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Un po’ di conti su un anno di Da Costa a Costa

cc_2Avevo promesso di diffondere un po’ di dati sulla raccolta fondi della seconda stagione di Da Costa a Costa, e quindi eccoli qua.

Le cose essenziali da sapere prima di cominciare: Da Costa a Costa è un progetto giornalistico che ho prodotto dal 14 giugno del 2015 fino al 30 dicembre del 2017, con una pausa di due mesi tra novembre 2016 e gennaio 2017. Si articola in una newsletter e un podcast.

I dati che seguono si riferiscono solo alla seconda stagione di Da Costa a Costa, iniziata il 21 gennaio 2017 e finita lo scorso 30 dicembre. Durante la seconda stagione ho prodotto ogni settimana alternativamente una newsletter e un podcast, per un totale di 25 newsletter e 25 podcast (uno dal vivo). Cinque episodi del podcast sono stati dei reportage basati sui tre viaggi che ho fatto negli Stati Uniti nel 2017, a marzo in Michigan (uno e due), a giugno in Texas (uno e due) e a novembre in California.

Il progetto è sempre stato gratuito per tutti, ma all’inizio dell’anno ho chiesto a iscritti, ascoltatori e lettori di valutare la possibilità di fare una donazione economica – una volta al mese oppure una tantum – per finanziarne le spese e pagare il mio lavoro. Ho suggerito di dare due euro al mese (o 24 euro per tutto l’anno), ma ho lasciato tutti liberi di donare una cifra a loro scelta.

Ecco com’è andata. La metto giù sotto forma di domande e risposte.

A cosa servivano questi soldi?
Innanzitutto e soprattutto a pagare le spese necessarie a produrre i contenuti di cui sopra. Ovviamente sono spese che ho programmato ma anche adattato nel corso dell’anno, sulla base delle donazioni ricevute: i viaggi negli Stati Uniti sono stati tre, come avevo progettato, ma potevano essere anche due o uno, se avessi ricevuto meno soldi; lo stesso vale per la durata di questi viaggi e le loro tappe. Tutto compreso – aerei, taxi, treni, macchine a noleggio, assicurazioni, benzina, attrezzature varie, camere d’albergo, biglietti di musei, pranzi, cene, etc – i viaggi sono costati all’incirca 15.000 euro, più o meno 5.000 euro per ognuno. Durante questi viaggi – che sono durati ognuno 10-12 giorni – ho cercato di fare le cose nel modo più professionale possibile: non ho mai scelto alberghi a quattro stelle, ovviamente, ma nemmeno delle bettole immonde. Scelta ideale: un onesto motel sull’autostrada. Non ho noleggiato Porsche o Maserati, ma dovendo percorrere letteralmente migliaia di chilometri non ho scelto nemmeno delle utilitarie. Ho cercato di spenderli come se fossero stati soldi miei. Ci siamo capiti.

Un’altra importante quota delle spese di Da Costa a Costa è servita a produrre il podcast, e quindi a pagare il lavoro di Piano P per ognuna delle 25 puntate: l’uso di uno studio e delle attrezzature anche quando ero in trasferta, il montaggio e tutta la parte tecnica di pubblicazione e diffusione, la collaborazione e la consulenza sui contenuti, tutto dal primo all’ultimo giorno del 2017. Poi ho pagato circa 1.200 euro per l’abbonamento a Mailchimp, il servizio che uso per inviare la newsletter, e circa 500 euro nell’acquisto di libri e di abbonamenti a giornali e riviste che ho usato per informarmi (New York Times, Washington Post, New Yorker e Political Wire), oltre a quelli disponibili gratis online. Infine, durante quest’anno mi è capitato spesso di andare a parlare di cose americane in giro per l’Italia e non sempre chi mi ha invitato aveva la possibilità di pagarmi le spese di viaggio e alloggio: in questi casi me le sono pagate da me usando i fondi di Da Costa a Costa.

Le donazioni erano l’unica fonte di entrate del progetto?
No. Da Costa a Costa ha avuto anche quattro sponsor, che hanno contribuito per periodi diversi e con entità diverse: Fabi Shoes, American Airlines, Basicomo e Rampi. In tutto gli sponsor hanno contribuito con 11.000 euro IVA esclusa.

Che dimensioni aveva il pubblico di Da Costa a Costa?
Gli iscritti alla newsletter sono circa 11.000, ma ovviamente non tutti leggevano la newsletter ogni settimana. Il tasso di apertura della newsletter durante il 2017 è stato intorno al 60-65 per cento, una percentuale molto alta per questo tipo di mezzo, quindi le newsletter sono state lette in media da 6.500-7.000 persone. Il podcast ha dati diversi, perché era possibile scaricarlo e ascoltarlo anche senza essere iscritti alla newsletter: ogni puntata è stata ascoltata in media da circa 10.000 persone, con picchi di 14-15.000 per l’episodio speciale su JFK e per quello sul Texas.

Veniamo alle donazioni. Quante persone in tutto hanno donato qualcosa?
1.549 persone diverse (ma alcune donazioni erano dichiaratamente a nome di coppie). Quindi una su sette se si considerano tutti gli iscritti alla newsletter o gli ascoltatori medi del podcast, una su cinque se si considerano quelli che la newsletter la leggevano davvero.

Da Costa a Costa quanto ha ricavato in tutto dalle donazioni?
33.353,79 euro al netto delle commissioni di PayPal.

Delle 1.549 persone di cui sopra, quante hanno deciso di fare una donazione mensile ricorrente?
502. Tante lo hanno fatto fin dal primo giorno ma altre si sono aggiunte mese dopo mese (qualcuno ha persino impostato una donazione ricorrente a dicembre, l’ultimo mese del progetto: mattacchioni). Ma vediamo di scomporre un po’ questo dato: due persone hanno donato 1 euro al mese, 425 persone hanno donato 2 euro al mese (l’importo che io avevo suggerito), una persona ha donato 4 euro al mese, 54 persone hanno donato 5 euro al mese, 20 persone hanno donato 7 euro al mese.

Dei 33.353,79 euro ricevuti in tutto dalle donazioni, quanti sono arrivati dalle donazioni ricorrenti?
10.197,35 euro. Il donatore medio che ha scelto questa formula ha dato 20,31 euro per tutto l’anno.

Veniamo ora a chi ha deciso di fare una donazione una tantum. Quanti sono stati?
1.047, ma anche in questo caso alcune donazioni erano fatte per conto di coppie di persone. Inoltre alcuni hanno contribuito più di una volta, e altri hanno fatto una o più donazioni una tantum pur avendo anche attivato una donazione mensile ricorrente.

Dei 33.353,79 euro ricevuti in tutto dalle donazioni, quanti sono arrivati dalle donazioni una tantum?
La restante parte, cioè 23.156,44 euro. Il donatore medio che ha scelto questa formula ha dato 22,11 euro per tutto l’anno.

