Questo sito contribuisce alla audience di IlPost

L’inchiesta sulla Russia punta al bersaglio grosso (35/50)

cc_2La settimana scorsa per la prima volta in più di due anni è saltata l’abituale puntata settimanale di “Da Costa a Costa”; questa settimana per la prima volta in più di due anni non sono riuscito a rispondere a tutte le vostre email. Mi avete letteralmente sommerso di messaggi calorosi e affettuosi, pensieri gentili e auguri di pronta guarigione: valga soltanto per questa volta allora un unico ringraziamento collettivo, di vero cuore. Mi ci vorrà ancora un po’ per tornare al cento per cento, come dicono i calciatori, ma sto molto meglio, e mi dispiace se vi ho fatti preoccupare.

La prova che sto molto meglio – così chiudiamo la parentesi personale, e veniamo a noi – è la puntata del podcast di questa settimana, che affronta un tema che negli ultimi tempi era finito un po’ in ombra. Il punto è che questa storia si muove sottotraccia, non passa attraverso i comizi, le proposte di legge, le dichiarazioni di voto e le conferenze stampa, bensì dalle occasionali fughe di notizie e voci di corridoio che arrivano ai giornalisti: quindi a volta capita che non se ne senta parlare per un po’, ma questo non vuol dire che sia tutto fermo, anzi. Sto parlando dell’inchiesta sulla Russia, naturalmente, su cui questa settimana sono venute fuori alcune novità molto interessanti: suggeriscono che gli investigatori stiano cercando e trovando riscontri in modo molto aggressivo, che stiano cercando di convincere alcuni grandi alleati di Trump a raccontare quello che sanno, e che stiano puntando anche sul ruolo di un altro gigante: Facebook.

Per ascoltare la nuova puntata del podcast, se avete un iPhone cercate “Da Costa a Costa” nell’app “Podcast”; altrimenti cliccate play qui sotto per ascoltarla su Spreaker. Se volete, dopo aver ascoltato la puntata lasciate una recensione su iTunes e parlatene sui social network o a chi pensate possa essere interessato a queste storie come voi. Sul sito di Piano P trovate la traduzione in italiano delle parti in inglese.

Ascolta “S2E17. L’inchiesta sulla Russia punta al bersaglio grosso” su Spreaker.

Avete ricevuto questo podcast gratis, come la newsletter che riceverete la settimana prossima, ma come avete capito realizzarli non è gratis: servono aerei, macchine, camere d’albergo, attrezzature, telefonate, connessioni internet, abbonamenti a servizi e giornali, e serve soprattutto tempo e lavoro. Dopo un anno e mezzo a seguire la campagna elettorale, “Da Costa a Costa” è ripartito il 21 gennaio e andrà avanti per tutto il 2017: ogni sabato si alterneranno una puntata della newsletter e una puntata del podcast. Dopo il Michigan (uno e due) e il Texas (uno e due) vorrei tornare un’altra volta negli Stati Uniti prima della fine dell’anno, per raccontarvi un altro pezzo di America, per cercare di capire come sta cambiando e perché ha scelto Donald Trump come suo presidente. È anche un tentativo di provare un nuovo modello per sostenere un’attività giornalistica: pagano i lettori se e quando vogliono, e vediamo che succede.

Se non lo avete già fatto – e centinaia di voi lo hanno già fatto: grazie di cuore! – vi chiedo quindi di valutare la possibilità di fare una donazione ricorrente da pochi euro al mese per pagare le spese di questo progetto e il mio lavoro. Due euro al mese vanno benissimo (a questo punto sono meno di 10 euro per tutto il 2017) ma se vorrete essere più generosi non ve lo impedirò, così come se vorrete fare una donazione una tantum e togliervi il pensiero. Più fondi raccoglierò, più cose potrò vedere negli Stati Uniti e più cose potrò raccontarvi come ho fatto fin qui. Se vi interessa, qui trovate le istruzioni per fare una donazione in completa sicurezza, usando la vostra carta di credito o il vostro conto Paypal. Grazie, come sempre. Ciao!

Per ricevere le prossime newsletter, ogni sabato fino alla fine dell’anno, clicca qui.

Mi dispiace, ma oggi passo

cc_2Cari,

speravo ormai di fare filotto, arrivato a questo punto, ma non ci sono riuscito: dopo oltre due anni senza mai saltare un sabato, lavorando a “Da Costa a Costa” da qualsiasi posto, dal deserto del Texas alla sgangherata periferia di Flint, dalle case degli amici agli Intercity sferraglianti in giro per l’Italia, da alberghi, macchine, aerei, stazioni, con l’influenza, in vacanza, con il jet lag, con le notti in bianco, eccetera, beh, questa settimana purtroppo non ce l’ho fatta: per la prima volta niente newsletter e niente podcast.

Niente di grave, non vi preoccupate, ma ho avuto un infortunio doloroso e un po’ rognoso che tra le altre cose mi impedisce di stare al computer per più di pochi minuti. Mi dispiace. Spero di tornare già sabato prossimo, in ogni caso tutte le puntate perse saranno recuperate. Chiedo un po’ di pazienza anche a chi di voi mi ha scritto questa settimana e aspetta una risposta: appena potrò, l’avrete.

Nel frattempo, se capite l’inglese potete leggere o ascoltare alcune cose di cui vi avrei voluto parlare questa settimana: riguardano due persone, Hillary Clinton e Steve Bannon. Su Hillary Clinton, vi consiglio di ascoltare le ultime due puntate del podcast With Her, l’intervista a Longform e soprattutto questa intervista a Ezra Klein di Vox (se invece avete voglia di leggere, qui c’è un lungo articolo del direttore del New Yorker). Su Steve Bannon, invece, vi segnalo il video della sua prima vera intervista televisiva, con Charlie Rose a CBS News, e qualche contenuto speciale estratto da quell’intervista.

