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L’autodistruzione di Donald Trump (31/50)

cc_2Venerdì scorso a Charlottesville, in Virginia, un gruppo di movimenti e associazioni di estrema destra ha organizzato una fiaccolata per protestare contro la rimozione della statua di un generale sudista: cioè di uno dei leader militari del fronte schiavista che combatté durante la Guerra di secessione. È stata una fiaccolata particolarmente inquietante, con immagini e toni che evocavano direttamente il Ku Klux Klan, il movimento reazionario che per decenni negli Stati Uniti organizzò stragi, linciaggi, pestaggi e minacce per affermare la supremazia dei bianchi sui neri. Il giorno dopo, sempre a Charlottesville, quei gruppi di estrema destra hanno sfilato in una manifestazione apertamente neonazista, razzista e antisemita.


Questo breve documentario di Vice News e HBO è la cosa migliore che possiate guardare per capire chi c’era in piazza a Charlottesville.

Quel giorno si è radunato a Charlottesville anche un gruppo di contromanifestanti, antirazzisti e antifascisti. Nonostante i neonazisti fossero armati fino ai denti con pistole e fucili da guerra, i due gruppi si sono scontrati più volte: si sono picchiati, si sono presi a calci e a bastonate, si sono lanciati addosso pietre, bottiglie d’acqua e palloncini pieni di urina.

Poi, a un certo punto, un manifestante neonazista è salito sulla sua macchina e ha guidato a tutta velocità contro un gruppo di manifestanti antifascisti. Li ha investiti, poi si è schiantato contro un’altra auto che è così finita addosso ad altre persone. Diciannove persone sono state ferite. Una è morta. Si chiamava Heather Heyer, aveva 32 anni, faceva l’assistente in uno studio legale ed era un’attivista per i diritti civili. Non serviva la strage di Barcellona per ricordarci che un gesto del genere ha un nome più preciso di “omicidio”: si chiama terrorismo.

(PAUL J. RICHARDS/AFP/Getty Images)

La storia degli Stati Uniti è piena di violenza. Dallo sterminio dei nativi americani alla schiavitù, dai linciaggi contro i neri ai pestaggi della polizia, dalle sparatorie nelle scuole ai presidenti uccisi e feriti. In circostanze come questa tutti i presidenti degli Stati Uniti hanno provato a fare la stessa cosa: unire il paese, cucire le ferite. Stagliarsi. Non tutti lo hanno fatto con la stessa sincerità e la stessa efficacia; alcuni sono stati più coraggiosi e altri più pavidi, alcuni lo hanno fatto piangendo e altri alzando la voce. Ma tutti ci hanno provato, e anzi hanno visto nel loro ruolo in momenti come questo l’occasione perfetta per essere presidenti, e guidare un popolo enorme e diverso attraverso strettoie dolorose. Questi sono, tra gli altri, i momenti che fanno una presidenza.


Per esempio.

Anche per questo, sabato scorso moltissimi hanno atteso che Donald Trump facesse qualcosa, dicesse qualcosa. Non solo giornalisti e politici: persone normali. Hanno atteso che Trump desse al paese una scossa e una direzione, che dall’alto del pulpito più importante e potente dicesse alcune cose chiare che confortassero le moltissime persone che i neonazisti di Charlottesville avevano minacciato di perseguitare e uccidere, fino a farlo concretamente.

Sono passate diverse ore prima che Trump esprimesse la sua condanna per «l’odio, il fanatismo e la violenza di entrambe le parti». È inutile che vi racconti la reazione dei progressisti davanti a questa equiparazione, quindi vi racconto quella dei conservatori: il senatore Repubblicano Marco Rubio ha detto che Trump avrebbe dovuto chiamare i fatti di Charlottesville per quello che sono, e quindi parlare di terrorismo e di suprematisti bianchi; lo stesso hanno detto i senatori Repubblicani Cory Gardner e Ted Cruz (!), nonché tante persone online. Qualche ora dopo un comunicato della Casa Bianca ha peggiorato la situazione, difendendo le parole del presidente e affermando che c’era stata violenza «tra i manifestanti e anche tra i contromanifestanti», senza fare riferimento ai neonazisti, agli antisemiti, ai razzisti, e nemmeno al terrorismo. La mattina di domenica, mentre continuavano le accuse sconcertate contro Trump, è arrivato un altro comunicato della Casa Bianca che faceva qualche passo avanti: ma comunque non erano parole di Trump, non erano quello che gli americani si aspettavano da un presidente in quella situazione.