Qualche altro dato?
La donazione più piccola ricevuta è stata da 0,62 euro. La più grande da 400 euro. La più simpatica da 17,76 euro. In tutto, 221 persone hanno donato da 50 euro in su, mentre 37 hanno donato da 100 euro in su. Ovviamente la gran parte delle donazioni è arrivata dall’Italia, ma ce ne sono state molte da Regno Unito, Stati Uniti, Svizzera, Germania, Francia e molti altri paesi. Qualcuno ha donato anche dalla Cina, dal Canada, dall’Argentina e da Singapore.

Com’è andata, mese dopo mese?
Moltissimi hanno donato subito, appena è iniziata la stagione: d’altra parte Da Costa a Costa andava avanti già dal 2015 e quindi i lettori/ascoltatori sapevano cosa li aspettava, non era un esborso “a scatola chiusa”. Il dato poi si è assestato per crescere decisamente tra giugno e luglio, dopo il successo delle due puntate del podcast sul mio viaggio in Texas. Un altro salto in avanti è stato fatto nell’ultimo mese, per quel che ho potuto vedere soprattutto a titolo di saluto e ringraziamento.

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Al netto di tutte le spese, quanto è rimasto per pagare il tuo lavoro?
Circa 9.000 euro in tutto, cioè circa 750 euro al mese.

E quindi?
Come sapete c’è una grande discussione in corso sui modelli di business del giornalismo contemporaneo, ma io non credo che questi numeri siano particolarmente esemplari, vista la specificità praticamente unica di Da Costa a Costa. Ognuno è libero di leggere quello che vuole in questi dati, peraltro incompleti. Nel giudicarli, tenete conto di almeno un paio di cose.

La prima è che questo lavoro è stato portato avanti da me sempre e soltanto nel tempo libero. La sera, la notte, nei weekend, durante le ferie. Se avessi impiegato in Da Costa a Costa le energie e il tempo che dedico al mio primo e bellissimo lavoro, quello da vicedirettore del Post, avrei potuto produrre e offrire molto di più – un podcast settimanale e non quindicinale, almeno un altro viaggio americano, qualcosa in formato video – e quindi forse sarebbe aumentato anche il pubblico di Da Costa a Costa e quindi anche il denaro raccolto con le donazioni. Quanto di più? Non lo so. Cosa sarebbe successo se avessi suggerito di donare 5 euro al mese, invece che 2? Non lo so.

La seconda cosa da tenere presente è che, anche per questo motivo, non ho impiegato nessuna particolare strategia per raccogliere questi fondi: non ho fatto campagne di comunicazione, non ho fatto annunci pubblicitari su Facebook o su Google volti a sollecitare donazioni, non ho mai mandato avvisi e newsletter speciali col solo scopo di chiedere fondi. Ho semplicemente spiegato come intendevo finanziare questo lavoro alla fine di ogni newsletter, includendo il link per donare. Lo stesso vale per gli sponsor: non mi sono appoggiato a nessuna società di raccolta pubblicitaria e a nessun centro media. È andato avanti tutto grazie al passaparola, di persona e su internet. Cosa sarebbe successo se mi fossi affidato a qualche professionista? Non lo so. Da Costa a Costa avrebbe retto una eventuale presenza più massiccia della pubblicità senza che questo infastidisse lettori e ascoltatori? Non lo so.

Considero questa raccolta fondi una delle più grandi soddisfazioni che Da Costa a Costa mi abbia dato. Mi riempie di orgoglio essere riuscito a fare qualcosa che sia piaciuto abbastanza da trovare un suo pubblico e creare una meravigliosa comunità di persone che ho avuto anche la fortuna di incontrare in giro per l’Italia. Mi riempie di orgoglio averlo fatto da solo o quasi, ma comunque a modo mio. Queste persone hanno pagato perché questo progetto esistesse e potesse arricchirsi di contenuti e di storie, e lo hanno fatto nonostante potessero tranquillamente usufruirne gratis: non hanno ricevuto niente in cambio dei soldi che hanno versato, nessun contenuto speciale, nessun regalo. Lo hanno fatto perché si sentivano parte di quella comunità, per generosità, per passione per il giornalismo, forse anche per affetto nei miei confronti, di sicuro perché sono curiose del mondo. Sono cose speciali, nel loro piccolo, e per questo le ringrazio un’ultima volta.

Io ora sto cercando di fare una vita un po’ più tranquilla e mettere la testa su un altro progetto, ma mi capita ancora di scrivere di cose americane sul Post e di parlarne in giro per l’Italia, alla radio e in tv. Se questa storia ti interessa per ragioni professionali e vuoi sapere qualcosa in più, scrivimi. Se vuoi che venga a raccontarla in un’università o nella tua azienda, scrivimi. Se la scopri solo adesso e vuoi restare in contatto, mi trovi – oltre che qui e sul Post, ovviamente – su Facebook, su Instagram e su Twitter. Ciao! :)

L’anno che verrà (50/50)

cc_2Si dice che la fine di un anno sia per tutti un momento di bilanci. È una convenzione, certo, ma le convenzioni di tanto in tanto a qualcosa servono: ed è utile di tanto in tanto fermarsi e tirare una linea.change-we-can-believe-in-logo

Nella puntata del podcast che trovate qui sotto ragioniamo su quello che non è cambiato durante il 2017 nella politica statunitense – tantissimo, nonostante ci sembra che ne siano successe di tutti i colori – e cerchiamo di capire quella che nel 2018 sarà probabilmente la più importante storia di politica interna negli Stati Uniti, oltre alle elezioni di metà mandato di cui abbiamo parlato due sabati fa. Inoltre, diamo uno sguardo alle presidenziali del 2020 per parlare di cosa servirà al Partito Democratico per battere Donald Trump. Domandona: esiste davvero il dualismo tra “voto di pancia” e “voto di testa”? Ci aiutano due persone che non potrebbero essere più lontane – Barack Obama e Corey Lewandowski, l’ex capo dello staff di Trump – e che eppure indicano la stessa direzione.

Per me, per noi, la sensazione che sia arrivato il momento di tirare una linea è accentuata dal fatto che questa che state per ascoltare è l’ultima puntata di Da Costa a Costa. Come mostra il numerino in alto a destra che ci ha accompagnato per tutta la seconda stagione, questo progetto giornalistico nato una mattina di giugno del 2015 finisce oggi, dopo due anni e mezzo, oltre 150 newsletter e quasi 50 podcast.

Ringrazio tutti voi per l’interesse, l’affetto e il sostegno, che sono stati per me una sorpresa quotidiana. I tanti che hanno generosamente contribuito a pagare le spese di questo progetto e il mio lavoro con una donazione ricorrente tengano presente che saranno tutte interrotte la mattina del primo gennaio; gli altri, se vogliono dare un contributo dell’ultimo minuto, hanno tempo fino alla mezzanotte del 31 dicembre. Le istruzioni sono qui. Più avanti pubblicherò sul mio blog un piccolo rendiconto per raccontare com’è andato questo esperimento giornalistico anche dal punto di vista industriale, diciamo. Chi vuole restare in contatto con me mi trova su Facebook e su Instagram, oltre che naturalmente sul Post, ma non cancellate l’iscrizione alla newsletter: mi farò sentire quando sarò pronto per raccontarvi una storia nuova.

