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Tre cose che ho imparato in due anni e mezzo di “Da Costa a Costa”

cc_2Quindi: questa è un’edizione speciale di Da Costa a Costa, perché c’è una puntata speciale del podcast. L’abbiamo registrata lunedì sera a Milano, dal vivo, davanti a molti di voi che non ringrazierò mai abbastanza. Non è l’ultima puntata, ci sentiremo regolarmente ogni sabato fino alla fine dell’anno, ma è stata anche l’occasione per salutarci e stare un po’ insieme alla fine di questi due anni e mezzo – ed è stata per me l’occasione per raccontare nel podcast tre cose che ho imparato, sull’America e sul mio lavoro, facendo “Da Costa a Costa”.

1814b9e7-0ace-4fe1-afa0-bbfa5ca9dfcdEravate tanti!

Per ascoltare la puntata speciale del podcast, se avete un iPhone cercate “Da Costa a Costa” nell’app “Podcast”; altrimenti cliccate play qui sotto per ascoltarla su Spreaker. Se volete, dopo aver ascoltato la puntata lasciate una recensione su iTunes e parlatene sui social network o a chi pensate possa essere interessato a queste storie come voi.

Ascolta “S2E23. Farewell Party LIVE (da OTTO, Milano)” su Spreaker.

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Non farò altri viaggi negli Stati Uniti per “Da Costa a Costa” da qui alla fine dell’anno. Gran parte delle donazioni che riceverò da qui al 31 dicembre, quando questo progetto giornalistico si concluderà, servirà quindi a pagare il mio lavoro. Come sapete, quest’anno di “Da Costa a Costa” è stato anche un tentativo di provare un nuovo modello per sostenere un’attività giornalistica in un momento come il 2017: pagano i lettori, se e quando vogliono, e vediamo che succede. Sono successe cose meravigliose, grazie a voi! Se non lo avete già fatto, vi chiedo quindi di valutare la possibilità di fare una donazione per contribuire a questo progetto gratuito. Chi ha fatto una donazione mensile da 2 euro dall’inizio dell’anno ha contribuito in tutto per circa 24 euro, una cifra più che abbordabile; altri sono stati adorabilmente più generosi. Se vi interessa, qui trovate le istruzioni per fare una donazione in completa sicurezza, usando la vostra carta di credito o il vostro conto Paypal. Le donazioni mensili ricorrenti naturalmente saranno tutte interrotte il primo gennaio 2018. Grazie, come sempre.

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La giornata peggiore e la serata migliore di Trump (47/50)

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Venerdì della settimana scorsa Donald Trump ha vissuto la sua giornata peggiore e la sua serata migliore da quando è presidente degli Stati Uniti: e le cose successe quel giorno condizioneranno molto – nel bene e nel male – le settimane e i mesi che seguiranno. Vediamo di capire cosa è successo.

Cominciamo dalla brutta notizia (per lui, almeno): l’incriminazione di Michael Flynn. Per capirne il significato, bisogna fare un passo indietro.

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Chi aveva letto la newsletter di due settimane fa non è stato sorpreso da questa notizia.

Flynn è un ex generale che fu prima nominato dall’amministrazione Obama a capo della Defense Intelligence Agency e poi scaricato alla luce di un comportamento descritto come caotico, negativo, dilettantesco e irresponsabile. Una volta scaricato, Flynn anticipò la pensione e nel 2014 fondò insieme a suo figlio – un matto vero, ultracomplottista – una società di consulenza e lobbying: ottenne contratti dalla Russia per decine di migliaia di dollari, partecipò a una cena di gala a Mosca organizzata da Russia Today, la famosa tv del governo russo, sedendo proprio accanto a Vladimir Putin, e soprattutto firmò un grosso contratto con la Turchia perché facesse da lobbista negli Stati Uniti per il governo turco di Erdogan. Queste cose le sappiamo da relativamente poco: Flynn non si registrò mai come “foreign agent”, come sarebbe stato tenuto a fare, e nascose questi rapporti quando compilò le dichiarazioni sugli interessi economici e commerciali richieste a tutti i dipendenti della Casa Bianca. Flynn non dichiarò nemmeno i soldi ricevuti dal governo russo per partecipare alla cena di gala di Russia Today, come avrebbe dovuto fare.

Nel 2016, mentre questi contratti di consulenza erano ancora in vigore, Flynn cominciò a fare da consulente per la politica estera per l’allora candidato Donald Trump e il suo comitato elettorale; in breve tempo entrò nel giro più ristretto dei suoi collaboratori, composto da Jared Kushner, i suoi figli Donald Jr e Ivanka, il capo del comitato elettorale Paul Manafort, l’ex capo Corey Lewandowski e successivamente Steve Bannon e Kellyanne Conway. Fu preso in seria considerazione come possibile vice di Trump e alla convention di Cleveland parlò durante uno dei momenti più importanti – la prima serata – pronunciando uno dei discorsi più duri contro Hillary Clinton.

Quando il pubblico della convention cominciò a urlare “Lock her up! Lock her up!”, lui si unì al coro e disse: «Esatto! Esatto! Non c’è niente di male nel dirlo!». Poi aggiunse: «Se io avessi fatto un decimo di quello che ha fatto lei, oggi sarei in galera! Ritirati!».


Karma is a bitch.

