La vita sulla nuvola

Sabato mattina mi si è rotto il portatile. Lo avevo usato per lavorare fino alla sera prima, ci stavo ancora lavorando – dovevo parlare a Mantova poche ore dopo – ma a un certo punto si è piantato, si è spento e non si è più svegliato, se non per pochi secondi e senza vedere il sistema operativo. Fatti cento tentativi, nessun risultato: lunedì ho scoperto che era in garanzia ancora per cinque giorni e che si tratta con ogni probabilità dell’hard disk andato a farsi benedire. Questa cosa sarà certamente capitata a moltissimi di voi – “il mondo si divide tra chi ha perso i dati e chi li perderà”, mi hanno scritto su Twitter – e anche a me era successa altre volte, e fu un dramma: dati persi, documenti persi, posta persa, musica persa, eccetera. Stavolta, invece, quando i tecnici mi hanno chiesto se sull’hard disk ci fossero dati che mi interessava provare a recuperare, mi sono trovato a rispondergli non tanto che non c’erano dati che mi interessavano, ma proprio che non c’era niente. La posta ce l’ho da molti anni tutta su Gmail. La musica è tutta su iTunes Match. Le foto le tengo su un hard disk di rete che fa frequenti backup, autonomamente. Testi, pdf e altri file più piccoli sono su Google Drive. Sull’hard disk bruciato non c’erano dati: solo software. Mi rendo conto che anche questa soluzione presenta dei rischi, per quanto sia enormemente più facile che si bruci un mio hard disk piuttosto che i server di Google o Apple, e mi rendo conto anche del fatto che ci sono professioni e professioni, e non tutti potrebbero fare la stessa cosa con i loro dati. Però a me sabato si è bruciato l’hard disk e non è stato un dramma: rispetto a pochi anni fa mi sembra un bel passo avanti. E il giorno che dovrò comprare un nuovo computer, mi chiederò: che me ne faccio di un hard disk da 500 gigabyte?

Da Perugia a Des Moines a Perugia (e così via)

La chiacchierata con Serena Danna e Andrea Marinelli che abbiamo fatto al Festival del Giornalismo di Perugia si può rivedere qui. Si parla di “giornalismo individuale”, di ruolo degli inviati all’estero ai tempi della crisi dei giornali, di modi per cominciare a fare questo mestiere diversi dall’inondare le redazioni di curriculum, di crowdfunding e di selfpublishing (eh?) – e in mezzo c’è anche un po’ di politica americana. Però l’anno prossimo veniteci, a Perugia, ché ne vale la pena.

P.S.: Intanto Andrea Marinelli sta per partire di nuovo, ed è vicinissimo a raccogliere la cifra che gli serve.

Sabato a Mantova

Sabato 4 maggio alle 18, al Cinema del Carbone, a Mantova, racconto la notizia del mese. A rigor di logica, vista da qui, la notizia del mese sarebbe dovuta essere la storica rielezione di Giorgio Napolitano alla presidenza della Repubblica e la nascita del governo Letta. Ma ci ho pensato un po’, e ho concluso che è una notizia che conosciamo tutti a memoria, e sulla quale è possibile esprimere solo opinioni: sarà sicuramente un gran racconto letterario, ma tra quindici anni. Allora ho deciso di prendere un’altra strada, e tentare di raccontare un pezzo non indifferente di storia e cultura degli Stati Uniti a partire da quanto accaduto nei pochi giorni tra il 15 e 19 aprile: il terrificante attentato di Boston, il Senato che affossa la già moderatissima riforma delle leggi sulle armi, il più infuriato discorso di Obama che io ricordi, la caccia ai due responsabili delle bombe alla maratona, la sparatoria di Watertown e l’inseguimento per tutta la città di Boston, deserta come in un film apocalittico. In mezzo a questi racconti, un po’ di storie, informazioni e cose da vedere per capire meglio quello di cui si parla e osservare come tutte queste cose – comprese alcune altre, anche molto diverse e lontane tra loro – si riguardano a vicenda, si toccano. E parleremo un po’ anche di gerarchia delle notizie, a proposito di quanto ho scritto all’inizio. Ci vediamo lì.