Per ascoltare l’ultima puntata del podcast, se avete un iPhone cercate “Da Costa a Costa” nell’app “Podcast”; altrimenti cliccate play qui sotto per ascoltarla su Spreaker. Se volete, dopo aver ascoltato la puntata lasciate una recensione su iTunes e parlatene sui social network o a chi pensate possa essere interessato a queste storie come voi. Sul sito di Piano P trovate la traduzione in italiano delle parti in inglese.

Ascolta “S2E25. L’anno che verrà” su Spreaker.

Trump ha raddrizzato il suo 2017 (49/50)

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Un’ambiziosa riforma fiscale – la più incisiva degli ultimi trent’anni – è stata approvata questa settimana con il sostegno praticamente unanime di tutto il Partito Repubblicano, compresi i senatori più aspramente critici con il presidente Donald Trump. I tentativi di sostituire la riforma sanitaria di Barack Obama sono falliti, ma la riforma fiscale contiene l’abolizione di una parte molto importante di Obamacare, quella che ne garantiva la stabilità finanziaria: e quindi i Repubblicani hanno fatto un grande passo avanti in vista della sua abolizione completa. Inoltre quest’anno, come ricordate, un giudice molto conservatore è stato nominato alla Corte Suprema, e così tanti altri giudici conservatori sono arrivati nelle corti federali e nelle corti d’appello. Decine di ordini esecutivi approvati dalla precedente amministrazione sono stati annullati o sospesi. Del muro ancora non c’è traccia, ma il numero di immigrati che attraversa clandestinamente il confine tra Messico e Stati Uniti è diminuito. A prescindere da quanto sia merito di Trump, poi, lo Stato Islamico sta perdendo e l’economia statunitense sta crescendo.

Quello che avete appena letto non è un resoconto completo del 2017 di Donald Trump. Manca la sua storica ed estrema impopolarità. Mancano le gravi sconfitte in Virginia e in Alabama. Manca la Russia. Ma quello che avete appena letto non è nemmeno un resoconto falso: e mostra un pezzo importante di quello che è successo nel primo dei quattro anni – almeno – che Trump passerà alla Casa Bianca. Il racconto quotidiano o settimanale delle notizie schiaccia le nostre prospettive, è inevitabile: anche per questo di tanto in tanto è utile fermarsi un momento, scendere, rialzare la testa, cercare con lo sguardo un orizzonte più lontano. Trump ha incontrato moltissime difficoltà quest’anno, che sono gravi specialmente perché il suo partito controlla il Congresso; ma ha comunque già cambiato in molti modi diversi le vite degli americani. E il fatto che il suo partito controlli il Congresso – finché dura – gli permette potenzialmente di invertire la rotta con grande facilità, anche quando le cose vanno male.

È quello che è successo questa settimana.

Trump doveva firmare la riforma fiscale a gennaio. Poi ha acceso la tv e ha sentito i giornalisti chiedersi: “Trump manterrà la promessa di firmare la legge prima di Natale?”. Quindi ha annullato i piani per gennaio e l’ha firmata subito. Parole sue.

Lo avete letto e ascoltato più volte in Da Costa a Costa: l’approvazione della riforma fiscale non è mai stata davvero in discussione. Per i Repubblicani era una materia più semplice su cui trovarsi d’accordo rispetto alla sanità, e il loro fallimento su Obamacare rendeva urgentissimo ottenere almeno una vera grande vittoria legislativa prima dell’inizio della campagna elettorale per le elezioni di metà mandato. Ci sono riusciti.

La riforma fiscale appena approvata taglia moltissimo le tasse sulle grandi aziende – dal 35 al 21 per cento – e le persone più ricche, e un po’ meno per la classe media. In totale l’85 per cento degli americani pagherà meno tasse, ma il taglio è volutamente molto più alto per i più ricchi, sulla base della vecchia convinzione dei Repubblicani per cui tagliando le tasse in cima i benefici in termini di opportunità e prosperità si riversano a cascata verso il basso (una tesi su cui gli economisti hanno moltissimi dubbi, e che nel recente passato si è dimostrata falsa). Il taglio delle tasse verso le grandi aziende e i contribuenti molto ricchi è permanente; quello più piccolo verso la classe media invece durerà fino alla fine del 2025. Dopo quella data quindi moltissimi americani subiranno un aumento delle tasse per complessivi 83 miliardi di dollari, a meno che il Congresso non rinnovi il taglio, che è la cosa più probabile: ma rinnovare quel taglio avrà un costo, e qui veniamo al problema di questa riforma.

Tutti gli analisti indipendenti concordano che la riforma farà pagare meno tasse l’anno prossimo a otto americani su dieci. Questa è una cosa grande e che avrà un grande impatto economico e politico. Diverse grandi aziende, per esempio, stanno distribuendo bonus a pioggia sui loro dipendenti per festeggiarne l’approvazione: mille dollari a testa per tutti i dipendenti di AT&T e Comcast, mentre Wells Fargo ha alzato il suo salario minimo. Però. L’abolizione di quel pezzo di riforma sanitaria farà implodere il mercato assicurativo, provocando un aumento dei prezzi delle polizze – soprattutto per la classe media – e del numero di americani senza assicurazione, con le conseguenze tragiche che immaginate. La crescita economica aggiuntiva dovuta agli effetti della riforma ci sarà, ma non genererà abbastanza gettito da contenere i suoi costi: questa riforma aggiungerà mille miliardi di dollari al debito pubblico statunitense, e nel corso del tempo almeno parte di questi soldi andrà recuperata in qualche modo. Aumentando altre tasse, tagliando sui servizi pubblici, invertendo i tagli appena approvati: lo vedremo. Sospetto che, quando passeranno all’opposizione, i Repubblicani saranno i primi a chiedere tagli e responsabilità sui conti, come hanno fatto nel decennio scorso: prima approvando i grandi tagli fiscali voluti da George W. Bush e poi accusando l’amministrazione Obama di disinteressarsi del debito pubblico.

La riforma contiene altre norme di grande impatto: sarà permesso trivellare in cerca di petrolio e gas nelle riserve naturali dell’Alaska, per esempio, e ci saranno agevolazioni fiscali per chi vorrà costruire nuovi stadi o rinnovare quelli esistenti. E poi, particolare non trascurabile, avvantaggia moltissimo Trump, la sua famiglia e i suoi affari.