Nessuno sapeva che Flynn fosse a libro paga del governo turco e del governo russo quando dopo la convention cominciò a ricevere i briefing riservati dell’FBI e della CIA insieme a Donald Trump, come da prassi per i candidati principali. Nessuno lo sapeva quando in piena campagna elettorale incontrò il ministro degli Esteri turco e discusse la possibilità di rapire il principale avversario politico di Erdogan, che vive negli Stati Uniti, e spedirlo in Turchia aggirando il processo di estradizione. Nessuno lo sapeva nemmeno quando il giorno delle elezioni scrisse un editoriale di sostegno al governo di Erdogan. Nessuno lo sapeva dopo l’elezione di Trump, quando Flynn sentì e incontrò l’ambasciatore russo negli Stati Uniti, Sergey Kislyak, e gli promise che le sanzioni decise da Obama sarebbero state stracciate, motivo per cui la Russia non avrebbe dovuto reagire (cosa che effettivamente accadde). Così come nessuno lo sapeva – fuori dalla Casa Bianca, almeno: il resto è tutto da vedere – quando Trump lo nominò a capo del National Security Council, il più importante gruppo di consulenti che assiste il presidente sulle materie di sicurezza nazionale.

L’FBI teneva sotto controllo Kislyak, quindi sapeva della telefonata. Quando però ne chiese conto a Flynn, tre giorni dopo la sua nomina, lui mentì. Nessuna telefonata. Lo stesso disse al vicepresidente, Mike Pence, che poi lo ripetè in tv quando trapelò la notizia della telefonata.


Sappiamo anche che poco prima di questo incontro Obama mise in guardia Trump sulla pessima reputazione di Flynn.

Mentire all’FBI è reato, e ti rende ricattabile. Se poi la persona che mente all’FBI sui suoi rapporti con la Russia è il National Security Advisor, è un problema che va oltre il semplice reato. L’FBI lo fece sapere al Dipartimento della Giustizia, che all’epoca era guidato temporaneamente da Sally Yates, una funzionaria nominata da Obama: la nomina di Jeff Sessions doveva ancora essere ratificata dal Senato. Yates andò informalmente da Don McGahn, il consulente legale di Trump appena diventato il consulente legale della Casa Bianca, e gli spiegò la situazione. Era il 26 gennaio.

Sappiamo che Flynn l’8 febbraio ammise finalmente di aver sentito Kislyak, ma negò di aver parlato con lui delle sanzioni; sappiamo che il 10 febbraio il suo portavoce disse che forse in effetti si era parlato anche di sanzioni; sappiamo che il 13 febbraio Flynn si dimise dal suo incarico, apparentemente su richiesta del presidente Trump. Passò 24 giorni da National Security Advisor, il mandato più breve della storia statunitense. Non sappiamo se McGahn a un certo punto tra il 26 gennaio e il 13 febbraio avvertì Trump di quello che gli aveva detto Yates, anche se sarebbe completamente assurdo se non l’avesse fatto: soprattutto mentre Flynn continuava a mentire e intanto essere esposto quotidianamente alle informazioni riservate più delicate in assoluto sulla sicurezza nazionale statunitense. Ma non lo sappiamo con certezza. Sappiamo un’altra cosa, molto importante: il 14 febbraio, il giorno dopo le dimissioni di Flynn, Trump convocò l’allora capo dell’FBI, James Comey, fece uscire tutti dalla stanza e poi gli chiese di «chiudere un occhio» su Flynn e «lasciare correre».

Oltre ad aver mentito all’FBI, Flynn ha violato il Logan Act, una legge che impedisce di fare la politica estera degli Stati Uniti per chi non fa parte del governo; le sue consulenze segrete per il governo turco e il governo russo, portate avanti mentre consigliava il presidente degli Stati Uniti, potrebbero essere anche perseguibili per alto tradimento. Flynn e suo figlio, suo socio in affari, rischiavano decenni di carcere. Eppure Flynn è stato incriminato solo per aver mentito all’FBI – il reato meno grave, per cui rischia al massimo cinque anni di prigione – e suo figlio per niente. Com’è possibile?

È possibile perché Flynn ha deciso di collaborare con le indagini.

Perché una persona collabori con un’indagine servono due cose non scontate. La prima, naturalmente, è la volontà di quella persona. Ma la seconda è la volontà del procuratore. Intendo dire che non è automatico che un’offerta di collaborazione venga accettata, nel sistema giudiziario statunitense, specie quando arriva da una persona che ha compiuto reati molto gravi: se il procuratore speciale Robert Mueller ha accettato è perché evidentemente Flynn si è dimostrato in grado di offrire informazioni, testimonianze, documenti e prove molto rilevanti per l’indagine. Un’altra cosa che bisogna tenere presente – e che ormai dovreste sapere, se seguite Da Costa a Costa da un po’ di tempo – è che queste inchieste partono dal basso per arrivare in alto, un passo dopo l’altro. Se Mueller ha accettato la proposta di Flynn, è perché Flynn può essergli utile per fare un passo avanti: cioè implicare qualcuno più in alto di lui, non più in basso. E c’erano poche persone più in alto di Flynn nel comitato Trump e durante quei 24 giorni alla Casa Bianca.

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Bingo.

Sì, tutti pensano a Jared Kushner, ma nessuno sa cosa Flynn racconterà a Mueller; e comunque questa non è la sola questione aperta dall’incriminazione di Flynn. Vi ricordate cosa scrivevo poco fa, sul fatto che non sappiamo con certezza se McGahn avesse avvertito Trump del fatto che Flynn aveva mentito all’FBI? Questa settimana è arrivata una risposta a quella domanda, una risposta clamorosa, proprio da parte di Trump.

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Il governo americano rischia di chiudere (46/50)

cc_2Di solito le comunicazioni di servizio le metto alla fine della newsletter, stavolta facciamo un’eccezione visto che mi avete scritto in tanti. Come mostra il contatore in testa a questa email, che è cominciato all’inizio dell’anno, “Da Costa a Costa” sta per finire e finirà, il 30 dicembre, per due motivi.

