Un pugno di articoli bellissimi

È successo che una cara amica mi ha invitato a quel giochino che gira su Facebook, sui dieci libri più belli della vita, e aderendo in nome dell’amicizia mi sono sentito abbastanza inadeguato: mi mancano un sacco di classiconi e da anni ormai leggo sempre meno libri e sempre più articoli (anche articoli più lunghi di libri, spesso: forse è una questione di supporto?). E quindi nell’introdurre la precaria lista dei miei 10 libri ho scritto che era stata una fatica, mentre se il giochino avesse riguardato la lista dei 20 articoli della vita lo avrei fatto di getto, senza difficoltà e senza nemmeno doverci pensare troppo. Giustamente mi hanno intimato: scrivila subito. Quindi eccola. Non sono “i 20 articoli della vita”, e non solo perché sono 25: sono un pugno di articoli molto molto belli tra quelli che ho avuto la fortuna di leggere negli ultimi dieci anni, perché raccontano storie formidabili o perché sono scritti divinamente, spesso per entrambe le ragioni. Me ne dimentico sicuramente moltissimi. E chissà quanti me ne perdo a sapere soltanto due lingue.

Hiroshima, John Hersey sul New Yorker nel 1946
Questo capolavoro si studia nelle scuole di giornalismo: l’allora direttore del New Yorker, dopo averlo letto, decise che quella settimana la rivista avrebbe contenuto questo articolo e nient’altro.

Perché tutto questo?, Concita De Gregorio su Repubblica nel 2001.
Nella scuola Diaz di Genova due giorni dopo il massacro alla scuola Diaz di Genova.

I 70 anni di Barenboim, ebreo wagneriano, Filippo Facci sul Post nel 2012.
Fantastico, e io di musica classica non capisco niente.

On the (nearly lethal) comforts of a luxury cruise, David Foster Wallace su Harper’s nel 1996.
Poi è diventato un libro, in Italia è noto come “Una cosa divertente che non farò mai più” e lo trovate qui. È il reportage che DFW scrisse inviato per una settimana in una crociera extralusso ai Caraibi.

Io schiavo in Puglia, Fabrizio Gatti sull’Espresso nel 2006.
Altro articolo da scuole di giornalismo. “Una settimana da infiltrato tra gli schiavi è un viaggio al di là di ogni disumana previsione”.

A Death in the Family, Christopher Hitchens su Vanity Fair nel 2007.
Christopher Hitchens racconta la storia di un giovane ragazzo americano che decise di arruolarsi e andare in guerra in Iraq dopo aver letto i suoi articoli, e che in Iraq morì nei combattimenti. È un articolo che si legge senza respirare e forse la frase più bella non la scrive Hitchens bensì il ragazzo, Mark Daily.

Basta soldi pubblici al teatro, meglio puntare su scuola e tv, Alessandro Baricco su Repubblica nel 2009.
Lasciate stare la perentorietà assertiva del titolo: questo articolo – e il suo seguito, pubblicato qualche giorno dopo – restano per me l’analisi più esatta e lucida di quello di cui dovrebbe occuparsi in Italia un ministro della Cultura.

A murder foretold, David Grann sul New Yorker nel 2011
Questa storia incredibile prima o poi la leggerete anche sul Post; qualche tempo fa avevo letto che ne avrebbero fatto un film.

La rabbia e l’orgoglio, Oriana Fallaci sul Corriere della Sera nel 2001.
La definizione accademica di “articolo giusto al momento giusto”: ha segnato un’epoca, di fatto ancora ne parliamo.

Moby Duck, Donovan Hohn su Harper’s nel 2007.
Leggete anche solo la prima pagina, notate l’abilità e la maestria con cui mette insieme tutte le informazioni di contesto e lancia un amo a cui non si può che abboccare.

Momenti che non sono su YouTube, Daniele Manusia sull’Ultimo Uomo nel 2014.
Parla di un calciatore che non conoscevo, che non ho mai visto e non vedrò mai giocare: e lo stesso vale probabilmente per voi.

Topic of Cancer, Christopher Hitchens su Vanity Fair nel 2010.
Quando Hitchens scoprì di avere il cancro.

«Ci vediamo al Cantagallo», Marco Imarisio sul Corriere della Sera nel 2010.
Si può scrivere benissimo di qualsiasi cosa, se uno è in grado: anche di un autogrill e delle noci di prosciutto.