Perché non abbiamo parlamentari in grado di fare discorsi

Il primo giorno di vera discussione di questa legislatura – il dibattito di ieri alla Camera sulla fiducia al governo Letta – ha confermato la mediocrità oratoria vista negli ultimi cinque anni in Parlamento. Salvo poche eccezioni, i parlamentari italiani riescono solo a leggere con tono monocorde discorsi colmi di cliché linguistici, senza mai scollare gli occhi dai foglietti, spesso senza capire quello che dicono, sbagliando le pause, gli accenti, la pronuncia delle parole straniere, tutto. I parlamentari del M5S, che erano una possibile e potenziale sorpresa anche su questo fronte, si collocano persino al di sotto della mediocre media del resto del Parlamento: fiumi di retorica e politichese, nessuno parla a braccio, tutti leggono rapidissimamente, nessuno capisce niente. Questa mattina in un’ora e mezza di lavori nessun senatore del M5S – nessuno – è riuscito a concludere il suo intervento: tutti sono stati silenziati allo scadere del tempo previsto, ed erano tutti preparati in anticipo.

Qualche mese fa avevo scritto un articolo su IL per spiegare perché la questione dei discorsi non è una cosa per fissati, ma uno dei sintomi più gravi e vistosi del decadimento qualitativo della politica italiana. Credo c’entri molto anche il fatto che da sette anni i parlamentari italiani vengono eletti senza che sia necessario fare campagna elettorale.

Di norma la classe dirigente italiana preferisce occasioni meno solenni e impegnative per rivolgersi agli elettori, meglio se mediate dai giornalisti: interviste, conferenze stampa, ospitate in tv, convegni con più ospiti. Nelle occasioni potenzialmente solenni – una manifestazione di piazza, un congresso di partito – i politici italiani si limitano al compitino: un lunghissimo sermone dall’invariabile struttura circolare (si parte sempre dalla situazione internazionale, fateci caso, anche per parlare dello sciopero dei tram), qualche slogan, attenzione maniacale a toccare tutti i temi possibili per non deludere nessuno. Persino nelle occasioni obbligatoriamente solenni, come in Parlamento, il politico italiano medio semplicemente non è all’altezza: legge male discorsi fatti per lo più di banalità retoriche e battute da due soldi, spesso pieni di errori grammaticali.

Esiste poi, soprattutto a sinistra, una qualche resistenza rispetto all’idea di farsi aiutare da professionisti. Che non vuol dire farsi scrivere un discorso da un’agenzia pubblicitaria sulla base dei risultati dei sondaggi ma ricorrere all’aiuto di persone competenti per mettere per iscritto i concetti nel modo più efficace possibile, trovando le metafore giuste, le pause giuste, le parole giuste. Siamo arrivati quindi a quello che forse, in fondo, è l’ostacolo fondamentale, il punto ineludibile, banale come sono solo certe cose vere: per essere in grado di fare un bel discorso, uno di quelli che passano alla Storia, bisogna avere qualcosa di importante da dire.

Accelerare a tavoletta

La vita politica di questo governo sarà breve. Un anno al massimo, più probabilmente sei mesi. Potrebbe restare in carica anche di più, ovviamente, ma a quel punto avrà comunque esaurito spinta propulsiva, forza contrattuale in Parlamento e indulgenza popolare, se mai ce ne sarà. Senza contare che intanto ci saranno le elezioni amministrative, che arriveranno nuove sentenze su Berlusconi, che ci sarà il congresso del Partito Democratico. E che la maggioranza che lo sostiene è estremamente eterogenea e in parte inaffidabile e oggettivamente impresentabile. Insomma, Enrico Letta ha davanti una finestra molto circoscritta. Oltre quella finestra il suo governo si impantanerà oppure cadrà, anche senza motivo, anche solo con un pretesto, come è successo col governo Monti. Quindi Letta dovrebbe usare tutto il potere contrattuale che ha, finché ce l’ha, senza fare lo sbaglio del governo Monti: dovrebbe chiedere molto, puntare in alto, senza pensare che tenersi buoni oggi il PD e – soprattutto – il PdL gli faciliti l’attività di governo poi. Senza pensare di poter andare avanti facendo sul serio più di sei mesi o al massimo un anno. Tiri dritto. Meglio fare innervosire qualcuno adesso che sbagliare la nomina di un ministro o appannare la prima riforma. Faranno la voce grossa e non potranno fare altro. Il governo Letta avrà in ogni caso la fiducia di PD e PdL. In ogni caso. La situazione eccezionale e straordinaria gli permetterà per sei mesi, se lo vorrà, di fare qualsiasi cosa, coperto anche da Napolitano. Sei mesi. L’unico modo per dare senso a questa operazione è accelerare a tavoletta.