Il primo motivo è che questo è sempre stato un progetto curato nel mio tempo libero, e io passo le giornate intere a lavorare al Post, il giornale online di cui sono vicedirettore. Tutto il lavoro che serve a produrre la newsletter e il podcast ogni settimana, la lettura, lo studio e la scrittura, e poi gli eventi, i viaggi in America e tutta la loro preparazione, quelli verso mezzo Italia, li faccio da giugno 2015 in quel “tempo libero”: vuol dire di notte, in pratica, o nel weekend. Arrivato alla fine del 2017 ho una pericolosa quantità di sonno arretrato e ho esaurito quasi tutte le ferie degli ultimi due anni per fare i viaggi di lavoro in America invece che per andare in vacanza. “Da Costa a Costa” era nato per seguire la campagna elettorale e sarebbe dovuto finire naturalmente con le elezioni di un anno fa; sono andato avanti volentieri un altro anno, ma dopo due anni e mezzo questa vita per me non è più sostenibile. Allo stesso modo, adoro il mio lavoro al Post e non vorrei mai abbandonarlo per fare solo “Da Costa a Costa”.

Il secondo motivo è che l’anno prossimo voglio scrivere un libro, o almeno ci proverò, e voglio concentrarmi su quello: almeno nel famoso “tempo libero” di cui sopra. Continueremo a leggerci sul Post e sui social network; se poi “Da Costa a Costa” a un certo punto tornerà, non lo so: di certo mi sono divertito moltissimo in questi due anni e mezzo, ho imparato una montagna di cose, insomma qualcosa farò ancora di sicuro. Quando e cosa, non lo so. Quindi vi ringrazio per le moltissime cose belle che mi avete scritto in questi giorni, ma vi invito a mettere da parte i musi lunghi, a smettere di farmi sentire in colpa :) e a essere contenti: tutte le cose finiscono e questa non era nemmeno scontato che capitasse. E vi invito a tenervi liberi lunedì 11 dicembre alle 20.30: ci vediamo a Milano, da Otto, per una puntata speciale del podcast registrata dal vivo, che sarà anche l’occasione per salutarsi e bere qualcosa insieme. Altrimenti potete venire già il 5 dicembre a Torino, per un evento organizzato dal Polo del ‘900 a cui parteciperò in compagnia di altri ospiti.

Ora veniamo a noi, e scusate la parentesi personale stavolta così ampia. Alle 17 di ieri – quando era troppo tardi per registrare e montare nuovamente il podcast da zero: anche perché io stavo facendo il mio vero lavoro, vedi sopra – Michael Flynn è stato incriminato per aver mentito all’FBI, ha ammesso di essere colpevole e ha annunciato che sta collaborando con le indagini sul caso Russia. Avevamo parlato di questa possibilità proprio una settimana fa: per ora non c’è altro da aggiungere se non che quella possibilità si è verificata, tra una settimana ne parleremo meglio. Inoltre, stanotte il Senato ha approvato la grande riforma fiscale di Trump, che ora tornerà alla Camera: di questo parliamo tangenzialmente nella puntata del podcast di questa settimana, che parla invece di un altro voto congressuale molto importante.

Si dice che sarebbe bene i cittadini non sapessero come vengono fatte due cose, visto quanto può essere disgustoso il procedimento: le salsicce, e le leggi. Con la puntata di oggi non parliamo di salsicce, ma ci immergiamo nel complicato processo con cui si fanno le leggi negli Stati Uniti: e cerchiamo di capire una cosa importante che succederà questo mese, così come le sue implicazioni di lungo periodo. Il Congresso deve approvare una legge per finanziare le attività del governo federale. I Repubblicani non hanno abbastanza voti per farlo da soli, quindi devono trovare un accordo con i Democratici. Senza questo accordo, che oggi sembra lontano, il governo federale dovrebbe sospendere da un giorno all’altro le sue attività e i suoi pagamenti: chiuderebbe, di fatto. Ci sono stati altri “government shutdown” in passato negli Stati Uniti, ma questo sarebbe particolarmente grave: anche perché l’approvazione del budget finirà inevitabilmente per intrecciarsi con la riforma fiscale e altre scadenze legislative imminenti. Ai Repubblicani servirebbe che Trump mostrasse le grandi qualità di negoziatore che dice di avere, ma che fin qui non si sono viste.

Per ascoltare la nuova puntata del podcast, se avete un iPhone cercate “Da Costa a Costa” nell’app “Podcast”; altrimenti cliccate play qui sotto per ascoltarla su Spreaker. Se volete, dopo aver ascoltato la puntata lasciate una recensione su iTunes e parlatene sui social network o a chi pensate possa essere interessato a queste storie come voi. Sul sito di Piano P trovate la traduzione in italiano delle parti in inglese.

Ascolta “S2E22. Il governo americano rischia di chiudere” su Spreaker.

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Non farò altri viaggi negli Stati Uniti per “Da Costa a Costa” da qui alla fine dell’anno. Gran parte delle donazioni che riceverò da qui al 31 dicembre, quando questo progetto giornalistico si concluderà, servirà quindi a pagare il mio lavoro. Come sapete, quest’anno di “Da Costa a Costa” è stato anche un tentativo di provare un nuovo modello per sostenere un’attività giornalistica in un momento come il 2017: pagano i lettori, se e quando vogliono, e vediamo che succede. Sono successe cose meravigliose, grazie a voi! Se non lo avete già fatto, vi chiedo quindi di valutare la possibilità di fare una donazione per contribuire a questo progetto gratuito. Chi ha fatto una donazione mensile da 2 euro dall’inizio dell’anno ha contribuito in tutto per circa 24 euro, una cifra più che abbordabile; altri sono stati adorabilmente più generosi. Se vi interessa, qui trovate le istruzioni per fare una donazione in completa sicurezza, usando la vostra carta di credito o il vostro conto Paypal. Le donazioni mensili ricorrenti naturalmente saranno tutte interrotte il primo gennaio 2018. Grazie, come sempre.