Statemi bene.

A presto,
Francesco

P. S.: Una cosa divertente, a margine: in tutto questo, sono diventato un personaggio del mio podcast. Scherzi a parte, se quella puntata aveva catturato la vostra attenzione, guardate questo documentario appena uscito su Netflix.

P. P. S.: A causa dell’alluvione di Livorno, il festival “Il senso del ridicolo” nel quale sarei dovuto intervenire sabato 23 settembre è stato annullato. Un abbraccio da parte mia agli organizzatori del festival, che lavoravano duro da mesi, e naturalmente a tutte le persone coinvolte in questo terribile guaio.

Per ricevere le prossime newsletter, ogni sabato fino alla fine dell’anno, clicca qui.

Stavolta Trump mi ha spiazzato (34/50)

cc_2(in via eccezionale, oggi “Da Costa a Costa” esce di nuovo in formato newsletter: per recuperare, seguiranno due sabati consecutivi di podcast)

Vi faccio leggere una cosa, prima di tutto.

«Trump non è stato capace fin qui di darsi un’agenda legislativa né di fornire ai suoi dipendenti la minima idea di cosa vuole che facciano. Il Congresso è fuori dal suo controllo e non lo teme: lo ha umiliato sulla Russia, e quando i suoi più stretti alleati hanno puntato tutto sulla riforma sanitaria, gli altri lo hanno scaricato. Il capitale politico che gli rimane viene in gran parte dalle politiche che Obama gli ha lasciato, che sono come degli ostaggi: l’accordo di Parigi sul clima, quello con l’Iran sul nucleare, l’accordo commerciale TPP e, più di tutti, il programma DACA e i quasi 800.000 giovani americani che grazie a quel programma vivono una vita tranquilla e, in certi casi, straordinaria.

Il fatto che Trump abbia deciso di abbandonare tutte queste cose, di ucciderle, invece che usarle per aumentare il suo potere contrattuale, aiuta a spiegare la sorprendente debolezza della sua presidenza. Non è certo questo l’unico modo in cui Trump ha scialacquato il suo potere. Ma se sei politicamente debole, avere degli ostaggi può darti enorme potere. Quando minacci di distruggere qualcosa che sta disperatamente a cuore ai tuoi avversari, persino i tuoi nemici saranno pronti a trovare un accordo.

Steve Bannon lo aveva capito, e infatti – nonostante sia un nazionalista ortodosso senza nessuna simpatia per i “Dreamers” – voleva usarli come merce di scambio: nella sua idea, Trump poteva dare loro la cittadinanza in cambio di una riforma dell’immigrazione che raggiungesse il vero grande obiettivo dei nazionalisti: ridurre in modo permanente le quote per l’immigrazione legale e limitarla alle persone altamente qualificate. Non sarebbe stato facile, ovviamente, ma Trump non ci ha nemmeno provato.

E così Trump, abolendo il DACA solo per fare contenta la sua base, si prenderà le peggiori conseguenze da entrambi i lati. Infliggerà sofferenza vera su centinaia di migliaia di persone solo per rassicurare quel 30 per cento di americani che ancora lo sostiene; e dal punto di vista politico rinuncerà a una merce di scambio in cambio di niente, dilapidando ancora un po’ del suo capitale politico. Questa non è una strategia; questa è la reazione istintiva di una persona nell’angolo.

Gli americani che non sono d’accordo con questa mossa daranno la colpa a Trump (lui la darà al Congresso). E se il Congresso dovesse salvare i beneficiari del DACA, sarà grazie a un accordo trovato al Campidoglio, con il presidente come semplice spettatore. Il potere a Washington si accumula se sei rilevante; svanisce se sei ai margini. Nonostante questo, la mossa di Trump è in linea con la traiettoria generale della sua presidenza, che sembra rivolta a cercare il punto minimo di potere esercitabile da un presidente (che è comunque tanto!).

I sequestratori tengono gli ostaggi in vita per proteggersi e per ottenere quello che vogliono. A volte gli sparano, però, perché cercano la stessa cosa che Trump sembra cercare abolendo il DACA: l’attenzione. È già successo che Trump sia stato costretto a scegliere tra l’attenzione e il potere, tra una narrazione da reality show e la complessa realtà del governo. Ha sempre scelto l’attenzione, e non c’è motivo di pensare che questa cosa cambi».

Questo che avete letto è un editoriale di Ben Smith, il direttore di BuzzFeed; probabilmente la sua testata vi fa venire in mente innanzitutto video di gattini e meme virali, ma Smith è un veterano di Washington, ha lavorato per molti anni a Politico, ha ottime fonti ed è tuttora una delle persone più lucide tra quelle che commentano la politica americana. Ho letto questo articolo mercoledì e mi ha convinto molto. Poi sono passati i giorni, ci ho ripensato e credo di aver cambiato idea.

Cominciamo dall’inizio.

Sabato scorso vi avevo raccontato che questa settimana sarebbe arrivata l’abrograzione del DACA da parte della Casa Bianca, e così è stato. Di cosa parliamo: per più di dieci anni il Congresso ha tentato di far passare una legge nota come DREAM Act, i cui eventuali beneficiari per questo sono noti come “DREAMers”, sognatori. DREAM è un acronimo che sta per “Development, Relief, and Education for Alien Minors”. Questa legge, mai approvata, avrebbe dovuto proteggere e offrire un percorso per ottenere la cittadinanza statunitense a una specifica categoria di persone: gli immigrati irregolari arrivati negli Stati Uniti da bambini. L’idea alla base di quella legge mai approvata è che le persone senza cittadinanza arrivate da bambine negli Stati Uniti non abbiano colpe, non possano essere accusate di avere infranto la legge e quindi non dovrebbero pagare per le colpe dei propri genitori; inoltre, al contrario dei propri genitori, queste persone non hanno un paese in cui tornare: spesso gli Stati Uniti sono l’unico paese che hanno visto, l’unico di cui conoscano la lingua, quello di cui si sentono cittadini.

