corte Suprema; e poi, venerdì, per la prima volta gli Stati Uniti hanno attaccato direttamente il regime siriano di Bashar al Assad.

È stata, insomma, una settimana incredibile, ricchissima di notizie ed eventi che ci hanno fatto capire molto di questa amministrazione: ho cercato di raccontarla in questa nuova puntata del podcast, che come potete immaginare è stata scritta, registrata, montata e poi ri-scritta, ri-registrata e ri-montata, e che potete ascoltare cliccando Play qui sotto. Sul sito di Piano P – che produce i podcast di “Da Costa a Costa” – trovate le traduzioni testuali in italiano delle parti in inglese. Se avete un iPhone, per ascoltarla cercate “Da Costa a Costa” nell’app “Podcast”; altrimenti cliccate play qui sotto per ascoltarla su Spreaker. Se volete, dopo aver ascoltato la puntata lasciate una recensione su iTunes e parlatene sui social network o a chi pensate possa essere interessato a queste storie come voi.

Ascolta “S2E6. La Siria, Bannon, la Russia: una settimana incredibile alla Casa Bianca” su Spreaker.

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Ora i Democratici sentono l’odore del sangue (11/50)

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Cento giorni sono il primo scaglione temporale oltre il quale è possibile fare un iniziale bilancio di una nuova amministrazione, e sono anche il primo scaglione temporale entro il quale un presidente appena insediato cerca di ottenere una vittoria politica, un risultato. Non è solo una semplificazione giornalistica: nei suoi primi cento giorni il neo presidente può approfittare spesso di una combinazione che poi non si ripeterà più tra la propria popolarità (la cosiddetta “luna di miele” di qualunque neoeletto), l’indulgenza degli elettori e lo smarrimento degli avversari. Nei suoi primi cento giorni Obama fece passare dal Congresso un’enorme legge di stimolo all’economia; Franklin Delano Roosevelt addirittura le 15 leggi che conosciamo come “New Deal”.

Donald Trump di giorni alla Casa Bianca ne ha passati ancora settanta, ma dopo queste due settimane sappiamo che nei suoi primi cento giorni non otterrà nessuna vera vittoria politica. E questo mette in discussione le sue possibilità di riuscirci in futuro, a meno che non cambi molte delle cose che fa e come le fa.

L’implosione della riforma sanitaria
Donald Trump ha promesso molte cose in campagna elettorale, giuste o sbagliate, alcune azzardate e altre no, alcune molto difficili da realizzare e altre no. La discussione sulla plausibilità delle sue promesse ha caratterizzato l’intera campagna, ma c’è una cosa su cui Trump avrebbe dovuto trovare pochissimi ostacoli: abolire e sostituire la riforma sanitaria di Obama. E questo non perché fosse facile, ma perché in questo caso la sua promessa si sovrapponeva a una promessa dell’intero Partito Repubblicano, dai più moderati ai più estremisti, e di suoi candidati alla presidenza. Ripetuta da tutti, sempre, ogni giorno, per sette anni. Pensate che negli anni scorsi, quando il Senato era controllato dai Democratici, la Camera a maggioranza Repubblicana ha votato inutilmente per più di 50 volte l’abolizione della riforma sanitaria di Obama. Oggi i Repubblicani controllano la Camera, il Senato e la Casa Bianca: questo è il tema su cui Trump avrebbe dovuto sfrecciare, e per questo aveva scelto di cominciare da qui.

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Ho bevuto l’acqua di Flint (10/50)

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Chi di voi aveva letto la newsletter di sabato scorso, sapeva la riforma sanitaria di Trump stava andando molto male al Congresso e che c’erano poche possibilità che passasse: è quello che è successo ieri sera, quando la maggioranza alla Camera ha prima rinviato una seduta e poi annullato del tutto la riforma, di fatto archiviandola per sempre. «Obamacare resterà in vigore per il prevedibile futuro», ha detto Paul Ryan, capo dei Repubblicani alla Camera, uno dei grandi sconfitti di questa vicenda. L’altro grande sconfitto naturalmente è Trump, che oggi attribuisce la responsabilità ai Democratici che non hanno votato la sua riforma (?!) e a un gruppo di deputati di estrema destra. Ecco, questa cosa è interessante, soprattutto per come contraddice e complica certe letture semplicistiche di quello che è successo l’anno scorso: a Trump sono mancati i voti di alcuni deputati moderati ma soprattutto gli sono mancati i voti dell’estrema destra. Per un presidente che si è descritto per mesi come l’uomo dei “deal”, questa sconfitta è pesantissima. Ne parleremo meglio sabato prossimo, quando sarà più chiaro cosa è successo e perché. Oggi voglio raccontarvi un’altra storia.