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A Washington mancava solo questa (45/50)

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La grande storia che da settimane sta finalmente agitando e rivoltando interi importanti settori industriali statunitensi – le donne che stanno raccontando le molestie che hanno subito – è arrivata anche alla politica. Questa settimana ha coinvolto uno dei più famosi giornalisti televisivi statunitensi, un altro del New York Times in grande ascesa, uno dei senatori Democratici più popolari e influenti e il deputato del Partito Democratico in carica da più tempo, un ex presidente. Inoltre è emerso che il Congresso negli ultimi anni ha pagato oltre 17 milioni di dollari in risarcimenti verso donne molestate da deputati e senatori in cambio di accordi di riservatezza. Tutto lascia pensare che sia solo l’inizio. Poi c’è il caso Roy Moore.

Se avete ascoltato il podcast della settimana scorsa, sapete di cosa parliamo: Roy Moore è il candidato al Senato in Alabama del Partito Repubblicano, è un vero estremista di destra ed è stato scaricato dallo stato maggiore del suo partito dopo le accuse – molte, circostanziate, affidabili – di aver molestato delle minorenni molti anni fa. Ecco, mentre il grosso del suo partito lo scaricava e gli tagliava i fondi, mentre persino Ivanka Trump diceva che «c’è un posto speciale all’inferno per quelli come lui», Roy Moore ha ricevuto una nuova dichiarazione di sostegno dal pulpito più alto che ci sia: il presidente Donald Trump ha argomentato, parlando dell’avversario di Moore, che «non abbiamo bisogno di qualcuno debole sul crimine, debole sui confini, debole sui militari, debole sulle armi». È esattamente l’argomento di cui parlavo nel podcast della settimana scorsa: sarà pure un pedofilo, ma è il nostro pedofilo. Meglio comunque lui che un Democratico.

Ascolta “S2E21. Ha ancora senso parlare di politica in America?” su Spreaker.
Un famoso pastore dell’Alabama, FlipBenham, ha detto che Moore cercava di uscire con le ragazzine per via della loro «purezza».

Il caso politico di Roy Moore arriverà a un bivio importante il 12 dicembre, il giorno dell’elezione. Ma la storia più grande, quella delle molestate e dei molestatori, non finirà così presto. Il senatore Al Franken – del Partito Democratico, eletto in Minnesota – è accusato di aver palpato più di una donna, e stanno crescendo le pressioni dentro il partito perché si dimetta; l’anziano e influente deputato John Conyers – del Partito Democratico, eletto in Michigan – è stato accusato di molestie e ha pagato diversi risarcimenti; le storie dei palpeggiamenti di George H.W. Bush continuano ad accumularsi; il famosissimo giornalista Charlie Rose è stato licenziato in tronco dopo che otto donne hanno raccontato suoi comportamenti molesti, come farsi trovare nudo in ufficio, palparle o fare loro sgradevoli telefonate notturne; Glenn Thrush, il giornalista politico del New York Times diventato così influente negli ultimi mesi da essere persino imitato al Saturday Night Live, è stato sospeso; e prima ce n’erano stati altri ancora.

È ironico, in qualche modo, che tutto questo accada mentre il presidente degli Stati Uniti è un uomo accusato di molestie sessuali da sedici donne diverse, e che ha ammesso lui stesso di avere l’abitudine di palpare e baciare le donne senza il loro consenso perché «quando sei una star te lo lasciano fare». A dimostrazione di quanto oggi nella politica statunitense il tribalismo delle due curve abbia fagocitato qualsiasi cosa, Trump ha infierito su Al Franken spingendosi poi a dire che «è un bene per la nostra società e per le donne che queste cose vengano fuori, ne sono molto felice», assolvendo allo stesso tempo Roy Moore e naturalmente se stesso. Torniamo a quanto sopra: vale tutto.

Voltiamo pagina, come dicono quelli. C’è una novità importante nell’inchiesta sulla Russia, scoperta dal New York Times: gli avvocati di Michael Flynn hanno smesso di parlare con gli avvocati di Donald Trump. Perché è importante: Flynn è l’ex generale, consigliere e amico personale di Trump che era stato scelto come National Security Advisor ma era stato costretto a dimettersi dopo neanche tre settimane quando era emerso che aveva mentito all’FBI e al vicepresidente Pence sui suoi numerosi rapporti e contatti con il governo russo, nonché sul fatto che fosse pagato dal governo turco per fare i suoi interessi. Flynn e Paul Manafort sono considerati i due personaggi più importanti e messi peggio nell’inchiesta, e infatti l’arresto di Manafort non aveva sorpreso nessuno: aveva sorpreso invece molti il mancato arresto di Flynn. Il fatto che insieme all’arresto di Manafort fosse stato annunciato l’accordo trovato dal procuratore speciale Robert Mueller con un altro indagato, che aveva deciso di collaborare con l’inchiesta, aveva fatto pensare a molti che Mueller volesse mandare un segnale proprio a Flynn: collabora, o farai la fine di Manafort; sia tu che tuo figlio, peraltro (anche lui è implicato nell’indagine).