(per continuare a leggere, iscriviti alla newsletter)

Perché Trump questo mese si gioca moltissimo (33/50)

cc_2Quando diventano troppo grandi, facciamo fatica a immaginare concretamente il significato e il valore dei numeri. Sappiamo bene tutti quanti sono quattro mila euro, per esempio: ma quattro mila miliardi di dollari, invece, quanti sono? È la somma che spende ogni anno il governo federale degli Stati Uniti. È tanto? È poco? Cosa si compra con quattro mila miliardi di dollari? Non capiamo bene cosa voglia dire quella cifra, diventa una cosa astratta. Sappiamo bene quanti sono centocinquanta chilometri: ma centocinquanta milioni di chilometri? È la distanza che ci separa dal Sole, vale quanto sopra. Invece 56 milioni di milioni di litri d’acqua, quanti sono? Quante bottiglie, quante vasche da bagno? È un numero che non ha senso. È l’acqua che è caduta nel giro di pochi giorni sopra Houston, in Texas, col passaggio dell’uragano Harvey. Uno strato da almeno centotrenta centimetri.

unnamedQuesta infografica di Vox già rende di più l’idea.

Harvey è stato il più forte uragano a colpire il Texas in più di mezzo secolo. La ricostruzione richiederà anni. I morti confermato sono 47, ma è un numero che crescerà quando le acque si ritireranno completamente. Più di 100.000 persone hanno chiesto aiuto attraverso i servizi per l’emergenza immediata. Le case danneggiate sono decine di migliaia, forse centinaia di migliaia. C’è uno stabilimento chimico gravemente danneggiato i cui serbatoi stanno esplodendo, e contengono sostanze tossiche. I danni economici causati dal passaggio dell’uragano secondo le stime che circolano in questo momento superano quelli provocati dagli uragani Katrina e Sandy messi insieme.

Quando sono stato in Texas, due mesi fa, non sono andato a Houston: il tempo era poco, le distanze enormi, ho dovuto privilegiare altro. Ma ho letto, studiato e sentito molto su Houston, prima, durante e dopo il viaggio: è una città gigantesca e multietnica, una delle più popolose degli Stati Uniti, centrale soprattutto per l’industria del petrolio ma che – come il resto del Texas, lo sapete – negli anni ha saputo diversificare la sua economia. Un’altra cosa che sapete sul Texas, se avete ascoltato i podcast sul mio viaggio, è che le persone sono allergiche alle regole imposte dalle istituzioni e dal governo federale. Nessuna città avrebbe superato indenne il passaggio di Harvey, ma Houston ci ha messo del suo: è l’unica tra le grandissime città americane che non ha un piano regolatore, per scelta dei politici locali e degli elettori. Tutti possono costruire quello che vogliono dove vogliono. Questo ha reso Houston più vulnerabile a un evento come l’uragano Harvey.

Ascolta “S2E11. Il Texas è uno stato mentale” su Spreaker.
Il racconto del mio viaggio in Texas si ascolta cliccando qui.

La cattiva gestione di un evento come questo può danneggiare un presidente più di moltissime altre crisi politiche: accadde a George W. Bush con l’uragano Katrina e a suo padre con l’uragano Andrew. Anche per questo Trump è già stato due volte in Texas e sta twittando moltissimo su Harvey: non vuole correre il rischio di passare per freddo, distante, noncurante. Peraltro non vuole che accada in Texas, dove i Repubblicani sono tradizionalmente forti. Fin qui le cose sono andate bene per lui, anche perché gli è bastato gestire con sapienza la situazione dalla parte mediatica: la macchina per la gestione dell’emergenza per il resto è collaudata e non dipende direttamente dai suoi ordini. La parte complicata comincia adesso, però, e durerà mesi.

(per continuare a leggere, iscriviti alla newsletter)

Il filo che unisce i neonazisti e Donald Trump (32/50)

cc_2

Il più potente uragano negli Stati Uniti da più di dieci anni a questa parte ha colpito il Texas, in particolare la città di Corpus Christi, e farà moltissimi danni. Donald Trump ha graziato Joe Arpaio, lo sceriffo dell’Arizona simbolo della linea durissima sull’immigrazione clandestina, che era stato condannato per il trattamento a sei mesi dopo un processo sul trattamento inumano che infliggeva alle persone che arrestava (tipo costringerli a indossare vestiti rosa, per umiliarli, e mangiare cibo immangiabile). Sebastian Gorka, probabilmente il funzionario della Casa Bianca più sciroccato e intollerante, è stato cacciato. Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che vieta alle persone transgender di prestare servizio nell’esercito, ma lascia aperta la possibilità che chi ne fa già parte non venga congedato. La Corea del Nord ha lanciato diversi missili a corto raggio, quando solo pochi giorni fa Trump si era preso del merito per «il rispetto che stanno iniziando a mostrarci».

Tutto questo non è successo semplicemente venerdì: è successo venerdì notte.

E quindi non ne parliamo nel podcast di questa settimana, perché sarebbe stato fisicamente impossibile: avremo tempo per digerire meglio queste notizie; alcune delle quali, per esempio quella su Arpaio, hanno implicazioni potenzialmente molto vaste. Parliamo invece di un’altra cosa, e soprattutto cerchiamo di capirla: d’altra parte, sulla base di quello che mi scrivete, so che la possibilità di approfondire e comprendere le questioni vi interessa più del semplice riassunto delle notizie. Parliamo dei neonazisti. Non è una novità che si parli di estrema destra in America. La storia degli Stati Uniti, soprattutto nel Novecento, si è intrecciata più di una volta alle azioni di gruppi e movimenti razzisti e antisemiti che con una certa regolarità passano dall’essere marginali a scoprirsi improvvisamente protagonisti di grandi agitazioni. È un ciclo: è già successo e succederà ancora, a prescindere da Charlottesville. Ma Charlottesville è stata un punto di svolta. Per capire perché bisogna fare un po’ di passi indietro e parlare del momento fondativo degli Stati Uniti d’America e di uno dei discorsi politici più importanti di sempre.

