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Guida per la sopravvivenza ai regali di Natale, edizione 2016

Dopo qualche impaziente sollecitazione ricevuta, ritorna un piccolo rito di questo blog, cioè le dritte e i consigli per superare indenni la stagione dei regali di Natale. Regole d’ingaggio, le solite. La prima è pensarci adesso, subito, proprio in questo momento. La seconda è farlo adesso, subito, dal divano: comprare online permette di evitare le code, risparmiare tempo e farvi spedire i regali dove volete (opzione utile soprattutto per chi a Natale raggiunge parenti e amici da qualche parte). La terza è farvi venire qualche idea, e di seguito ne trovate alcune. Con due bonus finali: uno per gli appassionati di politica americana, e uno con i regali suggeriti l’anno scorso per cui poi ho ricevuto più feedback positivi e ringraziamenti.

UE Megaboom
Questo coso è stato per me l’acquisto dell’anno. È uno speaker Bluetooth come tanti altri, ma a differenza della maggior parte degli altri: si sente davvero benissimo; la durata della batteria è quasi eterna; si abbina istantaneamente e senza difficoltà a qualsiasi dispositivo; è bello; è impermeabile, quindi ve lo portate in spiaggia, in piscina o sotto la doccia. Secondo molti si tratta del miglior speaker bluetooth oggi sul mercato.

ue-megaboom-product-photos-10C’è anche di altri colori eh.

L’arte di ricordare tutto, di Joshua Foer
Questo libro è un piccolo gioiello. Joshua Foer è un giornalista e scrittore. Qualche anno fa la rivista online Slate lo manda a raccontare uno di quei bizzarri campionati della memoria, dove si sfidano persone capaci di imparare in pochissimo tempo e poi snocciolare cose come una sequenza di mille numeri. Foer segue il torneo, fa le sue interviste, scrive il suo articolo per Slate, ma questa storia gli rimane appiccicata addosso e decide di scoprire se può farcela anche lui. Comincia a studiare le tecniche di queste persone e ad allenarsi per partecipare ai campionati dell’anno successivo. Arriverà in finale. In mezzo alla sua storia, e all’affascinante spiegazione delle tecniche di memorizzazione, ci sono molte riflessioni e informazioni sulla memoria e sulle cose che siamo capaci di fare senza saperlo. Esempio: un professore che studia la memoria per un anno scrive su un’agenda i dettagli di ogni sua giornata, cosa ha mangiato, com’era il tempo, cosa ha fatto, chi ha incontrato. A distanza di anni, della grandissima parte di quelle giornate ovviamente non ricorda quasi niente, come tutti: ma scopre che gli basta aprire l’agenda e leggere anche solo un paio di dettagli su un giorno a caso (una conversazione, una cosa che ha mangiato) per ricordarsi dell’intero episodio. Il nostro cervello immagazzina tutto: bisogna solo saper cercare.

Plantronics Backbeat Fit
Altro acquisto dell’anno per me: sono auricolari bluetooth da usare quando fate sport. Non cadono nemmeno dalle orecchie da cui cade qualsiasi auricolare, come le mie; l’abbinamento col telefono va sempre liscissimo; ci potete anche rispondere alle telefonate col fiatone. Sono considerati i migliori auricolari per correre.

Of thee I sing, di Barack Obama
Al vostro amico distrutto dalla nostalgia degli Obama regalate questo libro. È il terzo libro scritto da Obama dopo I sogni di mio padre e L’audacia della speranza, ed è il meno conosciuto: è un libro per ragazzi, tecnicamente, ma ben scritto e meravigliosamente illustrato.

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I manuali “School of Life”, diretti da Alain De Botton
Di Alain De Botton, forse avete sentito parlare: per usare le parole del Post, «è un famoso scrittore svizzero che ha pubblicato libri tradotti in tutto il mondo ed è diventato noto come divulgatore – con linguaggi e argomenti efficaci e semplificati – dei temi più diversi: ha scritto libri sulla storia dei giornali, sul rapporto con l’arte, sul ruolo dell’architettura, su Proust, sul viaggiare, e altri ancora». Di recente se n’è parlato in Italia per via del suo nuovo romanzo – quello secondo cui tutti sposano la persona sbagliata – che ha presentato poi a settembre con Luca Sofri a Milano. Tra le molte cose che fa, De Botton dirige “School of Life“, una società che produce materiali culturali di ogni tipo – video, libri, articoli, corsi, eventi – che girano tutti attorno a un tema preciso, per quanto vago: “sviluppare l’intelligenza emotiva attraverso la cultura”. Tra le altre cose “School of Life” pubblica una serie di libri che sembrano dei manuali di auto-aiuto, di quelli che trovate in autogrill, ma con una differenza: sono scritti da importanti filosofi, sociologi, docenti universitari, scrittori, persone che hanno profondità intellettuali e competenze scientifiche.

Se siete tra quelli che non comprerebbero mai un libro intitolato Come invecchiare, avete tutta la mia comprensione e solidarietà; ma un libro intitolato Come invecchiare scritto da Anne Karpf, scrittrice, sociologa e giornalista pluri-premiata, secondo me vi può interessare. Un libro intitolato Come preoccuparsi meno dei soldi farebbe mettere anche a me la mano sulla pistola, ma se lo ha scritto John Armstrong? Come annoiarsi spiegato da Eva Hoffman? Avete presente quella cosa che si dice spesso con insopportabile solennità retorica, cioè che i libri e la filosofia insegnano a vivere e pensare? I libri di “School of Life” tentano di fare esattamente questa cosa. Non forniscono mai soluzioni ma modi per arrovellarsi, pensare alle cose che facciamo e a perché le facciamo. Altri titoli interessanti: How To Stay Sane, How To Develop Emotional Health, How To Deal With Adversity, How To Make A Home, How To Be Alone, How To Think About Exercise, How To Think More About Sex, che ha scritto lo stesso De Botton e che è purtroppo l’unico che trovate in italiano.

NES, Nintendo Classic Mini
Alleggeriamo: questa è l’unica console di videogiochi da regalare quest’anno. È la nuova versione di una delle più amate console di sempre: se la regalate a un trenta-quarantenne, preparatevi a vederlo con gli occhi lucidi.

– Atlas Obscura, di Joshua Foer, Dylan Thuras e Ella Morton
Un formidabile libro scritto e illustrato sui luoghi meravigliosi e sconosciuti del mondo, figlio di questo sito internet di grande successo. Per viaggiatori da divano, o progettatori di viaggi da divano.

– Philips Sonicare DiamondClean
È uno spazzolino da denti elettrico. Ma di quelli pazzeschissimi.

– Tre libri di arte contemporanea
Io sono un completo ignorante in materia, ma di recente sono stato alla Tate Modern di Londra e mi sono bloccato davanti a tre opere: una era di Bridget Riley, una di Gerhard Richter, una di Ed Ruscha.

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Lo shampoo solido
Per gente che prende molti aerei: sono dei fogli che sotto l’acqua si sciolgono e diventano shampoo. Mai più sacchettini trasparenti e odiose boccettine da tirar fuori ai controlli di sicurezza.

– Cinque libri per andare a colpo sicuro
Sette brevi lezioni di fisica di Carlo Rovelli, il nuovo Harry Potter, Blankets di Craig Thompson, Kobane Calling di Zerocalcare, Eccomi di Jonathan Safran Foer.

Editorial Design: Digital and Print, di Cath Caldwell
Per appassionati di grafica e giornali, di carta e online. O per chi vuole spacciarsi come tale.

– Regali che non si toccano
Un abbonamento a Netflix, oppure a Spotify, oppure al New York Times.

– I regali consigliati l’anno scorso che vi sono piaciuti di più
36 Hours, il librone in italiano con le apprezzate guide turistiche del New York Times per chi vuole passare un singolo weekend in una città europea. Il mio amico termostato, naturalmente, col quale davvero non si sbaglia mai (altre informazioni qui). La batteria portatile definitiva. A sorpresa, i boxer.

– Libri per appassionati di cose americane
Questa fantastica raccolta di poster e manifesti dalle campagne elettorali del passato. Tre libri in inglese per chi vuole conoscere un po’ meglio cosa sta cambiando in America: White Trash di Nancy Isenberg, The Politics of Resentment di Katherine J. Cramer, Strangers in Their Own Land di Arlie Russell Hochschild. La felicità in America di Enrico Deaglio, altro vecchio e sempre valido consiglio di questo blog. E su Amazon ci sono le ultime quattro o cinque copie di Come si fa il presidente, un capolavoro ormai fuori catalogo.

Prego.

Non è un referendum sulla Costituzione

Apprezzo le buone intenzioni di chi ha insistito e insiste perché la campagna elettorale in vista del 4 dicembre si concentri sull’oggetto ufficiale della questione – la riforma costituzionale approvata dal Parlamento – e non sulle guerre personali e gli scenari politici del futuro, ma sono arrivato a una conclusione: il 4 dicembre si vota sulle guerre personali e gli scenari politici del futuro. Non so se questo argomento favorisca il Sì o il No, lo penso a prescindere: ma credo che questo sia il vero punto del voto e quindi che gli elettori debbano tenerlo in grande considerazione nel decidere cosa votare: persino più del contenuto della riforma in sé.

Le persone più ragionevoli a favore del Sì e a favore del No – le vere vittime di questa campagna elettorale – sono d’accordo su una cosa: che dal punto di vista costituzionale non ci saranno rivoluzioni salvifiche in caso di vittoria della propria parte né catastrofi apocalittiche in caso di vittoria della parte opposta. È banalmente vero. La riforma – approvata sei volte in Parlamento col voto favorevole di molti che oggi fanno campagna per il No – non tocca la parte fondamentale della Costituzione e corregge alcuni elementi della seconda parte in modo significativo ma non radicale. Il bicameralismo perfetto sparisce ma il bicameralismo rimane. Il Senato non viene abolito ma cambia un po’. Lo stesso vale per le norme sui referendum e le leggi di iniziativa popolare. Sono cambiamenti positivi o negativi? Ci sono davvero buoni argomenti per sostenere entrambe le tesi. Io sono soddisfatto dai cambiamenti che riguardano referendum e leggi di iniziativa popolare, moderatamente fiducioso sull’abolizione del bicameralismo perfetto, scettico sulla composizione e il funzionamento del nuovo Senato, e penso che l’abolizione del CNEL sia opportuna ma tutto sommato irrilevante. Ma allo stesso tempo mi rendo conto che le mie opinioni sono fondate su una conoscenza inevitabilmente superficiale della materia, per quanto possa aver letto e studiato. Ci sono costituzionalisti e professori di diritto che studiano da una vita questioni del genere, che hanno una competenza infinitamente superiore alla mia, e non sono d’accordo sulle conseguenze che avrà questa riforma. Come posso pensare di arrivare io a una conclusione sicura?

Inoltre, la storia insegna che i meccanismi politici generati da un determinato assetto istituzionale a volte ci mettono anni a realizzarsi, e non sono noti finché non accadono: è successo così con la Costituzione approvata dall’Assemblea Costituente, per esempio. Non ci saranno catastrofi né rivoluzioni, ma a parte questo non sappiamo davvero cosa succederà: con una vittoria del No le cose restano così, con una vittoria del Sì le cose potranno funzionare al massimo un po’ meglio oppure un po’ peggio, e ci sono buoni argomenti per sostenere entrambe le tesi. Chiunque si dica sicuro delle conseguenze che la vittoria del Sì o la vittoria del No potranno avere sulla Repubblica italiana vi prende in giro. Non lo sanno davvero i costituzionalisti, figuriamoci se lo sanno – con tutto il rispetto – i giornalisti, me compreso, i parlamentari o quelli che ne discutono online.