Three Trials for Murder, Nicholas Schmidle sul New Yorker nel 2011.
La trama perfetta di un film genere legal thriller tratto da una storia vera.

La sinistra che è uguale alla destra, Luca Sofri su Vanity Fair nel 2004.
Per me è stato un articolo formativo.

The Lawns of Wimbledon, John McPhee sul New Yorker nel 1968.
Un altro autore da libri di scuola racconta la storia dell’uomo che curava l’erba dei campi da tennis di Wimbledon. C’è una bella traduzione italiana dentro questo libro.

Anche gli scrittori nel loro piccolo hanno l’X-Factor, Mario Fillioley su IL del Sole 24 Ore nel 2013.
Si presenta come un qualsiasi buon articolo su un reality show ma in realtà è L’Articolo Sulla Cultura E I Libri In Italia.

Trial by Fire, David Grann sul New Yorker nel 2009.
La storia pazzesca del caso Todd Willingham, americano condannato a morte e ucciso da innocente in Texas.

Van Gaalogy 101, Brian Phillips su Grantland nel 2014.
Secondo me nessuno oggi al mondo scrive di calcio e sport meglio di Brian Phillips.

Yellow Fever, Adam Gopnik sul New Yorker nel 2013.
La seconda parte del filone “si può scrivere benissimo di qualsiasi cosa, se uno è in grado”: anche della vecchia collezione di riviste del National Geographic che i tuoi tengono in garage.

Barney e io, Christian Rocca sul Foglio nel 2005.
La storia gustosissima di un’ossessione letteraria.

Fatal Distraction, Gene Weingarten sul Washington Post nel 2009.
Storie assurde di bambini morti perché dimenticati in macchina dai genitori. Questo articolo vinse il Premio Pulitzer: lo trovate raccontato in italiano qui.

Volare a 300 a Indianapolis grazie all’ingegnere fortunato, Alessandro Baricco nel 2012 su Repubblica. (qui la seconda parte)
Di nuovo, ignorate il titolo terribile. Se vi siete mai chiesti cosa c’è di interessante nel vedere una gara automobilistica lunga 800 chilometri su un noiosissimo circuito ad anello, qui troverete un po’ di risposte.

The Extraordinary Science of Addictive Junk Food, Michael Moss sul New York Times nel 2013.
La storia del junk food e del suo futuro, appassionante come un romanzo. L’articolo inizia col racconto di quella volta che, nel 1999, i capi di tutte le più grandi aziende alimentari americane si incontrarono in segreto per discutere di obesità.

Jerry Seinfeld Intends to Die Standing Up, Jonah Weiner sul magazine del New York Times nel 2012.
Storie su uno dei comici più famosi e apprezzati al mondo. Se il genere vi interessa, c’è anche un video in cui spiega come scrive le sue battute: precisamente una, che ha richiesto due anni di lavoro.

Il bavaglio, quello vero

Britain Egypt Al Jazeera Jailed Journalists

In Egitto ci sono tre giornalisti in carcere da sette mesi per nessun motivo particolare. Uno è malato e probabilmente ha perso l’uso di un braccio, ma non gli è permesso curarsi. Si trovano in un paese il cui governo è arrivato al potere con un colpo di stato – un vero colpo di stato: il capo del governo oggi è un ex generale. Ieri i tre giornalisti sono stati condannati a sette anni di carcere. A fronte di tutto ciò, questa nella foto è stata la protesta silenziosa organizzata dai giornalisti di BBC a Londra.

Tenetelo a mente tutte le volte che qualcuno in Italia decide di attirare l’attenzione mettendosi un bavaglio in bocca, o parla di “bavaglio all’informazione” e di “legge bavaglio”, o di colpo di stato e derive autoritarie.

I Mondiali e un fottuto cavetto

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Se ieri sera avete visto la partita amichevole tra Italia e Fluminense, sapete cosa è successo. Il guaio mi ha fatto pensare alle vicende odierne della RAI – un organico mastodontico, un assurdo sciopero annunciato col vocione e ritirato sottovoce, certi sciatti incidenti con la programmazione– ma anche a un’altra cosa che mi ha raccontato qualche tempo fa Angelo Carosi, il capo dei registi sportivi di Sky. La storia intera – su Sky e i Mondiali in Brasile – è uscita con una nuova rivista di calcio che si chiama Undici.