Per ascoltare la nuova puntata del podcast, se avete un iPhone cercate “Da Costa a Costa” nell’app “Podcast”; altrimenti cliccate play qui sotto per ascoltarla su Spreaker. Se volete, dopo aver ascoltato la puntata lasciate una recensione su iTunes e parlatene sui social network o a chi pensate possa essere interessato a queste storie come voi. Sul sito di Piano P trovate la traduzione in italiano delle parti in inglese.

Ascolta “S2E16. Il filo che unisce i neonazisti e Donald Trump” su Spreaker.

Avete ricevuto questo podcast gratis, come la newsletter che riceverete la settimana prossima, ma come avete capito realizzarli non è gratis: servono aerei, macchine, camere d’albergo, attrezzature, telefonate, connessioni internet, abbonamenti a servizi e giornali, e serve soprattutto tempo e lavoro. Dopo un anno e mezzo a seguire la campagna elettorale, “Da Costa a Costa” è ripartito il 21 gennaio e andrà avanti per tutto il 2017: ogni sabato si alterneranno una puntata della newsletter e una puntata del podcast. Dopo il Michigan (uno e due) e il Texas (uno e due) vorrei tornare un’altra volta negli Stati Uniti prima della fine dell’anno, per raccontarvi un altro pezzo di America, per cercare di capire come sta cambiando e perché ha scelto Donald Trump come suo presidente. È anche un tentativo di provare un nuovo modello per sostenere un’attività giornalistica: pagano i lettori se e quando vogliono, e vediamo che succede.

Se non lo avete già fatto – e centinaia di voi lo hanno già fatto: grazie di cuore! – vi chiedo quindi di valutare la possibilità di fare una donazione ricorrente da pochi euro al mese per pagare le spese di questo progetto e il mio lavoro. Due euro al mese vanno benissimo (a questo punto sono meno di 15 euro per tutto il 2017) ma se vorrete essere più generosi non ve lo impedirò, così come se vorrete fare una donazione una tantum e togliervi il pensiero. Più fondi raccoglierò, più cose potrò vedere negli Stati Uniti e più cose potrò raccontarvi come ho fatto fin qui. Se vi interessa, qui trovate le istruzioni per fare una donazione in completa sicurezza, usando la vostra carta di credito o il vostro conto Paypal. Grazie, come sempre. Ciao!

Per ricevere le prossime newsletter, ogni sabato fino alla fine dell’anno, clicca qui.

L’autodistruzione di Donald Trump (31/50)

cc_2Venerdì scorso a Charlottesville, in Virginia, un gruppo di movimenti e associazioni di estrema destra ha organizzato una fiaccolata per protestare contro la rimozione della statua di un generale sudista: cioè di uno dei leader militari del fronte schiavista che combatté durante la Guerra di secessione. È stata una fiaccolata particolarmente inquietante, con immagini e toni che evocavano direttamente il Ku Klux Klan, il movimento reazionario che per decenni negli Stati Uniti organizzò stragi, linciaggi, pestaggi e minacce per affermare la supremazia dei bianchi sui neri. Il giorno dopo, sempre a Charlottesville, quei gruppi di estrema destra hanno sfilato in una manifestazione apertamente neonazista, razzista e antisemita.


Questo breve documentario di Vice News e HBO è la cosa migliore che possiate guardare per capire chi c’era in piazza a Charlottesville.

Quel giorno si è radunato a Charlottesville anche un gruppo di contromanifestanti, antirazzisti e antifascisti. Nonostante i neonazisti fossero armati fino ai denti con pistole e fucili da guerra, i due gruppi si sono scontrati più volte: si sono picchiati, si sono presi a calci e a bastonate, si sono lanciati addosso pietre, bottiglie d’acqua e palloncini pieni di urina.

Poi, a un certo punto, un manifestante neonazista è salito sulla sua macchina e ha guidato a tutta velocità contro un gruppo di manifestanti antifascisti. Li ha investiti, poi si è schiantato contro un’altra auto che è così finita addosso ad altre persone. Diciannove persone sono state ferite. Una è morta. Si chiamava Heather Heyer, aveva 32 anni, faceva l’assistente in uno studio legale ed era un’attivista per i diritti civili. Non serviva la strage di Barcellona per ricordarci che un gesto del genere ha un nome più preciso di “omicidio”: si chiama terrorismo.

(PAUL J. RICHARDS/AFP/Getty Images)

La storia degli Stati Uniti è piena di violenza. Dallo sterminio dei nativi americani alla schiavitù, dai linciaggi contro i neri ai pestaggi della polizia, dalle sparatorie nelle scuole ai presidenti uccisi e feriti. In circostanze come questa tutti i presidenti degli Stati Uniti hanno provato a fare la stessa cosa: unire il paese, cucire le ferite. Stagliarsi. Non tutti lo hanno fatto con la stessa sincerità e la stessa efficacia; alcuni sono stati più coraggiosi e altri più pavidi, alcuni lo hanno fatto piangendo e altri alzando la voce. Ma tutti ci hanno provato, e anzi hanno visto nel loro ruolo in momenti come questo l’occasione perfetta per essere presidenti, e guidare un popolo enorme e diverso attraverso strettoie dolorose. Questi sono, tra gli altri, i momenti che fanno una presidenza.


Per esempio.

