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Un consiglio all’opposizione, sui migranti

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Me li ricordo, io, gli anni dei governi Berlusconi: e mi ricordo di come, in nome dell’indignazione e del desiderio di creare un unico “fronte repubblicano” per proteggere lo status quo dalle riforme berlusconiane, la cosiddetta opposizione si ritrovava spesso e volentieri a difendere cose indifendibili. Per cui ecco, mentre molti si arrabbiano e si indignano – giustamente, secondo me – per la decisione del governo di chiudere i porti a una nave che ha salvato in mare 620 persone disperate, tra cui molti bambini, chi vuole essere veramente alternativo al governo Salvini (perché questo è) dovrebbe evitare che questa comprensibile avversione lo porti a difendere cose indifendibili.

Per esempio le regole comuni oggi in vigore in Europa. L’accordo di Dublino, che obbliga i migranti a fare richiesta di asilo nel primo paese europeo in cui arrivano, è notoriamente anacronistico e fallimentare: ma permette a diversi paesi europei di lavarsi completamente le mani di questo fenomeno storico e dei suoi costi economici e politici, permettendogli di lasciare le sole Italia e Grecia a gestire il grosso dell’immigrazione verso l’Europa via mare. Quindi l’accordo di Dublino rimane lì. Non sto dicendo certo che la soluzione sia lasciare 620 poveri disgraziati in mezzo al mare, ma appunto: occhio a non fare per questo l’errore di rispondere – agli elettori, prima che a Salvini – che la soluzione al problema sia trattare condizioni migliori con gli altri paesi europei. Ci abbiamo provato, in questi anni, ed è stato inutile: ci abbiamo provato anche con governi molto più forti e credibili di questo, e persone molto più competenti. Il paradosso è che gli stessi del PD che hanno provato a riformare il regolamento di Dublino e non ci sono riusciti, non necessariamente per via di colpe loro, oggi dicano a Salvini che dovrebbe provare a riformare il regolamento di Dublino. Campa cavallo.

Per esempio i nostri amici e partner europei: e qui parlo dei capi di stato e di governo, quelli che decidono davvero, e non dell’Unione e delle sue istituzioni, continuamente condizionate e azzoppate dai capi di stato e di governo di cui sopra. Prima dicevo che l’Italia ha provato a trattare ed è stato inutile, ma in realtà non è così: è stato oltraggioso. Alla fine del 2015, infatti, mentre l’Italia sperimentava un aumento annuale degli sbarchi del 277 per cento, la Commissione europea aveva messo in piedi un programma di “relocation”, prevedendo cioè la distribuzione sui vari paesi europei dei migranti “con evidente bisogno di protezione”, per alleggerire la situazione di Italia e Grecia. C’erano delle quote per ogni nazione, erano tutti d’accordo, la decisione era stata presa: e poi molti hanno fatto finta di niente. La Bulgaria ha accolto 10 (dieci) migranti dall’Italia, la Romania 45, la Slovacchia nessuno, l’Irlanda nessuno, l’Ungheria nessuno, la Polonia nessuno. Non siamo soli a gestire questo enorme fenomeno, certo: ma i dati mostrano che negli ultimi anni Germania, Italia e Grecia da sole si sono fatte carico di quasi l’80 per cento delle richieste d’asilo presentate in tutti i 28 paesi dell’Unione Europea (per quelli che “ma allora ha ragione Salvini”: Salvini si è alleato con quelli che hanno preso in giro l’Italia più di tutti gli altri).

In questi anni, quando si è parlato di immigrazione, il messaggio dei nostri amici, alleati e partner europei è stato: sono cazzi vostri. Opporsi alla decisione del governo sulla nave Aquarius è secondo me sacrosanto, come ringraziare e finanziare le ong per il lavoro insostituibile che fanno nel mar Mediterraneo, ma fate attenzione a suggerire che l’alternativa sia “lavorare insieme all’Europa” oppure una generica “strada diplomatica”. È vero che la Francia fa quello che vuole. È vero che quando si aprì la “rotta balcanica” i nostri amici, alleati e partner europei alzarono davanti ai migranti barriere di filo spinato per ricacciarli indietro. La storia per cui sull’immigrazione dovremmo lavorare con i nostri amici, alleati e partner europei è una barzelletta a cui non crede più nessuno, tantomeno gli elettori di Salvini, che su questo punto hanno ragione. Qual è allora la strada alternativa? Quella di Gentiloni e Minniti era sicuramente una strada pragmatica, che prevedeva una certa quota di sofferenze umane come male necessario: ma non era una vera alternativa, perché la diplomazia ha fallito, le altre nazioni ci hanno quasi tutte presi in giro e dovendoci arrangiare siamo finiti a minacciare la chiusura dei porti, proprio come Salvini, maltrattare le ong, proprio come Salvini, e chiudere un occhio davanti ai famigerati campi di concentramento in Libia. La strada alternativa è, appunto, l’unica strada veramente alternativa. Li accogliamo. Perché è giusto. E basta. Li accogliamo tutti? È una domanda stupida: non sono tutti.

Non è una cosa da rivoluzionari di estrema sinistra: lo ha fatto una leader conservatrice e moderata come Angela Merkel. Bisogna essere però forti, credibili e coraggiosi, certo. Non è una cosa esente da rischi, anzi: l’integrazione è dolorosa e complicatissima persino in Germania, dove c’è la piena occupazione, figuriamoci qui. Non è una strada promettente per chi vuol fare una lunga carriera: si rischiano di pagare grossi prezzi politici. Non è una strada facile: per percorrerla bisogna prima lavorare molto dal basso, sul territorio, come dicono quelli, perché sia una scelta che abbia un consenso popolare vero, anche se ovviamente non assoluto. Avete da fare nei prossimi cinque anni? Di tempo ce n’è.