E d’altra parte, vi sembra che una discussione su questo genere di limitate correzioni costituzionali possa giustificare una campagna elettorale così aggressiva e greve? Il bicameralismo paritario e il CNEL vi sembrano una questione su cui valga la pena scannarsi? Certo che no. Si stanno scannando, ci stiamo scannando, perché quello che questo referendum mette davvero in gioco è la direzione da dare alla classe politica di questo paese e la sopravvivenza di una sua importante generazione. Attenzione, perché qui è facile cadere in un equivoco ulteriore: pensare che si tratti di un referendum sul governo, su Renzi. La provenienza di questo argomento è comprensibile: durante la campagna hanno preso forma due schieramenti davvero inediti, con da una parte Renzi e un pezzo del suo partito, dall’altra tutti gli altri, compreso un pezzo del PD. È diventata Renzi contro il Resto del mondo. E quindi votano Sì quelli a cui piace Renzi, votano No quelli a cui non piace Renzi. Ma anche questo argomento è fuorviante.

Una vittoria del No farebbe fuori il governo Renzi, che sarebbe sostituito probabilmente da un governo Franceschini o Delrio o Tizio o Caio sostenuto dalla stessa maggioranza che oggi sostiene il governo Renzi. Se si andasse a votare subito, la legge elettorale garantirebbe con assoluta e matematica certezza la nascita di un altro governicchio di larghe intese, il quarto consecutivo. Se si volesse invece modificare di comune accordo la legge elettorale, servirebbe mettere d’accordo un PD decapitato, le macerie di Forza Italia, il Movimento 5 Stelle e la Lega: buona fortuna. Lo stesso Renzi, poi, non solo resterebbe segretario del PD almeno fino al congresso, ma diventerebbe l’unico rappresentante politico di, quanti, il 45 per cento degli elettori? Il 47 per cento? Non dovrebbe dividere quel risultato con nessuno se non con un pezzo del suo partito, nemmeno con tutto, e ripartirebbe da lì. Diciamo che in politica esistono sconfitte peggiori.

Cos’altro succederebbe con una vittoria del No? Un’intera anziana e vastissima generazione politica si guadagnerebbe il diritto a un ultimo giro di giostra: da Brunetta a D’Alema, da Bersani a Berlusconi, da Maroni a Monti, da Gasparri a Fassina, persone che hanno fatto in modi diversi la storia della Seconda Repubblica e ora sono sul punto di uscirne, come fisiologicamente accade in ogni democrazia, conquisterebbero nuova centralità e vitalità nei loro partiti e quindi nel paese. Lo dico a prescindere dal giudizio nei loro confronti: è un fatto che alle successive elezioni bisognerebbe ancora, di nuovo, fare i conti con loro. Sarebbero quelli che incassano i dividendi politici e quindi poi sarebbero i decisori, i dirigenti, i capilista, i capigruppo. Gli unici vincitori del referendum in grado di potersi presentare alle successive elezioni come vere novità politiche, al di là del fatto che lo siano o no, e in modi e dimensioni molto diverse, sarebbero il Movimento 5 Stelle, la Lega di Matteo Salvini e Possibile di Pippo Civati.

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Cosa succederebbe in caso di vittoria del Sì, invece? Sarebbe una grande vittoria politica di Renzi, questo è fuori discussione: ed è stato sciocco, peraltro, chi ha permesso che potesse intestarsela quasi da solo dopo un percorso parlamentare così lungo, concertato e collegiale. Ma Renzi non diventerebbe il padrone di niente: tanto che oggi persino i suoi avversari nel PD lo accusano di aver promosso una legge elettorale senza pensare che il suo meccanismo di ballottaggio rischia di favorire il Movimento 5 Stelle. Alle prossime elezioni, poi, tutti sarebbero ovviamente liberi di votare contro Renzi e contro il PD. Cosa sarebbe cambiato, nel frattempo? Che la vittoria del Sì dentro la minoranza del PD e i partiti di opposizione avrebbe accelerato – invece che arrestarli – quei fisiologici percorsi di trasformazione e rinnovamento.

Probabilmente non sarebbero più Berlusconi e Brunetta a dare le carte nel centrodestra, aprendo definitivamente una partita politica che sta avvenendo sotto traccia da mesi e altrimenti sarebbe troncata sul nascere. Probabilmente chi nel PD non è d’accordo con Renzi non sarà costretto al congresso a votare una mozione Speranza-D’Alema-Bersani. Probabilmente chi vuole votare un partito più di sinistra del PD non si troverà impiccato a scegliere tra D’Attorre e Fassina. Ho detto “probabilmente”, non “di sicuro”: ma è sicuro che al contrario quella classe politica resterebbe al suo posto e più forte di prima. Renzi è già oggi la persona attorno a cui ruota la politica italiana, che piaccia o no: in qualche modo potrebbe restarlo anche in caso di sconfitta al referendum. La differenza è che con la vittoria del Sì tutti gli altri, tutti quelli che con il loro passato e le loro inadeguatezze hanno ottenuto, tra le altre cose, che Renzi completasse la sua ascesa politica alla velocità della luce, prenderebbero un gran colpo: in molti casi, potenzialmente, quello decisivo.

Gli anti-Renzi che non sono leghisti né grillini, ma vorrebbero poter votare partiti migliori anche per avere più possibilità di battere Renzi o condizionarlo, dovrebbero votare Sì persino con più entusiasmo di quelli del PD. La brutalità di questa campagna elettorale è la brutalità tipica delle battaglie per la sopravvivenza personale: e questo perché il referendum del 4 dicembre nelle sue conseguenze profonde non riguarda né la Costituzione né il governo Renzi. Riguarda tutti gli altri.

Libri che ho letto

Quest’anno è capitato che sono quasi tutti in inglese. Come al solito c’è anche molta roba vecchia o in ritardo. È anche capitato che sia il 15 agosto e moltissimi di voi avranno già comprato i libri da leggere in vacanza. Quest’anno è capitata una montagna di cose. Pazienza.

Nora Ephron, The Last Interview
È una raccolta di interviste a Nora Ephron, fino all’ultima che diede a Believer prima di morire nel 2012. Nora Ephron ha avuto una vita gigantesca, ha cominciato come giornalista, è diventata saggista, editorialista e poi nel tempo sceneggiatrice e regista, a un certo punto addirittura blogger, e tutto con un’intelligenza, un talento e uno spirito che averne solo un decimo basterebbe a noi persone normali per costruirci una dignitosa carriera. Dentro queste interviste ci sono, tra moltissime altre cose, i consigli migliori che possa ricevere qualcuno che scrive o vuole scrivere per mestiere. Ma non sono la cosa più importante.

– Collected Poems of Dylan Thomas: The Original
Non sono un tipo da poesia. Credo che non lo sarò mai. Non credo nemmeno di invidiare davvero i tipi da poesia, che è la cosa che dovrei dire in teoria a questo punto della frase. Però qualche tempo fa sono inciampato per caso in otto parole in fila, mi sono ritrovato più volte a pensarci e ogni volta a trovarci dentro qualcosa. Ho scoperto che erano il primo verso di una poesia di Dylan Thomas, quindi ho letto tutto su quel verso, e su quella poesia, e sulla vita di Dylan Thomas, mezzo poeta, mezzo conduttore radiofonico, morto alcolizzato a New York, trovandoci dentro ancora più cose: ed è finita che ho letto anche tutto Dylan Thomas, o quasi. Questa è una raccolta delle sue cose migliori. Dall’introduzione:

Dylan Thomas is that rare thing, a poet who has it in him to allow us, particularly those of us who are coming to poetry for the first time, to believe that poetry might not only be vital in itself but also of some value to us in our day-to-day lives. It’s no accident, surely, that Dylan Thomas’s “Do not go gentle into that good night” is a poem which is read at two out of every three funerals. We respond to the sense in that poem, as in so many others, that the verse engine is so turbocharged and the fuel of such high octane that there’s a distinct likelihood of the equivalent of vertical liftoff. Dylan Thomas’s poems allow us to believe that we may be transported, and that belief is itself transporting.

In italiano lo trovate qui, ma le poesie tradotte, ecco, uhm.

Believer, di David Axelrod
È l’autobiografia di David Axelrod, cioè la storia di un giornalista talentuoso dall’infanzia complicata che a un certo punto si stanca di fare il giornalista e decide di provare a fare lo stratega politico con un’anima. Il tutto a Chicago, dove la politica è una roba così scorretta e sporca che negli Stati Uniti la definizione di politica scorretta e sporca è Chicago-style politics. Le cose gli vanno benino, poi bene, poi sempre meglio. Nel 1992 conosce un giovane avvocato e attivista locale, un tale Barack Obama. Glielo presenta un’amica comune dicendogli: siete fatti l’uno per l’altro, dovete conoscervi. Nel 2004 diventa lo stratega della sua campagna elettorale per il Senato. Nel 2008 e nel 2012 è lo stratega delle sue campagne elettorali per la presidenza. Poi ha smesso di fare questo mestiere, perché quali altri clienti puoi cercare dopo Barack Obama? Oggi dirige l’Institute of Politics all’università di Chicago, collabora con CNN e ha un podcast, The Axe Files.

Modern Romance, di Aziz Ansari
Se avete visto Master of None, o i suoi spettacoli, ci sono molte cose che avete già sentito. Ma la parte migliore del libro – che se questa fosse una vera rubrica di libri vedreste a questo punto descritto come “gustoso” – è una grossa ricerca sulle relazioni sentimentali nella nostra epoca, condotta da Eric Klinenberg, sociologo e professore universitario americano, e alla quale hanno collaborato psicologi e antropologi Lui e Ansari hanno raccolto una montagna di dati sulle relazioni sentimentali in diversi posti del mondo e hanno cercato di capirci qualcosa, da quello che comporta per ciascuno di noi la moltiplicazione esponenziale delle scelte possibili alle conseguenze della tecnologia.

Senza filtro, di Alessandro Gazoia
Come a chiunque faccia questo mestiere, in questi anni mi è capitato di leggere moltissimi articoli e saggi e libri sul presente e il futuro del giornalismo, e di partecipare a convegni e panel e dibattiti e discussioni sullo stesso tema, su un palco o davanti a un caffè. Quando questi testi e queste discussioni coinvolgono giornalisti italiani, nella gran parte dei casi sembrano organizzate su un altro pianeta: le uniche cose vere sono poche e banali, e le cose false, fraintese, autoconsolatorie e autocommiseranti, sono tante e tali da costituire una specie di realtà parallela. Il libro di Gazoia non ha niente di tutto questo: è la migliore analisi dello stato dell’arte che mi sia capitato di leggere di recente.

