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Due piccole storie esemplari (39/50)

cc_2Ciao da San Francisco, California, dove sono arrivato da poco dopo una lunghissima giornata di viaggio: mentre da voi è sabato mattina, qui è ancora venerdì sera, e io crollerò a letto pochi secondi dopo aver premuto il tasto “invio” di questa newsletter. Resterò in California tutta la settimana: se volete seguire il viaggio giorno per giorno – ma anche ora per ora – lo sto raccontando su Instagram, soprattutto con le Storie. Poi arriverà il podcast, certo.

Veniamo a noi. Questa settimana sono successe due cose che aiutano a capire molto bene che paese sono oggi gli Stati Uniti, e che presidente è Donald Trump. Una riguarda una storia di cui abbiamo già parlato – l’enorme e letale abuso di farmaci antidolorifici tra gli americani – e il noto potere delle lobby a Washington; l’altra riguarda alcune delle caratteristiche peculiari di Trump, dalla mancanza di empatia alla facilità con cui dice cose false. Solo che stavolta le ha dette su un tema doloroso e delicato, su cui di solito i politici sono attentissimi. Occhio però: ho finito di registrare questo podcast giovedì sera, poco dopo è successa una cosa che riguarda una delle due storie, venerdì mattina sono partito per la California; insomma, all’ultima storia manca un pezzo. Vi scrivo qualche riga dopo il player del podcast qui sotto, leggetele dopo averlo ascoltato.

Per ascoltare la nuova puntata del podcast, se avete un iPhone cercate “Da Costa a Costa” nell’app “Podcast”; altrimenti cliccate play qui sotto per ascoltarla su Spreaker. Se volete, dopo aver ascoltato la puntata lasciate una recensione su iTunes e parlatene sui social network o a chi pensate possa essere interessato a queste storie come voi. Sul sito di Piano P trovate la traduzione in italiano delle parti in inglese.

Ascolta “S2E19. Due piccole storie esemplari” su Spreaker.

Giovedì in tarda serata il capo dello staff della Casa Bianca, l’ex generale John Kelly, è intervenuto sulla faccenda delle condoglianze del presidente alle famiglie dei soldati morti. Da una parte ha assolto Obama, dicendo che non c’è niente di male se non lo ha chiamato dopo la morte di suo figlio, che è stato ucciso durante una guerra in Afghanistan; dall’altra si è lamentato di come negli Stati Uniti non ci sia più niente di sacro, di intoccabile. Durante questo passaggio Kelly si è lamentato di come nemmeno le donne siano più sacre (il suo capo qualche ruolo ce l’ha) e così nemmeno le famiglie dei soldati morti in guerra, come la sua (idem, vedi gli attacchi di Trump alla famiglia Khan della scorsa estate).

Nel farlo, quindi, Kelly ha confermato la versione della vedova di cui si parla nel podcast (quindi Trump aveva ufficialmente mentito) e ha accusato la deputata Democratica della Florida di aver assistito di nascosto alla conversazione tra Trump e la moglie del soldato. Non è vero neanche questo: è stata la vedova a mettere la telefonata in vivavoce, col consenso della famiglia del soldato, cui è molto vicina. Infine Kelly ha raccontato una storia infamante e completamente inventata su questa deputata della Florida; quando le hanno fatto notare queste incongruenze, la portavoce della Casa Bianca ha detto che non si può mettere in discussione un ex generale dell’esercito. Insomma, questa puntata del podcast avrebbe potuto essere più completa; ma i fatti nuovi non l’hanno contraddetta, anzi.

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Se non lo avete già fatto – e centinaia di voi lo hanno già fatto: grazie di cuore! – vi chiedo quindi di valutare la possibilità di fare una donazione ricorrente da pochi euro al mese per pagare le spese di questo progetto e il mio lavoro. Due euro al mese vanno benissimo (24 euro per tutto l’anno) ma se vorrete essere più generosi non ve lo impedirò, così come se vorrete fare una donazione una tantum e togliervi il pensiero. Più fondi raccoglierò, più cose potrò vedere negli Stati Uniti e più cose potrò raccontarvi come ho fatto fin qui. Se vi interessa, qui trovate le istruzioni per fare una donazione in completa sicurezza, usando la vostra carta di credito o il vostro conto Paypal. Grazie, come sempre. Ciao!

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Sono di nuovo in partenza (38/50)

cc_2Grazie alla generosità delle vostre donazioni e degli sponsor che sostengono questo progetto, sono di nuovo in partenza verso gli Stati Uniti: venerdì 20 ottobre partirò per la California, dove passerò nove giorni.

Ho scelto la California perché credo possa in qualche modo completare il racconto che ho cercato di portare avanti quest’anno: a marzo sono andato in Michigan, uno stato che è il cuore del Midwest, esemplare delle gravi cicatrici lasciate dalla crisi economica del 2008, dove i Democratici andavano bene da tempo ma dove Trump nel 2016 ha vinto per poche migliaia di voti; poi a giugno sono andato in Texas, uno degli stati americani dall’identità più forte e peculiare, molto Repubblicano ma che attraversa un momento di grandi cambiamenti demografici e politici, tanto da sembrare un po’ una specie di America in miniatura; ora tocca alla California, che invece è una roccaforte dei Democratici, ma con un’identità forte quanto quella del Texas e una montagna di storie.

La California è il più popoloso stato americano, quindi quello che assegna più grandi elettori alle presidenziali; è il terzo più grande per estensione e di gran lunga quello con l’economia più prospera. Se fosse una nazione indipendente, avrebbe la sesta economia al mondo. Ospita la seconda più popolosa città d’America, cioè Los Angeles; la contea in assoluto più popolosa e quella in assoluto più grande. Ed è presente in ognuna delle nostre vite, in modo concreto: è lo stato di Apple, Google e Facebook, per fare soltanto un esempio, ed è quello di Hollywood, il singolo posto al mondo che più di ogni altro ha plasmato il nostro immaginario culturale. La California è uno stato solidamente Democratico, tanto che Hillary Clinton nel 2016 ha vinto con la percentuale più alta dai tempi di Roosevelt – sarà il primo stato ad aver votato Clinton che visiterò quest’anno, cercherò di capire come se la passano – ma è anche un posto che ha avuto relativamente poco tempo fa un apprezzato governatore Repubblicano, e che governatore: Arnold Schwarzenegger.