Che gli avvocati di Flynn abbiano smesso di parlare con gli avvocati di Trump non vuol dire che Flynn abbia sicuramente trovato un accordo con Mueller, ma vuol dire come minimo che c’è un negoziato in corso – magari anche da parecchio – e che Flynn è quantomeno disposto a parlare. È una prassi consolidata che gli avvocati difensori di persone diverse coinvolte nella stessa inchiesta condividano informazioni, ma quando si sta negoziando una collaborazione con l’accusa uno dei requisiti è sospendere questi contatti. L’accordo potrebbe essere già stato trovato, potrebbe essere trovato tra un mese come potrebbe non essere trovato mai: dipende da cosa Flynn è disposto a offrire in termini di informazioni a Mueller. Ma questo è un potenziale punto di svolta: pensate che – tra moltissime altre cose – Flynn è la persona su cui Trump chiese di «chiudere un occhio» all’ex capo dell’FBI, James Comey.

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Ha ancora senso parlare di politica in America? (44/50)

cc_2C’è una cosa che permette di capire moltissime dinamiche e meccanismi della politica statunitense, e in cui siamo inciampati più volte nel racconto di questi due anni e mezzo. Questa settimana mi è sembrata il momento migliore per prenderla di petto, invece che toccarla e basta, approfittando di un paio di notizie. La prima è che il governo degli Stati Uniti potrebbe nominare un procuratore speciale per indagare sulla Fondazione Clinton e il presunto scandalo dell’uranio venduto alla Russia: solo che è uno scandalo che non ha fondamento. La seconda è quella di Roy Moore, candidato al Senato per i Repubblicani in Alabama e accusato di molestie su minori. Attraverso queste due storie proverò a descrivere un aspetto centrale della politica statunitense contemporanea, che spiega quasi tutto il resto: un fenomeno storico che comincia vent’anni fa e che ha portato nel tempo a una polarizzazione dell’elettorato senza precedenti.

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I Democratici hanno ottenuto una gran vittoria (43/50)

cc_2Come ogni primo martedì di novembre, il 7 novembre si è votato negli Stati Uniti. Si è votato per poca roba, come sempre negli anni dispari, rispetto agli anni pari: ma i Democratici quella poca roba l’hanno stravinta. Di fatto, è cominciata così la campagna elettorale in vista del voto che si terrà tra un anno, quello veramente importante che ridefinirà la composizione del Congresso a metà del mandato di Donald Trump.

I Democratici hanno eletto il nuovo governatore della Virginia, la più importante elezione di quest’anno, dove il governatore uscente – Terry McAuliffe, molto legato ai Clinton – non poteva ricandidarsi e dove il suo vice, Ralph Northam, ha sconfitto il Repubblicano Ed Gillespie. Northam è un affidabile uomo di partito, una persona seria ma non un trascinatore né un rinnovatore: eppure ha vinto di nove punti percentuali, in un’elezione che secondo i sondaggi doveva essere molto equilibrata. Il candidato Repubblicano ha vinto nelle contee più rurali ma è stato completamente stritolato nelle città e nelle periferie, dove ha perso anche di 30 o 40 punti percentuali. I Democratici hanno battuto i Repubblicani anche nelle elezioni del Congresso locale, dove avevano uno svantaggio di partenza di 32 seggi (!) e dove hanno fatto eleggere candidati molto diversi tra loro: moderati esponenti dell’establishment e giovani che si definiscono socialisti, oltre alla prima deputata transgender della storia della Virginia.

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Danica Roem, la prima deputata statale transgender della storia della Virginia, ha battuto contro ogni pronostico un anziano Repubblicano definito spesso “il più omofobo politico d’America”: lui stesso si definiva “il capo degli omofobi” e aveva proposto negli anni molte leggi crudeli e discriminatorie. Questa foto mostra Roem subito dopo una telefonata di congratulazioni di Joe Biden.

Oltre che in Virginia i Democratici hanno vinto anche in New Jersey, dove il governatore uscente era il Repubblicano trumpista Chris Christie, e hanno vinto con un ex banchiere di Wall Street senza esperienza politica diventato candidato dal programma molto di sinistra. Hanno vinto ovviamente a New York con la rielezione di Bill de Blasio. Hanno vinto in Maine dove per la prima volta l’estensione della copertura sanitaria voluta dalla riforma sanitaria di Barack Obama è stata approvata non da un voto del Congresso ma con un referendum popolare. Hanno vinto due seggi statali persino in Georgia, uno stato ultra-conservatore: ed erano due collegi così solidamente Repubblicani che negli scorsi anni i Democratici non trovavano nemmeno qualcuno da candidare.

In questo momento tra gli elettori del Partito Democratico ci sono un entusiasmo e un desiderio di partecipazione molto superiori a quelli del Partito Repubblicano, che rende loro generalmente più facile trovare candidati, raccogliere fondi e mobilitare gli elettori: d’altra parte i primi sono motivati dalla loro avversione per Trump, mentre i secondi – che ora sono al governo – non trovano più motivazioni profonde per andare a votare in grandi numeri. In tutto questo, la popolarità di Trump è ai minimi storici per un presidente a un anno dall’elezione, e la sua agenda legislativa è ferma. Se fossi un deputato o un senatore Repubblicano col seggio in scadenza tra un anno, sarei molto preoccupato.

Cambiamo argomento però. Ora vi mostro due foto.

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Questa foto è stata scattata nella Silicon Valley, in California. Dentro questi camper vivono impiegati che lavorano nella Silicon Valley – la zona più ricca d’America – ma che non hanno una casa.