È presto per giudicare gli effetti di questa riforma, naturalmente. La sensazione più condivisa a Washington è che saranno effetti complessivamente positivi per l’economia statunitense per qualche anno, e poi inizieranno a provocare guai. Questi guai potrebbero arrivare anche prima: una recessione causata da un qualche evento traumatico potrebbe rendere rapidamente insostenibile il debito pubblico statunitense, per esempio. E la credibilità populista di Trump potrebbe essere danneggiata da una legge – per il momento molto impopolare – che è innanzitutto un grandissimo regalo all’establishment e agli americani più ricchi, tra cui se stesso.

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Ciao ciao?

Posso sbagliarmi, ma l’approvazione della riforma fiscale significa anche che Paul Ryan non resterà a lungo speaker della Camera.

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Cosa cambia il voto in Alabama (parecchio) 48/50

cc_2Questa settimana il Partito Democratico ha ottenuto una vittoria sorprendente e molto importante in Alabama, per il suo futuro ma anche per il presente immediato.

Vi ricordate la storia di Roy Moore, il candidato estremista e accusato di molestie su donne minorenni? Ha perso, a sorpresa. Di norma i Repubblicani in Alabama stravincono anche se candidano «un nome preso a caso dall’elenco del telefono», come si dice, ma stavolta gli è andata male. Con quel seggio, hanno perso anche uno dei due voti di maggioranza che gli restavano al Senato, nonché un altro pezzetto della loro identità. È un risultato che rischia di aggravare la guerra civile interna ai Repubblicani, ma soprattutto è solo l’antipasto di quello che succederà nel 2018: quello che sarà – davvero – l’anno decisivo per Donald Trump e la sua amministrazione. Non è il tema centrale né la cosa più importante oggi, ma se la parola a cui state pensando è “impeachment”, nella nuova puntata del podcast di parliamo anche di impeachment.

Per ascoltare la nuova puntata del podcast, se avete un iPhone cercate “Da Costa a Costa” nell’app “Podcast”; altrimenti cliccate play qui sotto per ascoltarla su Spreaker. Se volete, dopo aver ascoltato la puntata lasciate una recensione su iTunes e parlatene sui social network o a chi pensate possa essere interessato a queste storie come voi. Sul sito di Piano P trovate la traduzione in italiano delle parti in inglese.

Ascolta “S2E24. Cosa cambia il voto in Alabama (parecchio)” su Spreaker.

Se poi non ne avete abbastanza, potete ascoltare anche il podcast della puntata registrata dal vivo lunedì scorso a Milano davanti a più di 150 persone. La puntata extra vale anche come recupero di quella che saltai una settimana a settembre.

Vuoi dare una mano?
Se siete iscritti a questa newsletter da un po’ di tempo, sapete che questo lavoro ha un costo – servono aerei, macchine, camere d’albergo, attrezzature, telefonate, connessioni internet, abbonamenti a servizi e giornali, e serve soprattutto tempo e lavoro – e il costo è stato ripagato quest’anno grazie ai contributi offerti spontaneamente da voi, oltre che naturalmente dagli sponsor di “Da Costa a Costa”. Alla fine dell’anno pubblicherò sul mio blog un bilancio grossolano – ma spero istruttivo – su com’è andata la raccolta fondi: per il momento posso dirvi che mi ha permesso di pagare i costi di mantenimento della newsletter (quindi innanzitutto l’abbonamento a Mailchimp, circa 120 euro al mese), quelli tecnici e di lavoro necessari alla produzione del podcast, gli abbonamenti ai giornali americani che uso per informarmi e soprattutto tutte le spese dei tre viaggi che ho fatto in Michigan a marzo, in Texas a giugno e in California a ottobre. Ho potuto fare tutto quello che volevo e non ci ho perso dei soldi: già mi sembra un bel risultato. È anche un tentativo di provare un nuovo modello per sostenere un’attività giornalistica: pagano i lettori se e quando vogliono, e vediamo che succede.

Non farò altri viaggi negli Stati Uniti per “Da Costa a Costa” da qui alla fine dell’anno. Gran parte delle donazioni che riceverò da qui al 31 dicembre, quando questo progetto giornalistico si concluderà, servirà quindi a pagare il mio lavoro. Come sapete, quest’anno di “Da Costa a Costa” è stato anche un tentativo di provare un nuovo modello per sostenere un’attività giornalistica in un momento come il 2017: pagano i lettori, se e quando vogliono, e vediamo che succede. Sono successe cose meravigliose, grazie a voi! Se non lo avete già fatto, vi chiedo quindi di valutare la possibilità di fare una donazione per contribuire a questo progetto gratuito. Chi ha fatto una donazione mensile da 2 euro dall’inizio dell’anno ha contribuito in tutto per circa 24 euro, una cifra più che abbordabile; altri sono stati adorabilmente più generosi. Se vi interessa, qui trovate le istruzioni per fare una donazione in completa sicurezza, usando la vostra carta di credito o il vostro conto Paypal. Le donazioni mensili ricorrenti naturalmente saranno tutte interrotte il primo gennaio 2018. Grazie, come sempre.

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Tre cose che ho imparato in due anni e mezzo di “Da Costa a Costa”

cc_2Quindi: questa è un’edizione speciale di Da Costa a Costa, perché c’è una puntata speciale del podcast. L’abbiamo registrata lunedì sera a Milano, dal vivo, davanti a molti di voi che non ringrazierò mai abbastanza. Non è l’ultima puntata, ci sentiremo regolarmente ogni sabato fino alla fine dell’anno, ma è stata anche l’occasione per salutarci e stare un po’ insieme alla fine di questi due anni e mezzo – ed è stata per me l’occasione per raccontare nel podcast tre cose che ho imparato, sull’America e sul mio lavoro, facendo “Da Costa a Costa”.

1814b9e7-0ace-4fe1-afa0-bbfa5ca9dfcdEravate tanti!

Per ascoltare la puntata speciale del podcast, se avete un iPhone cercate “Da Costa a Costa” nell’app “Podcast”; altrimenti cliccate play qui sotto per ascoltarla su Spreaker. Se volete, dopo aver ascoltato la puntata lasciate una recensione su iTunes e parlatene sui social network o a chi pensate possa essere interessato a queste storie come voi.

Ascolta “S2E23. Farewell Party LIVE (da OTTO, Milano)” su Spreaker.

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Non farò altri viaggi negli Stati Uniti per “Da Costa a Costa” da qui alla fine dell’anno. Gran parte delle donazioni che riceverò da qui al 31 dicembre, quando questo progetto giornalistico si concluderà, servirà quindi a pagare il mio lavoro. Come sapete, quest’anno di “Da Costa a Costa” è stato anche un tentativo di provare un nuovo modello per sostenere un’attività giornalistica in un momento come il 2017: pagano i lettori, se e quando vogliono, e vediamo che succede. Sono successe cose meravigliose, grazie a voi! Se non lo avete già fatto, vi chiedo quindi di valutare la possibilità di fare una donazione per contribuire a questo progetto gratuito. Chi ha fatto una donazione mensile da 2 euro dall’inizio dell’anno ha contribuito in tutto per circa 24 euro, una cifra più che abbordabile; altri sono stati adorabilmente più generosi. Se vi interessa, qui trovate le istruzioni per fare una donazione in completa sicurezza, usando la vostra carta di credito o il vostro conto Paypal. Le donazioni mensili ricorrenti naturalmente saranno tutte interrotte il primo gennaio 2018. Grazie, come sempre.