È un posto pieno di fascino, descritto spesso come il paradiso, e che per certi versi ci somiglia – Los Angeles, Malibu, Santa Barbara, Venice, eccetera – ma che non è privo di problemi, anzi. San Francisco è una delle città con le diseguaglianze economiche più gravi d’America, e ha un settore immobiliare notoriamente feroce. Attorno alla Bay Area e alla Silicon Valley ruotano alcuni dei temi più importanti per lo sviluppo del genere umano, dal futuro di internet a quello dei nostri dati, dalle intelligenze artificiali agli attacchi informatici condotti per falsare le campagne elettorali. Sia la Bay Area che Los Angeles e le loro industrie, peraltro, sono state scosse negli ultimi mesi da discussioni importanti sull’uguaglianza di genere. A Los Angeles, poi, c’è da sempre una dolorosa e delicata questione razziale: pensate alle rivolte di 25 anni fa, per esempio. Infine c’è il clima: la California è uno degli stati americani più esposti alle complicazioni provocate dal riscaldamento globale. Ha avuto pochi anni fa una terribile siccità e proprio in questi giorni sta facendo i conti con i più gravi incendi della sua storia, che hanno già provocato la morte di 36 persone. Ed è una cifra che crescerà, visto che centinaia sono disperse.

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Cosa rimane di interi quartieri di Santa Rosa.

Parto venerdì prossimo, come vi dicevo. Se volete dare un contributo per finanziare il mio lavoro, oppure semplicemente per offrirmi una birra o un hamburger quando sarò lì, qui trovate le istruzioni (non serve avere per forza un account Paypal, si può usare la carta di credito: se avete problemi scrivetemi a costa@ilpost.it). Vi racconterò questo viaggio col podcast che uscirà il 4 novembre, ma quando sarò in California giorno dopo giorno userò i social network per mostrarvi cosa farò, cosa vedrò, dove andrò, soprattutto con le storie di Instagram e sulla mia pagina Facebook.

Veniamo alle notizie di questa settimana.
(e leggete fino alla fine, che c’è un regalo per voi)

Trump vuole fare esplodere Obamacare dall’interno
Dopo aver fallito per tre volte nel tentativo di abolire e sostituire la storica riforma sanitaria approvata su spinta dell’amministrazione Obama, Donald Trump ha deciso di sabotarne il funzionamento e mandarla all’aria, per costringere così il Congresso a occuparsene: è la strategia degli ostaggi di cui parlavamo qualche newsletter fa.

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È arrivata la prima vera grande crisi (37/50)

cc_2Durante questi dieci mesi, ogni volta che abbiamo parlato del caos dell’amministrazione Trump, dell’incompetenza dimostrata da lui e dai suoi collaboratori, delle rivalità nel suo staff, dell’incapacità dei Repubblicani di ottenere risultati e mantenere le promesse nonostante controllino indisturbati la Casa Bianca, la Camera e il Senato, c’è una domanda che ci siamo posti più volte. Se questa è la situazione adesso, ci siamo chiesti, cosa succederà quando questa amministrazione si troverà ad affrontare la sua prima vera grande crisi? Forse, a dieci mesi dall’insediamento di Donald Trump, è arrivato il momento in cui cercare questa risposta. In questa puntata del podcast vi racconto perché, in modi diversi, la catastrofe umanitaria di Porto Rico e la strage di Las Vegas metteranno alla prova la capacità di questa amministrazione e di questo presidente di gestire situazioni complesse, e ci daranno qualche risposta.

Per ascoltare la nuova puntata del podcast, se avete un iPhone cercate “Da Costa a Costa” nell’app “Podcast”; altrimenti cliccate play qui sotto per ascoltarla su Spreaker. Se volete, dopo aver ascoltato la puntata lasciate una recensione su iTunes e parlatene sui social network o a chi pensate possa essere interessato a queste storie come voi. Sul sito di Piano P trovate la traduzione in italiano delle parti in inglese.

Ascolta “S2E18. È arrivata la prima vera grande crisi” su Spreaker.

Avete ricevuto questo podcast gratis, come la newsletter che riceverete la settimana prossima, ma come avete capito realizzarli non è gratis: servono aerei, macchine, camere d’albergo, attrezzature, telefonate, connessioni internet, abbonamenti a servizi e giornali, e serve soprattutto tempo e lavoro. Dopo un anno e mezzo a seguire la campagna elettorale, “Da Costa a Costa” è ripartito il 21 gennaio e andrà avanti fino alla fine del 2017: ogni sabato si alterneranno una puntata della newsletter e una puntata del podcast. Dopo il Michigan (uno e due) e il Texas (uno e due) vorrei tornare un’altra volta negli Stati Uniti prima della fine dell’anno, per raccontarvi un altro pezzo di America, per cercare di capire come sta cambiando e perché ha scelto Donald Trump come suo presidente. È anche un tentativo di provare un nuovo modello per sostenere un’attività giornalistica: pagano i lettori se e quando vogliono, e vediamo che succede.

Se non lo avete già fatto – e centinaia di voi lo hanno già fatto: grazie di cuore! – vi chiedo quindi di valutare la possibilità di fare una donazione ricorrente da pochi euro al mese per pagare le spese di questo progetto e il mio lavoro. Due euro al mese vanno benissimo (24 euro per tutto l’anno) ma se vorrete essere più generosi non ve lo impedirò, così come se vorrete fare una donazione una tantum e togliervi il pensiero. Più fondi raccoglierò, più cose potrò vedere negli Stati Uniti e più cose potrò raccontarvi come ho fatto fin qui. Se vi interessa, qui trovate le istruzioni per fare una donazione in completa sicurezza, usando la vostra carta di credito o il vostro conto Paypal. Grazie, come sempre. Ciao!