– Tiny Beautiful Things, di Cheryl Strayed
Le advice columns – quelle rubriche in cui qualcuno risponde alle domande dei lettori che chiedono consigli sulla loro vita – sono molto popolari negli Stati Uniti, dove godono di ottima dignità editoriale e sono spesso affidate a giornalisti e autori di grande sensibilità emotiva e abilità letteraria. Tiny Beautiful Things è una raccolta delle cose migliori prodotte dalla rubrica che Cheryl Strayed ha tenuto gratuitamente dal 2010 al 2012 sul sito The Rumpus. Lo avete visto il film Wild, quello uscito due anni fa che prese anche un paio di nomination all’Oscar? Ecco, Cheryl Strayed è quella della storia vera del film Wild. Non ho idea in che forma avverrà, ma gli articoli di Tiny Beautiful Things dovrebbero diventare a un certo punto anche una cosa che sarà trasmessa da HBO, credo una serie tv. L’articolo che ha fatto diventare famosissima la rubrica di Strayed è una risposta a una domanda che qualsiasi altra rubrica di consigli avrebbe scartato, che infrange tutte le regole non scritte delle rubriche di consigli e si conclude con la frase «The fuck is your life», che da quel momento mi sembra la risposta a quasi ogni domanda (al secondo posto della mia personale classifica c’è la frase immediatamente precedente: «Ask better questions»). È stato tradotto in italiano da Piemme.

Il secolo degli Stati Uniti, di Arnaldo Testi
In questo anno abbondante di campagna elettorale statunitense – la newsletter, il podcast, gli eventi in giro per l’Italia, eccetera – tante persone mi hanno chiesto un libro che non fosse un mattone da cui cominciare per conoscere un po’ meglio la storia e la politica degli Stati Uniti. Questo libro è quel libro.

How To Write A Sentence, di Stanley Fish
È bello saper riconoscere una bella canzone, un bel film, un bel libro o una bella frase. La cosa ancora migliore è saper spiegare perché quella canzone, quel film, quel libro o quella frase sono belli. Il titolo di questo libro lo fa sembrare un manuale o una raccolta di aforismi, ma è tutta un’altra cosa: è una raccolta di belle frasi – la vaghezza di questa definizione non aiuta, lo so – e soprattutto una spiegazione tecnica del perché ognuna di queste è particolarmente bella. Non vado matto per la retorica che equipara i mestieri intellettuali a quelli da artigiano – tutta quella solfa autocompiaciuta sugli artigiani-delle-parole e cose del genere – ma è interessante capire i meccanismi che rendono una frase una bella frase. C’entra sia la scrittura giornalistica sia quella letteraria. Il titolo del libro doveva essere il sottotitolo: come leggere una frase.

La separazione del maschio, di Francesco Piccolo
È un romanzetto scritto quasi dieci anni fa da Francesco Piccolo, per cui o lo avete letto all’epoca, e in quel caso queste righe non vi interessano, oppure vi sono piaciute altre cose più recenti di Piccolo e allora potreste esserne incuriositi. La cosa più importante da sapere, in questo caso, è che è molto meglio della sinossi che trovate online o nella quarta di copertina. Scusa, autore o autrice della sinossi. Lo trovate ancora in molte librerie, oltre che su Amazon.

L’amore è eterno finché non risponde, di Ester Viola
È un buon romanzo da spiaggia, e voi state cercando qualcosa da leggere dove? Esatto. È scritto con quello sguardo laterale che chi segue l’autrice su Twitter sa riconoscere, e ognuno ci rivedrà qualcosa che conosce.

Un anno di newsletter

Piccolissimo bilancio dopo un anno di newsletter sulle elezioni americane, compiuto esattamente il 14 giugno.

– edizioni normali inviate: 53 (ogni sabato, compresi il 15 agosto, il 26 dicembre e il 2 gennaio)

– edizioni speciali inviate: 14 (spesso dopo una grossa notizia, un’elezione primaria o un dibattito televisivo)

– totale newsletter inviate: 67

– iscritti in questo momento: 7.451

– tasso medio di apertura delle newsletter: 72,3 per cento

– eventi pubblici sulle elezioni americane tenuti fin qui: 21, in 17 città diverse (anche grazie a YouTrend)

– obiettivo della raccolta fondi tra gli iscritti per pagare le spese tecniche: 800 euro in sei mesi

– cifra effettivamente raccolta: 6390,58 euro in una settimana

– cose finanziate con la raccolta fondi: un viaggio a Cleveland e Philadelphia per seguire le convention, dal 18 al 28 luglio; un altro viaggio a ottobre in uno swing state

– spin-off: ora c’è anche un podcast!

– vite un po’ cambiate: una

Grazie.

I dolori del giovane autore di newsletter

Un mese fa ho trasferito su un nuovo servizio la newsletter sulle elezioni americane che scrivo ogni settimana da giugno. Le persone iscritte alla newsletter sapevano del trasloco imminente – ne avevo scritto anche qui – e la gran parte di loro non si è accorta di nulla: il sabato successivo al trasloco ha ricevuto la newsletter come tutti gli altri sabati. Nel corso di questo mese, però, alcuni mi hanno scritto o mi hanno detto di non aver più ricevuto niente, e ad altri immagino sia capitato lo stesso. La causa di questo problema – tristemente nota a tutti quelli che scrivono una newsletter – è una particolare opzione di Gmail, il servizio di posta elettronica di Google. Scrivo questo post quindi per quelli che il sabato che non trovano più la newsletter nella loro casella di posta, e per avere qualcosa da linkare alle prossime persone che mi diranno di avere questo problema.

Per Gmail, infatti, la mia newsletter è indistinguibile da un’email di Groupon o di eBay o di Zalando: sono email inviate con un apposito servizio a un lungo indirizzario di destinatari. Di conseguenza, quando ricevete una di queste email, la vostra casella di posta non le mostra nella scheda “Principale” ma in quella “Promozioni”. La grandissima maggioranza di quelli che mi hanno detto che non ricevevano più la newsletter, in realtà l’avevano ricevuta: ma non l’avevano vista perché era finita nella scheda “Promozioni”.

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Per risolvere questo problema, dovete trascinare la newsletter sopra la scheda “Principale”. Occhio a non fermarvi qui, però, sennò la newsletter successiva finirà di nuovo nella scheda “Promozioni”. Dopo aver trascinato la newsletter sulla scheda “Principale”, vedrete apparire un box giallo in alto come questo, con una domanda come questa (la stringa di lettere e numeri potrebbe essere diversa, non fateci caso).

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Cliccate su “Sì”. Dal prossimo sabato, riceverete la newsletter direttamente nella scheda “Principale”, senza doverla cercare tra le email promozionali.

Già che ci sono, promemoria delle prossime volte in cui ci troviamo a parlare di elezioni americane dal vivo: l’11 aprile a Milano con Lia Quartapelle, il 26 aprile al Circolo dei lettori a Torino con Lorenzo Pregliasco e Giovanni Diamanti di YouTrend, il 28 aprile all’università di Verona e il 30 aprile al Cinema del carbone a Mantova. Seguite i link per avere i dettagli; dove non ci sono i link vuol dire che ancora non ci sono i dettagli, e allora li troverete presto qui.

Grazie, come sempre. E a proposito: vi siete iscritti alla newsletter del Post?

–241 giorni alle elezioni statunitensi

–241 giorni alle elezioni statunitensi
–3 giorni alle primarie in Florida e Ohio

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Il 15 marzo alle primarie americane i Repubblicani assegnano in un giorno solo ben 358 delegati, i Democratici addirittura 691. In più si voterà in alcuni degli stati politicamente più importanti del paese, come l’Ohio e la Florida. Per i candidati che fin qui hanno ottenuto più delegati, è l’opportunità per allargare il loro distacco fino a farlo diventare incolmabile o quasi; per i candidati che sono indietro, invece, è potenzialmente uno di quei momenti da dentro o fuori. Ah, alla fine è ufficiale che Michael Bloomberg non si candida, come qui avete letto fin dal primo giorno.

Dove si vota tra i Repubblicani
rep-mapIl 15 marzo i Repubblicani votano in Florida (99 delegati, primarie), in Illinois (69 delegati, primarie), in Missouri (49 delegati, primarie), in North Carolina (69 delegati, primarie) e in Ohio (63 delegati, primarie). Sono gli stati colorati in rosso nella mappa (non badate ai numerini, per ora non ci interessano). L’unico posto che non vedete nella mappa sono le Northern Marian Islands, quindici isole del Pacifico in cui abitano circa 50.000 persone e il cui status politico è lo stesso di Porto Rico, quindi non sono effettivamente uno stato: ma fanno dei caucus e il 15 marzo assegnano così 9 delegati. Se volete capire un po’ meglio la matta geografia statunitense, questo video – segnalatomi da Omar – è un ottimo punto di partenza.

Le primarie del 15 marzo sono anche il momento in cui i Repubblicani cambiano sistema di distribuzione dei delegati: fin qui sono stati assegnati con un criterio proporzionale, dal 15 – fatta eccezione in North Carolina – si passa quasi ovunque a un criterio maggioritario. Cosa vuol dire: in ogni stato chi prende anche soltanto un voto in più degli altri si porta a casa tutti i delegati; gli altri non ne prendono nemmeno uno. Per avanzare nella conta dei delegati, quindi, da qui in poi bisogna vincere: arrivare secondi di un voto avrà comunque un certo peso politico ma dal punto di vista dei delegati sarà come arrivare ultimi. Questa è la situazione attuale, per capirci.

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Il North Carolina è praticamente sul confine tra nord e sud, oltre il 20 per cento dei suoi abitanti sono afroamericani, ed è uno dei pochi stati in bilico nel sud degli Stati Uniti: nel 2008 vinse Obama dello 0,8 per cento, nel 2012 però vinse Romney. Anche la Florida è storicamente uno stato che pesa moltissimo alle presidenziali, e la sua popolazione è particolarmente frastagliata: una delle cose meno note, fuori dagli Stati Uniti, è che per molti la Florida è lo stato in cui trasferirsi quando si va in pensione. Il tempo è bello e gli affitti sono più bassi che nelle grandi città americane. Risultato: la Florida è lo stato americano con la più alta percentuale di persone con più di 65 anni, e i due terzi dei suoi abitanti sono nati da un’altra parte. Altro fatto interessante: la Florida ha tantissimi abitanti di origini latinoamericane (siamo vicini al 30 per cento) e tanti di questi hanno origini cubane (e i latinos di origini cubane sono generalmente piuttosto conservatori). Ultima cosa, anche se sicuramente ve lo ricordate: è lo stato di casa di Marco Rubio.

«My parents live in Florida now. They moved there last year. They didn’t want to move to Florida, but they’re in their sixties, and that’s the law»

Illinois, Missouri e Ohio sono invece tre stati del Midwest, the heartland: una delle regioni più ricche e popolose degli Stati Uniti d’America e allo stesso tempo una delle più colpite dalla crisi economica degli scorsi anni, casa di una folta classe media bianca, del settore manifatturiero e dell’industria pesante. Dal punto di vista politico, se dagli anni Novanta alle presidenziali l’Illinois vota nettamente a favore del candidato Democratico, la situazione in Missouri e Ohio è ben più incerta. Con la sola eccezione del 1956, il Missouri ha votato per il candidato che poi ha vinto le presidenziali dal 1904 al 2004. Lo stato in bilico per eccellenza, insomma. Nel 2008 e nel 2012, però, il Missouri è andato ai Repubblicani: oggi è considerato uno stato tendenzialmente Repubblicano. L’Ohio è un altro stato in bilico da manuale: nel 2000 e nel 2004 scelse George W. Bush, nel 2008 e nel 2012 scelse Barack Obama, e mai con una distanza tra i candidati superiore ai 4 punti percentuali. E il suo governatore è John Kasich.