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La giornata peggiore e la serata migliore di Trump (47/50)

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Venerdì della settimana scorsa Donald Trump ha vissuto la sua giornata peggiore e la sua serata migliore da quando è presidente degli Stati Uniti: e le cose successe quel giorno condizioneranno molto – nel bene e nel male – le settimane e i mesi che seguiranno. Vediamo di capire cosa è successo.

Cominciamo dalla brutta notizia (per lui, almeno): l’incriminazione di Michael Flynn. Per capirne il significato, bisogna fare un passo indietro.

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Chi aveva letto la newsletter di due settimane fa non è stato sorpreso da questa notizia.

Flynn è un ex generale che fu prima nominato dall’amministrazione Obama a capo della Defense Intelligence Agency e poi scaricato alla luce di un comportamento descritto come caotico, negativo, dilettantesco e irresponsabile. Una volta scaricato, Flynn anticipò la pensione e nel 2014 fondò insieme a suo figlio – un matto vero, ultracomplottista – una società di consulenza e lobbying: ottenne contratti dalla Russia per decine di migliaia di dollari, partecipò a una cena di gala a Mosca organizzata da Russia Today, la famosa tv del governo russo, sedendo proprio accanto a Vladimir Putin, e soprattutto firmò un grosso contratto con la Turchia perché facesse da lobbista negli Stati Uniti per il governo turco di Erdogan. Queste cose le sappiamo da relativamente poco: Flynn non si registrò mai come “foreign agent”, come sarebbe stato tenuto a fare, e nascose questi rapporti quando compilò le dichiarazioni sugli interessi economici e commerciali richieste a tutti i dipendenti della Casa Bianca. Flynn non dichiarò nemmeno i soldi ricevuti dal governo russo per partecipare alla cena di gala di Russia Today, come avrebbe dovuto fare.

Nel 2016, mentre questi contratti di consulenza erano ancora in vigore, Flynn cominciò a fare da consulente per la politica estera per l’allora candidato Donald Trump e il suo comitato elettorale; in breve tempo entrò nel giro più ristretto dei suoi collaboratori, composto da Jared Kushner, i suoi figli Donald Jr e Ivanka, il capo del comitato elettorale Paul Manafort, l’ex capo Corey Lewandowski e successivamente Steve Bannon e Kellyanne Conway. Fu preso in seria considerazione come possibile vice di Trump e alla convention di Cleveland parlò durante uno dei momenti più importanti – la prima serata – pronunciando uno dei discorsi più duri contro Hillary Clinton.

Quando il pubblico della convention cominciò a urlare “Lock her up! Lock her up!”, lui si unì al coro e disse: «Esatto! Esatto! Non c’è niente di male nel dirlo!». Poi aggiunse: «Se io avessi fatto un decimo di quello che ha fatto lei, oggi sarei in galera! Ritirati!».


Karma is a bitch.

Nessuno sapeva che Flynn fosse a libro paga del governo turco e del governo russo quando dopo la convention cominciò a ricevere i briefing riservati dell’FBI e della CIA insieme a Donald Trump, come da prassi per i candidati principali. Nessuno lo sapeva quando in piena campagna elettorale incontrò il ministro degli Esteri turco e discusse la possibilità di rapire il principale avversario politico di Erdogan, che vive negli Stati Uniti, e spedirlo in Turchia aggirando il processo di estradizione. Nessuno lo sapeva nemmeno quando il giorno delle elezioni scrisse un editoriale di sostegno al governo di Erdogan. Nessuno lo sapeva dopo l’elezione di Trump, quando Flynn sentì e incontrò l’ambasciatore russo negli Stati Uniti, Sergey Kislyak, e gli promise che le sanzioni decise da Obama sarebbero state stracciate, motivo per cui la Russia non avrebbe dovuto reagire (cosa che effettivamente accadde). Così come nessuno lo sapeva – fuori dalla Casa Bianca, almeno: il resto è tutto da vedere – quando Trump lo nominò a capo del National Security Council, il più importante gruppo di consulenti che assiste il presidente sulle materie di sicurezza nazionale.

L’FBI teneva sotto controllo Kislyak, quindi sapeva della telefonata. Quando però ne chiese conto a Flynn, tre giorni dopo la sua nomina, lui mentì. Nessuna telefonata. Lo stesso disse al vicepresidente, Mike Pence, che poi lo ripetè in tv quando trapelò la notizia della telefonata.


Sappiamo anche che poco prima di questo incontro Obama mise in guardia Trump sulla pessima reputazione di Flynn.

Mentire all’FBI è reato, e ti rende ricattabile. Se poi la persona che mente all’FBI sui suoi rapporti con la Russia è il National Security Advisor, è un problema che va oltre il semplice reato. L’FBI lo fece sapere al Dipartimento della Giustizia, che all’epoca era guidato temporaneamente da Sally Yates, una funzionaria nominata da Obama: la nomina di Jeff Sessions doveva ancora essere ratificata dal Senato. Yates andò informalmente da Don McGahn, il consulente legale di Trump appena diventato il consulente legale della Casa Bianca, e gli spiegò la situazione. Era il 26 gennaio.

Sappiamo che Flynn l’8 febbraio ammise finalmente di aver sentito Kislyak, ma negò di aver parlato con lui delle sanzioni; sappiamo che il 10 febbraio il suo portavoce disse che forse in effetti si era parlato anche di sanzioni; sappiamo che il 13 febbraio Flynn si dimise dal suo incarico, apparentemente su richiesta del presidente Trump. Passò 24 giorni da National Security Advisor, il mandato più breve della storia statunitense. Non sappiamo se McGahn a un certo punto tra il 26 gennaio e il 13 febbraio avvertì Trump di quello che gli aveva detto Yates, anche se sarebbe completamente assurdo se non l’avesse fatto: soprattutto mentre Flynn continuava a mentire e intanto essere esposto quotidianamente alle informazioni riservate più delicate in assoluto sulla sicurezza nazionale statunitense. Ma non lo sappiamo con certezza. Sappiamo un’altra cosa, molto importante: il 14 febbraio, il giorno dopo le dimissioni di Flynn, Trump convocò l’allora capo dell’FBI, James Comey, fece uscire tutti dalla stanza e poi gli chiese di «chiudere un occhio» su Flynn e «lasciare correre».