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C’è una cosa di cui dovete leggere: Porto Rico (36/50)

cc_2Il vero disastro a Porto Rico non lo ha fatto l’uragano. Lo ha fatto l’altro uragano.

L’uragano Irma è arrivato il 7 settembre, portando onde alte 9 metri e venti forti fino a 180 chilometri orari. Decine di persone sono morte ma soprattutto migliaia di case sono state distrutte o gravemente danneggiate; e più di un milione di persone, quasi un terzo della popolazione totale dell’isola, ha perso l’accesso all’energia elettrica. Poi è arrivato l’uragano Maria, ancora più devastante. La rete elettrica è stata completamente distrutta, per tutti; si va avanti con i generatori, chi ce li ha e finché non finisce il gasolio, ospedali compresi. Milioni di persone sono senza acqua potabile e senza cibo, o li stanno finendo. Anche le reti di comunicazione sono state distrutte o gravemente compromesse: il 95 per cento della rete telefonica cellulare è fuori uso, così come l’85 per cento della rete fissa.

Porto Rico è un’isola, ed è nel mare dei Caraibi.

Porto Rico - Uragano Maria(RICARDO ARDUENGO/AFP)

Che Porto Rico è un’isola vuol dire che attorno ha l’oceano: la Florida dista 1.600 chilometri, in linea d’aria. Ci si può arrivare solo via nave o via aereo, e sia i porti che gli aeroporti sono distrutti. Che Porto Rico è nel mar dei Caraibi vuol dire, tra le altre cose, che in questo momento dell’anno le temperature di giorno superano i 30 gradi, con un tasso di umidità intorno all’80 per cento.

La metà degli ospedali dell’isola che in qualche modo funzionano ancora ha accolto i degenti degli altri ospedali e le migliaia di persone che hanno bisogno di cure a causa dell’uragano; alcune sono arrivate in condizioni rese ancora peggiori dalla difficoltà di raggiungere l’ospedale stesso; o di scoprire quale ospedale fosse funzionante e quale no senza poter usare un telefono, senza avere abbastanza benzina per girarli tutti, o senza avere più fisicamente la strada da percorrere per arrivarci. Persino il 911, il numero delle emergenze, è ancora fuori uso: ma tanto pochissimi potrebbero usarlo.

Una donna di 81 anni è arrivata in ospedale alle otto della sera con gravi problemi respiratori; il giorno dopo alle due del pomeriggio non aveva ancora nemmeno un letto: solo l’ossigeno, su una sedia. Un uomo con un’ulcera a un piede dovrebbe essere operato, e ogni giorno che passa aumentano le possibilità di un’amputazione. Immaginate storie del genere, o peggiori di queste, moltiplicate per migliaia di persone. Quando c’è la corrente elettrica, si usa per attivare i macchinari di cui non si può fare a meno. L’aria condizionata mai, neanche nei reparti di terapia intensiva: le persone che stanno peggio – intubate o comunque in condizioni molto precarie – vengono messe davanti ai ventilatori, per dar loro qualche sollievo dal caldo; ma in queste condizioni diventa complicato anche far scendere la febbre ai malati di dengue. «È un forno», ha detto un chirurgo di San Juan, la capitale, a un giornalista del Washington Post. I medici e gli infermieri non hanno più turni: lavorano finché non crollano a terra in un angolo. Non tornano a casa per non sprecare benzina e perché non potrebbero essere ricontattati in caso di emergenza, visto che le reti telefoniche non funzionano. E pregano che il prossimo rifornimento di gasolio arrivi in tempo. In un ospedale di San Juan due persone in terapia intensiva sono morte quando è andata via l’energia elettrica. All’ospedale pediatrico di Santurce qualche giorno fa sono rimasti otto ore completamente senza energia elettrica: un ospedale pediatrico, senza energia elettrica.

Questa è la situazione dei malati, ma la verità è che i sani a Porto Rico non esistono più. In alcuni posti l’energia elettrica mancherà per mesi. Chi ha un generatore si arrangia, finché ha del gasolio, ma un milione e mezzo di persone è ancora senza acqua potabile. Per far bollire l’acqua non potabile bisogna accendere dei fuochi in un posto in cui ha appena piovuto quanto mai nella sua storia, oppure – di nuovo – serve l’energia elettrica; quindi alcuni la bevono senza farla bollire, perché non hanno gasolio o per conservarlo, col rischio che sia contaminata dalle carcasse degli animali morti che col caldo si decompongono in fretta. Lavarsi, ovviamente, è diventato secondario: ma questo fa aumentare il rischio che le malattie si diffondano, a cominciare da quelle fastidiosissime e gravi, se trascurate, come la congiuntivite. Fuori dai supermercati le code per il cibo sono lunghissime.

Porto Rico - Uragano Maria(RICARDO ARDUENGO/AFP)

Porto Rico fa parte degli Stati Uniti, ma non è uno stato americano. Tecnicamente è un “territorio non incorporato”, da anni in trattative per diventare il cinquantunesimo stato. I suoi abitanti hanno il passaporto statunitense ma non possono votare né per il Congresso né per il presidente: solo per il loro governatore. Ed è in bancarotta, Porto Rico: a maggio lo stato è andato in tribunale a dire che non può restituire i 73 miliardi di dollari che deve ai suoi creditori, soprattutto grandi società di Wall Street e fondi speculativi privati che lo avevano comprato a un alto tasso di interesse, ma anche le società che forniscono servizi come l’acqua o l’energia elettrica, che costruiscono le strade e le fogne, e i fondi pensionistici dei lavoratori. Dato che non è uno stato americano, Porto Rico non può godere nemmeno delle leggi sulla bancarotta statunitense, che tutelano gli enti pubblici che si trovano in circostanze del genere.