Preparatevi

Le cose che costano soldi che non abbiamo, questo governo non potrà farle: il reddito di cittadinanza è stato già rinviato a data da destinarsi dal programma di governo, la flat tax è una chimera, il ministro Tria parla già come il ministro Padoan. D’altra parte esiste una norma costituzionale sul pareggio di bilancio, esiste l’Unione Europea ed esiste la banale logica: al massimo vedremo dei tentativi per arrivare allo scontro e poter dire “ci abbiamo provato”. Come farà quindi questo governo a cercare di sopravvivere all’inevitabile tradimento delle sue più grandi promesse elettorali? E come faranno i partiti che lo compongono ad adattare alla loro nuova dimensione – oggi che sono maggioranza, che sono governo, che sono il potere – un tono e una comunicazione da sempre improntati per loro all’aggressività, all’opposizione, alla protesta minoritaria? Troveranno dei nuovi nemici con i quali usare gli stessi toni. E troveranno delle promesse da mantenere tra quelle che si possono mantenere a costo zero. Nel dubbio esagereranno, vedi quella disgustosa fotografia di Salvini, per sperare che il rumore copra gli altri fallimenti. Contro gli immigrati, certo, ma non solo: i più deboli tra noi se la passeranno brutta. Era tutto abbastanza prevedibile, e non abbiamo ancora visto niente.

La sinistra binaria non è sinistra

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Gli studiosi che si occupano da anni della crisi globale delle sinistre hanno fatto notare più volte quale sia la complessa missione di chi oggi vuole vincere le elezioni dicendo e facendo cose di sinistra: coniugare diritti sociali e civili. Come si fa a rappresentare adeguatamente le esigenze economiche e sociali della cosiddetta “classe operaia”, di chi guadagna poco o niente e ha un basso livello di istruzione, quando alla “classe operaia” – perdonate la semplificazione, capiamoci – non importa granché dei diritti civili? Quando non gli importa granché della condizione delle donne, degli immigrati, degli omosessuali oppure li detesta al punto da scegliere partiti e politici omofobi e razzisti proprio per questo motivo, più forte degli altri? Al punto da considerare questi diritti come in una dicotomia, per cui chi si occupa dei primi non è interessato a occuparsi dei secondi e viceversa? Claudio Magris sul Corriere della Sera di ieri ha scritto:

L’intenzione di alcuni esponenti della maggioranza di correggere le recenti leggi riguardanti le coppie gay e altri diritti civili potrebbe anche essere un’abile mossa che porterà al Governo consensi e voti, soprattutto per la probabile cecità della sinistra, che si concentrerà totalmente su questi temi, con proteste ora sacrosante ora discutibili, come è accaduto spesso, trascurando i problemi sociali, le elementari esigenze di vita e di lavoro e quella difesa dell’occupazione dei dipendenti e salariati, quando non disoccupati, che è il suo compito fondamentale. Se molti elettori hanno abbandonato la sinistra e in particolare il Pd è proprio perché si sono sentiti delusi nella tutela e nella rappresentanza delle proprie esigenze. È probabile – e per me è triste e preoccupante – che la sinistra e il Pd, non più comunisti o socialisti ma partito radicale di massa (massa che si sta assottigliando), cadranno in questo tranello e subiranno ulteriori emorragie.

È una grande questione, per la quale non esistono risposte semplici. Lo dico in senso letterale: se leggendo le domande di cui sopra vi è venuta in mente una risposta semplice, con ogni probabilità quella risposta è sbagliata. Il Partito Comunista Italiano, per esempio, si tenne alla larga dai diritti civili all’epoca più urgenti – aborto, divorzio, etc – decidendo di privilegiare la rappresentanza delle più “elementari esigenze di vita e di lavoro e la difesa dell’occupazione”. Chi ha vinto le elezioni del 2018 lo ha fatto rivendicando esplicitamente la scelta dei diritti sociali per alcuni sugli altri, smarcandosi a ogni occasione possibile sullo ius soli e le unioni civili oppure criticando queste riforme, oppure ancora dicendo apertamente “prima gli italiani”; e d’altra parte oggi il racconto dominante vede descritti come elitari borghesi chiunque viva in una città e non dica “negri” e pensi che ognuno debba potersi sposare con chi vuole. Se poi per sbaglio ogni tanto vi capita di leggere un libro o visitare una mostra, per molti fate parte dello stesso calderone di chissà quale aristocrazia baronale lontana dalla realtà, anche se vivete in affitto e fate la spesa all’Esselunga.

Ora che in Italia il centrosinistra inizia un lungo percorso di trasformazione – e sarà lungo, quindi non pretendete svolte domani o tra due mesi – esiste il rischio di pensare che le due cose siano necessariamente alternative: e che una vera sinistra, come sembra suggeriscano sia Magris che molti altri, forse non debba spingersi a dire “prima gli italiani” ma sicuramente debba pensare che la difesa delle minoranze, degli immigrati, dell’uguaglianza tra uomini e donne, degli omosessuali, vengano dopo. Il problema è che in quel caso non sarebbe più il caso di parlare di sinistra, anzi: la destra in Italia è sempre stata soprattutto una destra sociale, favorevole all’aumento della spesa pubblica, ai sussidi e ai mutui sociali, al corporativismo, allo statalismo, e sempre tenendo a mente che qualcuno doveva arrivare prima e altri dopo o mai.

Un’eventuale sinistra binaria che accetti questa dicotomia e abbracci questi principi non sarebbe niente di nuovo, e soprattutto non sarebbe una sinistra. L’uguaglianza non è tale se vale solo per i bianchi, o solo per gli uomini, o solo per gli eterosessuali, o solo per gli italiani: in quel caso semplicemente non è, anche perché i caratteri di cui parliamo hanno la tendenza a presentarsi contemporaneamente. Sono lavoratrici anche le donne, sono operai anche gli omosessuali, sono precari anche gli stranieri, etc. Non bisogna scegliere quale di queste due strade percorrere, se la difesa dei diritti sociali o quella dei diritti civili, se quella degli italiani o quella degli immigrati: bisogna imboccarle entrambe contemporaneamente e rinunciare alla scorciatoia di mettere un pezzo di Italia contro l’altro. Come farlo è la cosa più complessa, e io oggi non ho risposte, ma questo non dovrebbe portare i benintenzionati a cambiare obiettivo: tutte le strade alternative conducono da un’altra parte.