Oltre ad aver mentito all’FBI, Flynn ha violato il Logan Act, una legge che impedisce di fare la politica estera degli Stati Uniti per chi non fa parte del governo; le sue consulenze segrete per il governo turco e il governo russo, portate avanti mentre consigliava il presidente degli Stati Uniti, potrebbero essere anche perseguibili per alto tradimento. Flynn e suo figlio, suo socio in affari, rischiavano decenni di carcere. Eppure Flynn è stato incriminato solo per aver mentito all’FBI – il reato meno grave, per cui rischia al massimo cinque anni di prigione – e suo figlio per niente. Com’è possibile?

È possibile perché Flynn ha deciso di collaborare con le indagini.

Perché una persona collabori con un’indagine servono due cose non scontate. La prima, naturalmente, è la volontà di quella persona. Ma la seconda è la volontà del procuratore. Intendo dire che non è automatico che un’offerta di collaborazione venga accettata, nel sistema giudiziario statunitense, specie quando arriva da una persona che ha compiuto reati molto gravi: se il procuratore speciale Robert Mueller ha accettato è perché evidentemente Flynn si è dimostrato in grado di offrire informazioni, testimonianze, documenti e prove molto rilevanti per l’indagine. Un’altra cosa che bisogna tenere presente – e che ormai dovreste sapere, se seguite Da Costa a Costa da un po’ di tempo – è che queste inchieste partono dal basso per arrivare in alto, un passo dopo l’altro. Se Mueller ha accettato la proposta di Flynn, è perché Flynn può essergli utile per fare un passo avanti: cioè implicare qualcuno più in alto di lui, non più in basso. E c’erano poche persone più in alto di Flynn nel comitato Trump e durante quei 24 giorni alla Casa Bianca.

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Bingo.

Sì, tutti pensano a Jared Kushner, ma nessuno sa cosa Flynn racconterà a Mueller; e comunque questa non è la sola questione aperta dall’incriminazione di Flynn. Vi ricordate cosa scrivevo poco fa, sul fatto che non sappiamo con certezza se McGahn avesse avvertito Trump del fatto che Flynn aveva mentito all’FBI? Questa settimana è arrivata una risposta a quella domanda, una risposta clamorosa, proprio da parte di Trump.

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Il governo americano rischia di chiudere (46/50)

cc_2Di solito le comunicazioni di servizio le metto alla fine della newsletter, stavolta facciamo un’eccezione visto che mi avete scritto in tanti. Come mostra il contatore in testa a questa email, che è cominciato all’inizio dell’anno, “Da Costa a Costa” sta per finire e finirà, il 30 dicembre, per due motivi.

Il primo motivo è che questo è sempre stato un progetto curato nel mio tempo libero, e io passo le giornate intere a lavorare al Post, il giornale online di cui sono vicedirettore. Tutto il lavoro che serve a produrre la newsletter e il podcast ogni settimana, la lettura, lo studio e la scrittura, e poi gli eventi, i viaggi in America e tutta la loro preparazione, quelli verso mezzo Italia, li faccio da giugno 2015 in quel “tempo libero”: vuol dire di notte, in pratica, o nel weekend. Arrivato alla fine del 2017 ho una pericolosa quantità di sonno arretrato e ho esaurito quasi tutte le ferie degli ultimi due anni per fare i viaggi di lavoro in America invece che per andare in vacanza. “Da Costa a Costa” era nato per seguire la campagna elettorale e sarebbe dovuto finire naturalmente con le elezioni di un anno fa; sono andato avanti volentieri un altro anno, ma dopo due anni e mezzo questa vita per me non è più sostenibile. Allo stesso modo, adoro il mio lavoro al Post e non vorrei mai abbandonarlo per fare solo “Da Costa a Costa”.

Il secondo motivo è che l’anno prossimo voglio scrivere un libro, o almeno ci proverò, e voglio concentrarmi su quello: almeno nel famoso “tempo libero” di cui sopra. Continueremo a leggerci sul Post e sui social network; se poi “Da Costa a Costa” a un certo punto tornerà, non lo so: di certo mi sono divertito moltissimo in questi due anni e mezzo, ho imparato una montagna di cose, insomma qualcosa farò ancora di sicuro. Quando e cosa, non lo so. Quindi vi ringrazio per le moltissime cose belle che mi avete scritto in questi giorni, ma vi invito a mettere da parte i musi lunghi, a smettere di farmi sentire in colpa :) e a essere contenti: tutte le cose finiscono e questa non era nemmeno scontato che capitasse. E vi invito a tenervi liberi lunedì 11 dicembre alle 20.30: ci vediamo a Milano, da Otto, per una puntata speciale del podcast registrata dal vivo, che sarà anche l’occasione per salutarsi e bere qualcosa insieme. Altrimenti potete venire già il 5 dicembre a Torino, per un evento organizzato dal Polo del ‘900 a cui parteciperò in compagnia di altri ospiti.

Ora veniamo a noi, e scusate la parentesi personale stavolta così ampia. Alle 17 di ieri – quando era troppo tardi per registrare e montare nuovamente il podcast da zero: anche perché io stavo facendo il mio vero lavoro, vedi sopra – Michael Flynn è stato incriminato per aver mentito all’FBI, ha ammesso di essere colpevole e ha annunciato che sta collaborando con le indagini sul caso Russia. Avevamo parlato di questa possibilità proprio una settimana fa: per ora non c’è altro da aggiungere se non che quella possibilità si è verificata, tra una settimana ne parleremo meglio. Inoltre, stanotte il Senato ha approvato la grande riforma fiscale di Trump, che ora tornerà alla Camera: di questo parliamo tangenzialmente nella puntata del podcast di questa settimana, che parla invece di un altro voto congressuale molto importante.

Si dice che sarebbe bene i cittadini non sapessero come vengono fatte due cose, visto quanto può essere disgustoso il procedimento: le salsicce, e le leggi. Con la puntata di oggi non parliamo di salsicce, ma ci immergiamo nel complicato processo con cui si fanno le leggi negli Stati Uniti: e cerchiamo di capire una cosa importante che succederà questo mese, così come le sue implicazioni di lungo periodo. Il Congresso deve approvare una legge per finanziare le attività del governo federale. I Repubblicani non hanno abbastanza voti per farlo da soli, quindi devono trovare un accordo con i Democratici. Senza questo accordo, che oggi sembra lontano, il governo federale dovrebbe sospendere da un giorno all’altro le sue attività e i suoi pagamenti: chiuderebbe, di fatto. Ci sono stati altri “government shutdown” in passato negli Stati Uniti, ma questo sarebbe particolarmente grave: anche perché l’approvazione del budget finirà inevitabilmente per intrecciarsi con la riforma fiscale e altre scadenze legislative imminenti. Ai Repubblicani servirebbe che Trump mostrasse le grandi qualità di negoziatore che dice di avere, ma che fin qui non si sono viste.

Per ascoltare la nuova puntata del podcast, se avete un iPhone cercate “Da Costa a Costa” nell’app “Podcast”; altrimenti cliccate play qui sotto per ascoltarla su Spreaker. Se volete, dopo aver ascoltato la puntata lasciate una recensione su iTunes e parlatene sui social network o a chi pensate possa essere interessato a queste storie come voi. Sul sito di Piano P trovate la traduzione in italiano delle parti in inglese.