Le cose negli ultimi giorni sono leggermente migliorate: sono aumentati i rifornimenti di gasolio e così sono tornate operative diverse stazioni di servizio, davanti alle quali già in piena notte cominciano a formarsi le code; ma la priorità continuano ad averla gli ospedali, che sono ancora nelle condizioni di cui sopra. Al porto di San Juan sono arrivati 500 container pieni di cibo e beni di prima necessità, ma quattro giorni dopo quei beni erano ancora fermi al porto: non c’erano abbastanza camion su cui caricarli, né abbastanza carburante per riempire i serbatoi di quei camion, né abbastanza strade su cui farli spostare, né abbastanza supermercati non danneggiati da riempire di merce.

La risposta dell’amministrazione Trump finora è stata molto lenta: nel 2010 usando da subito l’esercito la Casa Bianca si mobilitò più rapidamente per aiutare Haiti dopo il terremoto. A Porto Rico il grosso di quello che ha mandato fin qui il governo, tra persone e beni, è arrivato solo una settimana dopo il primo uragano. Soltanto domenica dovrebbe arrivare un grosso carico di gasolio, insieme con 3 milioni di pasti e 2,6 milioni di litri d’acqua, dall’agenzia federale per la gestione delle emergenze. La cosa più importante che ha fatto Trump fin qui è stato sospendere il Jones Act, una vecchia legge che permette solo a navi americane di portare persone e merci a Porto Rico. Ma sono servite molte pressioni, perché l’industria statunitense dei trasporti navali non era contenta: infatti la sospensione varrà solo dieci giorni. Il presidente Trump visiterà Porto Rico martedì.

Questa settimana ho sentito per telefono un imprenditore italiano che ha un’attività a Porto Rico, e in questo momento si trova per sua fortuna al sicuro. Mentre mi raccontava di queste devastazioni, a un certo punto mi ha detto: «Sai, quando c’è stato il terremoto ad Amatrice, non hai idea di quante persone qui si sono offerte di dare una mano e hanno organizzato cene e raccolte fondi per mandare qualcosa in Italia. Ora apro le homepage dei siti di news italiani e di Porto Rico non si parla quasi per niente». La sindaca di San Juan ha detto: «Qui stiamo morendo». Più avanti parleremo anche delle conseguenze politiche che può avere questa crisi sul punto di diventare una catastrofe umanitaria; intanto vi consiglio di continuare a seguire soprattutto le notizie.

E a Washington?
La notizia politica della settimana a Washington non ha riguardato Porto Rico. Si è parlato soprattutto di due cose, entrambe molto importanti per l’amministrazione Trump: la riforma sanitaria e la riforma fiscale.

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Qualche libro che ho comprato

Dovrei aver scritto altre volte di come oggi fatichi più di un tempo a leggere libri. Per molto tempo ho attribuito questa situazione al fatto che passi la grandissima parte delle mie giornate scrivendo e leggendo – soprattutto notizie, ma anche cose che si potrebbero definire non fiction – e quindi nel resto del tempo venga naturalmente attratto da attività che non comportino restare seduti a fissare dei caratteri su uno schermo o su un pezzo di carta; continuo a pensare che sia così, ma mi sono convinto anche che questo stia diventando una specie di alibi – perché il sabato mattina preferisco comprare un quotidiano e due riviste invece che leggere un libro? – sia che in fin dei conti non importi davvero. Mi verrà più voglia di leggere libri quando mi verrà più voglia di leggere libri.

Negli ultimi due anni un’altra circostanza si è messa tra me e la lettura: oltre a innumerevoli sere e weekend che teoricamente avrei potuto dedicare ad altro, il progetto “Da Costa a Costa” si è mangiato quasi tutte le mie ferie, che ho felicemente usato per andare negli Stati Uniti ogni volta che potevo, dall’Iowa alla Pennsylvania, dall’Ohio al Michigan, da New York al Texas, e così è svanito anche quel tempo lento dell’estate che avevo sempre trovato ideale per la lettura. In tutto questo, però, il fascino dei libri mica l’ho perso: e quindi ho continuato a comprarne più di quanti sia riuscito a leggerne. Veniamo al dunque: me l’avete chiesta, sui social network, ma nell’ultimo anno non ho letto abbastanza libri da rendere sensato produrre una lista come quelle degli anni scorsi. Però ho comprato molti libri. Alcuni li ho iniziati e mollati, altri li ho finiti, altri ancora non li ho nemmeno aperti: un giorno li leggerò. Forse. Magari vi interessano comunque.

– Who Thought This Was a Good Idea?: And Other Questions You Should Have Answers to When You Work in the White House
di Alyssa Mastromonaco (in inglese)
Questo l’ho finito. È un racconto spiritoso e leggero degli anni che Alyssa Mastromonaco ha passato lavorando come una delle principali collaboratrici di Barack Obama. Mastromonaco è stata a lungo la responsabile dell’organizzazione dei viaggi di Obama, sia quelli da candidato che quelli da presidente: un lavoro importante e delicatissimo, nel quale tenere conto di un migliaio di cose diverse ogni giorno e nel quale un migliaio di cose diverse possono andare storte ogni giorno, con conseguenze anche molto gravi. Per il resto della sua vita, ad Alyssa Mastromonaco non mancheranno storie da raccontare alle feste.

– Photographs Taken at One-Hour Intervals During a Walk from Galveston Island to the West Texas Town of Marfa
di Joshua Edwards
È un libretto fotografico – quindi vale letto? – che ho comprato in Texas. Un tipo ha camminato a piedi per quasi tutto il confine tra Texas e Messico scattando una foto ogni ora, dovunque fosse.