Durante il mio viaggio in Michigan ho visitato una città che si chiama Flint, e che ha una storia incredibile. Cinquant’anni fa Flint era un modello di prosperità e sviluppo: la città del sogno americano. Oggi, e ormai da molti anni, vivere a Flint è un incubo: dagli anni Novanta è una delle città più povere e pericolose d’America, e dal 2014 per quasi due anni dai suoi rubinetti è uscita acqua gravemente contaminata dal piombo, che ha avvelenato la popolazione. Il piombo fa danni pesantissimi e irreversibili al corpo umano, soprattutto al cervello: e soprattutto a quello dei bambini. Questa è la storia assurda di un disastro che ha cause molto diverse – dalla deindustrializzazione al razzismo – e che permette di capire un pezzo importante degli attuali problemi di molte zone degli Stati Uniti d’America.

Ho raccontato la storia di quello che ho visto a Flint nella puntata del podcast che potete ascoltare cliccando Play qui sotto. Sul sito di Piano P – che produce i podcast di “Da Costa a Costa” (e anche un nuovo podcast, da questa settimana) – trovate le traduzioni testuali in italiano delle parti in inglese. Se avete un iPhone, per ascoltarla cercate “Da Costa a Costa” nell’app “Podcast”; altrimenti cliccate play qui sotto per ascoltarla su Spreaker. Se volete, dopo aver ascoltato la puntata lasciate una recensione su iTunes e parlatene sui social network o a chi pensate possa essere interessato a queste storie come voi.

Ascolta “S2E5. Ho bevuto l’acqua di Flint” su Spreaker.

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Trump riuscirà a mantenere una delle sue più grandi promesse? (9/50)

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Quando il presidente degli Stati Uniti incontra nello Studio Ovale un capo di stato o di governo di un paese straniero, al termine del loro incontro a porte chiuse vengono fatti entrare giornalisti e fotografi per una trentina di secondi: la stampa entra, scatta le fotografie, magari qualcuno urla qualche domanda, poi un qualche assistente fa uscire tutti. È una scena anche piuttosto buffa, perché avviene tutto molto rapidamente. La prassi vuole che i due leader a un certo punto si stringano la mano a favore delle telecamere e delle macchine fotografiche. Donald Trump e Angela Merkel ieri non si sono stretti la mano. Quando qualche fotografo ha detto «stringetevi la mano!», entrambi sono rimasti immobili. Merkel a quel punto si è avvicinata a Trump e gli ha detto: «Ci stringiamo la mano?». Trump è rimasto impassibile.

Il mondo non crollerà per una mancata stretta di mano tra due dei suoi leader più influenti e importanti, ma è un episodio che riflette un divario politico larghissimo: per molte ragioni diverse Merkel può essere considerata l’opposto di Trump, che in passato la definì “la persona che ha distrutto la Germania”. Una donna europea di grande esperienza, concretezza e competenza, a favore del mercato e dei trattati di libero scambio, avversaria della Russia di Vladimir Putin, che ha promosso e attuato il più grande programma di accoglienza di rifugiati in Europa e il cui paese investe in spese militari meno di quanto dovrebbe, in quanto parte della NATO. Non c’è niente di tutto questo che Trump non detesti.

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Dieci giorni in Michigan (8/50)

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Ciao dal Michigan, dove ho passato l’ultima settimana girando di città in città. È stato un viaggio duro e ricco di incontri, ricerche e scoperte, che mi ha permesso di capire qualcosa di uno dei luoghi decisivi alle elezioni presidenziali vinte da Donald Trump lo scorso novembre. Ho fatto un migliaio di chilometri in macchina, ho parlato con molte persone, ho visto posti diversissimi: eleganti villette a schiera con le auto parcheggiate sul vialetto e interi isolati completamente abbandonati, città universitarie vitali e cosmopolite e altre in cui per due anni è uscita acqua avvelenata dai rubinetti, vecchi stabilimenti industriali devastati e quartieri che nel giro di una generazione hanno perso metà della loro popolazione.