Un po’ di cose che penso di questo guaio

Chi legge questo blog conosce la mia enorme stima e considerazione verso Giorgio Napolitano, e conosce anche quanto sia lontano anni luce dal cosiddetto anti-berlusconismo, che rifiuta personalmente Berlusconi ma ne replica i metodi dimostrandosi in realtà molto berlusconiano: quelli che se Berlusconi eleggesse da solo il presidente della Repubblica, forzando, allora dovremmo farlo anche noi; quelli che se Berlusconi le spara grosse o fa il demagogo per accaparrarsi dei voti, allora dovremmo farlo anche noi. Premetto tutto questo perché non vorrei essere accomunato a certe posizioni da trogloditi nel dire che avrei preferito che PD, PdL, Lega e Scelta Civica non avessero chiesto a Napolitano la disponibilità a un secondo mandato, e che lui non avesse accettato.

Credo che ci sarebbero stati i margini per arrivare a una proposta del genere se ci fossimo trovati, chessò, al diciottesimo scrutinio: non al quinto. Credo che almeno tre persone affidabili ed eleggibili – Cancellieri, Severino, Bonino, non Rodotà – avrebbero potuto, rischiando grosso, tentare di ottenere il consenso del Parlamento. Ma il punto era che i partiti, e il centrosinistra su tutti, non erano più in grado di decidere nulla. Su nessun nome il centrosinistra avrebbe potuto garantire i voti: altri 15 scrutini sarebbero state altre 15 potenziali e dolorose umiliazioni riservate a 15 persone che non le avrebbero meritate, e intanto si sarebbero riaperte le borse, eccetera. L’unico nome possibile era quindi quello provvisto di una forza grande e personale, l’unico che potesse essere blindato in Parlamento anche senza le indicazioni dei partiti: e quindi quello di Giorgio Napolitano e nessun altro.

Era ovvio che Napolitano accettasse. Un uomo di straordinaria lucidità e responsabilità, probabilmente anche molto sconfortato, ha passato sette anni a chiedere, e chiedere, e chiedere, di cambiare la legge elettorale e fare le riforme istituzionali, e pensa probabilmente che sia inutile continuare a votare, e votare, e votare, ottenendo ogni volta governi deboli o instabili a causa di un sistema che produce problemi politici, invece che contribuire a scioglierli. Ora, davanti a una situazione di storico stallo, mentre il partito e la coalizione di maggioranza si sbriciolano, Napolitano con la sua rielezione ha ottenuto – non importa se espressamente o no, è evidente comunque – l’impegno a far partire un governo, e così sarà.

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Cercasi Gary Neville

Nel libro “Io sono il calciatore misterioso”, uscito poche settimane fa per ISBN, si raccontano molte cose lucide e interessanti sul calcio di questi tempi: malgrado la gran storia dell’autore, è più un libro di racconto e analisi che di retroscena e morbosità, e questo per me è il suo bello. Non è un libro di gossip e segreti su questo e quello, bensì un libro che racconta cose di calcio in modo credibile e competente. Figure come queste non sono facili da trovare, nel giornalismo sportivo internazionale e italiano in generale, e a un certo punto questo tema viene fuori nel libro con un esempio ben preciso.