– The Sex Lives of English Women
di Wendy Jones (in inglese)
Anche questo l’ho finito. È una raccolta di storie molto diverse tra loro, tutte vere, tutte che riguardano donne britanniche e il sesso. Le storie sono affiancate tra loro, il libro non ha una tesi: la mia, di tesi, è che gli uomini sanno trovare un miliardo di modi per rendere il sesso un’esperienza orribile per le donne. E che molto spesso, colpevolmente, non ne hanno nemmeno idea.

March
di John Lewis con Andrew Aydin e Nate Powell (in italiano)
Beh, per forza l’ho letto, ne ho pure scritto la prefazione. Una grande storia che diventa davvero ogni giorno più attuale.

– Lincoln at Gettysburg: The Words that Remade America
di Garry Wills (in inglese)
Lo sapete che sono fissato col discorso di Gettysburg: ne ho scritto qui e parlato durante una delle ultime puntate del podcast. Mi piacciono le storie in cui le parole, prima ancora delle azioni, cambiano le cose.

Elegia americana
di J.D. Vance (in italiano)
Iniziato e abbandonato, ma non perché non mi stesse piacendo. Anzi. Racconta benissimo e al di là dei cliché un’America poco raccontata, che poi è anche quella che lo scorso novembre ha votato Donald Trump. È molto interessante, qui potete leggerne un estratto.

– The Gerald Ford Letters
di Robert N. Winter-Berger (in inglese)
Ero a Detroit, volevo intervistare un impiegato di una libreria storica, mi serviva qualcosa per aprire e facilitare la conversazione: quindi ho preso questo libro e mi sono diretto alla cassa. Ha funzionato. Non l’ho aperto, ma magari un giorno lo prendo in mano. Gerald Ford ha una storia speciale: è l’uomo che diventò presidente degli Stati Uniti senza prendere nemmeno un voto (e senza nemmeno ammazzare qualcuno).

Trilogia della frontiera
di Cormac McCarthy (in italiano)
Ne ho letto solo Oltre il confine, che è una storia che le ha dentro tutte e mi ha perseguitato per settimane: e così, tra le altre cose, quando sono arrivato a El Paso, alla fine del mio viaggio in Texas, dopo aver attraversato i posti in cui è ambientata la sua storia, sono entrato in un posto di tatuaggi a caso e mi sono fatto disegnare addosso.71CMc+mH1dL

Ghost Wars
di Steve Coll (in inglese)
Comprato su consiglio di un amico, non ancora iniziato, ma lo leggerò di sicuro. Ha vinto il Pulitzer, racconta la storia di tutte le cose che hanno portato all’11 settembre del 2001.

– Reporting Always: Writings from the New Yorker
di Lillian Ross (in inglese)
Comprato dopo aver letto questo, non ancora iniziato.

– Walter Benjamin at the Dairy Queen
di Larry McMurtry (in inglese)
Me ne ha parlato Marta, che me l’ha messo in mano. L’ho aperto in un punto a caso e ho letto: «Stay in one place long enough, or return to the same place often enough, and some interesting ironies are likely to accumulate». L’ho chiuso, l’ho riaperto in un altro punto a caso, e ho letto: «I was at the time owner of perhaps two hundred thousand books and yet I couldn’t read». Ha vinto, comprato, letto. È un saggio su Walter Benjamin, la scrittura, il racconto e la sua evoluzione, ma c’è anche moltissimo Texas e moltissimo della storia di McMurtry (che è l’autore di Un volo di colombe e lo sceneggiatore di I segreti di Brokeback Mountain, lo dico per gli ignoranti come me).

Vite che non sono la mia
di Emmanuel Carrère (in italiano)
In un numero di pagine striminzito ci sono moltissime storie, tutte vere, densissime e legate tra loro: una relazione in crisi, lo tsunami del 2004 in Sri Lanka, una malattia terminale, due magistrati e il potere delle banche.

Essayism
di Brian Dillon (in inglese)
Un’esaltazione del genere letterario del personal essay, che in Italia mi sembra di tradire se traduco come “saggio personale”. Comprato da poco, non ancora iniziato.

– State by State: A Panoramic Portrait of America
(in inglese)
Un racconto breve per ogni stato americano: Dave Eggers sull’Illinois, Jonathan Franzen su New York, Cristina Henriquez sul Texas, Anthony Bourdain sul New Jersey, eccetera. E un po’ di informazioni enciclopediche su ogni stato, anche. L’ho comprato da poco, ma credo che da qui in poi, ogni volta che preparerò un viaggio in America, partirò da qui.

What Happened
di Hillary Clinton (in inglese)
Mi è arrivato pochi giorni fa, ne ho letto ancora solo la prefazione. Immagino uscirà anche in Italia, ma non so ancora quando e con chi.

Shattered: Inside Hillary Clinton’s Doomed Campaign
di Jonathan Allen and Amie Parnes (in inglese)
Storia non ufficiale e piuttosto spietata di tutti i problemi che ha avuto la campagna elettorale di Hillary Clinton. Iniziato, non finito.

Ci fate vedere “The West Wing” in modo legale, per favore?

Come sanno gli iscritti e gli ascoltatori di “Da Costa a Costa”, uso spesso le scene di una serie tv per spiegare alcuni passaggi e meccanismi della politica statunitense; e negli ultimi due anni, per ragioni che sarebbe superfluo elencare, la politica statunitense ha attirato l’interesse di moltissime persone, anche tra quelle che di solito non si interessano di politica estera e giornalismo. La serie tv in questione si chiama The West Wing, è andata in onda su NBC dal 1999 al 2006 ed è considerata una delle migliori serie tv mai realizzate, di sicuro la migliore sulla politica statunitense: l’ha scritta Aaron Sorkin, il celebrato sceneggiatore che poi avrebbe – tra le molte altre cose – vinto un premio Oscar per The Social Network, ha un gran cast (il presidente è interpretato da Martin Sheen, per esempio) e negli anni in cui andò in onda vinse ben tre Golden Globes e ventisei Emmy. È una serie meravigliosa che secondo moltissimi ha cambiato le percezioni e le aspettative degli elettori statunitensi sulla politica; ancora oggi sui giornali statunitensi si discute della sua rilevanza. The West Wing

Per quanto sia una serie tv di quasi vent’anni fa, The West Wing è ancora attualissima.