Aneddoto inutile ma divertente: la più grande città del Missouri è Kansas City. Ma come, direte voi, Kansas City non è in Kansas? Anche. Missouri e Kansas sono confinanti, separati da un fiume che si chiama Missouri, per rendere tutto più semplice. Il fiume attraversa Kansas City, dividendola in due città – e stati – formalmente diversi: da una parte c’è la Kansas City del Missouri, dall’altra la Kansas City del Kansas.

Che aria tira tra i Repubblicani
I toni tra i candidati si sono raffreddati un po': l’ultimo dibattito televisivo è statosorprendentemente civile, Marco Rubio si è persino scusato per aver esagerato con i suoi attacchi contro Donald Trump nelle ultime settimane. Da questo punto di vista la cosa interessante è che Trump ha tratto vantaggi da entrambe le situazioni: se da una parte gli attacchi di Rubio hanno avuto il solo risultato di affossare Rubio, dall’altra parte secondo i sondaggi Trump è stato il netto vincitore del dibattito dell’altra sera. Insomma: in questo momento se attacchi Trump vince Trump, se ignori Trump vince Trump. Sospetto che, al di là delle indubbie doti comunicative di Trump, pesi parecchio anche il valore non eccezionale dei suoi sfidanti.

Non fatevi illudere però da questo clima più tranquillo tra i candidati. Questa, infatti, è stata anche la settimana in cui un problema che va avanti sottotraccia da mesi è venuto fuori con particolare forza: la violenza ai comizi di Donald Trump. Solo per restare agli ultimi giorni: una giornalista (peraltro di una testata molto pro-Trump) è stata malamente strattonata mentre stava cercando di fare una domanda a Trump; un giovane contestatore nero si è preso un pugno in faccia (e i poliziotti hanno arrestato lui e non il picchiatore); un comizio previsto per ieri sera a Chicago è stato annullato a causa di scontri e tensioni tra gruppi di contestatori e agenti di polizia, e ci sono stati anche dei feriti non gravi. I commenti di Trump sono di questo tenore: «Il problema è che ogni volta ci mettiamo un sacco di tempo a cacciare questi contestatori, perché nessuno vuole più fargli del male. Una volta c’erano delle conseguenze per questi gesti. Ora non ce ne sono più. Questa gente fa male al nostro paese. Non avete idea di quanto fa male al nostro paese».Oppure: «Se vedete qualcuno che vuole tirarmi un pomodoro, pestatelo a sangue. Alle spese legali poi ci penso io».

Cosa è successo ieri sera a Chicago. Guardate anche questo video.

L’Atlantic ha un articolo interessante su questa situazione, che ricostruisce come i nuovi movimenti per i diritti dei neri utilizzino da mesi la tecnica di interrompere e contestare i candidati alle primarie. I Democratici nel corso dei mesi hanno incontrato questi attivisti e si sono fatti portavoce di una grandissima parte delle loro richieste e proposte; i Repubblicani li hanno quasi sempre ignorati; Donald Trump ha scelto un’altra strada. Trump ha visto in queste proteste l’opportunità per mostrarsi un duro. Questa storia può andare a finire malissimo.

Torniamo ai numeri. Secondo le medie dei sondaggi, Trump in Florida ha 15 punti di vantaggio su Rubio, in Ohio è appiccicato a John Kasich, in Illinois è avanti di 12 punti, in North Carolina pure. Sul Missouri invece ci sono pochissimi dati. L’algoritmo di Nate Silver dice che Trump vincerà probabilmente in Florida, in Illinois e in North Carolina, mentre in Missouri se la giocherà con Cruz e in Ohio con Kasich. Ci sono tre lotte diverse, nella campagna elettorale in vista del 15 marzo. Una è molto grande: l’establishment del Partito Repubblicano sa che Trump vincendo almeno in Florida e in Ohio otterrebbe un vantaggio tra i delegati praticamente incolmabile, e sta cercando di impedirlo investendo in spot contro di lui e consigliando agli elettori di concentrare i voti in ogni stato nel candidato che ha più speranze di batterlo. Un’altra lotta è quella personale di Rubio e Kasich, che si giocano veramente tutto: ed è in qualche modo romantico che dopo aver girato il paese per mesi il momento della verità sia arrivato nel loro stato di casa, dove le loro carriere politiche sono cominciate. Chi di loro perderà nel proprio stato – Rubio in Florida, Kasich in Ohio – sarà fuori dalla corsa. Chi dovesse vincere, resterà in piedi. La terza lotta, più subdola, è quella che sta facendo Ted Cruz perché Rubio e Kasich non ce la facciano, così da permettergli di restare l’unico candidato anti-Trump in campo.

Momento cinematografico: siccome Rubio sa che non vincerà mai in Ohio, ha chiesto ai suoi sostenitori dell’Ohio di votare Kasich, sperando che Kasich ricambiasse il favore in Florida. Non è successo. Per Rubio è stata un po’ una mossa disperata: nei sondaggi non è messo benissimo, alle primarie della settimana scorsa è andato molto male e Ted Cruz, pur di dargli fastidio, ha appena aperto dieci comitati elettorali proprio in Florida. Endorsements, per chiudere: Arnold Schwarzenegger ha dato il suo sostegno a John Kasich, Ben Carson a Donald Trump e Carly Fiorina a Ted Cruz.

Dove si vota tra i Democratici
Il 15 marzo i Democratici votano in Florida (primarie, 214 delegati), Idem-mapllinois (primarie, 156 delegati), Missouri (primarie, 71 delegati), North Carolina (primarie, 107 delegati), Ohio (primarie, 143 delegati). Sono gli stati colorati in blu nella mappa accanto (anche qui, non badate ai numerini).

Le informazioni geografiche a questo punto ce le avete già, ma parlando dei Democratici vale la pena soffermarsi un po’ di più sull’economia. Durante gli anni più pesanti della crisi economica, nel Midwest molte grandi aziende hanno licenziato dipendenti o hanno chiuso del tutto, decidendo di spostare stabilimenti in paesi dove produrre merci e assumere personale costa di meno. Queste pratiche di outsourcing sono state in qualche modo favorite dai molti trattati commerciali che gli Stati Uniti hanno stretto nel corso degli anni con gli altri paesi americani e con l’Asia (trattati che naturalmente in momenti economici più favorevoli invece avevano fatto del bene agli Stati Uniti). Bernie Sanders sta parlando moltissimo della sua opposizione a quei trattati e della posizione favorevole di Clinton: una strategia che lo ha aiutato moltissimo in Michigan, dove questa settimana ha vinto le primarie a sorpresa.

L’altra cosa importante da sapere nel contesto del voto di martedì 15 è la situazione nella più popolosa città del Midwest: Chicago, Illinois. È la città di Barack Obama, per dirne una, il cui tasso di gradimento nazionale è arrivato questa settimana al livello più alto dal 2013. Ma il suo attuale sindaco è Rahm Emanuel, per dirne un’altra: ex pezzo grosso dei Democratici al Congresso diventato ricco con la finanza, primo capo dello staff di Obama alla Casa Bianca, una specie di simbolo del politico-tipo di Chicago, cioè uno che quando serve sa giocare sporco. Chicago, infatti, è una città che ha nella sua storia lunghissime dinastie politiche – il sindaco che ha preceduto Emanuel era rimasto in carica dal 1989 al 2011, suo padre era stato sindaco dal 1955 al 1976 – e una certa diffusione della corruzione.

Il sindaco Rahm Emanuel è stato a lungo piuttosto popolare, ma dallo scorso novembre è in enormi difficoltà per via di una serie di scandali. Il più importante riguarda un diciassettenne nero, Laquan McDonald, ucciso dalla polizia: McDonald era armato con un coltello, un poliziotto gli ha sparato 16 volte in 13 secondi. Il dipartimento di polizia di Chicago ha fatto di tutto per evitare la diffusione di un video che mostra quello che è successo e fa vedere quanto la sparatoria fosse evitabile, visto che McDonald non stava facendo nessun movimento minaccioso, e soprattutto lo mostra morire in mezzo alla strada senza che nessuno lo soccorra. In città sempre più persone considerano Rahm Emanuel indirettamente responsabile di quello che è successo, e lo criticano per essersi inizialmente opposto a un’inchiesta del dipartimento di giustizia su quanto accaduto. Oggi secondo i sondaggi la maggioranza degli abitanti di Chicago vorrebbe le dimissioni di Emanuel da sindaco. Emanuel non ha dato il suo sostegno formale a Clinton ma fa parte dello stesso establishment, evidentemente.

Sanders, quindi, sta cercando di azionare queste due leve: puntare sull’economia per fare appello agli elettori bianchi, puntare sul caso Emanuel per fare appello agli elettori neri (facendo arrabbiare Clinton, probabilmente: Emanuel è molto più vicino a Obama che a lei).

Che aria tira tra i Democratici
La vittoria di Sanders in Michigan ha restituito un po’ di incertezza a una competizione che sembrava – e sembra ancora, onestamente – praticamente decisa a favore di Clinton. Come sapete se avete letto l’edizione speciale della newsletter o questo articolo, la strada verso la nomination per Sanders si è fatta parecchio impervia. Il turno del 15 marzo dovrebbe favorire Clinton: per Sanders sarebbe già un buon risultato limitare i danni e non far allargare troppo la distanza sul fronte dei delegati. Le cose oggi sono messe così:

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Abbiamo detto di come Sanders sta tentando di fare appello agli elettori bianchi e ai neri. Sarà importante vedere come andrà la distribuzione demografica del voto, perché Clinton ha bisogno di dimostrare di poter recuperare i voti dei cosiddetti “bianchi arrabbiati” (anche per dare un segnale a Donald Trump) mentre Sanders ha bisogno di far vedere di poter convincere anche un po’ di elettori neri, che fin qui lo hanno snobbato. Poi ci sono i latinoamericani. In Florida, come dicevamo, sono moltissimi, più conservatori che nel resto del paese e soprattutto MOLTO anti-castristi. Circola un video del 1985 che mostra Bernie Sanders dire cose piuttosto lusinghiere di Fidel Castro e dei sandinisti, la campagna Clinton lo sta usando per avvantaggiarsene.

Chiudiamo con i sondaggi, quindi, avvertendo una volta di più di prenderli con cautela. Clinton è data avanti di oltre 30 punti in Florida e in Illinois, di 20 in Ohio e in North Carolina. Non ci sono dati affidabili sul Missouri. L’algoritmo di Nate Silver dice che Sanders ha qualche speranza solo in Missouri. Promemoria: tra i Democratici i delegati si assegnano sempre con criterio proporzionale, quindi rimontare uno svantaggio di delegati è molto difficile e, soprattutto, le percentuali contano. Persino nella grande serata dell’altra volta, quando Sanders ha vinto in Michigan, Clinton ha guadagnato delegati e ha aumentato il suo distacco: questo perché Sanders in Michigan ha vinto di un pelo e nel frattempo Clinton ha stravinto in Mississippi.

Quando ci vediamo, quando ci sentiamo
Ci vediamo il 15 marzo a Forlì con Lorenzo Pregliasco e Giovanni Diamanti di YouTrend, il 22 marzo a Firenze, il 23 marzo a Monza e il 24 marzo a Parma (su Monza e Parma, dettagli la settimana prossima). Noi ci sentiamo il 16 marzo con un’edizione speciale della newsletter sui risultati di queste primarie. Ciao!