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La foto qui sopra invece mostra una lettrice dell’università di San José, sempre nella Silicon Valley, che prepara una lezione nella macchina in cui vive e dorme.

Queste foto vengono da un servizio di Associated Press uscito pochi giorni fa, e se avete ascoltato il podcast della settimana scorsa sul mio viaggio in California sono sicuro che non sarete molto sorpresi: il costo della vita in quella ricchissima parte dell’America è cresciuto così tanto da costringere persone che hanno posti di lavoro più che dignitosi a vivere come senzatetto. Se volete qualche spiegazione più ampia, potete ascoltare il podcast cliccando qui.

Ascolta “S2E20. La California è di chi ci vive” su Spreaker.

Voglio approfittarne per ringraziare i tantissimi che hanno ascoltato la puntata questa settimana, in particolare chi di voi mi ha scritto per darmi le sue opinioni. Se siete iscritti a questa newsletter da un po’ di tempo sapete che questi viaggi sono stati possibili grazie ai contributi offerti spontaneamente da voi, oltre che naturalmente dagli sponsor di “Da Costa a Costa”. Alla fine dell’anno pubblicherò sul mio blog un bilancio grossolano ma spero istruttivo su com’è andata la raccolta fondi: per il momento posso dirvi che mi ha permesso di pagare i costi di mantenimento della newsletter (quindi innanzitutto l’abbonamento a Mailchimp, circa 120 euro al mese), quelli tecnici e di lavoro necessari alla produzione del podcast, gli abbonamenti ai giornali americani che uso per informarmi e soprattutto tutte le spese dei tre viaggi che ho fatto in Michigan a marzo, in Texas a giugno e in California a ottobre. Ho potuto fare tutto quello che volevo e non ci ho perso dei soldi: già mi sembra un bel risultato.

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La California è di chi ci vive (42/50)

cc_2Quando a marzo sono andato in Michigan, sapevo più o meno cosa avrei trovato. Quando a giugno sono andato in Texas, molte cose mi avevano stupito, ma le cose che mi avevano stupito avevano preso forma davanti a me in modo evidente. La California invece mi ha spiazzato, e ci ho messo un po’ a capirla, sempre che alla fine ci sia riuscito. È un posto che si mostra e si nasconde insieme, con i ricchi più ricchi e i poveri più poveri, con l’agricoltura fiorente accanto all’industria più innovativa del mondo, con una popolazione in gran maggioranza di sinistra ma che guarda a ogni governo federale con qualche distacco e fastidio. La California ha tante identità mescolate, e ci sono posti e persone della California che una vera identità, al primo sguardo, sembrano non averla. Oggi viene descritta così: il centro della resistenza contro Donald Trump. Ma è davvero molte più cose, e ho cercato di raccontarvele con l’episodio del podcast di questa settimana.

Prima di venire alla puntata, però, qualche appuntamento e segnalazione:

– stasera (sabato 4 novembre) alle 23.30 su Raidue va in onda una puntata del Tg2 Dossier sul primo anno di Trump alla Casa Bianca, e dentro ci sarà anche una mia intervista.

– mercoledì 8 novembre, a un anno esatto dalle elezioni, faccio un bilancio di quello che è successo (e del perché è successo) a Milano, alle 21.

– domenica 12 novembre alle 16 a Pescara faccio una specie di puntata live di “Da Costa a Costa”, nell’ambito del FLA e di una ricca sezione di eventi curata dal Post. Se potete, vi consiglio davvero di fare un salto a Pescara e passarci l’intero weekend.

Ora veniamo a noi. Per ascoltare la nuova puntata del podcast, se avete un iPhone cercate “Da Costa a Costa” nell’app “Podcast”; altrimenti cliccate play qui sotto per ascoltarla su Spreaker. Se volete, dopo aver ascoltato la puntata lasciate una recensione su iTunes e parlatene sui social network o a chi pensate possa essere interessato a queste storie come voi. Sul sito di Piano P trovate la traduzione in italiano delle parti in inglese.

Ascolta “S2E20. La California è di chi ci vive” su Spreaker.

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Avete ricevuto questo podcast gratis, come la newsletter che riceverete la settimana prossima, ma come avete capito realizzarli non è gratis: servono aerei, macchine, camere d’albergo, attrezzature, telefonate, connessioni internet, abbonamenti a servizi e giornali, e serve soprattutto tempo e lavoro. Dopo un anno e mezzo a seguire la campagna elettorale, “Da Costa a Costa” è ripartito il 21 gennaio e andrà avanti fino alla fine del 2017: ogni sabato si alterneranno una newsletter e una puntata del podcast. Dopo il Michigan (uno e due) e il Texas (uno e due) sono tornato un’altra volta negli Stati Uniti, in California, per raccontarvi un altro pezzo di America, per cercare di capire come sta cambiando e perché ha scelto Donald Trump come suo presidente. È anche un tentativo di provare un nuovo modello per sostenere un’attività giornalistica: pagano i lettori se e quando vogliono, e vediamo che succede.

Se non lo avete già fatto – e centinaia di voi lo hanno già fatto: grazie di cuore! – vi chiedo quindi di valutare la possibilità di fare una donazione ricorrente da pochi euro al mese per pagare le spese di questo progetto e il mio lavoro. Due euro al mese vanno benissimo (24 euro per tutto l’anno) ma se vorrete essere più generosi non ve lo impedirò, così come se vorrete fare una donazione una tantum e togliervi il pensiero. Più fondi raccoglierò, più cose potrò vedere negli Stati Uniti e più cose potrò raccontarvi come ho fatto fin qui. Se vi interessa, qui trovate le istruzioni per fare una donazione in completa sicurezza, usando la vostra carta di credito o il vostro conto Paypal. Grazie, come sempre. Ciao!