Avete presente le discussioni recenti sulla presenza delle persone transessuali nell’esercito? Guardate questa scena di The West Wing.

E l’inchiesta di un procuratore speciale sul presidente?

E le pressioni sui collaboratori del presidente che presto saranno chiamati a testimoniare?

E la deterrenza nucleare e l’accordo con l’Iran?

E l’indebitamento degli studenti con le tasse per i college?

Potrei continuare, ma avete capito. Veniamo al punto. Sfortunatamente The West Wing è stata prodotta e trasmessa in un momento storico lontano dall’attuale esplosione e rilevanza delle serie tv. È stata doppiata in italiano, ma in Italia è stata trasmessa un po’ da Rete 4, un po’ da Fox, un po’ da Steel, un po’ da Arturo: da nessuna di queste per intero. Io l’ho vista infinite volte, ho i DVD (anche se non so più dove infilarli), ovviamente si trovano diversi streaming illegali online. Oggi non la trasmette nessuno né qualcuno permette di vederla legalmente in streaming (c’è su Netflix, ma solo sul catalogo americano). Ora: esiste un network italiano disposto a farci vedere oggi The West Wing in modo legale? C’è qualcuno disposto a comprare i diritti – che immagino non costino moltissimo, anche se potrebbero esserci vincoli e contratti preesistenti – per rendere disponibile on demand una serie di altissima qualità che ha fatto la storia della tv americana, e che oggi è più attuale che mai?

Questo post vale come una richiesta e un appello: sia a questo eventuale network – se qualcuno tra gli addetti ai lavori vuole farmi qualche domanda in più, l’email è costa@ilpost.it – sia a voi che leggete e vi siete incuriositi. Se volete, diffondete questo post e fatelo sapere a Netflix Italia (Twitter e Facebook, ma c’è anche questo form), Sky Atlantic (Twitter e Facebook), Mediaset On Demand (Twitter e Facebook), Raiplay (Twitter e Facebook), Amazon Prime Video (Facebook e Twitter), Infinity (Twitter e Facebook) e tutti gli altri potenzialmente interessati. Magari ci e si fanno un regalo, loro o qualcun altro, prima della fine dell’anno.

L’inchiesta sulla Russia punta al bersaglio grosso (35/50)

cc_2La settimana scorsa per la prima volta in più di due anni è saltata l’abituale puntata settimanale di “Da Costa a Costa”; questa settimana per la prima volta in più di due anni non sono riuscito a rispondere a tutte le vostre email. Mi avete letteralmente sommerso di messaggi calorosi e affettuosi, pensieri gentili e auguri di pronta guarigione: valga soltanto per questa volta allora un unico ringraziamento collettivo, di vero cuore. Mi ci vorrà ancora un po’ per tornare al cento per cento, come dicono i calciatori, ma sto molto meglio, e mi dispiace se vi ho fatti preoccupare.

La prova che sto molto meglio – così chiudiamo la parentesi personale, e veniamo a noi – è la puntata del podcast di questa settimana, che affronta un tema che negli ultimi tempi era finito un po’ in ombra. Il punto è che questa storia si muove sottotraccia, non passa attraverso i comizi, le proposte di legge, le dichiarazioni di voto e le conferenze stampa, bensì dalle occasionali fughe di notizie e voci di corridoio che arrivano ai giornalisti: quindi a volta capita che non se ne senta parlare per un po’, ma questo non vuol dire che sia tutto fermo, anzi. Sto parlando dell’inchiesta sulla Russia, naturalmente, su cui questa settimana sono venute fuori alcune novità molto interessanti: suggeriscono che gli investigatori stiano cercando e trovando riscontri in modo molto aggressivo, che stiano cercando di convincere alcuni grandi alleati di Trump a raccontare quello che sanno, e che stiano puntando anche sul ruolo di un altro gigante: Facebook.

Per ascoltare la nuova puntata del podcast, se avete un iPhone cercate “Da Costa a Costa” nell’app “Podcast”; altrimenti cliccate play qui sotto per ascoltarla su Spreaker. Se volete, dopo aver ascoltato la puntata lasciate una recensione su iTunes e parlatene sui social network o a chi pensate possa essere interessato a queste storie come voi. Sul sito di Piano P trovate la traduzione in italiano delle parti in inglese.

Ascolta “S2E17. L’inchiesta sulla Russia punta al bersaglio grosso” su Spreaker.

Avete ricevuto questo podcast gratis, come la newsletter che riceverete la settimana prossima, ma come avete capito realizzarli non è gratis: servono aerei, macchine, camere d’albergo, attrezzature, telefonate, connessioni internet, abbonamenti a servizi e giornali, e serve soprattutto tempo e lavoro. Dopo un anno e mezzo a seguire la campagna elettorale, “Da Costa a Costa” è ripartito il 21 gennaio e andrà avanti per tutto il 2017: ogni sabato si alterneranno una puntata della newsletter e una puntata del podcast. Dopo il Michigan (uno e due) e il Texas (uno e due) vorrei tornare un’altra volta negli Stati Uniti prima della fine dell’anno, per raccontarvi un altro pezzo di America, per cercare di capire come sta cambiando e perché ha scelto Donald Trump come suo presidente. È anche un tentativo di provare un nuovo modello per sostenere un’attività giornalistica: pagano i lettori se e quando vogliono, e vediamo che succede.