«Alla fine tutto quello che facciamo passa da un cavetto. Un fottuto cavetto della fibra ottica. Se viene attaccato un po’ male, un po’ storto, può rovinare tutto». Angelo Carosi, capo dei registi sportivi di Sky, mi spiega così un concetto ricorrente nel racconto di qualsiasi impresa sportiva – l’importanza dei dettagli, il centimetro di Al Pacino in “Ogni maledetta domenica” – che evidentemente si applica anche a chi le imprese sportive ha il compito di raccontarle. Dentro quel tutto ci sono moltissime cose: se i Mondiali di calcio sono quello che sono, cioè un evento sportivo e un fenomeno popolare paragonabile forse soltanto alle Olimpiadi, che di tanto in tanto per un paio d’ore paralizza interi pezzi di mondo, è grazie alla televisione. Uno magari non ci pensa, lo dà per scontato, ma tranne che per pochissimi fortunati i Mondiali sono di fatto quello che vediamo dei Mondiali attraverso la televisione. Se sei Sky, e sei l’unica tv italiana a trasmettere tutte e 64 le partite dei Mondiali di calcio, sai che si parla – come per i calciatori – del coronamento di sforzi che cominciano molto lontano. E sai che un cavetto attaccato male non rovinerebbe soltanto il tuo lavoro: per il pubblico italiano, rovinerebbe i Mondiali. Quindi non si può sbagliare.

Si faccia una domanda, si dia una risposta

Dopo aver deciso di trasformare una rivendicata candidatura di servizio, cioè volta a prendere i voti per gli altri, in una vera candidatura in nome dei voti presi (un’acrobazia logica inedita anche per gli standard ubriachi della politica italiana); dopo essersi rimangiata un impegno solenne dalla sera alla mattina in mancanza di fatti nuovi (i voti presi non sono un fatto nuovo: erano esattamente l’obiettivo della candidatura di servizio); trovandosi in questo momento al centro di uno psicodramma innescato dalla delusione e dello scoramento di moltissime persone che avevano dato fiducia alla sua lista e alla sua parola, Barbara Spinelli è stata intervistata da Repubblica, che peraltro è il giornale con cui ha a lungo collaborato. Nelle risposte non c’è molto di nuovo, per chi ha seguito la vicenda negli ultimi giorni. Queste invece sono le domande.

Barbara Spinelli, partenza tormentata.

Con che spirito affronta il suo primo incarico istituzionale?

I due partiti che hanno appoggiato la Lista, Sel e Rifondazione, sembrano in difficoltà. L’affermazione di Tsipras li fa diventare di colpo vecchi contenitori?

Sel, orfana del suo candidato, ha avuto un rigurgito identitario.

Il risentimento nei suoi confronti in queste ore è forte.

Tsipras la vuole vicepresidente del Parlamento Europeo. Il cognome Spinelli è un valore aggiunto anche nei rapporti con il Pse. I suoi rapporti con Schulz?

Altri dialoghi interessanti in Europa?

Lei ha sempre detto che c’erano dei punti di contatto anche tra la Lista Tsipras e 5Stelle. Adesso corteggiano Farage.

Non la spaventa questo nuovo lavoro?

C’è un vento populista in Europa che fa paura.

I primi tre punti dell’agenda Spinelli?

Andando in Europa sente il peso di chiamarsi Spinelli, figlia di Altiero?

Il Movimento 5 Stelle somiglia ai Tea Party?

È uscito pochi giorni fa un libro che si chiama Alfabeto Grillo e che raccoglie una serie di saggi – l’elenco completo è qui – sul Movimento 5 Stelle, ognuno con un tema ben preciso e un autore diverso. Io ho scritto delle somiglianze e delle differenze tra il Movimento 5 Stelle e i Tea Party statunitensi, per capire se effettivamente questo paragone ha senso e se sì cosa possiamo impararne. Di seguito l’inizio del mio saggio, il resto è nel libro.