Una foto scattata al Gay Pride di Roma del 2009 da Paolo Signorini

Libri che ho comprato o ricevuto, e a volte letto – maggio 2018

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Grazie, Obama, di David Litt (ricevuto)
È il prossimo libro che leggerò dopo aver finito quello che ho in mano adesso. David Litt è un tipo interessante: è stato assunto alla Casa Bianca a 24 anni, nel 2011, come scrittore di discorsi, e ne ha scritti prima per un po’ di pezzi grossi dell’amministrazione e infine proprio per Barack Obama. La cosa bella è che Litt ha anche un gran talento comico: ha scritto articoli per The Onion, ha scritto quattro dei monologhi satirici che Obama ha pronunciato alla tradizionale cena con i corrispondenti alla Casa Bianca, e le recensioni che ho letto sul suo libro sono concordi nel dire che questo non è il solito memoir. È tutto vero, ma si ride molto. Lo stesso titolo del libro è una gag che gli appassionati di politica americana capiranno. Già poche settimane dopo l’insediamento, i Repubblicani iniziarono a criticare Obama per qualsiasi cosa: anche per quello che evidentemente non poteva essere causa sua, che era appena arrivato. I loro severi “Thanks, Obama” nel giro di poco tempo furono sorpassati e disinnescati dal rilancio dei Democratici, che iniziarono a incolpare Obama per l’estinzione dei dinosauri o per ogni genere di piccola sfiga domestica imprecando sardonici: “Thanks, Obama”. Oggi negli Stati Uniti la formula “Thanks, Obama” si può usare solo sarcasticamente (un po’ come il “ma anche” in Italia, per capirci). Purtroppo nella traduzione italiana del titolo tutte queste sfumature inevitabilmente si perdono, ma insomma, avete capito: il “grazie, Obama” del titolo non è il lacrimevole “grazie, Obama” che uno potrebbe aspettarsi da un libro del genere. In italiano.

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Trova il tuo perché, di Simon Sinek (ricevuto)
Vorrei dire che i libri di auto-aiuto non sono il mio genere, ma non sarei sincero. Credo che la verità sia un’altra: mi piacerebbe tantissimo leggere un libro di auto-aiuto, ma non ne ho mai trovato uno che non fosse banale. Dice: ma quanti ne hai letti? Pochissimi. Ma mi scopro più spesso di quanto pensassi a sfogliarne in libreria. Va tutto bene, eh, ma i libri di auto-aiuto promettono così tanto che anche se uno sta bene, si incuriosisce: chi non vorrebbe avere accesso al proprio subconscio, essere libero, imparare a riprogrammare il proprio cervello, vincere le distrazioni, eccetera? Il punto è che questi libri, almeno per me, promettono e non mantengono. Contengono per lo più micro-storie che si affastellano una dopo l’altra per farsi metafora di tre o quattro banalità ripetute all’infinito. Sarà così anche questo, che promette di aiutarci a trovare il nostro perché? Non lo so. L’autore è un motivational speaker da TED Talk, la sua faccia l’avrete vista su qualche video virale. Non sembra terribile, ma non ne so niente di più. A un certo punto gli darò un’occasione in termini di sfogliata. In italiano.

American Pain, di John Temple (comprato, in lettura)
Ve ne avevo parlato il mese scorso, ma ora l’ho iniziato e mi sembra una bomba. Racconta di come due fratelli gemelli della Florida appassionati di steroidi siano diventati ricchissimi vendendo farmaci antidolorifici a base di oppioidi. Ma non serve un medico per vendere quei farmaci? Serve. C’era anche il medico. È una storia da film che racconta tra l’altro una cosa importante: siamo tutti potenzialmente dei tossicodipendenti. In inglese.

The Metaphysical club, di Louis Menand (ricevuto)
È un libro del 2001 che vinse il premio Pulitzer e che racconta le idee di quattro grandi pensatori e filosofi statunitensi: William James, Oliver Wendell Holmes, Jr., Charles Sanders Peirce e John Dewey. Viene descritto come un libro fondamentale per capire meglio la cultura americana e il ruolo del pragmatismo nella sua evoluzione. In inglese.

Lo spirito naturalizzato, di Antonio M. Nunziante (ricevuto)
Qualche settimana fa sono stato all’università di Padova a parlare di Stati Uniti, e ne sono stato felice anche perché il tema richiesto per il mio intervento era molto originale e distante dalle cose più contemporanee di cui mi capita spesso di parlare: il ruolo di Dio e in generale del sovrannaturale nella retorica politica statunitense. In God we trust, God bless America e tutte quelle cose, in un paese che non è una teocrazia nel quale esiste una fede incrollabile nella tecnica e nel lavoro. Il merito è del docente che ha organizzato la conferenza, che alla fine mi ha regalato questo suo libro sul naturalismo filosofico statunitense. In italiano.

Exploding Africa, di Diego Masi (ricevuto)
Il nome mi diceva qualcosa, ma sono riuscito a ricostruire cosa solo grazie a Wikipedia. Tra gli anni Novanta e il primo decennio di questo secolo Masi è stato un politico di qualche rilevanza: consigliere comunale a Milano con la DC, poi passato col Patto Segni e quindi con l’Ulivo, è stato parlamentare, candidato del centrosinistra alla presidenza della Lombardia nel 1995 (fu sconfitto da Formigoni) e sottosegretario agli Interni nel governo D’Alema. Ha smesso con la politica nel 2001 e da allora ha lavorato come imprenditore e manager nel campo della pubblicità e nel marketing, ma è stato anche presidente di Action Aid International e ha fondato una ong. Ora ha scritto un libro sull’Africa, questo Exploding Africa, figlio di un blog che trovate qui. Non so se avrò il tempo di leggerlo, ma magari vi interessa. In italiano.

Il pensiero unico

Non sempre si vede distintamente, nel caos scoppiettante di queste settimane, ma tutta la situazione – con questi assurdi e infiniti ripensamenti e tira e molla, a quasi 90 giorni dal voto – è distorta e condizionata dal fatto che l’opposizione desidera disperatamente che si faccia il governo M5S-Lega.

Forza Italia ha dato addirittura un pubblico placet, Fratelli d’Italia muore dalla voglia di entrarci. Poi c’è il PD spappolato, vero sconfitto del 4 marzo, che oggi non sarebbe in grado di fare una scelta nemmeno dal menu delle pizze (come ha mostrato la tragicomica assemblea nazionale). Gran parte dei parlamentari del PD piuttosto che andare al massacro del voto non romperebbe davvero le scatole nemmeno al governo Nosferatu: in questa situazione assurda e senza leader nemmeno la fedeltà al capocorrente li tutelerebbe nelle liste, e il partito rischierebbe di sparire alle elezioni. Avete capito perché sembra che M5S e Lega non esauriscano mai i tentativi a disposizione, e anzi che fallimento dopo fallimento addirittura aumentino i voti? Stanno giocando una partita senza avversari. Se ci fosse il PD al posto loro subirebbe un accerchiamento asfissiante, quotidiano, che avrebbe delle conseguenze. In questo caso, invece, niente avversari, niente conseguenze.