Cose da leggere
Inside Rubio’s collapse, di Philip Rucker, Ed O’Keefe e Matea Gold sul Washington Post
1988: The Year Donald Lost His Mind, di Michael Kruse su Politico
The Matter of Black Lives, di Jelani Cobb sul New Yorker

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–248 giorni alle elezioni statunitensi

–248 giorni alle elezioni statunitensi
–10 giorni alle primarie in Florida e Ohio

presidential seal

È il momento in cui il calendario delle primarie statunitensi si fa più intenso: il Super-Tuesday è appena passato, da qui a sabato prossimo – e a cominciare da oggi – i Repubblicani voteranno in undici stati e i Democratici in sei stati. Quindi non perdiamo tempo e veniamo subito a noi. In coda alla newsletter trovate i dati finali della nostra raccolta fondi e i prossimi appuntamenti in cui possiamo incontrarci dal vivo.

Dove votano i Repubblicani
rep-mapIl 5 marzo, cioè oggi, si tengono le primarie Repubblicane in Kansas (caucus, 40 delegati),Kentucky (caucus, 43 delegati), Louisiana (primarie, 43 delegati) e Maine (caucus, 23 delegati). Il 6 marzo i Repubblicani votano a Porto Rico (primarie, 20 delegati), l’8 marzo alle Hawaii (caucus, 19 delegati), inIdaho (primarie, 32 delegati), in Michigan (primarie, 59 delegati) e in Mississippi (primarie, 40 delegati). Il 12 marzo votano a Washington DC (caucus, 19 delegati) e nell’isola di Guam, che però assegna solo 9 delegati tra i funzionari del partito, quindi liberi di votare chi vogliono alla convention (e io qui sopra sto contando solo quelli eletti, che sono quelli che contano davvero). Eccetto Guam e Porto Rico, che non sono due veri stati e non partecipano alle elezioni di novembre, gli stati in cui si vota sono quelli colorati in rosso qui sopra (non badate ai numerini).

Ci sono in ballo 338 delegati, quasi tutti assegnati con sistema proporzionale: questo vuol dire che di per sé non sarà un turno decisivo dal punto di vista numerico. C’è una particolarità interessante, però: salvo che in Michigan, Mississippi e Porto Rico, le primarie e caucus dei Repubblicani di questa settimana sono aperte soltanto a chi è registrato alle liste elettorali come Repubblicano. Quindi generalmente a persone che sono solite andare a votare (non è così scontato, in un paese in cui l’affluenza è assestata da decenni tra il 50 e il 60 per cento) e che si identificano pubblicamente con un certo partito. Secondo la gran parte degli analisti, questo dovrebbe dare una piccola mano agli sfidanti di Donald Trump, che fin qui ha trovato un grande sostegno da parte di elettori outsider, sfiduciati dalla politica e solitamente poco coinvolti dai suoi processi. Questa circostanza però non riguarda il Michigan, dove si terranno primarie aperte: e il Michigan è il più popolato e politicamente rilevante tra gli stati in cui si vota a questo giro, ha una corposissima classe media e operaia (è lo stato delle industrie automobilistiche) ed è piuttosto variegato politicamente (fun fact: è anche l’unico stato americano composto da due diverse penisole).

Che aria tira tra i Repubblicani
I risultati del Super-Tuesday hanno messo i Repubblicani davanti alla prospettiva che – salvo sorprese, che possono esserci ma sarebbero appunto sorprese – Donald Trump sarà il loro candidato alla presidenza degli Stati Uniti. Questa è la situazione dei delegati al momento:

delegati-repGli esperti di conti e proiezioni dicono che a questo punto il turno elettorale decisivo sarà quello del 15 marzo, quando si voterà in Florida e Ohio: sono due stati molto popolosi e politicamente fondamentali; assegnano i loro delegati col sistema maggioritario, quindi chi prende un voto in più vince tutto; sono gli stati di casa rispettivamente di Marco Rubio e John Kasich, che quindi se non dovessero vincere lì sarebbero di fatto fuori dai giochi. Se Trump uscirà vincitore dal 15 marzo, sarà impossibile fermarlo: ma di questo parleremo meglio nella newsletter di sabato prossimo. Cosa bisogna guardare allora questa settimana?

Le 11 primarie Repubblicane di questa settimana serviranno soprattutto a capire lo stato di salute dei candidati, che nella politica americana diventa spesso una specie di profezia auto-avverante: vincere aiuta a vincere, perdere aiuta a perdere. Se Trump dovesse perdere nella maggior parte di questi undici stati, l’apparente inesorabilità della sua vittoria finale ne sarebbe almeno scalfita; se poi uno solo dei suoi sfidanti dovesse fare il pienone, si troverebbe tra le mani un convincente argomento per chiedere agli elettori degli altri di convergere su di lui se non vogliono rischiare di trovarsi il nome di un tizio con la faccia arancione sulle schede elettorali a novembre.

Il problema è che né Ted Cruz né Marco Rubio né John Kasich sembrano messi bene. In Michigan secondo i sondaggi Donald Trump ha 17 punti di vantaggio, in Louisiana ne ha 16, in Mississippi più di 20, in Kentucky e in Kansas più o meno 10. Possono esserci sorprese ma a oggi gli unici stati in cui Trump potrebbe perdere, stando a quel che sappiamo, sono il Kansas (a vantaggio di Cruz) e le Hawaii (a vantaggio di Rubio). I sondaggi degli altri stati sono troppo pochi o troppo vecchi per trarne qualcosa.

Ora, io lo so cosa vi state chiedendo: che succede se si arriva alla convention senza un candidato con la maggioranza assoluta dei delegati? Lo so perché nelle ultime settimane è la cosa che più mi avete chiesto via email e agli incontri dal vivo a Torino, Roma e Milano (ai quali avete partecipato in tantissimi: grazie!). Quella circostanza si chiama “brokered convention”: dopo il primo scrutinio, in cui i delegati sono tenuti a votare il candidato con cui sono stati eletti o quello a cui il loro candidato ha eventualmente dato il suo sostegno ufficiale, sono tutti liberi di votare chi vogliono. E scattano trattative caotiche, negoziati frenetici, mercati-delle-vacche, finché non si trova un compromesso su un nome. Da quando le primarie americane funzionano in questo modo, cioè dal 1972, questa cosa non è mai successa. Non vuol dire che non possa accadere, ma che è davvero improbabile. Se dopo il 15 marzo questo scenario sarà ancora in campo – cioè se Trump non vincerà in Ohio e/o in Florida – prometto di spiegarlo per bene.

La brokered convention di The West Wing. Occhio che se non l’avete vista vale spoiler.

Per il resto: questa settimana i Repubblicani si confronteranno in altri due dibattiti televisivi, uno il 6 e l’altro il 10 marzo. Quello che si è tenuto questa settimana è stato un delirio: vi basti sapere che Donald Trump ha esordito difendendo le dimensioni del suo pene. Trovate un resoconto completo qui. È stato un dibattito che, se questa fosse una campagna elettorale guidata dalla razionalità, avrebbe fatto moltissimi danni al Partito Repubblicano in generale e ai suoi candidati.

Ma al di là delle assurdità di queste settimane, c’è stato un momento particolarmente significativo: quando Cruz, Rubio e Kasich, dopo aver passato l’intera serata a definire Trump un truffatore, un imbroglione e cose del genere, hanno detto che se dovesse vincere le primarie gli darebbero il loro sostegno. Lo hanno detto perché non vogliono passare come quelli che non rispettano le regole del gioco, ma c’è un limite oltre il quale questo comportamento rischia di sembrare ipocrita: non puoi dire che voteresti un candidato che hai appena descritto come un pericolo pubblico. È una “cosa da politici”. Poi uno dice perché Trump va così forte.

Al dibattito non ha partecipato Ben Carson, che ha sospeso la sua campagna elettorale. Era nell’aria: come sapete, soprattutto se siete iscritti alla newsletter da un po’, Carson non ha mai avuto speranze e forse nemmeno il vero desiderio di fare il presidente degli Stati Uniti, ma solo di accumulare denaro e popolarità. Da settimane teneva in piedi la sua campagna elettorale solo per raccogliere fondi: pensate che fin qui aveva raccolto ben 58 milioni di dollari e ne aveva spesi la maggioranza in consulenze e risorse logistiche allo scopo di… raccogliere fondi.

Altre cose notevoli:

– Mitt Romney ha demolito Donald Trump in un durissimo discorso: ma Romney, per quanto sia una persona rispettabile, ha perso le due ultime elezioni presidenziali e ha praticamente scritto “loser” in fronte. Trump non ha dovuto nemmeno sforzarsi.

– sembra che durante una conversazione a porte chiuse con i giornalisti del New York Times, Trump abbia detto che la sua idea di deportare gli 11 milioni di immigrati irregolari presenti negli Stati Uniti non sia una vera promessa elettorale ma il punto di partenza di un futuro negoziato. Sia Cruz che Rubio hanno detto che questo prova l’inaffidabilità di Trump e gli hanno chiesto di diffondere la trascrizione di quella conversazione (il New York Times non può farlo senza il consenso di Trump).

– Il povero Chris Christie non twitta dal 24 febbraio e non ha mai citato sui suoi account social il suo endorsement a Donald Trump.

Dove votano i Democratici 
dem-mapIl 5 marzo, cioè oggi, si tengono le primarie dei Democratici in Kansas (caucus, 33 delegati), Louisiana(primarie, 51 delegati) e Nebraska (caucus, 25 delegati). Il 6 marzo i Democratici votano in Maine (caucus, 25 delegati), mentre l’8 marzo in Michigan (primarie, 130 delegati) e in Mississippi (primarie, 36 delegati). In tutto sono in ballo 300 delegati, assegnati con metodo proporzionale. Gli stati in cui si vota sono quelli colorati in blu nella mappa sopra (di nuovo, non badate ai numerini nella mappa).

Le elezioni in Kansas, Louisiana, Nebraska e Maine sono aperte solo agli elettori registrati alle liste elettorali come Democratici (cosa che in teoria dovrebbe avvantaggiare Hillary Clinton) ma a loro volta in Kansas, Louisiana e Nebraska si tengono dei caucus, formato che in teoria dovrebbe avvantaggiare Bernie Sanders perché premia gli elettori più entusiasti e motivati. Anche in questo caso non ci si aspettano risultati che chiudano la faccenda: un po’ perché i delegati in ballo sono troppo pochi e un po’ perché, facendo un po’ di conti, sembra che la faccenda sia già chiusa.

Che aria tira tra i Democratici
Questa è la situazione attuale sul fronte dei delegati. Questo conteggio esclude i superdelegati, che sono le 712 persone che partecipano alla convention di diritto – perché ricoprono cariche elettive o sono dirigenti del partito – e possono votare chi vogliono, a prescindere dal risultato delle primarie. I superdelegati al momento sono schierati in larghissima maggioranza con Clinton, ma li escludo dalla conta perché il loro peso viene spesso esagerato dai media: alla fine della fiera alla grandissima parte dei superdelegati importa stare con chi vince, e di sicuro non vogliono che il loro voto ribalti la volontà espressa alle primarie dagli elettori del partito (sarebbe suicida). Nelle prime fasi della campagna elettorale del 2008 Hillary Clinton aveva un mostruoso vantaggio su Barack Obama tra i superdelegati: quando è diventato chiaro che Obama avrebbe vinto le primarie, i superdelegati sono passati con lui. Se Sanders dovesse rimontare e vincere la partita dei delegati eletti, i superdelegati passerebbero con lui. Veniamo quindi alla conta attuale:

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Gli esperti di conti e proiezioni dicono che, a meno di sorprendenti capovolgimenti della campagna elettorale, una rimonta di Sanders si può considerare praticamente impossibile. Innanzitutto per una questione numerica: i Democratici assegnano tutti i delegati con un criterio proporzionale, quindi Sanders avrebbe bisogno non solo di vincere in molti stati ma anche di farlo con un ampio margine. E per esempio martedì in Massachusetts – uno stato piccolo, confinante col suo Vermont, con una tradizione di sinistra e popolato in gran parte da bianchi – Sanders ha perso. Se un candidato del New England non vince in New England, beh.