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Non farò altri viaggi negli Stati Uniti per “Da Costa a Costa” da qui alla fine dell’anno. Gran parte delle donazioni che riceverò da qui al 31 dicembre, quando questo progetto giornalistico si concluderà, servirà quindi a pagare il mio lavoro. Come sapete, quest’anno di “Da Costa a Costa” è stato anche un tentativo di provare un nuovo modello per sostenere un’attività giornalistica in un momento come il 2017: pagano i lettori, se e quando vogliono, e vediamo che succede. Sono successe cose meravigliose, grazie a voi! Se non lo avete già fatto, vi chiedo quindi di valutare la possibilità di fare una donazione per contribuire a questo progetto gratuito. Chi ha fatto una donazione mensile da 2 euro dall’inizio dell’anno ha contribuito in tutto per circa 24 euro, una cifra più che abbordabile; altri sono stati adorabilmente più generosi. Se vi interessa, qui trovate le istruzioni per fare una donazione in completa sicurezza, usando la vostra carta di credito o il vostro conto Paypal. Le donazioni mensili ricorrenti naturalmente saranno tutte interrotte il primo gennaio 2018. Grazie, come sempre.

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A Washington mancava solo questa (45/50)

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La grande storia che da settimane sta finalmente agitando e rivoltando interi importanti settori industriali statunitensi – le donne che stanno raccontando le molestie che hanno subito – è arrivata anche alla politica. Questa settimana ha coinvolto uno dei più famosi giornalisti televisivi statunitensi, un altro del New York Times in grande ascesa, uno dei senatori Democratici più popolari e influenti e il deputato del Partito Democratico in carica da più tempo, un ex presidente. Inoltre è emerso che il Congresso negli ultimi anni ha pagato oltre 17 milioni di dollari in risarcimenti verso donne molestate da deputati e senatori in cambio di accordi di riservatezza. Tutto lascia pensare che sia solo l’inizio. Poi c’è il caso Roy Moore.

Se avete ascoltato il podcast della settimana scorsa, sapete di cosa parliamo: Roy Moore è il candidato al Senato in Alabama del Partito Repubblicano, è un vero estremista di destra ed è stato scaricato dallo stato maggiore del suo partito dopo le accuse – molte, circostanziate, affidabili – di aver molestato delle minorenni molti anni fa. Ecco, mentre il grosso del suo partito lo scaricava e gli tagliava i fondi, mentre persino Ivanka Trump diceva che «c’è un posto speciale all’inferno per quelli come lui», Roy Moore ha ricevuto una nuova dichiarazione di sostegno dal pulpito più alto che ci sia: il presidente Donald Trump ha argomentato, parlando dell’avversario di Moore, che «non abbiamo bisogno di qualcuno debole sul crimine, debole sui confini, debole sui militari, debole sulle armi». È esattamente l’argomento di cui parlavo nel podcast della settimana scorsa: sarà pure un pedofilo, ma è il nostro pedofilo. Meglio comunque lui che un Democratico.

Ascolta “S2E21. Ha ancora senso parlare di politica in America?” su Spreaker.
Un famoso pastore dell’Alabama, FlipBenham, ha detto che Moore cercava di uscire con le ragazzine per via della loro «purezza».

Il caso politico di Roy Moore arriverà a un bivio importante il 12 dicembre, il giorno dell’elezione. Ma la storia più grande, quella delle molestate e dei molestatori, non finirà così presto. Il senatore Al Franken – del Partito Democratico, eletto in Minnesota – è accusato di aver palpato più di una donna, e stanno crescendo le pressioni dentro il partito perché si dimetta; l’anziano e influente deputato John Conyers – del Partito Democratico, eletto in Michigan – è stato accusato di molestie e ha pagato diversi risarcimenti; le storie dei palpeggiamenti di George H.W. Bush continuano ad accumularsi; il famosissimo giornalista Charlie Rose è stato licenziato in tronco dopo che otto donne hanno raccontato suoi comportamenti molesti, come farsi trovare nudo in ufficio, palparle o fare loro sgradevoli telefonate notturne; Glenn Thrush, il giornalista politico del New York Times diventato così influente negli ultimi mesi da essere persino imitato al Saturday Night Live, è stato sospeso; e prima ce n’erano stati altri ancora.

È ironico, in qualche modo, che tutto questo accada mentre il presidente degli Stati Uniti è un uomo accusato di molestie sessuali da sedici donne diverse, e che ha ammesso lui stesso di avere l’abitudine di palpare e baciare le donne senza il loro consenso perché «quando sei una star te lo lasciano fare». A dimostrazione di quanto oggi nella politica statunitense il tribalismo delle due curve abbia fagocitato qualsiasi cosa, Trump ha infierito su Al Franken spingendosi poi a dire che «è un bene per la nostra società e per le donne che queste cose vengano fuori, ne sono molto felice», assolvendo allo stesso tempo Roy Moore e naturalmente se stesso. Torniamo a quanto sopra: vale tutto.

Voltiamo pagina, come dicono quelli. C’è una novità importante nell’inchiesta sulla Russia, scoperta dal New York Times: gli avvocati di Michael Flynn hanno smesso di parlare con gli avvocati di Donald Trump. Perché è importante: Flynn è l’ex generale, consigliere e amico personale di Trump che era stato scelto come National Security Advisor ma era stato costretto a dimettersi dopo neanche tre settimane quando era emerso che aveva mentito all’FBI e al vicepresidente Pence sui suoi numerosi rapporti e contatti con il governo russo, nonché sul fatto che fosse pagato dal governo turco per fare i suoi interessi. Flynn e Paul Manafort sono considerati i due personaggi più importanti e messi peggio nell’inchiesta, e infatti l’arresto di Manafort non aveva sorpreso nessuno: aveva sorpreso invece molti il mancato arresto di Flynn. Il fatto che insieme all’arresto di Manafort fosse stato annunciato l’accordo trovato dal procuratore speciale Robert Mueller con un altro indagato, che aveva deciso di collaborare con l’inchiesta, aveva fatto pensare a molti che Mueller volesse mandare un segnale proprio a Flynn: collabora, o farai la fine di Manafort; sia tu che tuo figlio, peraltro (anche lui è implicato nell’indagine).

Che gli avvocati di Flynn abbiano smesso di parlare con gli avvocati di Trump non vuol dire che Flynn abbia sicuramente trovato un accordo con Mueller, ma vuol dire come minimo che c’è un negoziato in corso – magari anche da parecchio – e che Flynn è quantomeno disposto a parlare. È una prassi consolidata che gli avvocati difensori di persone diverse coinvolte nella stessa inchiesta condividano informazioni, ma quando si sta negoziando una collaborazione con l’accusa uno dei requisiti è sospendere questi contatti. L’accordo potrebbe essere già stato trovato, potrebbe essere trovato tra un mese come potrebbe non essere trovato mai: dipende da cosa Flynn è disposto a offrire in termini di informazioni a Mueller. Ma questo è un potenziale punto di svolta: pensate che – tra moltissime altre cose – Flynn è la persona su cui Trump chiese di «chiudere un occhio» all’ex capo dell’FBI, James Comey.