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Una notizia grossa, tra le solite montagne russe (40/50)

cc_2Ciao da San Francisco, California. Qui è ancora la notte tra venerdì e sabato, una volta cliccato “invio” andrò a dormire e passerò la giornata successiva sulla via del ritorno in Italia. Ho trovato e incontrato molte storie e persone interessanti questa settimana, durante un giro a tappe serrate che mi ha portato da San Francisco giù fino a Tijuana, in Messico, e poi di nuovo a San Francisco.

Vi racconterò questo viaggio con la puntata del podcast di sabato prossimo, ma intanto la politica statunitense ha vissuto un’altra settimana da montagne russe: sono successe tantissime cose che in un altro momento della storia americana avrebbero occupato le prime pagine per giorni, e che in quest’era avvengono a distanza di ore una dall’altra. Una di queste grosse notizie è arrivata quando qui era venerdì sera, e in Italia era notte: se non fossi stato in California, insomma, sarebbe stata la classica notizia che arriva quando la newsletter è pronta e mi costringe a tornare a lavorare.

Ora, come sapete questa cosa mi è capitata molto spesso in questi due anni, e il video che trovate qui sotto – ideato e girato da Odd Birds – descrive bene cosa è diventata a un certo punto la mia vita. Ok, il video esagera, ma neanche tantissimo. Guardatelo e poi seguite Odd Birds! Qui su Instagram e qui su Facebook.

Prima di passare alle notizie, un appuntamento: lunedì 30 ottobre alle ore 20.30 se volete ci vediamo a Carugate, in provincia di Milano, per parlare di questo primo anno di presidenza Trump. Ora cominciamo.

Arriva il primo arresto nell’inchiesta sulla Russia
Non è ufficiale ma secondo diverse testate americane di solito affidabili e informate, il procuratore speciale Robert Mueller ha depositato le prime accuse formali contro persone coinvolte nella sua indagine, che riguarda l’interferenza della Russia nella scorsa campagna elettorale, la presunta collaborazione del comitato elettorale di Donald Trump con la Russia e il presunto tentativo di Donald Trump di ostacolare la giustizia. Una prima persona – non si sa chi e per cosa – potrebbe essere arrestata la settimana prossima, forse già lunedì. Bùm.

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Due piccole storie esemplari (39/50)

cc_2Ciao da San Francisco, California, dove sono arrivato da poco dopo una lunghissima giornata di viaggio: mentre da voi è sabato mattina, qui è ancora venerdì sera, e io crollerò a letto pochi secondi dopo aver premuto il tasto “invio” di questa newsletter. Resterò in California tutta la settimana: se volete seguire il viaggio giorno per giorno – ma anche ora per ora – lo sto raccontando su Instagram, soprattutto con le Storie. Poi arriverà il podcast, certo.

Veniamo a noi. Questa settimana sono successe due cose che aiutano a capire molto bene che paese sono oggi gli Stati Uniti, e che presidente è Donald Trump. Una riguarda una storia di cui abbiamo già parlato – l’enorme e letale abuso di farmaci antidolorifici tra gli americani – e il noto potere delle lobby a Washington; l’altra riguarda alcune delle caratteristiche peculiari di Trump, dalla mancanza di empatia alla facilità con cui dice cose false. Solo che stavolta le ha dette su un tema doloroso e delicato, su cui di solito i politici sono attentissimi. Occhio però: ho finito di registrare questo podcast giovedì sera, poco dopo è successa una cosa che riguarda una delle due storie, venerdì mattina sono partito per la California; insomma, all’ultima storia manca un pezzo. Vi scrivo qualche riga dopo il player del podcast qui sotto, leggetele dopo averlo ascoltato.

Per ascoltare la nuova puntata del podcast, se avete un iPhone cercate “Da Costa a Costa” nell’app “Podcast”; altrimenti cliccate play qui sotto per ascoltarla su Spreaker. Se volete, dopo aver ascoltato la puntata lasciate una recensione su iTunes e parlatene sui social network o a chi pensate possa essere interessato a queste storie come voi. Sul sito di Piano P trovate la traduzione in italiano delle parti in inglese.

Ascolta “S2E19. Due piccole storie esemplari” su Spreaker.

Giovedì in tarda serata il capo dello staff della Casa Bianca, l’ex generale John Kelly, è intervenuto sulla faccenda delle condoglianze del presidente alle famiglie dei soldati morti. Da una parte ha assolto Obama, dicendo che non c’è niente di male se non lo ha chiamato dopo la morte di suo figlio, che è stato ucciso durante una guerra in Afghanistan; dall’altra si è lamentato di come negli Stati Uniti non ci sia più niente di sacro, di intoccabile. Durante questo passaggio Kelly si è lamentato di come nemmeno le donne siano più sacre (il suo capo qualche ruolo ce l’ha) e così nemmeno le famiglie dei soldati morti in guerra, come la sua (idem, vedi gli attacchi di Trump alla famiglia Khan della scorsa estate).

Nel farlo, quindi, Kelly ha confermato la versione della vedova di cui si parla nel podcast (quindi Trump aveva ufficialmente mentito) e ha accusato la deputata Democratica della Florida di aver assistito di nascosto alla conversazione tra Trump e la moglie del soldato. Non è vero neanche questo: è stata la vedova a mettere la telefonata in vivavoce, col consenso della famiglia del soldato, cui è molto vicina. Infine Kelly ha raccontato una storia infamante e completamente inventata su questa deputata della Florida; quando le hanno fatto notare queste incongruenze, la portavoce della Casa Bianca ha detto che non si può mettere in discussione un ex generale dell’esercito. Insomma, questa puntata del podcast avrebbe potuto essere più completa; ma i fatti nuovi non l’hanno contraddetta, anzi.