Se non lo avete già fatto – e centinaia di voi lo hanno già fatto: grazie di cuore! – vi chiedo quindi di valutare la possibilità di fare una donazione ricorrente da pochi euro al mese per pagare le spese di questo progetto e il mio lavoro. Due euro al mese vanno benissimo (a questo punto sono meno di 10 euro per tutto il 2017) ma se vorrete essere più generosi non ve lo impedirò, così come se vorrete fare una donazione una tantum e togliervi il pensiero. Più fondi raccoglierò, più cose potrò vedere negli Stati Uniti e più cose potrò raccontarvi come ho fatto fin qui. Se vi interessa, qui trovate le istruzioni per fare una donazione in completa sicurezza, usando la vostra carta di credito o il vostro conto Paypal. Grazie, come sempre. Ciao!

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Mi dispiace, ma oggi passo

cc_2Cari,

speravo ormai di fare filotto, arrivato a questo punto, ma non ci sono riuscito: dopo oltre due anni senza mai saltare un sabato, lavorando a “Da Costa a Costa” da qualsiasi posto, dal deserto del Texas alla sgangherata periferia di Flint, dalle case degli amici agli Intercity sferraglianti in giro per l’Italia, da alberghi, macchine, aerei, stazioni, con l’influenza, in vacanza, con il jet lag, con le notti in bianco, eccetera, beh, questa settimana purtroppo non ce l’ho fatta: per la prima volta niente newsletter e niente podcast.

Niente di grave, non vi preoccupate, ma ho avuto un infortunio doloroso e un po’ rognoso che tra le altre cose mi impedisce di stare al computer per più di pochi minuti. Mi dispiace. Spero di tornare già sabato prossimo, in ogni caso tutte le puntate perse saranno recuperate. Chiedo un po’ di pazienza anche a chi di voi mi ha scritto questa settimana e aspetta una risposta: appena potrò, l’avrete.

Nel frattempo, se capite l’inglese potete leggere o ascoltare alcune cose di cui vi avrei voluto parlare questa settimana: riguardano due persone, Hillary Clinton e Steve Bannon. Su Hillary Clinton, vi consiglio di ascoltare le ultime due puntate del podcast With Her, l’intervista a Longform e soprattutto questa intervista a Ezra Klein di Vox (se invece avete voglia di leggere, qui c’è un lungo articolo del direttore del New Yorker). Su Steve Bannon, invece, vi segnalo il video della sua prima vera intervista televisiva, con Charlie Rose a CBS News, e qualche contenuto speciale estratto da quell’intervista.

Statemi bene.

A presto,
Francesco

P. S.: Una cosa divertente, a margine: in tutto questo, sono diventato un personaggio del mio podcast. Scherzi a parte, se quella puntata aveva catturato la vostra attenzione, guardate questo documentario appena uscito su Netflix.

P. P. S.: A causa dell’alluvione di Livorno, il festival “Il senso del ridicolo” nel quale sarei dovuto intervenire sabato 23 settembre è stato annullato. Un abbraccio da parte mia agli organizzatori del festival, che lavoravano duro da mesi, e naturalmente a tutte le persone coinvolte in questo terribile guaio.

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Stavolta Trump mi ha spiazzato (34/50)

cc_2(in via eccezionale, oggi “Da Costa a Costa” esce di nuovo in formato newsletter: per recuperare, seguiranno due sabati consecutivi di podcast)

Vi faccio leggere una cosa, prima di tutto.

«Trump non è stato capace fin qui di darsi un’agenda legislativa né di fornire ai suoi dipendenti la minima idea di cosa vuole che facciano. Il Congresso è fuori dal suo controllo e non lo teme: lo ha umiliato sulla Russia, e quando i suoi più stretti alleati hanno puntato tutto sulla riforma sanitaria, gli altri lo hanno scaricato. Il capitale politico che gli rimane viene in gran parte dalle politiche che Obama gli ha lasciato, che sono come degli ostaggi: l’accordo di Parigi sul clima, quello con l’Iran sul nucleare, l’accordo commerciale TPP e, più di tutti, il programma DACA e i quasi 800.000 giovani americani che grazie a quel programma vivono una vita tranquilla e, in certi casi, straordinaria.

Il fatto che Trump abbia deciso di abbandonare tutte queste cose, di ucciderle, invece che usarle per aumentare il suo potere contrattuale, aiuta a spiegare la sorprendente debolezza della sua presidenza. Non è certo questo l’unico modo in cui Trump ha scialacquato il suo potere. Ma se sei politicamente debole, avere degli ostaggi può darti enorme potere. Quando minacci di distruggere qualcosa che sta disperatamente a cuore ai tuoi avversari, persino i tuoi nemici saranno pronti a trovare un accordo.

Steve Bannon lo aveva capito, e infatti – nonostante sia un nazionalista ortodosso senza nessuna simpatia per i “Dreamers” – voleva usarli come merce di scambio: nella sua idea, Trump poteva dare loro la cittadinanza in cambio di una riforma dell’immigrazione che raggiungesse il vero grande obiettivo dei nazionalisti: ridurre in modo permanente le quote per l’immigrazione legale e limitarla alle persone altamente qualificate. Non sarebbe stato facile, ovviamente, ma Trump non ci ha nemmeno provato.

E così Trump, abolendo il DACA solo per fare contenta la sua base, si prenderà le peggiori conseguenze da entrambi i lati. Infliggerà sofferenza vera su centinaia di migliaia di persone solo per rassicurare quel 30 per cento di americani che ancora lo sostiene; e dal punto di vista politico rinuncerà a una merce di scambio in cambio di niente, dilapidando ancora un po’ del suo capitale politico. Questa non è una strategia; questa è la reazione istintiva di una persona nell’angolo.

Gli americani che non sono d’accordo con questa mossa daranno la colpa a Trump (lui la darà al Congresso). E se il Congresso dovesse salvare i beneficiari del DACA, sarà grazie a un accordo trovato al Campidoglio, con il presidente come semplice spettatore. Il potere a Washington si accumula se sei rilevante; svanisce se sei ai margini. Nonostante questo, la mossa di Trump è in linea con la traiettoria generale della sua presidenza, che sembra rivolta a cercare il punto minimo di potere esercitabile da un presidente (che è comunque tanto!).