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Tenete conto di una cosa, adesso. Non stiamo parlando di un presidente noto per essere particolarmente cauto dal punto di vista verbale né per essere remissivo davanti alle cose che non gli piacciono. Parliamo di un presidente che twitta a tempo di record dopo qualsiasi attentato di matrice islamica e che critica e insulta a ogni ora del giorno e della notte chiunque gli stia anche soltanto antipatico. Non solo: parliamo di un presidente che ha fatto dell’accusa ai suoi avversari di non voler parlare apertamente di “terrorismo islamico” un punto centrale della sua campagna elettorale, sostenendo che dire solamente “estremismo” o “jihadismo” non sia abbastanza, e che i propri nemici si possono sconfiggere solo se si ha il coraggio di chiamarli per nome. Io c’ero la scorsa estate a Cleveland, durante la convention dei Repubblicani: non un solo oratore – Trump incluso – ha rinunciato all’applauso scrosciante che arrivava automatico dalla platea non appena venivano pronunciate le parole “radical Islamic terrorism”.

E quindi questo presidente, non un altro, ha espresso la più tiepida, ambigua e tardiva delle condanne possibili contro le organizzazioni più violente e intolleranti del paese che guida, che peraltro lo sostengono apertamente.

Passa un altro giorno, è domenica. Trump rivolge un nuovo discorso, stavolta più duro e deciso. Condanna il razzismo, il Ku Klux Klan, i neonazisti e i suprematisti bianchi, definendoli «ripugnanti». Troppo poco e troppo tardi ma meglio di niente, pensano in molti. In realtà dura pochissimo.

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Episodio speciale: 22 novembre 1963 (30/50)

cc_2Per una settimana ci prendiamo una pausa dall’attualità, e non è detto che non ci faccia bene: nella politica statunitense è stata soprattutto una settimana di grandi scontri e minacce verbali – Trump contro Kim Jong-un, Trump contro i giornalisti, Trump contro il capo dei Repubblicani al Senato – che difficilmente porteranno a sviluppi immediati e concreti, che non sono niente di nuovo rispetto a quello che abbiamo già visto in questi mesi e che stanno avvenendo mentre il presidente degli Stati Uniti è in vacanza: non il posto da cui si gestiscono le crisi che contano.

La puntata del podcast di oggi invece è diversa da tutte le altre. Racconta quella che è stata sicuramente la giornata più traumatica e incredibile della storia politica statunitense del Novecento, i cui luoghi ho visitato durante il mio viaggio di giugno in Texas. È una storia che pensiamo di conoscere a memoria, e invece molti di noi ne sanno pochissimo: soprattutto di tutti i dettagli che ne fanno un romanzo e di quelle cose che ancora non conosciamo. È soprattutto una storia di persone – con grandi qualità, altrettanto grandi debolezze, personalità complesse, precedenti che le condizionano, e incarichi più onerosi di quanto chiunque sia in grado di sopportare – e mi sembra che anche questo sia un bel promemoria, di questi tempi. Tendiamo a vedere i personaggi politici come figure distanti, artificiali, come dei cartonati: sia quelli contemporanei che quelli del passato, sia quelli che ci piacciono che quelli che non ci piacciono, soprattutto quelli attorno a cui si crea una qualche forma di mito. Invece la politica, a tutti i livelli, è fatta da persone.

Per ascoltare la nuova puntata del podcast, se avete un iPhone cercate “Da Costa a Costa” nell’app “Podcast”; altrimenti cliccate play qui sotto per ascoltarla su Spreaker. Se volete, dopo aver ascoltato la puntata lasciate una recensione su iTunes e parlatene sui social network o a chi pensate possa essere interessato a queste storie come voi. Sul sito di Piano P trovate la traduzione in italiano delle parti in inglese.