Anche per questo, sabato scorso moltissimi hanno atteso che Donald Trump facesse qualcosa, dicesse qualcosa. Non solo giornalisti e politici: persone normali. Hanno atteso che Trump desse al paese una scossa e una direzione, che dall’alto del pulpito più importante e potente dicesse alcune cose chiare che confortassero le moltissime persone che i neonazisti di Charlottesville avevano minacciato di perseguitare e uccidere, fino a farlo concretamente.

Sono passate diverse ore prima che Trump esprimesse la sua condanna per «l’odio, il fanatismo e la violenza di entrambe le parti». È inutile che vi racconti la reazione dei progressisti davanti a questa equiparazione, quindi vi racconto quella dei conservatori: il senatore Repubblicano Marco Rubio ha detto che Trump avrebbe dovuto chiamare i fatti di Charlottesville per quello che sono, e quindi parlare di terrorismo e di suprematisti bianchi; lo stesso hanno detto i senatori Repubblicani Cory Gardner e Ted Cruz (!), nonché tante persone online. Qualche ora dopo un comunicato della Casa Bianca ha peggiorato la situazione, difendendo le parole del presidente e affermando che c’era stata violenza «tra i manifestanti e anche tra i contromanifestanti», senza fare riferimento ai neonazisti, agli antisemiti, ai razzisti, e nemmeno al terrorismo. La mattina di domenica, mentre continuavano le accuse sconcertate contro Trump, è arrivato un altro comunicato della Casa Bianca che faceva qualche passo avanti: ma comunque non erano parole di Trump, non erano quello che gli americani si aspettavano da un presidente in quella situazione.

unnamed-1

Tenete conto di una cosa, adesso. Non stiamo parlando di un presidente noto per essere particolarmente cauto dal punto di vista verbale né per essere remissivo davanti alle cose che non gli piacciono. Parliamo di un presidente che twitta a tempo di record dopo qualsiasi attentato di matrice islamica e che critica e insulta a ogni ora del giorno e della notte chiunque gli stia anche soltanto antipatico. Non solo: parliamo di un presidente che ha fatto dell’accusa ai suoi avversari di non voler parlare apertamente di “terrorismo islamico” un punto centrale della sua campagna elettorale, sostenendo che dire solamente “estremismo” o “jihadismo” non sia abbastanza, e che i propri nemici si possono sconfiggere solo se si ha il coraggio di chiamarli per nome. Io c’ero la scorsa estate a Cleveland, durante la convention dei Repubblicani: non un solo oratore – Trump incluso – ha rinunciato all’applauso scrosciante che arrivava automatico dalla platea non appena venivano pronunciate le parole “radical Islamic terrorism”.

E quindi questo presidente, non un altro, ha espresso la più tiepida, ambigua e tardiva delle condanne possibili contro le organizzazioni più violente e intolleranti del paese che guida, che peraltro lo sostengono apertamente.

Passa un altro giorno, è domenica. Trump rivolge un nuovo discorso, stavolta più duro e deciso. Condanna il razzismo, il Ku Klux Klan, i neonazisti e i suprematisti bianchi, definendoli «ripugnanti». Troppo poco e troppo tardi ma meglio di niente, pensano in molti. In realtà dura pochissimo.

(per continuare a leggere, iscriviti alla newsletter)

Episodio speciale: 22 novembre 1963 (30/50)

cc_2Per una settimana ci prendiamo una pausa dall’attualità, e non è detto che non ci faccia bene: nella politica statunitense è stata soprattutto una settimana di grandi scontri e minacce verbali – Trump contro Kim Jong-un, Trump contro i giornalisti, Trump contro il capo dei Repubblicani al Senato – che difficilmente porteranno a sviluppi immediati e concreti, che non sono niente di nuovo rispetto a quello che abbiamo già visto in questi mesi e che stanno avvenendo mentre il presidente degli Stati Uniti è in vacanza: non il posto da cui si gestiscono le crisi che contano.

La puntata del podcast di oggi invece è diversa da tutte le altre. Racconta quella che è stata sicuramente la giornata più traumatica e incredibile della storia politica statunitense del Novecento, i cui luoghi ho visitato durante il mio viaggio di giugno in Texas. È una storia che pensiamo di conoscere a memoria, e invece molti di noi ne sanno pochissimo: soprattutto di tutti i dettagli che ne fanno un romanzo e di quelle cose che ancora non conosciamo. È soprattutto una storia di persone – con grandi qualità, altrettanto grandi debolezze, personalità complesse, precedenti che le condizionano, e incarichi più onerosi di quanto chiunque sia in grado di sopportare – e mi sembra che anche questo sia un bel promemoria, di questi tempi. Tendiamo a vedere i personaggi politici come figure distanti, artificiali, come dei cartonati: sia quelli contemporanei che quelli del passato, sia quelli che ci piacciono che quelli che non ci piacciono, soprattutto quelli attorno a cui si crea una qualche forma di mito. Invece la politica, a tutti i livelli, è fatta da persone.

Per ascoltare la nuova puntata del podcast, se avete un iPhone cercate “Da Costa a Costa” nell’app “Podcast”; altrimenti cliccate play qui sotto per ascoltarla su Spreaker. Se volete, dopo aver ascoltato la puntata lasciate una recensione su iTunes e parlatene sui social network o a chi pensate possa essere interessato a queste storie come voi. Sul sito di Piano P trovate la traduzione in italiano delle parti in inglese.

Ascolta “S2E15. Episodio speciale: 22 novembre 1963″ su Spreaker.