Poi c’è la questione politica: Sanders è andato e continua ad andare malissimo tra gli elettori neri. Ci sono posti in cui Hillary Clinton ha avuto dagli elettori neri un sostegno persino superiore a quello che ebbe Barack Obama alle primarie del 2008. Sanders dice di voler fare una “rivoluzione politica”, ma come ha scritto il New York Times “non si può fare nessuna rivoluzione politica nel Partito Democratico senza il sostegno degli elettori neri”. La coalizione sociale di Clinton è ampia e variegata: e in Texas, per esempio, ha avuto un grande sostegno anche dagli elettori di origini latinoamericane.

Clinton e Sanders si confronteranno di nuovo in tv il 9 marzo.

Un po’ di cose nostre
Come molti di voi sanno – ma tantissimi iscritti sono arrivati dopo – il 13 febbraio ho aperto una raccolta fondi per trovare i circa 800 euro necessari a pagare il servizio per l’invio delle newsletter da qui a novembre (farò il trasloco questa settimana, se trovo il tempo). La vostra risposta è stata così eccezionale che cinque giorni dopo ho fatto sapere di aver già raccolto ben più del necessario e con la newsletter successiva ho chiuso la raccolta fondi. I dati finali sono questi: ho raccolto 6390,58 euro da 512 persone meravigliose. Donazione media: circa 12 euro. Con quei soldi, oltre a pagare il servizio delle newsletter, mi rimborserò le spese necessarie per andare a luglio alle convention dei Democratici e dei Repubblicani (soltanto i voli sono già costati più di 2.000 euro: il volo tra una convention e l’altra, il Cleveland-Philadelphia che prenderanno nello stesso giorno o quasi tutti i giornalisti americani, è costato più del Milano-New York). Io vi ho già ringraziato molto e non voglio fare il panda rotolante: però grazie, ecco, per l’ultima volta.

Se volete, ci vediamo per parlare di elezioni americane il 15 marzo a Forlì, alle 20, nel campus dell’università di Bologna, con Lorenzo Pregliasco e Giovanni Diamanti di YouTrend; il 22 marzo a Firenze alle 21 alla Fondazione Stensen; il 23 marzo a Monza alle 21 alla sede del PD di via Arosio; il 24 marzo a Parma (seguiranno news su luogo e ora). Gli incontri sono gratuiti e aperti a tutti, nei prossimi giorni salteranno fuori anche gli eventi su Facebook.

Cose da leggere
Questo articolo di Politico contiene un po’ di risposte interessanti e non banali a una domanda capitale: perché votano Trump? Gli elettori di Trump non sono tutti bianchi poco istruiti di estrema destra; e alcuni lo votano perché su certe faccende – colpo di scena – Trump ha posizioni più moderate dei suoi avversari. Qualche altro indizio sul tema lo trovate qui.

Ci sentiamo sabato prossimo. Ciao!

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–251 giorni alle elezioni statunitensi

–251 giorni alle elezioni statunitensi
–3 giorni alle primarie in Kansas, Kentucky, Louisiana, Maine

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Nelle primarie statunitensi del Super Tuesday, i Democratici votavano in 12 stati: Hillary Clinton ha vinto le primarie in 8 di questi stati – ma uno è l’American Samoa, che non conta praticamente niente – e Bernie Sanders nei restanti 4. I Repubblicani, invece, votavano in 13 stati: Donald Trump ha vinto le primarie in 7 di questi stati, Ted Cruz in 2, Marco Rubio in 1, mentre stiamo ancora aspettando i risultati definitivi da Colorado, Wyoming e Alaska. L’immagine qui sotto è una buona sintesi, un’altra sintesi la trovate sul Post. Per Clinton è stata un’ottima serata: dopo stanotte per lei la nomination è molto più vicina. Per Trump, invece, è stata la tempesta perfetta.

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Donald Trump ha vinto le primarie in Alabama, Arkansas, Georgia, Massachusetts, Tennessee, Vermont e Virginia: sono posti diversissimi tra loro, con elettorati diversissimi tra loro, e l’affluenza è stata quasi dappertutto molto alta. È stata una gran dimostrazione di forza. La percentuale con cui ha vinto in questi stati va dal 33 per cento del Vermont al 49 per cento del Massachusetts. Questo risultato gli permette di allargare il suo vantaggio nella conta dei delegati e quindi consolidare la sua posizione di favorito, anche per quello che è successo ai suoi sfidanti: sono tutti feriti, ma nessuno a morte. Ted Cruz ha vinto nel suo stato, il Texas, e in Oklahoma: abbastanza da restare in piedi e chiedere agli altri candidati di ritirarsi, ma non da rilanciare davvero la sua campagna (ha perso in diversi altri stati del sud in cui aveva investito molto).

Marco Rubio ha deludentemente vinto solo in Minnesota e ha superato lo sbarramento del 20 per cento – necessario per partecipare alla distribuzione dei delegati – in sei stati su undici. Persino John Kasich, che ha perso dappertutto, può aggrapparsi al secondo posto che ha ottenuto in Vermont e in Massachusetts; ma i voti che ha preso in Virginia sono stati decisivi probabilmente nell’impedire a Marco Rubio di ottenere una vittoria che avrebbe scosso la campagna elettorale. Ben Carson ha ottenuto meno delegati di tutti: vincere le primarie non è mai stato un suo vero obiettivo, ma comunque ha preso per esempio il 10 per cento dei voti in Alabama. Hanno tutti qualche argomento per restare in corsa – e continuare così a togliersi ossigeno a vicenda.

Il discorso di Trump di stanotte è stato introdotto da Chris Christie, il governatore moderato del New Jersey che gli ha dato a sorpresa il suo sostegno la settimana scorsa. Il tono delle parole di Christie, e la sua faccia mentre parlava Trump, sono davvero un romanzo. E il discorso di Trump merita di essere visto, perché è stato diverso da tutti i suoi precedenti: è stato costruito perché somigliasse a una conferenza stampa presidenziale più che a un comizio. Alle spalle le bandiere americane e un illustre sostenitore politico; davanti a sé più giornalisti che sostenitori. Trump ha fatto un discorso sobrio per i suoi standard – a un certo punto ha persino elogiato Planned Parenthood, l’organizzazione di cliniche private che pratica tra le altre cose le interruzioni di gravidanza e che per i Repubblicani è il diavolo – e poi per una mezz’ora buona ha risposto alle domande dei giornalisti in sala, dandogli la parola personalmente, descrivendosi come una persona determinata ma ragionevole e sostenendo che andrà d’accordissimo con i Repubblicani del Congresso una volta eletto.

«I am a unifier»

Tra i Democratici, Hillary Clinton ha vinto in Alabama, Arkansas, Georgia, Massachusetts, Tennessee, Texas e Virginia, con percentuali che vanno dal 50 per cento del Massachusetts al 78 per cento dell’Alabama. Sanders ha stravinto in Vermont, il suo stato, e ha vinto in Minnesota, Oklahoma e Colorado. Clinton ha mostrato di nuovo di avere un grandissimo sostegno tra i neri, che hanno trainato le sue vittorie nel sud degli Stati Uniti, mentre Sanders ha ottenuto qualche buon risultato riuscendo a tenere in vita la sua campagna ma non abbastanza da restare davvero in corsa: e intanto il vantaggio di Clinton sul fronte dei delegati si è allargato, e oggi è superiore ai 200 voti. Sanders non ha subìto una di quelle scoppole che ti fanno interrompere la campagna elettorale, ma non si vede oggi quale possa essere la strada da percorrere per ribaltare la situazione.

Cosa succede adesso
Tra i Repubblicani c’è un clima isterico. Dopo le vittorie di Trump e l’endorsement di Christie ci si aspetta una nuova ondata di dichiarazioni di sostegno da parte di alcuni governatori e senatori del partito, mentre il resto dell’establishment non sa dove andare a sbattere la testa: alcuni stanno progettando un tardivissimo sforzo economico per sostenere gli avversari di Trump, altri se la stanno prendendo con John Kasich per il suo mancato ritiro che ha danneggiato Marco Rubio. Di sicuro c’è che né Kasich né Cruz né Rubio sembrano avere intenzione di ritirarsi, e che allo stesso tempo così facendo probabilmente stanno consegnando a Trump la candidatura alla Casa Bianca. Dopo stanotte, però, Cruz ha dalla sua ottimi argomenti che Rubio e Kasich non hanno: è stato l’unico a battere Trump in più di uno stato, è nettamente secondo per numero di delegati.

Tra i Democratici, invece, i dirigenti del partito stanno tirando un respiro di sollievo: la forza sorprendente della candidatura di Sanders rimane, ma presto si comincerà a parlarne non più come un rischio per Clinton bensì come “una risorsa”. Le primarie proseguono il 5 marzo in Kansas, Kentucky, Louisiana, Maine. I candidati Repubblicani dibatteranno in tv il 3 marzo, i Democratici invece il 6 marzo. Noi ci vediamo stasera da Otto, se vivete a Milano, e ci risentiamo con la prossima newsletter proprio sabato 5. Ciao!

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–255 giorni alle elezioni statunitensi

–255 giorni alle elezioni statunitensi
–3 giorni al Super-Tuesday

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«Tutto è grande in America. Ci piace questa parola. Facciamo i film più grandi, abbiamo le più grandi aziende; in Montana chiamiamo il cielo The Big Sky; il nostro esercito è il più grande; il nostro più grande deserto lo abbiamo chiamato Death Valley; il nostro più grande canyon è Grand, come il colpo migliore che si possa fare a baseball, il grand slam; le nostre pianure sono le Grandi Pianure, i nostri laghi i Grandi Laghi; il nostro eroe dei fumetti è Superman, il nostro più grande evento sportivo è il Super Bowl. E quindi, quando arriva il giorno più importante delle primarie, lo chiamiamo Super-Tuesday»

Quanto sopra l’ha scritto nel 2008 Richard Schiff, cioè l’attore che tra le altre cose interpreta il venerabile Tony Ziegler in The West Wing. Quest’anno il Super-Tuesday si tiene il primo marzo, fra tre giorni: i Democratici votano contemporaneamente in 12 stati, i Repubblicani in 13. Secondo come andrà, il 2 marzo potremmo già avere il vincitore di fatto delle primarie di almeno un partito; oppure dovremmo andare avanti ancora un po’, ma con le idee molto più chiare di adesso.

Prima di cominciare con la guida, due comunicazioni. La prima: ci vediamo il 29 febbraio a Roma e il 2 marzo a Milano per fare il punto sulle primarie alla vigilia e subito dopo il Super-Tuesday. Per il resto sono in preparazione tra marzo e aprile altri incontri live di nuovo a Torino e a Milano, e poi a Firenze, Forlì, Monza, Parma, Verona e forse qualche altra città. Nelle prossime newsletter le date e i dettagli. La seconda: questa settimana i Repubblicani hanno votato in Nevada e ha stravinto Trump (trovate un resoconto qui), mentre stanotte votano i Democratici in South Carolina e salvo sorprese dovrebbe stravincere Clinton (la guida era nella newsletter del 20 febbraio).