È difficile trovare nella storia politica occidentale degli ultimi dieci anni un fenomeno paragonabile al MoVimento 5 Stelle in Italia, e ai risultati che ha ottenuto. L’unico tentativo si può fare – con moltissime cautele, ma su questo torneremo – raccontando una cosa che è successa negli Stati Uniti. A distanza di circa un anno, infatti, la politica dell’Italia e quella degli Stati Uniti sono state investite da due fenomeni che hanno influito moltissimo sui fatti dei mesi e degli anni successivi. In Italia questa novità si è chiamata prima Beppe Grillo e poi MoVimento 5 Stelle, e si è manifestata con particolare forza a partire dalla fine del 2007. Negli Stati Uniti questa novità si è chiamata Tea Party, ed è nata piano tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009, per poi guadagnare sempre più forza nei mesi successivi fino alla fine del 2010.

Tea Party vuol dire letteralmente “Partito del Tè”, ma questa definizione grossolana – che è circolata molto sulla stampa italiana – è una definizione sbagliata. “Tea Party” fa riferimento innanzitutto al Boston Tea Party del 1773, quando qualche decina di persone si riunì al porto di Boston – da qui “party” – e gettò in mare 40 tonnellate di tè per protestare contro il potere coloniale britannico (le tasse c’entravano, ma fino a un certo punto). Quell’episodio simboleggia la reazione dell’oppresso contro l’oppressore ed è stato più volte citato e utilizzato retoricamente nella storia delle proteste politiche statunitensi, nel corso del Novecento, sia a destra che a sinistra.

Nel caso del 2009 “Tea” è stato usato anche come acronimo: sta per Taxed Enough Already, “Già Abbastanza Tassato”. Quindi “Tea” non sta esattamente per “tè” e “party” non sta esattamente per partito, e d’altra parte i Tea Party non sono un partito, nemmeno nell’accezione liquida ed elettorale che si associa spesso ai partiti statunitensi: non fanno convention, non hanno un candidato ufficiale alla presidenza degli Stati Uniti, non hanno un presidente e una minima struttura locale. I Tea Party sono un movimento frastagliato, orizzontale, spontaneo e poco organizzato che protesta soprattutto – ma non solo – contro i bailout delle grandi banche, contro le tasse, contro la spesa pubblica. Contro lo Stato, potremmo dire: o meglio, contro quello che noi europei siamo abituati a considerare uno Stato, un governo centrale.

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Una dritta in gran ritardo: Super Santos

Mancano due giornate alla fine del campionato di Serie A e quindi mancano anche due puntate alla fine di questa stagione di Super Santos, che è stata una delle cose migliori nate quest’anno all’incrocio tra calcio e media: è un programma radiofonico, lo trasmette Rete Sport, si ascolta alla radio se vivete nel Lazio ma online anche se siete in India. È un programma fatto da romanisti su una radio romanista ma non è un programma per romanisti: lo fanno Camilla Spinelli e Simone Conte, che sono bravi e ci hanno messo dentro un sacco di storie, di racconti, di chiacchiere e di ospiti che valeva la pena ascoltare. E ha un pregio, soprattutto, una cosa difficile da ottenere per chiunque faccia questo mestiere: quando è serio non è pesante e quando è leggero non è scemo. Direte: ma questo ci segnala un programma sul calcio alla fine del campionato di calcio? Lo so. Però ci sono i podcast, per quest’estate in spiaggia.

6 cose che ho letto nel libro di Rudi Garcia

Una delle conseguenze della pubblicazione e del successo dell’autobiografia di Andre Agassi, Open, è aver dimostrato che i libri degli atleti non devono essere necessariamente un compitino, un’operazione “regalo di Natale per parenti con poche idee”, un elenco di frasette prevedibili come le interviste del dopopartita: possono essere dei libri veri. Certo, nel caso di Agassi per riuscirci sono serviti una storia eccezionale, uno scrittore formidabile già premiato col Pulitzer e soprattutto la volontà di far sapere fatti e giudizi che altri atleti avrebbero preferito tenere per sé, un particolare importante di cui non sempre si tiene conto. Ma d’altra parte si potrebbe anche pensare: tutto qui? Tanti sportivi hanno storie di vittorie e sconfitte eccezionali da raccontare; le persone che sanno scrivere molto bene questo genere di storie non sono tantissime ma nemmeno pochissime; la volontà di essere sinceri dipende in fin dei conti solo dall’autore stesso.