Anche per questo le lagne complottiste di Lega-M5S sui media sono solo propaganda: non bastassero gli ultimi anni, gli scorsi giorni confermano una volta per tutte che i grandi media sono completamente monopolizzati da loro e inginocchiati a loro. Non c’è programma che non spalanchi loro le porte accettando qualsiasi condizione. Telefonata fiume in prima serata per insultare il capo dello Stato? Prego. Sempre e solo comizi senza mai contraddittorio? Si accomodi. I media pendono dalle loro labbra perché M5S e Lega sono gli unici che sono popolari – portano clic, portano share – e anche perché sono oggettivamente gli unici le cui parole oggi valgano qualcosa. D’altra parte le forze populiste ed euroscettiche, quindi Forza Italia compresa, alle elezioni del 4 marzo hanno preso il 70 per cento dei voti, come ampiamente prevedibile. Il monopolio è completo e reale, ha persino una sua legittimità, se ci sforziamo di non chiederci se sia nato prima l’uovo o la gallina: si lamentano del “pensiero unico” quando l’unico pensiero unico, in tv e nel paese, è il loro. Le conseguenze sono quelle che vediamo: Lega e M5S possono provarci e riprovarci all’infinito, fallire e contraddirsi quanto vogliono, annunciare e ritirare questo e quello, urlare al golpe e poi fare il governo, senza pagare un prezzo. Giocano senza avversari, su un campo in discesa, senza tifosi ospiti. Era rimasto in piedi solo l’arbitro, ma se ne stanno occupando.

Stavolta è arrivato il lupo

Una delle cose peggiori della Seconda repubblica è stata il pigro e rituale ricorso dell’opposizione di turno – lo hanno fatto tutti: centrodestra, centrosinistra e Movimento 5 Stelle – all’argomento dell’attentato alla democrazia. Negli anni sono state definite con gran disinvoltura “regime”, “dittatura”, “deriva putiniana” cose che non erano niente di tutto questo, banali tentativi – discutibili come tutti, ma certo non eversivi – di legiferare in materia costituzionale o giudiziaria, di superare il bicameralismo perfetto o cambiare le leggi contro la diffamazione o introdurre la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri.

Magari non erano delle buone leggi, pensarlo è più che legittimo: ma di certo non erano leggi che avrebbero o hanno attentato alla democrazia. Un largo numero di scrittori e giornalisti ha utilizzato cinicamente questo argomento per vendere quattro copie in più, tanto chi vuoi che se ne lamenti: la democrazia non può farti causa. E come nella più classica delle gare a chi la spara più grossa, i politici hanno usato le parole dei giornalisti come lasciapassare per le proprie, alzando ancora di più il tiro, paragonando il presidente del Consiglio di turno a Hitler, a Videla, a Pinochet, senza alcun senso del ridicolo. Alla fine tutto è diventato un attentato-alla-democrazia. Al lupo, al lupo. Gli elettori hanno fatto propri questi argomenti, e oggi li usano quotidianamente persino più di stampa e partiti: per anni hanno contemporaneamente accusato gli avversari di voler fare un golpe e desiderato un golpe della propria parte. Il risultato: ne sono stati anestetizzati. Sono diventate parole come tante altre.

Finché poi, un giorno, arriva il lupo. In questo caso il lupo si chiama “introduzione del vincolo di mandato”: è scritto nero su bianco nel programma del nostro futuro governo. Di cosa parliamo: oggi la Costituzione prevede che i parlamentari – in quanto espressione diretta del voto dei cittadini – siano liberi di esercitare la loro funzione senza “vincolo di mandato”. Ancora più letteralmente, vuol dire che sono liberi di votare contro il partito con cui sono stati eletti e anche di uscirne, se pensano secondo coscienza che sia la cosa migliore da fare (è così anche in Portogallo, per la cronaca, l’esempio che cita impropriamente il programma M5S-Lega). Questo è quello che rende l’Italia una democrazia e nello specifico una democrazia parlamentare: decidono i parlamentari, e quindi le leggi devono effettivamente convincerne una maggioranza, per essere approvate. Non bastano le decisioni di uno o due leader di partito. Introdurre il vincolo di mandato significa rendere il Parlamento superfluo: se i parlamentari devono votare come indicato dai loro leader, allora è inutile votare. Basta una decisione dei leader.

Sarebbe semplice dare la colpa di tutto questo soltanto al Movimento 5 Stelle e alla Lega. Invece c’entrano anche quasi tutti gli altri. Complimenti, e che Dio ce la mandi buona.

Renzi, basta

C’è una cosa che Matteo Renzi ripete spesso, ormai da quel famoso 4 dicembre del 2016: che lui, al contrario di quello che fanno molti in Italia, dopo aver perso si è dimesso. Due volte, addirittura: prima da presidente del Consiglio dopo la sconfitta al referendum costituzionale, poi da segretario del PD dopo la sconfitta alle elezioni politiche. Le dimissioni, però, non sono semplicemente un atto burocratico. Quello a cui larga parte della classe dirigente italiana è allergica non è la firma di un foglio di carta, ma la decisione consapevole e volontaria, operata senza alcuna costrizione, di rinunciare a visibilità e soprattutto poteri residui e rendite di posizione in nome di un’assunzione di responsabilità.

Credo si possa pacificamente concordare che Matteo Renzi questa seconda cosa non l’abbia mai fatta. Non si è dimesso dopo il 4 dicembre e non si è dimesso dopo il 4 marzo: anzi, dal momento successivo a entrambe le sconfitte ha vistosamente e pervicacemente tentato di riguadagnare quello a cui aveva appena rinunciato, riuscendoci solo parzialmente e alla fine ottenendo – come ampiamente prevedibile – un lento logoramento che lo ha reso a moltissimi insopportabile umanamente prima ancora che politicamente, compresi tanti che per molto tempo lo avevano sostenuto, difeso e investito della propria stima e fiducia. Allo stesso modo, credo si possa pacificamente concordare anche che l’attivismo politico e mediatico seguito alle elezioni politiche – l’intervista in prima serata prima della direzione del PD sull’eventuale alleanza col Movimento 5 Stelle, i post con cui si è preso il merito del fallimento di quella discussione, l’annuncio di oggi per cui aprirà la prossima assemblea del PD per “spiegare” le ragioni della sconfitta e “da dove ripartire” – esulano e molto dal suo attuale mandato di “senatore di Scandicci”, che ama ricordare per descrivere un passo indietro che in realtà non è mai avvenuto.