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Ha ancora senso parlare di politica in America? (44/50)

cc_2C’è una cosa che permette di capire moltissime dinamiche e meccanismi della politica statunitense, e in cui siamo inciampati più volte nel racconto di questi due anni e mezzo. Questa settimana mi è sembrata il momento migliore per prenderla di petto, invece che toccarla e basta, approfittando di un paio di notizie. La prima è che il governo degli Stati Uniti potrebbe nominare un procuratore speciale per indagare sulla Fondazione Clinton e il presunto scandalo dell’uranio venduto alla Russia: solo che è uno scandalo che non ha fondamento. La seconda è quella di Roy Moore, candidato al Senato per i Repubblicani in Alabama e accusato di molestie su minori. Attraverso queste due storie proverò a descrivere un aspetto centrale della politica statunitense contemporanea, che spiega quasi tutto il resto: un fenomeno storico che comincia vent’anni fa e che ha portato nel tempo a una polarizzazione dell’elettorato senza precedenti.

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I Democratici hanno ottenuto una gran vittoria (43/50)

cc_2Come ogni primo martedì di novembre, il 7 novembre si è votato negli Stati Uniti. Si è votato per poca roba, come sempre negli anni dispari, rispetto agli anni pari: ma i Democratici quella poca roba l’hanno stravinta. Di fatto, è cominciata così la campagna elettorale in vista del voto che si terrà tra un anno, quello veramente importante che ridefinirà la composizione del Congresso a metà del mandato di Donald Trump.

I Democratici hanno eletto il nuovo governatore della Virginia, la più importante elezione di quest’anno, dove il governatore uscente – Terry McAuliffe, molto legato ai Clinton – non poteva ricandidarsi e dove il suo vice, Ralph Northam, ha sconfitto il Repubblicano Ed Gillespie. Northam è un affidabile uomo di partito, una persona seria ma non un trascinatore né un rinnovatore: eppure ha vinto di nove punti percentuali, in un’elezione che secondo i sondaggi doveva essere molto equilibrata. Il candidato Repubblicano ha vinto nelle contee più rurali ma è stato completamente stritolato nelle città e nelle periferie, dove ha perso anche di 30 o 40 punti percentuali. I Democratici hanno battuto i Repubblicani anche nelle elezioni del Congresso locale, dove avevano uno svantaggio di partenza di 32 seggi (!) e dove hanno fatto eleggere candidati molto diversi tra loro: moderati esponenti dell’establishment e giovani che si definiscono socialisti, oltre alla prima deputata transgender della storia della Virginia.

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Danica Roem, la prima deputata statale transgender della storia della Virginia, ha battuto contro ogni pronostico un anziano Repubblicano definito spesso “il più omofobo politico d’America”: lui stesso si definiva “il capo degli omofobi” e aveva proposto negli anni molte leggi crudeli e discriminatorie. Questa foto mostra Roem subito dopo una telefonata di congratulazioni di Joe Biden.

Oltre che in Virginia i Democratici hanno vinto anche in New Jersey, dove il governatore uscente era il Repubblicano trumpista Chris Christie, e hanno vinto con un ex banchiere di Wall Street senza esperienza politica diventato candidato dal programma molto di sinistra. Hanno vinto ovviamente a New York con la rielezione di Bill de Blasio. Hanno vinto in Maine dove per la prima volta l’estensione della copertura sanitaria voluta dalla riforma sanitaria di Barack Obama è stata approvata non da un voto del Congresso ma con un referendum popolare. Hanno vinto due seggi statali persino in Georgia, uno stato ultra-conservatore: ed erano due collegi così solidamente Repubblicani che negli scorsi anni i Democratici non trovavano nemmeno qualcuno da candidare.

In questo momento tra gli elettori del Partito Democratico ci sono un entusiasmo e un desiderio di partecipazione molto superiori a quelli del Partito Repubblicano, che rende loro generalmente più facile trovare candidati, raccogliere fondi e mobilitare gli elettori: d’altra parte i primi sono motivati dalla loro avversione per Trump, mentre i secondi – che ora sono al governo – non trovano più motivazioni profonde per andare a votare in grandi numeri. In tutto questo, la popolarità di Trump è ai minimi storici per un presidente a un anno dall’elezione, e la sua agenda legislativa è ferma. Se fossi un deputato o un senatore Repubblicano col seggio in scadenza tra un anno, sarei molto preoccupato.

Cambiamo argomento però. Ora vi mostro due foto.

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Questa foto è stata scattata nella Silicon Valley, in California. Dentro questi camper vivono impiegati che lavorano nella Silicon Valley – la zona più ricca d’America – ma che non hanno una casa.

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La foto qui sopra invece mostra una lettrice dell’università di San José, sempre nella Silicon Valley, che prepara una lezione nella macchina in cui vive e dorme.

Queste foto vengono da un servizio di Associated Press uscito pochi giorni fa, e se avete ascoltato il podcast della settimana scorsa sul mio viaggio in California sono sicuro che non sarete molto sorpresi: il costo della vita in quella ricchissima parte dell’America è cresciuto così tanto da costringere persone che hanno posti di lavoro più che dignitosi a vivere come senzatetto. Se volete qualche spiegazione più ampia, potete ascoltare il podcast cliccando qui.

Ascolta “S2E20. La California è di chi ci vive” su Spreaker.

Voglio approfittarne per ringraziare i tantissimi che hanno ascoltato la puntata questa settimana, in particolare chi di voi mi ha scritto per darmi le sue opinioni. Se siete iscritti a questa newsletter da un po’ di tempo sapete che questi viaggi sono stati possibili grazie ai contributi offerti spontaneamente da voi, oltre che naturalmente dagli sponsor di “Da Costa a Costa”. Alla fine dell’anno pubblicherò sul mio blog un bilancio grossolano ma spero istruttivo su com’è andata la raccolta fondi: per il momento posso dirvi che mi ha permesso di pagare i costi di mantenimento della newsletter (quindi innanzitutto l’abbonamento a Mailchimp, circa 120 euro al mese), quelli tecnici e di lavoro necessari alla produzione del podcast, gli abbonamenti ai giornali americani che uso per informarmi e soprattutto tutte le spese dei tre viaggi che ho fatto in Michigan a marzo, in Texas a giugno e in California a ottobre. Ho potuto fare tutto quello che volevo e non ci ho perso dei soldi: già mi sembra un bel risultato.

Non farò altri viaggi negli Stati Uniti per “Da Costa a Costa” da qui alla fine dell’anno.

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