Insomma, tutto questo per dire che io adesso ogni volta che mi accingo a leggere un’autobiografia di uno sportivo coltivo la speranza che sia almeno un po’ come Open – avvincente, ben scritta, non banale, coraggiosa. E lo stesso ho sperato aprendo l’autobiografia di Rudi Garcia, l’attuale affascinante allenatore della Roma: non solo per questo meraviglioso stato d’animo da innamoramento adolescenziale che da tifoso nutro nei suoi confronti, ma anche perché il personaggio ha dimostrato in questi mesi di essere un’eccezione nel pigro mondo del calcio italiano, di non cercare sempre la risposta più scontata di tutte, di avere delle cose da dire. Le mie speranze sono state deluse – Tutte le strade portano a Roma non è Open – e forse in prima istanza erano ingenue: le cose più grandi della carriera di Garcia probabilmente devono ancora accadere, e le biografie importanti si scrivono forse (forse) alla fine del proprio percorso e non mentre si ricoprono incarichi particolarmente delicati. Detto questo nel libro qualcosa di interessante c’è, al di là del semplice racconto della vita e della carriera di Rudi Garcia, che già non è poco. Queste sono sei cose che mi sono messo da parte, mentre lo leggevo.

«Non sarà a lei che domani chiederò di firmare»
Una delle cose più letterarie della vicenda di Rudi Garcia alla Roma è che l’allenatore oggi venerato da una città intera è stato effettivamente solo la terza scelta. Oggi c’è un po’ di pudore a parlarne, comprensibilmente, ma guardando alla questione con gli occhi di allora è evidente che non ci sia stato nulla di male. Garcia racconta la storia in modo piuttosto asciutto. Allegri e Mazzarri, i primi allenatori a essere cercati dalla società, avevano preferito altre opzioni; la Roma si era allora diretta su Laurent Blanc e Rudi Garcia ma con un’iniziale forte preferenza per il primo, tanto che quando Garcia era arrivato al suo primo colloquio con il direttore sportivo della Roma, Walter Sabatini, questo lo aveva accolto dicendogli: «Per evitare malintesi ci tengo a dirle che, anche se la vedo oggi, non sarà a lei che domani chiederò di firmare». Insomma, la decisione era presa. Poi però il colloquio con Garcia era andato molto bene, quello con Blanc invece molto male, il resto della storia è noto.

«Ah Rudi, è così che ti voglio vedere qui! Voglio un capo!»
Anche questa è una frase di Sabatini, uno che di libri sulla sua storia ne meriterebbe non uno ma due: la disse a Garcia quando questo s’incazzò per i ritardi nella compilazione del suo contratto e dei suoi collaboratori. Davanti al dipendente che sbotta e si impone, uno si aspetterebbe il dirigente che alza la voce più forte o che si mette sulla difensiva. Sabatini invece tira un sospiro di sollievo: grazie al cielo, cercavamo proprio uno come te.

Un messaggio ai tifosi scemi e ai contestatori di professione

Non si fanno migliorare i giocatori sbraitando contro di loro o mettendoli all’indice. E quando si bloccano, per una ragione o per un’altra, non bisogna innervosirsi ma individuare le difficoltà da superare. Dire le cose, certo. Affrontare i problemi, senz’altro. Ma mai drammatizzare, né ribaltare la scrivania per sfogarsi. Non serve a nulla.

Una forbice nella schiena
A un certo punto, da ragazzo, un tizio per strada piantò un paio di forbici da sarto nella schiena di Rudi Garcia: per poco non gli perforarono un polmone. I dettagli ve li leggete nel libro.

André Villas-Boas e Francesco Totti
Parlando del suo rapporto con Totti, Garcia a un certo punto scrive che qualcuno – non si capisce bene chi – gli ha detto che “se Villas-Boas, qualche mese prima, aveva rifiutato un’offerta del club, era stato per non dover gestire il caso Totti”.

Come giocare a calcio

Al gol all’incrocio dei pali su calcio al volo da venti metri che esalta il talento individuale, preferisco la rete segnata al termine di una lunga azione collettiva, nata da un movimento globale, con una serie di passaggi che coinvolgono più uomini, con tocchi di prima e, infine, il giocatore che smarca con generosità il suo compagno. La parola squadra esprime bene, secondo me, ciò che denota: una somma di giocatori e di personalità. È il legame da creare fra loro che trovo appassionante. Denoieix ha espresso il concetto molto bene: «Un giocatore vale molto. Un altro giocatore vale molto. Ma il rapporto tra i due non ha prezzo».