E non vale difendersi dietro argomenti deboli come “chi può impedirgli di dire quello che pensa” o “è comunque l’unico leader lì in mezzo”: le dimissioni come assunzione di responsabilità e rinuncia volontaria a esercitare il proprio potere residuo sono esattamente la rinuncia all’utilizzo di questi argomenti. Barack Obama non mette bocca ogni giorno nella vita politica interna del Partito Democratico, Tony Blair non lo fa con il Partito Laburista, David Cameron con il Partito Conservatore, eccetera: e non è che se volessero non avrebbero visibilità, credibilità, estimatori, retroscenisti che pendono dalle loro labbra, numeri di telefono e strumenti per farsi sentire. Insistere in questo continuo brigare – ormai peraltro decifrato dall’opinione pubblica in modo trasparente e impietoso – porta dritto dritto in un posto e in uno soltanto: alla trasformazione di Matteo Renzi in Massimo D’Alema.

Tutto questo è un problema per Renzi e la sua credibilità personale, naturalmente, ma sarebbero affari suoi se non fosse un grosso problema anche per tutti noi. Le idee di Renzi sul Partito Democratico hanno una storia importante che non nasce con lui – il discorso del Lingotto, per fare un esempio – e mai come nei prossimi anni l’Italia avrà bisogno di una voce forte e credibile che rappresenti l’europeismo, il liberalismo, il garantismo, la difesa dei diritti civili. La pretesa di Renzi di continuare a occupare la scena come difensore di questi valori, in ultima istanza nuoce proprio a questi valori. Se non vuole farlo per lui, lo faccia per noi.

Libri che ho comprato o ricevuto, e a volte letto – aprile 2018

(se vedi il post incompleto, clicca qui e dovresti vederlo intero)

Quella cosa che su questo blog ho fatto saltuariamente, da oggi cerchiamo di farla ogni mese: questi sono i libri che ho comprato, ricevuto e letto.

L’avversario, di Emmanuel Carrère (comprato, letto)
Ho colmato una grossa lacuna. Racconta la storia vera di un uomo che nel 1993 uccise tutta la sua famiglia – genitori, moglie, figli – dopo aver mentito su tutto nei precedenti diciassette anni della sua vita: niente era vero, su tutto il lavoro che diceva di avere, e aveva paura di essere scoperto. Ma racconta soprattutto la storia di Carrère e di cosa gli succede in testa quando decide di occuparsi di questa storia, anche attraverso una corrispondenza con l’assassino.

La vita come un romanzo russo, di Emmanuel Carrère (comprato, letto)
Ho colmato un’altra grossa lacuna. Racconta due anni particolari della vita di Carrère, mettendo insieme cose molto diverse e riuscendoci benissimo. C’è dentro anche un formidabile racconto erotico pubblicato su Le Monde, e tutto quello che innesca nella vita dell’autore. Alla fine della lettura potrebbe starvi un po’ sulle scatole, Carrère, almeno per me è stato così: ma è un libro magnifico, e una mostruosa dimostrazione di bravura.

American Pain, di John Temple (comprato, non ancora iniziato)
Come due fratelli gemelli della Florida appassionati di steroidi sono diventati ricchissimi vendendo farmaci antidolorifici a base di oppioidi. Storia pazzesca: a un certo punto i medici della Florida prescrivevano più pillole di quelli di tutti gli altri stati americani messi insieme. È considerato uno dei migliori libri in circolazione sull’abuso di farmaci a base di oppioidi negli Stati Uniti, una storia enorme che mi interessa molto. In inglese.

Dreamland: The True Tale of America’s Opiate Epidemic, di Sam Quinones (comprato, non ancora iniziato)
Stesso tema, altre storie. L’ho comprato anche perché di Quinones avevo letto un bellissimo e straconsigliato articolo sulle gang di Los Angeles, prima di partire per la California.

La conoscenza e i suoi nemici, di Tom Nichols (ricevuto, non ancora iniziato)
Tom Nichols è un professore universitario e saggista molto rispettato. Questo libro – di cui un anno fa il mensile IL aveva pubblicato un estratto – racconta come nelle società occidentali l’ignoranza sia diventata una virtù e la competenza un punto debole. Se n’è parlato bene, è un titolo adeguato a questi tempi.

– Contro la democrazia, di Jason Brennan (ricevuto, non ancora iniziato)
Altro testo molto attuale, nell’edizione italiana ha anche una prefazione di Sabino Cassese, sui limiti della nostra forma di governo. Provocatorio e intelligente, per quel che ne ho letto in giro, arriva a proporre una forma di governo alternativa – l’epistocrazia – che sia compatibile con i diritti fondamentali ma “distribuisca il potere politico in proporzione a conoscenza e competenza”. Non credo di essere d’accordo, ma questo è uno dei motivi per cui lo leggerò.

Dragon Ball Super 1, 2, 3, di Akira Toriyama e Toyotaro (comprati, in lettura)
Momento adolescenziale. È tornato Dragon Ball, a fumetti. Sempre pubblicato da Star Comics. La storia è di Toriyama, i disegni no. Riprende da dove era finito Dragon Ball Z. Bomba.

White Trash, di Nancy Isenberg (comprato, non ancora iniziato)
È uno dei titoli più popolari tra quelli che hanno raccontato e spiegato le zone rurali degli Stati Uniti, le storie dei bianchi poveri o della cosiddetta “white trash”, secondo alcuni l’unico insulto razzista ancora largamente accettato da quelle parti. Isenberg è una docente universitaria e storica molto rigorosa. In inglese.

Pagare o non pagare, di Walter Siti (ricevuto, in lettura)
Sul nostro rapporto con i soldi, con il loro valore, e su come sta cambiando. Scritto con qualche eccesso nostalgico, forse, ma anche con grande lucidità: e ha dentro molte storie interessanti.

Il fiume della coscienza, di Oliver Sacks (comprato, non ancora iniziato)
Perché devo colmare un’altra lacuna, non avendo mai letto niente di Oliver Sacks, uno dei più grandi divulgatori scientifici dei nostri tempi, a parte qualche articolo qua e là. Perché mi hanno incuriosito le pagine che ho letto nelle storie di Ilenia Zodiaco su Instagram.