Dove votano i Democratici
dem-mapGli elettori Democratici il primo marzo voteranno in Alabama (53 delegati, primarie), American Samoa(6 delegati, caucus), Arkansas (32 delegati, primarie),Colorado (66 delegati, caucus), Georgia (102 delegati, primarie), Massachusetts (91 delegati, primarie),Minnesota (77 delegati, caucus), Oklahoma (38 delegati, primarie), Tennessee (67 delegati, primarie),Texas (222 delegati, primarie), Vermont (16 delegati, primarie), Virginia (95 delegati, primarie). Sono gli stati colorati in blu: non badate ai numerini della mappa, quelli per ora non ci interessano. La mappa non mostra la Samoa americana perché si trova accanto alla vera Samoa, cioè a più o meno 12.000 chilometri da New York. Peraltro la Samoa americana non partecipa nemmeno alle elezioni presidenziali. Americani matti.

I delegati sono assegnati proporzionalmente ai candidati sulla base dei risultati del voto (non sono inclusi i super-delegati, quindi: i dirigenti del partito possono decidere liberamente con chi stare e cambiare idea quando vogliono). In tutto il Super-Tuesday assegnerà ai Democratici 865 delegati. Il fatto che vengano distribuiti proporzionalmente rende complicato accumulare un grandissimo vantaggio, ma allo stesso modo rende complicato anche rimontare uno svantaggio consistente.

Di che posti stiamo parlando? Ci sono innanzitutto sei stati del Sud – Alabama, Arkansas, Georgia, Oklahoma, Tennessee, Texas – che assegnano la maggioranza assoluta dei delegati in palio, ben 514. Sono stati che hanno una storia elettorale simile: dopo essere stati a lungo Democratici, da oltre cinquant’anni sono roccaforti dei Repubblicani. Inoltre sono stati etnicamente variegati: in Alabama c’è il 26 per cento di neri, in Arkansas il 16 per cento, in Georgia oltre il 30 per cento, in Tennessee il 17 per cento; in Texas quasi il 40 per cento degli abitanti ha origini latinoamericane. Fa eccezione l’Oklahoma, che è nettamente più bianco.

In tutto questo, il 4 marzo ricomincia House of Cards. Oh my.

Poi ci sono la Virginia e il Colorado, due stati che pesano molto alle presidenziali e che sono cambiati parecchio negli ultimi anni. La Virginia è uno dei più antichi stati americani ed è stato a lungo simile a tutti gli altri stati del sud, dal punto di vista industriale, demografico e politico: negli ultimi vent’anni però è stato oggetto di una grande urbanizzazione che lo ha reso politicamente più pluralista, moderato e in bilico tra Democratici e Repubblicani. Ospita le sedi del Dipartimento della Difesa e della CIA. Ci sono il 20 per cento di neri, il 9 per cento di abitanti di origini latinoamericane e il 6 per cento di origini asiatiche. E c’è un senatore Democratico, Mark Warner, che è anche governatore uscente ed è uno dei potenziali vicepresidenti di Hillary Clinton. Il Colorado è un altro esempio di come gli stravolgimenti demografici possano portare a stravolgimenti politici: è uno stato che ha votato Repubblicano per la grandissima parte del Novecento, poi ha votato per Barack Obama nel 2008 e nel 2012. Cosa è successo nel frattempo? Che gli abitanti di origini latinoamericane sono diventati quasi il 30 per cento e tra i giovani sono ormai quasi la maggioranza. A Denver, la capitale, ci sono invece moltissimi neri rispetto al resto dello stato.

Infine: Vermont e Massachusetts sono molto bianchi e molto di sinistra. Il Vermont è anche lo stato di casa di Sanders (mentre l’Arkansas è quasi lo stato di casa di Clinton, che è stata first lady per dieci anni quando suo marito Bill era governatore). Anche il Minnesota è molto bianco e di sinistra, ma è politicamente anomalo rispetto al resto degli Stati Uniti d’America: tradizionalmente c’è un’affluenza altissima – la più alta del paese – e una grande sensibilità dell’elettorato ai messaggi populisti (uno dei suoi senatori, Al Franken, è un ex comico del Saturday Night Live).

Dove votano i Repubblicani

rep-mapGli elettori Repubblicani il primo marzo voteranno inAlabama (47 delegati, primarie), Alaska (25 delegati, caucus), Arkansas (37 delegati, primarie), Colorado (37 delegati, caucus), Georgia (76 delegati, primarie),Massachusetts (39 delegati, primarie), Minnesota (38 delegati, caucus), Oklahoma (40 delegati, primarie),Tennessee (58 delegati, primarie), Texas (155 delegati, primarie), Vermont (16 delegati, primarie), Virginia (46 delegati, primarie), Wyoming (26 delegati, caucus). Sono gli stati colorati in rosso nella mappa (anche qui, non badate ai numerini). I delegati vengono assegnati con un criterio tendenzialmente proporzionale.

C’è un motivo per cui tra i Repubblicani il voto del primo marzo è soprannominato anche “SEC Primary”: SEC è l’acronimo che indica la Southeastern Conference dei tornei sportivi universitari, che racchiude molti degli stati che vanno a votare al Super-Tuesday. Si tratta di stati del sud con un profilo simile: Alabama, Arkansas, Georgia, Texas e Tennessee, che fanno effettivamente parte della SEC, assegneranno martedì 373 delegati su 640. E se demograficamente abbiamo spiegato poco fa la loro situazione, per i Repubblicani bisogna dire un paio di cose in più: sono stati in cui i Repubblicani sono tradizionalmente molto forti e radicati. La seconda è che sono stati dove tra i Repubblicani hanno un peso notevolissimo i gruppi religiosi più conservatori. Il Texas, poi, è lo stato di casa di Ted Cruz.

rep-alabama

Com’è fatta la scheda elettorale di chi vota a distanza alle primarie Repubblicane dell’Alabama. Grazie a Dan, iscritto alla newsletter, che me l’ha inviata.

Il resto degli stati in cui si vota è più variegato. Di Colorado, Massachusetts, Minnesota, Oklahoma, Vermont e Virginia abbiamo detto sopra. Rimangono l’Alaska, altro posto dove i Repubblicani sono fortissimi ma che politicamente non ha mai contato granché, e il Wyoming, che è allo stesso tempo il decimo stato americano più grande e in assoluto il meno popolato. Per due terzi è fatto di montagne. Alle presidenziali e al Congresso i Repubblicani stravincono quasi sempre, eppure dal 1975 al 2011 solo per quattro anni il governatore non è stato Democratico. Americani matti.

Che aria tira tra i Democratici
Aria di resa dei conti. I sondaggi dicono che Hillary Clinton ha un vantaggio molto largo in Georgia (+36 per cento), in Texas (+26 per cento), in Virginia (+19 per cento), in Colorado (+28 per cento), in Tennessee (+23 per cento), inAlabama (+28 per cento), in Arkansas (+28 per cento) e persino in Minnesota (+28 per cento). In Oklahoma avrebbe un vantaggio più ridotto (+9 per cento). Le cose per Bernie Sanders si mettono meglio in Massachusetts, dove è praticamente appaiato a Clinton, e naturalmente nel suo stato, in Vermont, dove è dato addirittura con un vantaggio di 75 punti percentuali.

Ci sono diverse ragioni per prendere questi sondaggi con cautela, soprattutto quelli che danno Hillary avanti in Colorado e Minnesota che a me sembrano esagerati: non si può escludere che le cose vadano diversamente. Si tratta di stati a cui gli istituti di statistica hanno dedicato molta meno attenzione rispetto a quelli che hanno votato fin qui: su alcuni di questi ci sono solo pochissimi sondaggi su cui basarsi. Inoltre stanotte ci sono le primarie dei Democratici in South Carolina, e ci si aspetta una larghissima vittoria di Clinton: se andrà così, bisognerà aspettarsi un qualche effetto trascinamento a favore di Clinton il primo marzo; se invece Sanders dovesse fare meglio del previsto, per esempio riducendo lo svantaggio a meno di dieci punti, allora potrebbe avvenire il contrario.

Storia del meraviglioso accento di Brooklyn di Bernie Sanders. Grazie a Davide, iscritto alla newsletter, che me l’ha segnalato.

Secondo la gran parte degli analisti, Hillary Clinton il primo marzo ha la possibilità di mettersi in tasca la nomination. Se davvero dovesse vincere negli stati in cui i sondaggi la danno avanti, accumulerebbe un vantaggio consistente nella conta dei delegati e dimostrerebbe che effettivamente la candidatura di Sanders non ha le gambe per competere negli stati americani più variegati e complessi. Quel vantaggio di delegati diventerebbe a quel punto pressoché impossibile da colmare per Sanders, lo dice la matematica: e questo gli farebbe perdere gran parte del vento in poppa che ha avuto fin qui. Cosa deve fare Sanders per evitare il patatrac? Secondo il giornalista e statistico Nate Silver deve vincere o perdere di poco in Vermont e Massachusetts, ovviamente, ma anche in Minnesota, Colorado, Oklahoma e Tennessee.

Che aria tira tra i Repubblicani
Aria di guerra termonucleare. Negli ultimi giorni ne sono successe di tutti i colori. Prima Donald Trump ha stravinto i caucus in Nevada. Poi c’è stato un dibattito televisivo e a sorpresa Marco Rubio ha attaccato Donald Trump con una continuità e un’efficacia che in questa campagna elettorale non si erano mai viste. Poi, mentre ancora parlavamo tutti di quanto era stato ganzo Rubio, Chris Christie ha dato ufficialmente il suo sostegno a Donald Trump. EH?! Lo so. Andiamo con ordine.

Tutti gli osservatori davano per scontato che al dibattito di giovedì notte Rubio avrebbe attaccato Cruz e non Trump: togliere di mezzo il terzo incomodo prima di puntare al bersaglio grosso. Dopo i caucus in Nevada, però, è diventato evidente che Trump si sta portando a casa la nomination e che rimane pochissimo tempo per fermarlo. Quindi Rubio al dibattito l’ha preso di mira, attaccandolo a ogni occasione. Ha funzionato, perché lo ha fatto alla Trump: invece di usare i toni indignati e contriti di chi dice solenne “bisogna fermare Trump”, sulla stampa e in tv, lo ha fatto col sorriso sulle labbra, irridendolo e ridicolizzandolo, dando persino l’impressione di divertirsi. Una sintesi del dibattito la trovate qui. Il giorno dopo Rubio ha proseguito prendendo in giro Trump per i refusi dei suoi tweet, il suo trucco, il suo nervosismo nelle pause pubblicitarie.

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Trump non l’ha presa bene.

Siccome ha un talento politico fuori dal comune, Trump ha capito che senza un colpo di scena i giornali e gli elettori avrebbero parlato del suo brutto dibattito fino al primo marzo, e quindi ha tirato fuori l’asso dalla manica: l’endorsement di Chris Christie, governatore del New Jersey, già candidato a queste primarie, considerato un moderato (al punto da essere mal sopportato dai Repubblicani duri e puri per come nel 2012 in piena campagna elettorale accolse calorosamente Obama dopo l’uragano Sandy).