Giornali di un altro pianeta

Sono stato qualche giorno in Inghilterra. Ho letto il Guardian di carta. Non ho scoperto niente di nuovo, figuriamoci, né per me né per gli altri, ma ne approfitto per mettere queste cose per iscritto, così da avere qualcosa a portata di mano quando capita che qualcuno mi chieda “esempi concreti” relativamente alla mediocrità della stampa italiana rispetto a quella degli altri grandi paesi occidentali. Parliamo in questo caso del Guardian di un giorno a caso: della copia che mi è rimasta nello zaino, per essere precisi (e sì, in Inghilterra ci sono i tabloid: ma non credo che i grandi quotidiani italiani vogliano essere paragonati al Sun – o pensino di fare il mestiere del Sun – bensì proprio al Guardian o al Times).

C’è stato un brutto caso di cronaca, poco fuori Londra. Hanno trovato tre bambini disabili morti nella villa di lusso dove abitavano con la madre, casalinga di 42 anni, mentre il padre – agente di borsa – era in visita da alcuni parenti all’estero insieme alla figlia grande. La mamma era a casa coi bambini ed è stata arrestata, non ci sono altri sospettati. Immaginate come verrebbe trattato un caso del genere dalla stampa italiana. La famiglia ricca e benestante, la villa, il bel quartiere; la moglie sola a casa che ammazza i figli disabili; il padre che lavora nella finanza e passa più tempo in ufficio che a casa. Immaginate i titoli, le figure retoriche, le analisi da quattro soldi, le interviste agli psichiatri, i sociologi scatenati, gli editoriali sui soldi che non fanno la felicità e cose del genere. Il Guardian dedica alla storia l’intera pagina 3. Il titolo dell’articolo è:

Woman arrested after three disabled young children found dead at home

(Una donna è stata arrestata dopo che tre bambini disabili sono stati trovati morti a casa)

Niente “la strage”, niente “l’orrore”, niente “la tragedia” e cose del genere. Niente aggettivi tipo “agghiacciante”, “inimmaginabile”, eccetera. L’articolo è scritto da un giornalista che vuole dare le notizie, e non da un giornalista che crede di essere Hemingway, e quindi non contiene metafore, dettagli strappalacrime, esercizi di stile, enfasi drammatica, tentativi di fare letteratura. Comincia così, per capirsi:

Una donna di 42 anni è stata fermata perché sospettata di omicidio, dopo che tre bambini sono stati trovati morti in un’abitazione. I corpi sono stati trovati in una camera da letto di una grande proprietà a New Malden, sud ovest di Londra, dove abitano Gary Clarence, finanziere della City, sua moglie Tania, e i loro quattro figli.

Siccome la polizia ha detto solo che “una donna” è stata arrestata, senza diffondere le generalità, il Guardian non dice direttamente che la donna arrestata è la madre dei bambini; scrive solo quello che sa, e non le deduzioni. È stata arrestata una donna nella casa dove hanno trovato i bambini morti. Nella casa, dicono i vicini, viveva una famiglia: un uomo, una donna, quattro figli di cui tre disabili. Poi va avanti ricostruendo la storia della famiglia in questione, sempre in modo molto asciutto e con tatto, dopo aver parlato con vicini di casa, amici e conoscenti.

Non ci sono pagine di “politica” in quanto tale, con interviste e retroscena su quello che succede in questo o quel partito. Non. Ci. Sono. Naturalmente i retroscena vengono pubblicati, ma occasionalmente e quando sono davvero fondati: quando c’è una notizia, insomma, e non due o tre al giorno. In questo numero non ce n’è nessuno. Gli articoli di politica-politica sono due in tutto il giornale, editoriali esclusi; in compenso ci sono molte cronache interne interessanti. Le pagine di politica estera sono 6, più una intera sull’impegno dell’esercito britannico nella guerra in Iraq e un’altra intera sugli inglesi musulmani che partono verso la Siria per combattere con i ribelli. Le pagine di economia sono 4. Il giornale ha in tutto 35 pagine, più 8 di sport e 12 di cultura e società. Sia le pagine di sport che quelle di cultura sono separate dal resto, così che uno possa leggerle separatamente: una cosa molto comoda per chi legge il quotidiano in metropolitana o sull’autobus.