The Populist Explosion, di John B. Judis (comprato, non ancora iniziato)
Come la recessione globale – e solo quella? – ha cambiato la politica sia in Europa che negli Stati Uniti. Il New York Times lo ha consigliato tra i libri più importanti per comprendere l’ascesa di Trump, anche se le cose che ne ho letto in giro non mi hanno molto convinto e quindi per il momento non mi sono ancora deciso a iniziarlo. In inglese.

Princesa e altre regine, di Concita De Gregorio e autrici varie (ricevuto, in lettura)
Le storie delle donne delle canzoni di Fabrizio De Andrè, immaginate, reinventate e scritte, illustrate, disegnate e in certi casi riscattate da venti autrici coordinate e guidate da Concita De Gregorio.

Italian Job, di Marcello Di Fazio (ricevuto, non ancora iniziato)
Storie di lavori e professioni italiane, che vanno dal precario al terribile.

Strangers in Their Own Land, di Arlie Russell Hochschild (comprato, letto)
Altro gran libro sui bianchi delle zone rurali americane e sul loro senso di emarginazione, anche questo scritto prima della vittoria di Donald Trump (per quelli che “giornalisti e studiosi non ci avevano capito niente”: stupidaggini). Ruota attorno alle storie delle persone, soprattutto sei: c’è molta empatia che ogni tanto rischia di diventare paternalismo, ma è utilissimo perché permette di associare nomi e facce e storie a fenomeni che altrimenti rischiano di essere letti come alieni e distanti, e i loro personaggi come macchiette e caricature. In inglese.

Bassa risoluzione, di Massimo Mantellini (comprato, non ancora iniziato)
Comprato a scatola chiusa, e vi consiglio di fare lo stesso: ma se siete scettici vi rimando alla recensione del mio collega Emanuele Menietti.

Gli ultimi giorni di Vladimir P., di Michael Honig (ricevuto, non ancora iniziato)
Romanzo dalla trama curiosa, che immagina Putin ormai ottantenne a Mosca in preda alla demenza senile e in balìa di “allucinazioni, fantasmi, memorie di una gloria passata che si sostituiscono ai fondali e ai personaggi del presente”. Sia il New York Times che il Guardian lo hanno recensito benissimo.

Ora tocca a qualcun altro, al PD e al governo

Tutti i paesi europei fanno i conti con movimenti estremisti, populisti, anti-immigrati, eccetera, ma noi siamo gli unici in cui questi movimenti contano tutti insieme – M5S più Lega più FdI – quasi il 50 per cento dei voti, secondo i sondaggi. Quasi il 50 per cento. Per cui senza dubbio questa è l’offerta politica che ci meritiamo e che avrà la meglio il 4 marzo: e d’altra parte non vedo a sinistra e a destra del PD tutto questo struggersi davanti alla scheda elettorale. Mi sembrano tutti piuttosto entusiasti di votare le opzioni di cui sopra. Gli unici che andranno a votare col mal di pancia sono quelli che andranno a votare l’unico partito normale di questo paese. […]

Questo è un post che prende atto con enorme preoccupazione del fatto che oggi in Italia la democrazia sia mutilata non dai presunti “poteri forti” – semmai dalla loro pavida abdicazione – bensì dall’impossibilità di esercitare una vera scelta tra opzioni politiche anche molto diverse ma che non facciano temere tragedie. Perché di questo si parla, e se non ne avete la percezione forse pensate che un governo Salvini o uno Salvini-Meloni-Di Maio non possano davvero accadere.

Beh, non era uno scenario così difficile da prevedere, no? Chi è stato sorpreso dai risultati elettorali forse prima era stato un po’ distratto.

Chi non ha votato per l’alternativa a Salvini-Di Maio in nome del rifiuto di votare il male minore ha fatto una cosa più che legittima: e otterrà così il male maggiore. Chi percepiva con urgenza la necessità di evitare un governo Salvini o un governo Di Maio-Salvini, i due esiti più probabili sia prima che dopo il voto, anche a costo di fare qualcosa di indigesto, poteva fare la cosa indigesta di votare per il centrosinistra: chi non lo ha fatto perché – ripeto, legittimamente – non poteva tollerare di votare Partito Democratico, dovrebbe avere l’onestà intellettuale e la buona creanza di non suggerire oggi, in nome del male minore, che sia dovere del Partito Democratico fare una cosa indigesta e sostenere un governo del Movimento 5 Stelle o della Lega. L’ennesima cosa indigesta, peraltro, visto che si parla di un partito che ha passato gli ultimi sette anni a governare con alleati impresentabili in nome del male minore e del cosiddetto senso di responsabilità, e per questo è stato scorticato vivo a ogni necessario compromesso.

Chi non ha votato PD per dargli una lezione, o perché legittimamente insoddisfatto della sua linea politica, ha deciso consapevolmente che questa fosse la priorità rispetto a tutte le altre: sapeva cosa c’era in gioco. Magari ha anche fatto bene, eh: però sapeva qual era l’alternativa al “male minore”. Di nuovo: niente che non fosse evidente prima del voto.

Mentre noi decidiamo che la cosa più importante in base a cui orientare il nostro voto a queste elezioni, queste con i matti al 50 per cento dei sondaggi, sia dare una meritata lezione al Partito Democratico, qualcuno nei prossimi anni se la vedrà molto male. Questo è ricattatorio!, mi ha scritto qualcuno. E certo che lo è. Ma non è mica un ricatto che vi sto facendo io. È come quella vecchia storia per cui non si dovrebbe trattare con i terroristi. Certo che non si dovrebbe. Però l’ostaggio c’è. L’ostaggio siamo noi, anzi: soprattutto i più deboli di noi. Qualcuno ci andrà di mezzo, sempre che il PD apprenda la lezione. Siate ben consapevoli del costo di questa scelta “punitiva” contro l’unico partito normale. Se no qualcuno ci andrà di mezzo per niente.