Il calcio ai massimi livelli è così complesso che è difficile sviscerare una partita in diretta tv due minuti dopo la sua fine. Per questo motivo «l’analisi» di un match si riduce spesso a gol e prestazioni individuali, ma il fatto che molti esperti non provino neanche ad andare oltre la superficie, nonostante sappiano bene cosa richieda vincere una partita a questi livelli, mi infastidisce. È una banalizzazione del nostro mestiere da parte di gente che fino a poco fa ancora giocava e, soprattutto, priva i telespettatori di dettagli interessanti che, io credo, renderebbero più godibile lo spettacolo.

Tutti sanno destreggiarsi su un gigantesco iPad, scorrendo con le dita i volti di calciatori famosi, mentre declamano espressioni come «terzo uomo in appoggio» e altre boiate del genere. Quello che vuole davvero il telespettatore è uno come Gary Neville, che ha portato una boccata d’aria fresca su Sky. Neville, ritiratosi solo di recente, offre sulle partite osservazioni perspicaci, genuine e pertinenti, spiegando come e perché accadono certe cose, piuttosto che raccontare semplicemente cosa accade. È dogmatico senza risultare arrogante o sminuire il telespettatore.

Gary Neville è un ex giocatore, si è ritirato nel 2011 dopo essere stato per vent’anni il terzino destro del leggendario Manchester United di Alex Ferguson e della nazionale inglese. Da quando si è ritirato fa l’opinionista di calcio per Sky in Inghilterra, lo fa benissimo ed è ormai celebrato dalla stampa come modello dell’esperto televisivo che non c’è: conosce bene il calcio, studia tantissimo, è originale, non ripete frasi fatte, non ha particolari riguardi o antipatie nei confronti di nessuno (o meglio: certamente ce le ha, come tutti, ma sembra non farsene influenzare e di certo non le fa vedere).

In Italia le migliori analisi io le ho sentite da Fabio Capello e Carlo Ancelotti, rispettivamente sulla RAI e su Sky. Mi sembra che oggi Sky abbia in generale un buon gruppo di commentatori e analisti, alcuni meglio e alcuni peggio, senza nessuno che raggiunga il livello di Neville, mentre alla RAI il panorama sia desolante. La cosa viene fuori ogni volta che la RAI gestisce un grande evento – su tutti i mondiali o gli europei di calcio, ostaggio di Bagni e D’Amico – e continuerà a venir fuori in futuro perché, come ha spiegato qualche tempo fa Michael Cox – altro analista coi fiocchi – sul Guardian, le qualità di Gary Neville dovrebbero essere lo standard della categoria: grande competenza, grande originalità, grande imparzialità.

Il solito copione

I calcioni che negli ultimi giorni Rosy Bindi e Dario Franceschini hanno riservato a Pier Luigi Bersani dimostrano quanto in fretta si possano sbriciolare le alleanze basate sulla reciproca sopravvivenza e non sulle idee: quella con Rosy Bindi fu siglata poco prima del congresso del 2009, a fronte di grandi e rilevanti differenze politiche; quella con Dario Franceschini addirittura poco dopo lo stesso congresso in cui proprio Franceschini era stato di Bersani il principale avversario. Il copione è noto, la strada è battutissima: si sta tutti con il leader che dà più garanzie a tutti, si veda quanto accaduto con Veltroni nel 2007 o con Bersani alle primarie del 2012; quando poi le cose vanno male liberi tutti, in cerca del prossimo salvatore della patria, finché dura. Salvo sorprese – che possono esserci, e passano eventualmente dall’elezione del prossimo presidente della Repubblica – le prossime tappe che il copione prevede sono: aumento quotidiano dei calcioni a Bersani da parte di suoi ex alleati, rabbia e impazienza contro Bersani, indebolimento radicale di Bersani, rimozione o dimissioni di Bersani, immediata beatificazione di Bersani, sostituzione o tentata sostituzione con nuovo salvatore della patria, e poi ricominciare il giro.