Il risultato di questo viaggio è innanzitutto la puntata del podcast che potete ascoltare qui sotto: è stata possibile grazie alle vostre donazioni e al contributo degli sponsor che stanno investendo in questo progetto, ci ho lavorato molto io e ci hanno lavorato molto quelli di Piano P, grazie ai quali tra l’altro stavolta le parti in inglese sono doppiate in italiano, come alcuni di voi mi chiedevano da tempo. Spero che per voi sia interessante ascoltarla quanto lo è stato per me metterla insieme. Se avete un iPhone, per ascoltarla cercate “Da Costa a Costa” nell’app “Podcast”; altrimenti cliccate play qui sotto per ascoltarla su Spreaker. Se volete, dopo aver ascoltato la puntata lasciate una recensione su iTunes e parlatene sui social network o a chi pensate possa essere interessato a queste storie come voi.

Ascolta “S2E4. Capire il Michigan per capire l'America” su Spreaker.

La puntata del podcast parla del mio viaggio in Michigan e non delle notizie di questa settimana, altrimenti sarebbe durata due ore. Le cose importanti sono tre: i tweet con cui Trump ha accusato Obama senza prove di aver intercettato le sue comunicazioni durante la campagna elettorale, il nuovo divieto sull’immigrazione emesso dalla Casa Bianca e i primi complicatissimi passi della legge con cui i Repubblicani vogliono abolire e sostituire la riforma sanitaria di Obama. Per il momento per capire meglio queste storie vi rimando agli articoli usciti sul Post, linkati qui sopra: noi ne parleremo nella newsletter di sabato prossimo.

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Abbiamo imparato qualche altra cosa su Trump (7/50)

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Martedì sera Donald Trump ha parlato per la prima volta al Congresso. Non è stato un vero discorso sullo stato dell’Unione – i presidenti appena insediati non ne fanno – ma è stato concretamente più o meno la stessa cosa: il presidente degli Stati Uniti che parla alle camere del Congresso congiunte, al governo, ai giudici della Corte Suprema e al paese intero. Per raccontare com’è andata, ai lettori più anziani della newsletter sarebbe sufficiente scrivere che è stato il più convenzionale discorso possibile, e quindi è stato un successo. Per tutti gli altri: abbiamo avuto un altro esempio di un fenomeno che aveva condizionato moltissimo la campagna elettorale, generato con pari responsabilità dall’assurdità di Trump come candidato e dall’insistenza dei Democratici nel ricordarla. A furia di descrivere Trump come un delinquente o un pazzo scatenato – e a furia Trump stesso di parlare e comportarsi come un delinquente o un pazzo scatenato – oggi un discorso normale, convenzionale, persino banale, è percepito come un fatto straordinario. E non solo dai media, fate attenzione: anche dagli altri. Anche dai parlamentari Repubblicani, anche dagli elettori. Sulle responsabilità dei Democratici torniamo tra un po’, perché corrono un rischio grosso; per il momento restiamo sul discorso.

È stato un discorso che avrebbe potuto pronunciare non solo uno come Ted Cruz, ma probabilmente persino il più moderato e istituzionale Paul Ryan, lo speaker della Camera: e questo non perché Trump abbia ammorbidito i contenuti delle sue proposte – quelle sono state sempre molto in linea con il resto del suo partito, che è uno dei motivi meno citati tra quelli per cui ha vinto le primarie – ma perché ne ha ammorbidito i toni. È stato un discorso rivolto al futuro e non al passato, positivo e ottimista invece che negativo e tetro. È stato “il trionfo del gobbo elettronico”, come l’ha messa Bloomberg, ma in questo non bisogna essere eccessivamente severi con Trump: tutti i presidenti lavorano a discorsi del genere per settimane e settimane con i loro staff, tutti i presidenti calcolano e pesano l’impatto di ogni parola. Quello che si può dire – al di là degli scandali e delle nostre opinioni sulle sue idee, quali che siano – è che preso come politico puro Trump ha delle qualità: nella sua versione “unhinged”, a braccio, compensa a una totale mancanza di empatia con una semplicità retorica impressionante, di cui gli appassionati della sofisticata retorica di Obama faticano spesso a comprendere l’efficacia (ma non è semplice parlare semplice); nella sua versione “scripted”, cioè quando legge dal gobbo, usa gli argomenti che in mezzo mondo danno forza ai movimenti reazionari di quest’epoca, e ci aggiunge una qualità speciale che in America chiamano da decenni “Nixon goes to China”.

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