Fun fact. Ho lavorato a questo episodio speciale dal momento in cui sono tornato dal Texas. Pensavo che non avrei rischiato sorprese dell’ultimo minuto, come capita invece sempre con Trump: è una storia del 1963. Insomma, è quella che nel gergo giornalistico si definisce una storia “fredda”; ma che dico fredda, freddissima; ma che dico freddissima, surgelata. Poi qualche giorno fa, giovedì 3 agosto, a episodio speciale praticamente pronto, scritto, montato, chiuso, ricevo questa notifica sul cellulare.

e658d80d-cbcf-4e49-87ce-f763f0ee5c92

Non era niente di che, per fortuna: i nuovi documenti confermano cose che sapevamo già e che racconto nella parte finale dell’episodio. Ma per un po’ ho sudato freddo e ho pensato di avere qualche strano potere magico.

Detto questo, solito promemoria.

Avete ricevuto questo podcast gratis, come la newsletter si alterna al podcast ogni sabato, ma come avete capito realizzarli non è gratis: servono aerei, macchine, camere d’albergo, attrezzature, telefonate, connessioni internet, abbonamenti a servizi e giornali, e serve soprattutto tempo e lavoro. Dopo un anno e mezzo a seguire la campagna elettorale, “Da Costa a Costa” è ripartito il 21 gennaio e andrà avanti per tutto il 2017: ogni sabato si alterneranno una puntata della newsletter e una puntata del podcast. Dopo il Michigan e il Texas vorrei tornare un’altra volta negli Stati Uniti prima della fine dell’anno, per raccontarvi un altro pezzo di America, per cercare di capire come sta cambiando e perché ha scelto Donald Trump come suo presidente.

Se non lo avete già fatto – e centinaia di voi lo hanno già fatto: grazie di cuore! – vi chiedo quindi di valutare la possibilità di fare una donazione ricorrente da pochi euro al mese per pagare le spese di questo progetto e il mio lavoro. Due euro al mese vanno benissimo (a questo punto sono meno di 15 euro per tutto il 2017) ma se vorrete essere più generosi non ve lo impedirò, così come se vorrete fare una donazione una tantum e togliervi il pensiero. Più fondi raccoglierò, più cose potrò vedere negli Stati Uniti e più cose potrò raccontarvi come ho fatto fin qui. Se vi interessa, qui trovate le istruzioni per fare una donazione in completa sicurezza, usando la vostra carta di credito o il vostro conto Paypal. Grazie, come sempre. Ciao!

Per ricevere le prossime newsletter, ogni sabato fino alla fine dell’anno, clicca qui.

Porte girevoli e parole che non valgono niente (29/50)

cc_2Venerdì 28 luglio. L’Air Force One è partito da Long Island e sta per arrivare alla base aeronautica di Andrews, in Maryland, poco fuori Washington DC. Mancano pochi minuti alle 17. Poco dopo l’atterraggio i più alti funzionari della Casa Bianca salgono su un SUV, mentre il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, si ferma a bordo dell’aereo. A un certo punto i telefoni dei funzionari squillano contemporaneamente: Trump ha scritto una cosa su Twitter. Più precisamente, Trump ha scritto su Twitter di aver sostituito il suo capo dello staff, cioè la persona con l’incarico più importante alla Casa Bianca: l’ex generale John Kelly, fino a quel momento a capo del dipartimento per la sicurezza nazionale, prenderà il posto di Reince Priebus, capo dello staff dall’inizio del suo mandato e già presidente del Partito Repubblicano.

I funzionari della Casa Bianca allora scendono dal loro SUV e salgono su un altro mezzo: tutti tranne Priebus, che resta da solo in macchina sulla pista. Piove molto. La carovana delle auto si mette in movimento e si dirige verso la Casa Bianca, mentre la macchina con a bordo il solo Priebus parte verso un’altra direzione.

(cambio scena: in un locale di Milano, dove sono invece più o meno le 23, un certo giornalista riceve una notifica sul cellulare e tira una parolaccia ad alta voce)

824046304
Reince Priebus sale sul SUV che lo porterà a casa poco dopo il suo licenziamento.

L’antefatto di questa storia, il modo in cui si è arrivati alla rimozione di Priebus, lo avete ascoltato nel podcast della settimana scorsa: l’arrivo alla Casa Bianca di un nuovo spregiudicato capo della comunicazione, Anthony Scaramucci, contro il parere di Priebus e con il sostegno di Kushner e Ivanka Trump, aveva reso evidente quanto il capo dello staff non fosse più capo di niente (certi alla Casa Bianca lo chiamavano dietro le spalle “il capo di nessuno staff”). Meno di 48 ore dopo, però, è arrivato un altro colpo di scena: John Kelly, che non vuole fare la fine di Priebus, ha chiesto e ottenuto la rimozione dal suo incarico di Scaramucci. O sono davvero il capo oppure non comincio nemmeno, avrà pensato. Il presidente Trump, che certo non poteva licenziare Kelly dopo 24 ore, ha potuto solo dire di sì; e d’altra parte è suo interesse che Kelly sia visto da tutti come autorevole e al comando, mentre Scaramucci rispondeva direttamente al presidente.

Qui si possono fare molte valutazioni: alcuni dicono che Ivanka Trump e Kushner escano indeboliti da questa storia, visto come Kelly ha messo subito le cose in chiaro e vista la rapidità con cui è stato fatto fuori Scaramucci, da loro molto sponsorizzato; altri dicono che loro hanno favorito la nomina di Scaramucci proprio come strumento per far fuori Priebus e quindi missione compiuta. Altri ancora – e sono quelli che hanno ragione di più, secondo me – dicono che Priebus era alla frutta ed era solo questione di tempo, Scaramucci o no. Vai a sapere. Quel che è certo è che Priebus ha avuto il mandato più breve nella storia dei capi dello staff della Casa Bianca, e la sua sostituzione arriva dopo la sostituzione del consigliere per la sicurezza nazionale, del capo ufficio stampa, di due capi della comunicazione e del capo dell’FBI. Il tutto a sei mesi dall’insediamento. Niente di tutto questo è normale, così come non è normale che l’unico vero risultato ottenuto dall’amministrazione Trump fin qui sia la nomina del giudice Neil Gorsuch, benché il Congresso sia controllato dal suo partito.