Ascolta “S2E15. Episodio speciale: 22 novembre 1963″ su Spreaker.

Fun fact. Ho lavorato a questo episodio speciale dal momento in cui sono tornato dal Texas. Pensavo che non avrei rischiato sorprese dell’ultimo minuto, come capita invece sempre con Trump: è una storia del 1963. Insomma, è quella che nel gergo giornalistico si definisce una storia “fredda”; ma che dico fredda, freddissima; ma che dico freddissima, surgelata. Poi qualche giorno fa, giovedì 3 agosto, a episodio speciale praticamente pronto, scritto, montato, chiuso, ricevo questa notifica sul cellulare.

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Non era niente di che, per fortuna: i nuovi documenti confermano cose che sapevamo già e che racconto nella parte finale dell’episodio. Ma per un po’ ho sudato freddo e ho pensato di avere qualche strano potere magico.

Detto questo, solito promemoria.

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Porte girevoli e parole che non valgono niente (29/50)

cc_2Venerdì 28 luglio. L’Air Force One è partito da Long Island e sta per arrivare alla base aeronautica di Andrews, in Maryland, poco fuori Washington DC. Mancano pochi minuti alle 17. Poco dopo l’atterraggio i più alti funzionari della Casa Bianca salgono su un SUV, mentre il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, si ferma a bordo dell’aereo. A un certo punto i telefoni dei funzionari squillano contemporaneamente: Trump ha scritto una cosa su Twitter. Più precisamente, Trump ha scritto su Twitter di aver sostituito il suo capo dello staff, cioè la persona con l’incarico più importante alla Casa Bianca: l’ex generale John Kelly, fino a quel momento a capo del dipartimento per la sicurezza nazionale, prenderà il posto di Reince Priebus, capo dello staff dall’inizio del suo mandato e già presidente del Partito Repubblicano.

I funzionari della Casa Bianca allora scendono dal loro SUV e salgono su un altro mezzo: tutti tranne Priebus, che resta da solo in macchina sulla pista. Piove molto. La carovana delle auto si mette in movimento e si dirige verso la Casa Bianca, mentre la macchina con a bordo il solo Priebus parte verso un’altra direzione.

(cambio scena: in un locale di Milano, dove sono invece più o meno le 23, un certo giornalista riceve una notifica sul cellulare e tira una parolaccia ad alta voce)

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Reince Priebus sale sul SUV che lo porterà a casa poco dopo il suo licenziamento.

L’antefatto di questa storia, il modo in cui si è arrivati alla rimozione di Priebus, lo avete ascoltato nel podcast della settimana scorsa: l’arrivo alla Casa Bianca di un nuovo spregiudicato capo della comunicazione, Anthony Scaramucci, contro il parere di Priebus e con il sostegno di Kushner e Ivanka Trump, aveva reso evidente quanto il capo dello staff non fosse più capo di niente (certi alla Casa Bianca lo chiamavano dietro le spalle “il capo di nessuno staff”). Meno di 48 ore dopo, però, è arrivato un altro colpo di scena: John Kelly, che non vuole fare la fine di Priebus, ha chiesto e ottenuto la rimozione dal suo incarico di Scaramucci. O sono davvero il capo oppure non comincio nemmeno, avrà pensato. Il presidente Trump, che certo non poteva licenziare Kelly dopo 24 ore, ha potuto solo dire di sì; e d’altra parte è suo interesse che Kelly sia visto da tutti come autorevole e al comando, mentre Scaramucci rispondeva direttamente al presidente.