Per cui, ecco, innanzitutto delimitiamo i confini di questa discussione: ci sono circa 7,5 milioni di persone che possono chiedere al centrosinistra di sostenere un governo del Movimento 5 Stelle in nome del “male minore”, e sono quelle che lo hanno votato. Non le altre, che hanno già mostrato di avere legittimamente altre priorità. A quei 7,5 milioni di persone suggerirei però di cogliere il messaggio degli elettori, che non avrebbero potuto dire in modo più chiaro che non vogliono più il centrosinistra al governo, e che c’è un limite oltre il quale contraddire la volontà popolare – anche in nome delle migliori intenzioni – significa disprezzarla, e produce nel lungo periodo danni davvero irreversibili.

Perdere le elezioni dopo sette anni al governo non ha niente di sorprendente e irreparabile, e sette anni al governo con alleati impresentabili sono abbastanza. Oggi il Partito Democratico ha bisogno di mettere un punto, ragionare su questi anni e rinnovarsi profondamente, invece di cristallizzarsi come farebbe restando al governo: questo vale naturalmente anche per il suo segretario Matteo Renzi, che avrebbe dovuto dimettersi subito, interrompere la sua colpevole catena di errori politici – ricandidarsi sarebbe tragicomico – e prendere una Tesla diretta verso Marte. Se il PD tornerà in mano ai “caminetti” o farà scelte politiche autolesioniste, non è più affar suo: e anzi sarebbe saggio se il PD – qualora dovesse ricevere una proposta seria di compromesso da parte del Movimento 5 Stelle: questa non lo è – consultasse i suoi iscritti per decidere cosa fare, prima di aprire una più lunga fase congressuale. Ora tocca a qualcun altro, sia alla guida del PD che alla guida del paese: giusto o sbagliato, le elezioni davvero non avrebbero potuto indicarlo in modo più chiaro, e le elezioni si fanno proprio per questo. Speriamo bene per tutti.

Un po’ di risposte sparse a “Guardiamoci negli occhi”

Raccolgo un po’ delle obiezioni più diffuse e serie al mio post di ieri e cerco di rispondere. La versione brevissima la trovate nelle mie Storie di Instagram, se andate di fretta. La versione testuale di seguito.

Facendo così il PD non imparerà mai a essere migliore
Me lo hanno scritto in molti, la migliore esposizione di questo argomento è quella di Luca Sofri e non solo perché è il mio capo e maestro.

Non votare il Partito Democratico non significa “fare il gioco dei fascisti, o dei grillini”: significa dire “fate le cose meglio e ne riparliamo”; significa dire “il mio voto non è gratis”; significa dire “not in my name”; significa dire “se volevi convincermi candidavi Luigi Manconi invece di Tommaso Cerno” (non ho niente contro Tommaso Cerno, ma ce l’ho con un partito che decide i candidati senza nessuna ragione comprensibile); significa dire “devi smettere di approfittartene, e piantarla con questo ricattino”. Significa dare un valore lungimirante e costruttivo all’astensione, o al voto per candidati dignitosissimi fuori dal PD.
Da zero a dieci tutti gli altri sono partiti tra il 2 e il 4: bocciati senza dubbio. Il PD è tra il 5 e il 6: in questi casi certi professori promuovono “per incoraggiamento”, certi bocciano sperando che impari qualcosa e faccia meglio l’anno prossimo. Hanno buone ragioni entrambi: quando si tratta di ragazzi al liceo io di solito sto coi primi, quando si tratta di gente che ci marcia e destini di tutti quanti sono ogni volta molto indeciso.

È tutto vero ed è questa l’obiezione per me più convincente al mio post, tanto da essere anche io ancora combattuto: e sono sempre aperto a cambiare idea. L’argomento con cui mi rispondo è che mentre noi decidiamo che la cosa più importante in base a cui orientare il nostro voto a queste elezioni, queste con i matti al 50 per cento dei sondaggi, sia dare una meritata lezione al Partito Democratico, qualcuno nei prossimi anni se la vedrà molto male. Questo è ricattatorio!, mi ha scritto qualcuno. E certo che lo è. Ma non è mica un ricatto che vi sto facendo io. È come quella vecchia storia per cui non si dovrebbe trattare con i terroristi. Certo che non si dovrebbe. Però l’ostaggio c’è. L’ostaggio siamo noi, anzi: soprattutto i più deboli di noi. Qualcuno ci andrà di mezzo, sempre che il PD apprenda la lezione. Siate ben consapevoli del costo di questa scelta “punitiva” contro l’unico partito normale. Se no qualcuno ci andrà di mezzo per niente. Ma su questo torno dopo.

Sempre Luca Sofri:

Votare il Partito Democratico – il più presentabile partito che c’è, quello di maggiore qualità politica e umana, indiscutibilmente – oggi significa dire “ci sono una serie di disdicevoli cazzate che avete fatto, e una quota imbarazzante di persone mediocri a cui affidate ruoli importanti, con conseguenze pessime, ma io vi voto lo stesso per allarme sulle alternative e voi continuerete a fare le stesse cazzate, ad affidare ruoli importanti a persone mediocri, con conseguenze pessime”. Sono decenni che si vendono quell’allarme e oggi “il ritorno del fascismo” – fondato o no che sia – è un benvenuto fattore di consenso, al PD. Ma si può costruire un progetto politico sulla speranza che ci siano pericoli da scampare?

Molte cose buone in realtà sono state costruite sulla premessa dei pericoli da scampare: l’Unione Europea e le Nazioni Unite, per dirne di grandissime. Poi ripeto, l’obiezione mi sembra molto razionale: ma prendete Roma. A Roma gli elettori hanno voluto dare una bella lezione al PD alle ultime comunali, col risultato di… far restare il PD romano quello che era prima. I partiti umiliati e sconfitti si rimpiccioliscono: fanno scappare i benintenzionati e fanno restare gli altri.

Il PD ha avuto un congresso pochi mesi fa, quello era il momento di cambiarlo. Renzi, sbagliando, ha voluto ricandidarsi; i suoi avversari erano oggettivamente poca cosa; quelli a cui non piace Renzi non sono stati abbastanza e non sono stati abbastanza bravi. Se ne parla al prossimo congresso, di cambiare il PD: non alle prossime elezioni. Ah, ovviamente tutto questo è possibile solo col PD: gli altri grandi partiti italiani invece hanno un padrone inamovibile. Tutto questo però per dire anche un’altra cosa, e cioè che il PD non può lamentarsi se qualcuno non lo voterà in base agli argomenti sensati che porta Sofri: si è preparato questo piatto, a partire dai propri iscritti e militanti, e ora dovrà mangiarlo.