Christie e Trump si conoscono personalmente da anni e da qualche giorno circolavano voci su un possibile endorsement, ma nessuno pensava davvero che potesse avvenire – Christie ha detto peste e corna di Trump fino a pochi giorni fa – e soprattutto non così presto. La domanda è: perché l’ha fatto? Le risposte possibili col senno di poi sono due, e sono intrecciate fra loro. La prima risposta è che Trump oggi è sicuramente il candidato con le maggiori possibilità di ottenere la nomination, e se questo dovesse accadere l’establishment del partito – che gli piaccia o no – dovrà schierarsi con lui: scommettendo sulla vittoria finale di Trump, Christie ha fatto prima degli altri quello che gli altri faranno comunque. Il vantaggio del farlo prima degli altri è la seconda ragione: se Trump dovesse davvero vincere le primarie, Christie – che nel 2017 concluderà il suo secondo mandato da governatore – sarebbe il candidato numero uno per fargli da vicepresidente o per avere un incarico importante nella sua eventuale amministrazione. Per esempio quello da attorney general, di fatto il ministro della Giustizia degli Stati Uniti.

Quanto sposta l’endorsement di Christie? In termini diretti, poco: Christie si è ritirato dalle primarie proprio perché non aveva un gran sostegno. In termini indiretti, però, sposta molto. Innanzitutto è un fortissimo segnale di solidità della candidatura Trump per gli elettori Repubblicani tradizionali e per l’establishment del partito: una volta che Christie ha rotto il ghiaccio, altri probabilmente seguiranno il suo esempio. Inoltre toglie ossigeno a Marco Rubio e Ted Cruz, che speravano che da qui al primo marzo si continuasse a discutere di quanto l’ultimo dibattito televisivo avesse dimostrato la vulnerabilità della candidatura di Trump. E sia Rubio che Cruz e Kasich sono vicini al momento decisivo delle loro campagne elettorali.

I sondaggi dicono che Trump ha un vantaggio molto largo in Virginia (+15 per cento), in Georgia (+15,7 per cento), in Massachusetts (+27 per cento), in Alabama (+18 per cento). Gli stati più in bilico sono il Minnesota (Trump +6 per cento), l’Oklahoma (Trump +7 per cento), il Texas (Cruz +7 per cento), l’Arkansas (Cruz +4 per cento), il Tennessee(Cruz +4 per cento). Su Colorado, AlaskaVermont e Wyoming ci sono solo sondaggi molto vecchi.

Per Cruz siamo al momento make or break. La sua campagna elettorale ha puntato tantissimo sui consensi degli elettori più religiosi e questi sono concentrati in gran parte negli stati del sud: se dovesse perdere in posti come la Georgia, l’Alabama, l’Arkansas e il Tennessee, la sua candidatura sarebbe politicamente morta: potrebbe tirare avanti ancora un po’, ma non avrebbe più una strada credibile per raggiungere la nomination. Se poi dovesse perdere in Texas, nel suo stato, sarebbe l’umiliazione finale. Se invece Cruz dovesse andare molto bene – in Arkansas per esempio possono votare solo gli elettori iscritti come Repubblicani, e questo dovrebbe sfavorire Trump – arriverebbe al 15 marzo con buone possibilità di imporsi come il vero anti-Trump. Adesso ci arriviamo, a cosa succede il 15 marzo.

Anche John Kasich, il più moderato tra i Repubblicani, ogni tanto si dimentica che siamo nel 2016. Il suo obiettivo il primo marzo è soltanto restare vivo, per giocarsi tutto il 15.

Per Rubio c’è qualche speranza in più. Il fatto che stia andando forte nelle città gli permette di sperare in buoni risultati nelle popolate aree metropolitane di Denver, Atlanta, Nashville, Little Rock, Birmingham e Boston: non sarebbe abbastanza per vincere in quegli stati, ma sarebbe abbastanza per ottenere un bel po’ di delegati nonostante la sconfitta. In Minnesota, poi, ha il sostegno dell’ex governatore Tim Pawlenty e di gran parte della classe dirigente Repubblicana locale. L’obiettivo fondamentale per lui è arrivare sopra il 20 per cento nel maggior numero di stati possibile, per avere accesso alla distribuzione dei delegati, e magari superare Cruz in qualche stato, meglio ancora se al sud. Christian Rocca sul sito di IL ha spiegato bene cosa deve fare Rubio per restare in partita.

L’unico che potrebbe ancora fermare Trump continua a essere Rubio, nonostante non abbia ancora vinto da nessuna parte. Le condizioni, spiega Cohn sul New York Times, sono tre: 1) Rubio deve superare il 20 per cento negli Stati del Super Tuesday (probabile); 2) Cruz si deve ritirare dopo il Super Tuesday (possibile); 3) Rubio deve vincere in Florida e in Ohio il 15 marzo (non impossibile).

Eccoci qui, quindi: perché è così importante il 15 marzo? Perché si voterà in un giorno solo in Florida, Illinois, Missouri, North Carolina e Ohio, ma soprattutto perché ovunque tranne che in North Carolina i delegati in palio saranno assegnati col sistema maggioritario. Chi prende un voto in più se li porta a casa tutti. Ci sono in palio 286 delegati: abbastanza da rimontare tutto il vantaggio accumulato da Trump. Solo vincendo in Florida e Ohio si prendono 165 delegati; oggi Trump ha un vantaggio di circa 60 delegati. La Florida è lo stato di casa di Marco Rubio, l’Ohio è lo stato di casa di John Kasich. Se decidessero di non azzopparsi a vicenda…

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–261 giorni alle elezioni statunitensi

–261 giorni alle elezioni statunitensi
–9 giorni al Super-Tuesday

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Ci sono tre notizie: Hillary Clinton ha vinto in Nevada, Donald Trump ha vinto in South Carolina, Jeb Bush si è ritirato.

1. Hillary Clinton ha vinto i caucus in Nevada con il 52 per cento dei voti, contro il 47 per cento di Bernie Sanders. Clinton ha fatto il minimo indispensabile: un mese fa un dato del genere sarebbe stato considerato una vittoria morale per Sanders, che era molto indietro nei sondaggi, ma dopo il New Hampshire le cose si erano rimescolate, Sanders era dato praticamente alla pari e Clinton era in grossa difficoltà, quindi si tratta comunque di un risultato positivo. Sabato prossimo ci sono le primarie dei Democratici in South Carolina, dove invece Clinton è ancora in larghissimo vantaggio: e Sanders sembra così sicuro di perdere da quelle parti che durante il discorso di stanotte ha dato più volte appuntamento ai suoi al Super-Tuesday del primo marzo, senza mai parlare del South Carolina. Il punto è: dopo aver perso stanotte e – come sembra accadrà – straperso in South Carolina, la candidatura di Sanders avrà abbastanza benzina per far bene negli altri stati in cui parte in svantaggio? Oggi è legittimo avere qualche dubbio in più di prima.

Il discorso di Bernie Sanders dopo la sconfitta in Nevada.

2. Quando lo scrutinio è arrivato al 93,7 per cento dei seggi, nelle primarie dei Repubblicani in South Carolina c’è Donald Trump in largo vantaggio con il 32,8 per cento dei voti, seguito da Marco Rubio con il 22,4 per cento e Ted Cruz con il 22,3 per cento. Jeb Bush è arrivato quarto con il 7,9 per cento; John Kasich è arrivato quinto con il 7,6 per cento; Ben Carson è arrivato ultimo con il 7,2 per cento.

La vittoria di Donald Trump dimostra per l’ennesima volta quanto il sostegno per la sua candidatura sia ormai un fenomeno politico serio e durevole. Dopo la newsletter di ieri alcuni di voi mi hanno chiesto perché non ho parlato delle critiche che gli ha fatto il Papa. Ho risposto, prima di conoscere i risultati di stanotte, che sono ininfluenti. Non solo perché in South Carolina i cattolici sono una minoranza, così come in generale in America, ma anche perché gli elettori Repubblicani hanno già diversi motivi per diffidare del Papa – su tutti il suo impegno per la difesa dell’ambiente – e proprio sull’immigrazione stanno mostrando di essere molto d’accordo con la linea dura di Trump. In generale, poi, gli americani non apprezzano quando qualcuno di un altro paese cerca di dire loro cosa dovrebbero o non dovrebbero votare; e Trump vive e prospera sul conflitto frontale con personaggi lontani da lui come il Papa.

Il fatto che Rubio sia arrivato così vicino a Cruz, che finisca secondo o terzo, conta moltissimo. Cruz ha puntato tanto sugli stati del sud e in molti di questi si voterà il primo marzo nel Super-Tuesday. Il South Carolina, molto conservatore e pieno di elettori evangelici, era perfetto per Cruz: e invece Cruz non ha sfondato e ha preso praticamente gli stessi voti di Rubio. Non è un bel segno per la sua candidatura.

3. Jeb Bush ha ottenuto un risultato deludente in un posto che per decenni è stato considerato una roccaforte della sua famiglia, dove tra l’altro aveva investito moltissimo, e quindi ha sospeso la sua campagna elettorale di fatto ritirandosi. Quest’ipotesi era diventata ormai così concreta che ne parlavamo nella newsletter di ieri. Sia Cruz che Kasich dopo il voto hanno elogiato smodatamente Bush, nel tentativo di accaparrarsi i suoi elettori, ma quei voti con ogni probabilità andranno a Rubio e nel momento in cui gli saranno più utili: a questo punto per lui il Super-Tuesday è l’occasione per cercare di superare Cruz e imporsi come il vero e unico candidato anti-Trump. Le candidature di Kasich e Carson sono ancora in piedi ma il risultato deludente di oggi li ridimensiona definitivamente, a meno di enormi sorprese. I candidati Repubblicani all’inizio di questa campagna elettorale erano quindici: tra dieci giorni potrebbero essere tre.

Il discorso con cui Jeb Bush ha ritirato la sua candidatura.

C’è una piccola morale in tutto questo. Forse vi ricordate di aver sentito un anno fa frasi del tipo “ma quindi vent’anni dopo ancora Clinton contro Bush?!”. Già allora quell’argomento si poteva giudicare come minimo affrettato. Oggi sappiamo che Clinton ha uno sfidante vero e che Bush è fuori dalla partita. Oppure, forse vi ricordate di aver sentito dire un sacco di volte che nella politica americana “vince chi ha più soldi”. Oggi abbiamo visto ritirarsi Jeb Bush – che ha raccolto e speso una valanga di quattrini in più dei suoi avversari – e vincere Donald Trump, che sta facendo campagna elettorale praticamente con due lire; mentre dall’altra parte Bernie Sanders – uno sconosciuto senatore socialista – ha generato un tale entusiasmo da mettere in difficoltà Hillary Clinton anche sul piano della raccolta fondi. La morale è che i luoghi comuni sulle elezioni americane, specie quelli che circolano in Italia, sono superficiali e a volte del tutto falsi. Le cose sono sempre più complicate di così.

Correzioni
Nella newsletter di ieri c’erano tre imprecisioni che mi avete segnalato: grazie. Primo: ovviamente la secessione del South Carolina non è avvenuta a fine Settecento ma nel 1860. Secondo: ho scritto che i delegati dei Repubblicani stanotte erano assegnati con metodo maggioritario (chi ha un voto in più degli altri li porta a casa tutti) ma in realtà le cose sono più frastagliate di così: è un sistema misto per cui 29 delegati su 50 si assegnano col maggioritario su base statale mentre gli altri 21 sono assegnati col maggioritario ma su base di collegio (tre per collegio). Terzo: Donald Trump a Las Vegas non possiede casinò ma solo la torre tamarra.

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