Il giorno dopo la semifinale di Champions League tra Real Madrid e Bayern Monaco, un articolo delle cronache sportive – scritto da Sid Lowe, un fuoriclasse – iniziava così:

Cristiano Ronaldo iniziava a sembrare annoiato, quando è successo. Il miglior calciatore del mondo aveva aspettato fino all’ottavo minuto per toccare il pallone la prima volta, aveva aspettato altri quattro minuti prima di toccarlo una seconda volta, e altri sei minuti erano passati prima che lo toccasse per la terza volta. Il Bayern Monaco era al comando, la palla era loro e loro soltanto: in poco più di un quarto d’ora avevano messo insieme oltre 100 passaggi in più dei loro avversari. Ronaldo guardava da lontano, sulla sinistra, aspettando vicino a Rafinha. Ci sarebbe dello spazio qui, potrebbe aver pensato, se riuscissero a darmi la palla. Ma quello era un grosso “se”.

Finché non ci sono riusciti. Un tiro al volo superbamente bloccato vicino all’area di rigore del Real Madrid, un rapido passaggio lungo e quando il pallone è arrivato a Ronaldo, soltanto per la terza volta in tutta la partita, il cronometro mostrava 17:57. Nel frattempo Fábio Coentrao cominciava a correre. Invece che andarsene per conto suo, Ronaldo ha disposto il pallone lungo la sua traiettoria di corsa, alle spalle di Rafinha, e Coentrao lo ha raggiunto prima di Jerome Boateng. Il suo cross è passato tra le gambe di Dante e lontano abbastanza da David Alaba, poi Karim Benzema ha messo il pallone dentro con una certa classe. Esplosione.

Le 12 pagine di cultura e società – sono 12 pagine piegate a metà, quindi 24 piccole – comprendono, tra le altre cose: sei possibili e spiritose ragioni per cui il numero di crimini è in calo (tra cui: giochiamo tutti un sacco a Call of Duty), un’inchiesta sulla crisi delle imprese cooperative (cinque pagine, copertina compresa), ricette, una sezione in cui i giornalisti del Guardian e i lettori rispondono a domande tipo “Ho visto Breaking Bad e mi è piaciuto tanto, cosa guardo adesso?”; un articolo su uno scrittore inglese di origini indiane autore di orribili romanzi che vanno fortissimo in India promuovendo la conoscenza della lingua (titolo: “So bad it’s good”); una pagina intera di critica e commenti sulle cose andate in onda in tv il giorno prima, altre due sui programmi tv e radio del giorno; un’intervista a un’attrice che ha una nuova opera a teatro; un articolo di un fotografo che descrive la sua foto più bella (è una rubrica fissa), e poi comics (tra cui Doonesbury) e cruciverba. Niente riguardo le ristampe delle opere di scrittori inglesi del secolo scorso, niente raccolte epistolari tra autori dell’Ottocento, niente Seconda guerra mondiale, niente riguardo convegni letterari, niente piagnistei sul fatto che si vendono meno libri o sui consumi culturali dei giovani, niente proprio sui “giovani” in quanto tali, niente articoli di “scoperta” e presentazione di cose che le persone normali sanno da dieci anni (Fabio Volo vende tanti libri! La gente guarda le serie tv più dei film!). Poi ogni tanto ci sono anche queste cose, ma solo ogni tanto.

Un grande giornale del 2014 è fatto così: non con cose altissime o sedicenti tali, vecchissime o seriosissime, non con drammi e gossip, non con appelli e nostalgie, non con cose che interessano solo e soltanto agli addetti ai lavori – banalmente con cose fatte benissimo riguardo le cose del nostro tempo. Costa due euro.