Qui si possono fare molte valutazioni: alcuni dicono che Ivanka Trump e Kushner escano indeboliti da questa storia, visto come Kelly ha messo subito le cose in chiaro e vista la rapidità con cui è stato fatto fuori Scaramucci, da loro molto sponsorizzato; altri dicono che loro hanno favorito la nomina di Scaramucci proprio come strumento per far fuori Priebus e quindi missione compiuta. Altri ancora – e sono quelli che hanno ragione di più, secondo me – dicono che Priebus era alla frutta ed era solo questione di tempo, Scaramucci o no. Vai a sapere. Quel che è certo è che Priebus ha avuto il mandato più breve nella storia dei capi dello staff della Casa Bianca, e la sua sostituzione arriva dopo la sostituzione del consigliere per la sicurezza nazionale, del capo ufficio stampa, di due capi della comunicazione e del capo dell’FBI. Il tutto a sei mesi dall’insediamento. Niente di tutto questo è normale, così come non è normale che l’unico vero risultato ottenuto dall’amministrazione Trump fin qui sia la nomina del giudice Neil Gorsuch, benché il Congresso sia controllato dal suo partito.

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Il New Yorker ha messo online qualche estratto dell’ormai famosa telefonata di Anthony Scaramucci, se la mia recitazione non vi è sembrata abbastanza.

John Kelly è un esperto ex generale pluridecorato che ha la reputazione di essere in grado di far funzionare macchine organizzative complesse, di avere buon senso, di lavorare molto e di parlare chiaramente anche ai suoi superiori; ha anche avuto qualche rapporto col Congresso in passato, cosa che lo aiuterà. Nei sei mesi che ha passato a occuparsi della sicurezza nazionale, Kelly si era più volte lamentato di quanto fosse disfunzionale la Casa Bianca e aveva anche minacciato di dimettersi.

Chi lo ha visto all’opera in questi primi giorni dice che ha un atteggiamento accentratore e deciso: lo Studio Ovale non è più un porto di mare, alle riunioni partecipano solo le persone indispensabili, anche Ivanka Trump e Jared Kushner devono passare da lui se vogliono vedere il presidente. Ha già detto di voler fare il capo dello staff e non del presidente, quindi non gli impedirà di twittare né di guardare la tv quanto vuole: ma vuole controllare il flusso e le fonti delle informazioni che vengono fatte arrivare a Trump.

Domande aperte: moltissime.

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Paura e delirio alla Casa Bianca (28/50)

cc_2Ovvero: di come una settimana che per l’amministrazione Trump era persino cominciata bene, con l’audizione positiva di Jared Kushner al Senato sulla Russia, si è trasformata in un drammatico susseguirsi di crisi, errori, rese dei conti e fallimenti, fino a portare all’ennesimo flop della riforma sanitaria al Congresso e al licenziamento del capo dello staff della Casa Bianca, Reince Priebus.

Il completo caos delle ultime ore nella politica statunitense e i tempi necessari a scrivere e montare il podcast fanno sì che non ci sia tutto, purtroppo, in questa puntata: Priebus è stato licenziato alle nostre 23 di venerdì sera. E ci sono due cose di cui parleremo con più calma la settimana prossima: il divieto annunciato da Trump sul divieto per le persone transgender di prestare servizio nell’esercito e la firma da parte del presidente delle nuove dure sanzioni contro la Russia decise dal Congresso. Ma quello che c’è dentro la puntata, ed è moltissimo, permette di capire e contestualizzare il poco che non c’è.

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Ascolta “S2E14. Paura e delirio alla Casa Bianca” su Spreaker.

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Se non lo avete già fatto – e centinaia di voi lo hanno già fatto: grazie di cuore! – vi chiedo quindi di valutare la possibilità di fare una donazione ricorrente da pochi euro al mese per pagare le spese di questo progetto e il mio lavoro. Due euro al mese vanno benissimo (a questo punto sono meno di 15 euro per tutto il 2017) ma se vorrete essere più generosi non ve lo impedirò, così come se vorrete fare una donazione una tantum e togliervi il pensiero. Più fondi raccoglierò, più cose potrà vedere negli Stati Uniti e più cose potrò raccontarvi come ho fatto fin qui. Se vi interessa, qui trovate le istruzioni per fare una donazione in completa sicurezza, usando la vostra carta di credito o il vostro conto Paypal. Grazie, come sempre. Ciao!