Voglio votare una vera sinistra!
Eh, mettiti in coda. Anche io. Però, due cose.

Primo: ognuno di noi ha in testa dieci, venti potenziali criteri in base ai quali votare, e dovrà necessariamente fare un compromesso e scegliere quello che conta di più. Chi pensa che oggi la priorità a queste elezioni sia votare una “vera sinistra” fa bene a votare LEU o Potere al Popolo o quello che vuole, se quella è la “vera sinistra” che immagina. Dico sul serio. Nessuna possibilità di governare, in un caso poche possibilità anche di andare in Parlamento, ma col proporzionale ogni seggio conta. Io mi guardo intorno, nel paese che abitiamo, e non penso che questa sia la priorità, onestamente: non quando – di nuovo – esiste la concretissima possibilità di un governo Salvini o Di Maio o addirittura Salvini-Di Maio. Mi posso sbagliare, ovviamente.

Secondo: quale sarebbe questa “vera sinistra”? Io credo che in Grecia, nelle condizioni della Grecia, voterei Syriza. E non solo perché gli altri partiti sono a vario titolo dei truffatori, ma anche perché Syriza è un partito vero, con un leader vero, un progetto vero, e idee politiche legate alla realtà. Ma Potere al Popolo non esiste (mi dispiace ma è così) e LEU non è un partito vero e non ha un leader vero. È un cartello tra più partiti che non hanno messo in comune niente, con un leader scelto da nessuno e per questo privo di qualsiasi potere e mandato, che sarà archiviato il 5 marzo. Non ha nessuna forza rinnovatrice, nessuna “missione”, nessun progetto a parte dire “esistiamo” e marcare un territorio, se non per poche persone già schiacciate da Bersani, D’Alema, Speranza e gli altri maggiorenti (lo dicono loro stessi).

Io vorrei avere un’alternativa al PD, questo era il tema del mio post, ma questa sarebbe la “vera sinistra” che dovrei votare prioritariamente su qualsiasi altro criterio per scegliere chi votare, a queste elezioni qui con i partiti dei matti usciti da Black Mirror? Per me no, poi liberi tutti.

Ma dobbiamo votare il meno peggio per salvare la democrazia tutte le volte?!
Hai ragione. Per vent’anni in Italia la sinistra, il centrosinistra e la destra antiberlusconiana – tipo Marco Travaglio e co – hanno colpevolmente abusato di parole come “regime”, “deriva putiniana”, “dittatura”, “democrazia in pericolo”, eccetera. Era una cazzata. L’ho anche scritto all’epoca, e più volte, per fortuna, se no oggi mi dareste dell’opportunista. A forza di gridare per vent’anni “al lupo, al lupo”, poi arriva il lupo e non ce ne accorgiamo. Questa è la volta in cui siamo nella merda, non le altre. Questa in cui Movimento 5 Stelle, Lega Nord e Fratelli d’Italia hanno il 50 per cento nei sondaggi.

Non è anche colpa del PD se tante persone vogliono votare questi matti?
Sicuramente lo è. Ho scritto anche nel post di ieri che Renzi dal 4 dicembre non ne ha più imbroccata una. Non è il principale responsabile, però, secondo me: il principale è la stampa. Me compreso in quanto parte della categoria. La stampa che per allarmismo e sensazionalismo e due copie o due clic in più racconta ogni giorno, ogni minuto, su giornali e telegiornali, un paese in cui è sempre più pericoloso camminare per strada nonostante i reati scendano di anno in anno. Una stampa a cui non fa gioco dire che siamo ancora messi piuttosto male ma tutti i parametri economici sono in miglioramento costante ormai da un bel po’ di tempo. Una stampa che spara senza verificare, che urla, che disinforma, che in certi casi tifa attivamente caos e baratro.

Sei un orrendo privilegiato, lo ammetti anche tu!
In questi casi si fa riferimento a questo passaggio del mio post:

Io vivo in una delle città più prospere e meglio amministrate d’Italia, sono un uomo, ho la cittadinanza italiana, sono relativamente giovane, sono normodotato, sono autosufficiente, sono eterosessuale, sono bianco, non ho figli, ho un lavoro stabile e che mi piace e uno stipendio che mi permette di vivere serenamente. Sono letteralmente il ritratto del privilegio, in un posto come l’Italia del 2018. Non sono al riparo da tutto – uso le strade e gli ospedali che usiamo tutti, pago le tasse, mi affido alle forze dell’ordine per la mia sicurezza, eccetera – ma comunque vada me la caverò. Posso permettermi di votare per “dare un segnale” o perché Renzi mi sta sul cazzo, posso votare per contestare una sola questione – che sia il caso Regeni o la gestione dei flussi migratori – infischiandomene del fatto che il ministro degli Interni Matteo Salvini e quello degli Esteri Carlo Sibilia proprio su quelle questioni avrebbero fatto e faranno molto peggio. Io lo posso fare, starò bene comunque, anzi, magari mi tolgo pure una soddisfazione. Se però siete donne, studenti, stranieri, genitori, malati, disoccupati, precari, disabili, omosessuali, non bianchi, se non potete vaccinarvi, o se avete a cuore la serenità di almeno una di queste categorie di persone, io ve lo dico, guardiamoci negli occhi: forse non ve lo potete permettere, di giocare col fuoco.

Magari ho torto sull’argomento generale, ma è chiaro cosa intendo dire qui, no? Intendo che in un posto come l’Italia del 2018 sono indubbiamente un privilegiato pur facendo una vita assolutamente normale. Lo sono soltanto per il fatto che ho un lavoro normale e non faccio parte per mia fortuna di un gruppo sociale discriminato o perseguitato o svantaggiato. Per il resto non ho grandi fortune né le erediterò, non ho parenti potenti o famosi, ho un lavoro normale, non possiedo una casa né una macchina. Eccetera. Sono quello in coda dietro di voi al supermercato. Non trattatemi come Flavio Briatore, grazie.

Ti sei schierato, non mi fido più
Tutti i giornalisti hanno delle idee, tutti. La differenza è tra chi le espone, argomentandole e discutendone con i lettori, e chi no; e tra chi quelle idee ce le ha o le cambia per opportunismo. Io cerco di fare la prima cosa. Potete non essere d’accordo con me, potete pensare che stia sbagliando tutto, ma vi garantisco che sbaglio da solo: non datemi del venduto, dai.