Una vecchia storia sul mio blog, con colpo di scena finale

2006
Avevo 22 anni da compiere e un blog scalcagnato su una piattaforma che oggi non esiste più. Lessi una dichiarazione particolarmente apocalittica contro i PACS di un docente di religione lombardo, sedicente presidente di un’altrettanto sedicente “Associazione Docenti Cattolici”. Per evitare nuove rotture di scatole da qui in poi chiameremo il docente, per l’appunto, “docente”. Feci qualche ricerca su Google e scoprii che non esistevano informazioni o dati su questa “associazione”, se non le dichiarazioni che il suo loquacissimo presidente – il docente – inviava su moltissimi temi e che di tanto in tanto i giornali citavano. Scrissi un post in cui raccontavo la cosa e mi chiedevo se avesse senso che i giornali citassero e dessero spazio a quell’associazione come se fosse una cosa vera.

Nei commenti arrivò il docente, a difendersi con tono particolarmente aggressivo e ad accusarmi di essere un militante dei Radicali (nulla di male ma non lo ero, per la cronaca). Poi arrivò un altro utente – nickname: “bellodimamma” – che usando lo stesso IP del docente me ne disse di tutti i colori e suggerì che fossi interessato alla questione dei PACS perché ero in realtà un omosessuale che nascondeva la sua vera identità (nulla di male ma non lo sono, per la cronaca). Pubblicai un nuovo post in cui facevo notare la curiosa identità di IP tra i commenti del docente e i commenti di “bellodimamma”. Seguì una goffa email di scuse del docente. Finita lì.

2009
Non mi occupai più di quella storia, sebbene il nome del docente saltasse ancora fuori di tanto in tanto sui giornali. Poi nel 2009 il docente torna a farsi vivo, dal nulla, con due email sgrammaticate e squallide. Mi scrive che ha scoperto che ho lavorato con Ivan Scalfarotto e che sono stato a un gay pride, peraltro come moltissimi eterosessuali ogni anno, e quindi “ora capisco il suo livore, il suo odio, e il suo accanimento contro noi docenti cattolici favorevoli al magistero di Benedetto XVI sulla famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna”. La ragione, di nuovo: “Lei è un gay velato e non dichiarato come dimostra la foto al gay pride di roma con delle checche ha messo sul suo sito web [...] lei è un farlocco che scappa da Catania per ovvi motivi che non è il caso da esplicitare per essere libero e gaudente a roma”. Segue altra email sconnessa e lunghissima, in cui il docente tra le altre cose sostiene: “lei frequenta gay pride, fa campagne elettorali per gay e quindi ne discende che è gay”, d’altra parte “se io non sono mafioso nn frequento mafiosi. se io non sono drogato non frequento tossici. se io sono laicista e anticlericale nn frequento preti. se io sono di forza nuova non frequento quelli di lotta comunista. il mio è un ragionamento razionale”. L’uomo mi sembra particolarmente ossessionato dall’omosessualità e dal sesso.

Gli rispondo cercando di liquidarlo – d’altra parte cosa gli vuoi dire? – e augurandomi che la questione si chiuda lì, per non perdere altro tempo con una storia che stava diventando fastidiosa. Pochi giorni dopo ricevo un’altra email, dall’oggetto “annuncio querela art. 395 Codice penale comma 3 con ampia facoltà di prova e di una causa civile per danni all’immagine”. Il docente dice di avere incaricato un legale di querelarmi “per articoli gravemente diffamatori che mi perseguitano inspiegabilmente da anni apparsi sul suo blog e mai cancellati. Inoltre, chiedero’, i danni all’immagine con una causa civile ad hoc per almeno 100 mila euro da devolvere alle associazioni delle vittime dei pedofili che stuprano i bambini”. Gli articoli in questione – che non erano affatto diffamatori, ovviamente – erano offline da anni: la piattaforma che ospitava il blog non esisteva più. Mi colpì che ci fosse un riferimento alla pedofilia. Non ricevetti mai alcuna querela né causa civile, non sentii mai più il docente.

2014
Ricevo di nuovo un’email dal docente. Salto sulla sedia. Poi clicco e capisco che è una di quelle email che si inviano da sole quando si clicca un link malevolo: sono all’estero in vacanza, mi hanno rubato tutto, mi mandi dei soldi con Western Union? Toh, penso, chissà su cosa ha cliccato il docente. Mi ero completamente dimenticato di quella vecchia storia, e mi viene allora la curiosità di vedere se quel docente e la sua “associazione” esistono ancora. Cerco il nome del docente su Google e trovo questo.

giannino

(altri articoli e dettagli sulla storia, qui)