Schermata 2017-08-04 alle 14.18.06
Il New Yorker ha messo online qualche estratto dell’ormai famosa telefonata di Anthony Scaramucci, se la mia recitazione non vi è sembrata abbastanza.

John Kelly è un esperto ex generale pluridecorato che ha la reputazione di essere in grado di far funzionare macchine organizzative complesse, di avere buon senso, di lavorare molto e di parlare chiaramente anche ai suoi superiori; ha anche avuto qualche rapporto col Congresso in passato, cosa che lo aiuterà. Nei sei mesi che ha passato a occuparsi della sicurezza nazionale, Kelly si era più volte lamentato di quanto fosse disfunzionale la Casa Bianca e aveva anche minacciato di dimettersi.

Chi lo ha visto all’opera in questi primi giorni dice che ha un atteggiamento accentratore e deciso: lo Studio Ovale non è più un porto di mare, alle riunioni partecipano solo le persone indispensabili, anche Ivanka Trump e Jared Kushner devono passare da lui se vogliono vedere il presidente. Ha già detto di voler fare il capo dello staff e non del presidente, quindi non gli impedirà di twittare né di guardare la tv quanto vuole: ma vuole controllare il flusso e le fonti delle informazioni che vengono fatte arrivare a Trump.

Domande aperte: moltissime.

(per continuare a leggere, iscriviti alla newsletter)

Paura e delirio alla Casa Bianca (28/50)

cc_2Ovvero: di come una settimana che per l’amministrazione Trump era persino cominciata bene, con l’audizione positiva di Jared Kushner al Senato sulla Russia, si è trasformata in un drammatico susseguirsi di crisi, errori, rese dei conti e fallimenti, fino a portare all’ennesimo flop della riforma sanitaria al Congresso e al licenziamento del capo dello staff della Casa Bianca, Reince Priebus.

Il completo caos delle ultime ore nella politica statunitense e i tempi necessari a scrivere e montare il podcast fanno sì che non ci sia tutto, purtroppo, in questa puntata: Priebus è stato licenziato alle nostre 23 di venerdì sera. E ci sono due cose di cui parleremo con più calma la settimana prossima: il divieto annunciato da Trump sul divieto per le persone transgender di prestare servizio nell’esercito e la firma da parte del presidente delle nuove dure sanzioni contro la Russia decise dal Congresso. Ma quello che c’è dentro la puntata, ed è moltissimo, permette di capire e contestualizzare il poco che non c’è.

Per ascoltare la nuova puntata del podcast, se avete un iPhone cercate “Da Costa a Costa” nell’app “Podcast”; altrimenti cliccate play qui sotto per ascoltarla su Spreaker. Se volete, dopo aver ascoltato la puntata lasciate una recensione su iTunes e parlatene sui social network o a chi pensate possa essere interessato a queste storie come voi. Sul sito di Piano P troverete presto la traduzione in italiano delle parti in inglese.

Ascolta “S2E14. Paura e delirio alla Casa Bianca” su Spreaker.

Avete ricevuto questo podcast gratis, come la newsletter si alterna al podcast ogni sabato, ma come avete capito realizzarli non è gratis: servono aerei, macchine, camere d’albergo, attrezzature, telefonate, connessioni internet, abbonamenti a servizi e giornali, e serve soprattutto tempo e lavoro. Dopo un anno e mezzo a seguire la campagna elettorale, “Da Costa a Costa” è ripartito il 21 gennaio e andrà avanti per tutto il 2017: ogni sabato si alterneranno una puntata della newsletter e una puntata del podcast. Dopo il Michigan e il Texas vorrei tornare un’altra volta negli Stati Uniti prima della fine dell’anno, per raccontarvi un altro pezzo di America, per cercare di capire come sta cambiando e perché ha scelto Donald Trump come suo presidente.

Se non lo avete già fatto – e centinaia di voi lo hanno già fatto: grazie di cuore! – vi chiedo quindi di valutare la possibilità di fare una donazione ricorrente da pochi euro al mese per pagare le spese di questo progetto e il mio lavoro. Due euro al mese vanno benissimo (a questo punto sono meno di 15 euro per tutto il 2017) ma se vorrete essere più generosi non ve lo impedirò, così come se vorrete fare una donazione una tantum e togliervi il pensiero. Più fondi raccoglierò, più cose potrà vedere negli Stati Uniti e più cose potrò raccontarvi come ho fatto fin qui. Se vi interessa, qui trovate le istruzioni per fare una donazione in completa sicurezza, usando la vostra carta di credito o il vostro conto Paypal. Grazie, come sempre. Ciao!

Per ricevere le prossime newsletter, ogni sabato fino alla fine dell’anno, clicca qui.

Sei mesi (27/50)

cc_2Il 26 ottobre del 1967 un trentunenne soldato americano stava pilotando un aereo da guerra sopra il Vietnam, doveva attaccare un’importante centrale elettrica. Fu colpito il suo aereo, però, che precipitò avvitandosi in una spirale. Il soldato riuscì a espellersi prima dello schianto ma la forza con cui fu sbalzato fuori dal minuscolo abitacolo gli ruppe il braccio sinistro, il braccio destro in tre parti e la gamba destra all’altezza del ginocchio. Finì col paracadute dentro un lago. Il peso dell’attrezzatura lo trascinò sott’acqua. Fece per liberarsi ma scoprì di non riuscire a muovere le braccia. Si liberò con i denti, riuscì a non annegare. Fu trovato e portato a riva da una folla di persone che lo riconobbero come soldato americano. Gli sputarono addosso, gli ruppero la spalla sinistra con un fucile, lo accoltellarono al piede sinistro e all’addome. Poi lo consegnarono ai soldati del regime comunista.