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Se non lo avete già fatto – e centinaia di voi lo hanno già fatto: grazie di cuore! – vi chiedo quindi di valutare la possibilità di fare una donazione ricorrente da pochi euro al mese per pagare le spese di questo progetto e il mio lavoro. Due euro al mese vanno benissimo (24 euro per tutto l’anno) ma se vorrete essere più generosi non ve lo impedirò, così come se vorrete fare una donazione una tantum e togliervi il pensiero. Più fondi raccoglierò, più cose potrò vedere negli Stati Uniti e più cose potrò raccontarvi come ho fatto fin qui. Se vi interessa, qui trovate le istruzioni per fare una donazione in completa sicurezza, usando la vostra carta di credito o il vostro conto Paypal. Grazie, come sempre. Ciao!

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Sono di nuovo in partenza (38/50)

cc_2Grazie alla generosità delle vostre donazioni e degli sponsor che sostengono questo progetto, sono di nuovo in partenza verso gli Stati Uniti: venerdì 20 ottobre partirò per la California, dove passerò nove giorni.

Ho scelto la California perché credo possa in qualche modo completare il racconto che ho cercato di portare avanti quest’anno: a marzo sono andato in Michigan, uno stato che è il cuore del Midwest, esemplare delle gravi cicatrici lasciate dalla crisi economica del 2008, dove i Democratici andavano bene da tempo ma dove Trump nel 2016 ha vinto per poche migliaia di voti; poi a giugno sono andato in Texas, uno degli stati americani dall’identità più forte e peculiare, molto Repubblicano ma che attraversa un momento di grandi cambiamenti demografici e politici, tanto da sembrare un po’ una specie di America in miniatura; ora tocca alla California, che invece è una roccaforte dei Democratici, ma con un’identità forte quanto quella del Texas e una montagna di storie.

La California è il più popoloso stato americano, quindi quello che assegna più grandi elettori alle presidenziali; è il terzo più grande per estensione e di gran lunga quello con l’economia più prospera. Se fosse una nazione indipendente, avrebbe la sesta economia al mondo. Ospita la seconda più popolosa città d’America, cioè Los Angeles; la contea in assoluto più popolosa e quella in assoluto più grande. Ed è presente in ognuna delle nostre vite, in modo concreto: è lo stato di Apple, Google e Facebook, per fare soltanto un esempio, ed è quello di Hollywood, il singolo posto al mondo che più di ogni altro ha plasmato il nostro immaginario culturale. La California è uno stato solidamente Democratico, tanto che Hillary Clinton nel 2016 ha vinto con la percentuale più alta dai tempi di Roosevelt – sarà il primo stato ad aver votato Clinton che visiterò quest’anno, cercherò di capire come se la passano – ma è anche un posto che ha avuto relativamente poco tempo fa un apprezzato governatore Repubblicano, e che governatore: Arnold Schwarzenegger.

È un posto pieno di fascino, descritto spesso come il paradiso, e che per certi versi ci somiglia – Los Angeles, Malibu, Santa Barbara, Venice, eccetera – ma che non è privo di problemi, anzi. San Francisco è una delle città con le diseguaglianze economiche più gravi d’America, e ha un settore immobiliare notoriamente feroce. Attorno alla Bay Area e alla Silicon Valley ruotano alcuni dei temi più importanti per lo sviluppo del genere umano, dal futuro di internet a quello dei nostri dati, dalle intelligenze artificiali agli attacchi informatici condotti per falsare le campagne elettorali. Sia la Bay Area che Los Angeles e le loro industrie, peraltro, sono state scosse negli ultimi mesi da discussioni importanti sull’uguaglianza di genere. A Los Angeles, poi, c’è da sempre una dolorosa e delicata questione razziale: pensate alle rivolte di 25 anni fa, per esempio. Infine c’è il clima: la California è uno degli stati americani più esposti alle complicazioni provocate dal riscaldamento globale. Ha avuto pochi anni fa una terribile siccità e proprio in questi giorni sta facendo i conti con i più gravi incendi della sua storia, che hanno già provocato la morte di 36 persone. Ed è una cifra che crescerà, visto che centinaia sono disperse.

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Cosa rimane di interi quartieri di Santa Rosa.

Parto venerdì prossimo, come vi dicevo. Se volete dare un contributo per finanziare il mio lavoro, oppure semplicemente per offrirmi una birra o un hamburger quando sarò lì, qui trovate le istruzioni (non serve avere per forza un account Paypal, si può usare la carta di credito: se avete problemi scrivetemi a costa@ilpost.it). Vi racconterò questo viaggio col podcast che uscirà il 4 novembre, ma quando sarò in California giorno dopo giorno userò i social network per mostrarvi cosa farò, cosa vedrò, dove andrò, soprattutto con le storie di Instagram e sulla mia pagina Facebook.

Veniamo alle notizie di questa settimana.
(e leggete fino alla fine, che c’è un regalo per voi)

Trump vuole fare esplodere Obamacare dall’interno
Dopo aver fallito per tre volte nel tentativo di abolire e sostituire la storica riforma sanitaria approvata su spinta dell’amministrazione Obama, Donald Trump ha deciso di sabotarne il funzionamento e mandarla all’aria, per costringere così il Congresso a occuparsene: è la strategia degli ostaggi di cui parlavamo qualche newsletter fa.

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