I sequestratori tengono gli ostaggi in vita per proteggersi e per ottenere quello che vogliono. A volte gli sparano, però, perché cercano la stessa cosa che Trump sembra cercare abolendo il DACA: l’attenzione. È già successo che Trump sia stato costretto a scegliere tra l’attenzione e il potere, tra una narrazione da reality show e la complessa realtà del governo. Ha sempre scelto l’attenzione, e non c’è motivo di pensare che questa cosa cambi».

Questo che avete letto è un editoriale di Ben Smith, il direttore di BuzzFeed; probabilmente la sua testata vi fa venire in mente innanzitutto video di gattini e meme virali, ma Smith è un veterano di Washington, ha lavorato per molti anni a Politico, ha ottime fonti ed è tuttora una delle persone più lucide tra quelle che commentano la politica americana. Ho letto questo articolo mercoledì e mi ha convinto molto. Poi sono passati i giorni, ci ho ripensato e credo di aver cambiato idea.

Cominciamo dall’inizio.

Sabato scorso vi avevo raccontato che questa settimana sarebbe arrivata l’abrograzione del DACA da parte della Casa Bianca, e così è stato. Di cosa parliamo: per più di dieci anni il Congresso ha tentato di far passare una legge nota come DREAM Act, i cui eventuali beneficiari per questo sono noti come “DREAMers”, sognatori. DREAM è un acronimo che sta per “Development, Relief, and Education for Alien Minors”. Questa legge, mai approvata, avrebbe dovuto proteggere e offrire un percorso per ottenere la cittadinanza statunitense a una specifica categoria di persone: gli immigrati irregolari arrivati negli Stati Uniti da bambini. L’idea alla base di quella legge mai approvata è che le persone senza cittadinanza arrivate da bambine negli Stati Uniti non abbiano colpe, non possano essere accusate di avere infranto la legge e quindi non dovrebbero pagare per le colpe dei propri genitori; inoltre, al contrario dei propri genitori, queste persone non hanno un paese in cui tornare: spesso gli Stati Uniti sono l’unico paese che hanno visto, l’unico di cui conoscano la lingua, quello di cui si sentono cittadini.

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Perché Trump questo mese si gioca moltissimo (33/50)

cc_2Quando diventano troppo grandi, facciamo fatica a immaginare concretamente il significato e il valore dei numeri. Sappiamo bene tutti quanti sono quattro mila euro, per esempio: ma quattro mila miliardi di dollari, invece, quanti sono? È la somma che spende ogni anno il governo federale degli Stati Uniti. È tanto? È poco? Cosa si compra con quattro mila miliardi di dollari? Non capiamo bene cosa voglia dire quella cifra, diventa una cosa astratta. Sappiamo bene quanti sono centocinquanta chilometri: ma centocinquanta milioni di chilometri? È la distanza che ci separa dal Sole, vale quanto sopra. Invece 56 milioni di milioni di litri d’acqua, quanti sono? Quante bottiglie, quante vasche da bagno? È un numero che non ha senso. È l’acqua che è caduta nel giro di pochi giorni sopra Houston, in Texas, col passaggio dell’uragano Harvey. Uno strato da almeno centotrenta centimetri.

unnamedQuesta infografica di Vox già rende di più l’idea.

Harvey è stato il più forte uragano a colpire il Texas in più di mezzo secolo. La ricostruzione richiederà anni. I morti confermato sono 47, ma è un numero che crescerà quando le acque si ritireranno completamente. Più di 100.000 persone hanno chiesto aiuto attraverso i servizi per l’emergenza immediata. Le case danneggiate sono decine di migliaia, forse centinaia di migliaia. C’è uno stabilimento chimico gravemente danneggiato i cui serbatoi stanno esplodendo, e contengono sostanze tossiche. I danni economici causati dal passaggio dell’uragano secondo le stime che circolano in questo momento superano quelli provocati dagli uragani Katrina e Sandy messi insieme.

Quando sono stato in Texas, due mesi fa, non sono andato a Houston: il tempo era poco, le distanze enormi, ho dovuto privilegiare altro. Ma ho letto, studiato e sentito molto su Houston, prima, durante e dopo il viaggio: è una città gigantesca e multietnica, una delle più popolose degli Stati Uniti, centrale soprattutto per l’industria del petrolio ma che – come il resto del Texas, lo sapete – negli anni ha saputo diversificare la sua economia. Un’altra cosa che sapete sul Texas, se avete ascoltato i podcast sul mio viaggio, è che le persone sono allergiche alle regole imposte dalle istituzioni e dal governo federale. Nessuna città avrebbe superato indenne il passaggio di Harvey, ma Houston ci ha messo del suo: è l’unica tra le grandissime città americane che non ha un piano regolatore, per scelta dei politici locali e degli elettori. Tutti possono costruire quello che vogliono dove vogliono. Questo ha reso Houston più vulnerabile a un evento come l’uragano Harvey.

Ascolta “S2E11. Il Texas è uno stato mentale” su Spreaker.
Il racconto del mio viaggio in Texas si ascolta cliccando qui.

La cattiva gestione di un evento come questo può danneggiare un presidente più di moltissime altre crisi politiche: accadde a George W. Bush con l’uragano Katrina e a suo padre con l’uragano Andrew. Anche per questo Trump è già stato due volte in Texas e sta twittando moltissimo su Harvey: non vuole correre il rischio di passare per freddo, distante, noncurante. Peraltro non vuole che accada in Texas, dove i Repubblicani sono tradizionalmente forti. Fin qui le cose sono andate bene per lui, anche perché gli è bastato gestire con sapienza la situazione dalla parte mediatica: la macchina per la gestione dell’emergenza per il resto è collaudata e non dipende direttamente dai suoi ordini. La parte complicata comincia adesso, però, e durerà mesi.

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