Le primarie, la sinistra e gli alibi

Oggi Aldo Cazzullo scrive sul Corriere della Sera che le primarie in Italia funzionano male perché gli elettori scelgono sempre il candidato “più simpatico, identitario, vicino alla sensibilità dei militanti, portatore della linea più dura, pura, radicale” e non quello che “ha più chances di battere gli avversari”. Cazzullo parla solo delle primarie “vere”, quelle con un risultato davvero in discussione, e non di quelle che nel 2005 e nel 2007 hanno visto vincere Prodi e Veltroni. Il dibattito è interessante e vale la pena discuterne, dato che quello descritto da Cazzullo è sicuramente un possibile negativo effetto collaterale delle primarie: per esempio negli Stati Uniti se ne parla spesso soprattutto da sei anni, da quando l’emersione di un forte e poco tollerante movimento di estrema destra – i tea party – ha fatto sì che candidati impresentabili vincessero le primarie repubblicane alla Camera o al Senato per poi schiantarsi alle elezioni vere. Insomma, Cazzullo fa un’ipotesi realistica: secondo me, però, non descrive quello che è successo in Italia con le primarie.

Non si spiegherebbero altrimenti, infatti, per fare un po’ di esempi, i risultati di Ferrante nel 2006 a Milano, di Renzi nel 2009 a Firenze, di Fassino nel 2010 a Torino, di Ferrandelli nel 2012 a Palermo e dello stesso Ambrosoli l’anno scorso in Lombardia. Posti diversi, contesti diversi, candidati diversi, ma in tutti questi casi i vincenti non furono affatto i “portatori della linea più dura, pura, radicale”, non furono i più di sinistra in campo: Ferrante fu sfidato addirittura da Dario Fo; Renzi nel 2009 era già Renzi ed era già fumo negli occhi per i militanti duri e puri; Fassino, politico di lunghissimo corso, aveva contro due candidati della sinistra radicale; Ambrosoli si fa davvero fatica a etichettarlo come “duro, puro, radicale”. E anche i casi di Prodi e Veltroni ci dicono qualcosa, per quanto le loro vittorie fossero certe: il primo stracciò, tra gli altri, Fausto Bertinotti, molto più “duro, puro e radicale” di lui; il secondo viene oggi considerato da una parte consistente dei militanti del PD come – semplicemente – portatore di idee di destra. Insomma, non mi sembra vero che gli elettori scelgono sempre il candidato “più simpatico, identitario, vicino alla sensibilità dei militanti, portatore della linea più dura, pura, radicale”.

Io credo che – tra moltissime possibili eccezioni, sia chiaro – per vincere le primarie del centrosinistra servano, oltre naturalmente a un candidato forte, capace e con una buona storia, tre cose: una grande organizzazione, quindi grandi risorse; il sostegno almeno di un pezzetto dei grandi partiti; un profilo politico compatibile – non per forza in linea, ma compatibile – con quello che è “lo spirito del tempo” nella base del centrosinistra, diciamo. Se si fa un’analisi partendo da queste tre cose, forse si arriva a una risposta alla questione che pone Cazzullo.

Oggi lo spirito del tempo è, per ragioni note e comprensibili, timoroso e “anti-capitalista”. Quello dei militanti dei partiti di sinistra è desideroso di “innovare nella tradizione”, rassicurando e proteggendo le identità storiche. Ancora: non credo che il corpo elettorale delle primarie si possa allargare più di tanto. Persino Renzi, che in questo è formidabile, ci è riuscito poco: molte persone che forse lo avrebbero votato alle politiche probabilmente non sono interessati a partecipare a quello che vedono come un rito interno al centrosinistra. C’è poi un’altra cosa importante, anche se un po’ spiacevole da dire: la corrente liberal del PD attraversa purtroppo una fase di relativa povertà politica. Ci sono diverse persone promettenti ma mi sembra manchi una classe dirigente che non sia reduce dai governi Prodi, che sappia fare squadra, che sia visibile e popolare: non esiste la versione liberal dei Giovani Turchi, insomma, non esistono grandi punti di riferimento nazionali a parte il padre nobile Veltroni, politicamente logoro, per cui tutto si riduce a mi-piace-Renzi e non-mi-piace-Renzi. Secondo me è per questo che, ultimamente, i candidati più canonicamente considerati “di sinistra” alle primarie sono avvantaggiati rispetto agli altri: non servono alibi. È una situazione contingente, per quanto duratura: non una regola.