I nord-vietnamiti si rifiutarono di curarlo finché non avesse dato tutte le informazioni militari in suo possesso. Il soldato sapeva di essere messo malissimo e promise che avrebbe parlato se lo avessero curato. Un medico lo visitò e disse che non ne valeva la pena: di lì a poco sarebbe morto. Due giorni dopo i nord-vietnamiti scoprirono che suo padre era un importante e famoso ammiraglio, e che della sua sorte si parlava in prima pagina sui giornali americani. Lo avrebbero curato: era un prigioniero importante. Tentarono più volte di mettergli a posto le fratture scomposte al braccio destro, senza operazioni e senza anestesia. Non ci riuscirono. Lo operarono alla gamba sinistra. Il braccio sinistro, rotto anche quello, non glielo ingessarono nemmeno. Cominciarono a interrogarlo e picchiarlo. Quando gli chiesero quali città sarebbero state bombardate, il soldato rispose elencando le città già bombardate; quando gli chiesero i nomi dei soldati del suo squadrone, il soldato elencò la formazione dei Green Bay Packers.

A dicembre lo fecero uscire dall’ospedale e lo misero in una cella con altri due soldati americani. Era lercio, aveva la febbre alta e aveva perso 24 chili dal giorno dello schianto. Gli altri due soldati non pensavano che gli restasse molto da vivere. Sopravvisse. A marzo del 1968 il soldato fu messo in isolamento. In aprile suo padre fu nominato comandante in capo di tutte le forze armate statunitensi in Vietnam, cosa che fece crescere l’attenzione internazionale per la prigionia del figlio. Per migliorare la sua immagine e mostrarsi clemente, il regime nord-vietnamita disse allora al soldato che sarebbe stato liberato. Il soldato si rifiutò: il codice di condotta dell’esercito americano prevede che i primi a essere liberati debbano essere i primi a essere stati catturati, e disse che non si sarebbe mosso se prima non fossero stati liberati tutti i soldati americani catturati prima di lui.

Cominciarono le torture. Usarono delle corde per costringerlo a lungo in posizioni innaturali e dolorose, rese ancora più strazianti dalle fratture mai davvero guarite. Per giorni lo picchiarono ogni due ore. Gli venne la dissenteria, si coprì dei suoi escrementi. Gli ruppero le costole, gli ruppero di nuovo la gamba destra e il braccio sinistro. Alla fine cedette. Lo filmarono mentre ammetteva di essere un criminale di guerra e ringraziava i vietnamiti per avergli salvato la vita; parlando usò però il gergo del regime e fece degli errori grammaticali, per segnalare che fosse stato costretto. Le torture non si interruppero. Cercarono di costringerlo a firmare un altro documento; si rifiutò. La vigilia di Natale del 1968, sempre nel tentativo di migliorare la sua immagine, il regime fece lavare e vestire i prigionieri e mise in scena una messa di Natale alla loro presenza, le cui immagini sarebbero poi dovute arrivare alla stampa internazionale. Il soldato non smise per un momento di urlare insulti e parolacce, e mostrare il dito medio ogni volta che la telecamera lo inquadrava. Intanto i suoi compagni di prigionia presero a chiamarlo “lo storpio”, per quanto era messo male.

Alla fine del 1969 il leader del regime nord-vietnamita, Ho Chi Minh, morì. La nuova leadership decise di smettere di torturare i prigionieri di guerra. Il soldato comunque continuò a ribellarsi, rompere le scatole ed esultare ogni volta che sentiva un bombardamento statunitense; per questo per lunghi periodi fu detenuto in isolamento. Fu liberato soltanto dopo la fine della guerra, il 14 marzo del 1973. Aveva passato in prigionia cinque anni e mezzo, di cui quasi cinque dopo aver rifiutato l’offerta di uscire prima degli altri. Non riusciva a sollevare le braccia oltre l’altezza delle spalle – non ci riuscirà mai più – e aveva i capelli completamente bianchi.

In Italia pochi conoscono la storia di John McCain. Moltissimi sanno di lui solo che fu il candidato Repubblicano – e che candidato – che sfidò Barack Obama alle elezioni presidenziali del 2008. McCain è senatore da trent’anni ed è uno dei più competenti e retti in circolazione: uno dei più rispettati anche dai Democratici. Alle ultime elezioni presidenziali non ha votato per Trump. Non bisogna essere d’accordo su tutto con lui per essere molto dispiaciuti per il grave tumore al cervello che gli è stato diagnosticato questa settimana.

unnamed
John McCain il giorno della liberazione.

Ieri l’amministrazione Trump ha compiuto sei mesi, e forse quello che è successo durante questa settimana è esemplare di quello che è successo durante questi sei mesi: molto poco dal punto di vista legislativo, tantissimo su ogni altro fronte.

La prima notizia non vi stupirà, se leggete questa newsletter da un po’ di tempo: i tentativi di abolire e sostituire la riforma sanitaria di Obama sono falliti di nuovo. La legge che era stata approvata alla Camera dopo un primo fallimento è arrivata al Senato, è stata riscritta, poi è stata riscritta ancora e poi è stata ritirata ancora prima di arrivare al voto. A quel punto il capo dei Repubblicani al Senato, Mitch McConnell, molto arrabbiato con i suoi colleghi che non volevano votare la riforma, ha cambiato approccio: votiamo solo sull’abolizione della riforma di Obama (facendo così tornare in vigore il sistema precedente). Per sette anni i deputati e senatori Repubblicani hanno votato l’abolizione della riforma sanitaria, sapendo che Obama l’avrebbe fermata con un veto. “Non vorrete mica tirarvi indietro adesso”, ha fatto capire McConnell ai suoi colleghi. Che si sono tirati indietro. Anche questo voto non è stato nemmeno calendarizzato.

(per continuare a leggere, iscriviti alla newsletter)