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Sei mesi (27/50)

cc_2Il 26 ottobre del 1967 un trentunenne soldato americano stava pilotando un aereo da guerra sopra il Vietnam, doveva attaccare un’importante centrale elettrica. Fu colpito il suo aereo, però, che precipitò avvitandosi in una spirale. Il soldato riuscì a espellersi prima dello schianto ma la forza con cui fu sbalzato fuori dal minuscolo abitacolo gli ruppe il braccio sinistro, il braccio destro in tre parti e la gamba destra all’altezza del ginocchio. Finì col paracadute dentro un lago. Il peso dell’attrezzatura lo trascinò sott’acqua. Fece per liberarsi ma scoprì di non riuscire a muovere le braccia. Si liberò con i denti, riuscì a non annegare. Fu trovato e portato a riva da una folla di persone che lo riconobbero come soldato americano. Gli sputarono addosso, gli ruppero la spalla sinistra con un fucile, lo accoltellarono al piede sinistro e all’addome. Poi lo consegnarono ai soldati del regime comunista.

I nord-vietnamiti si rifiutarono di curarlo finché non avesse dato tutte le informazioni militari in suo possesso. Il soldato sapeva di essere messo malissimo e promise che avrebbe parlato se lo avessero curato. Un medico lo visitò e disse che non ne valeva la pena: di lì a poco sarebbe morto. Due giorni dopo i nord-vietnamiti scoprirono che suo padre era un importante e famoso ammiraglio, e che della sua sorte si parlava in prima pagina sui giornali americani. Lo avrebbero curato: era un prigioniero importante. Tentarono più volte di mettergli a posto le fratture scomposte al braccio destro, senza operazioni e senza anestesia. Non ci riuscirono. Lo operarono alla gamba sinistra. Il braccio sinistro, rotto anche quello, non glielo ingessarono nemmeno. Cominciarono a interrogarlo e picchiarlo. Quando gli chiesero quali città sarebbero state bombardate, il soldato rispose elencando le città già bombardate; quando gli chiesero i nomi dei soldati del suo squadrone, il soldato elencò la formazione dei Green Bay Packers.

A dicembre lo fecero uscire dall’ospedale e lo misero in una cella con altri due soldati americani. Era lercio, aveva la febbre alta e aveva perso 24 chili dal giorno dello schianto. Gli altri due soldati non pensavano che gli restasse molto da vivere. Sopravvisse. A marzo del 1968 il soldato fu messo in isolamento. In aprile suo padre fu nominato comandante in capo di tutte le forze armate statunitensi in Vietnam, cosa che fece crescere l’attenzione internazionale per la prigionia del figlio. Per migliorare la sua immagine e mostrarsi clemente, il regime nord-vietnamita disse allora al soldato che sarebbe stato liberato. Il soldato si rifiutò: il codice di condotta dell’esercito americano prevede che i primi a essere liberati debbano essere i primi a essere stati catturati, e disse che non si sarebbe mosso se prima non fossero stati liberati tutti i soldati americani catturati prima di lui.

Cominciarono le torture. Usarono delle corde per costringerlo a lungo in posizioni innaturali e dolorose, rese ancora più strazianti dalle fratture mai davvero guarite. Per giorni lo picchiarono ogni due ore. Gli venne la dissenteria, si coprì dei suoi escrementi. Gli ruppero le costole, gli ruppero di nuovo la gamba destra e il braccio sinistro. Alla fine cedette. Lo filmarono mentre ammetteva di essere un criminale di guerra e ringraziava i vietnamiti per avergli salvato la vita; parlando usò però il gergo del regime e fece degli errori grammaticali, per segnalare che fosse stato costretto. Le torture non si interruppero. Cercarono di costringerlo a firmare un altro documento; si rifiutò. La vigilia di Natale del 1968, sempre nel tentativo di migliorare la sua immagine, il regime fece lavare e vestire i prigionieri e mise in scena una messa di Natale alla loro presenza, le cui immagini sarebbero poi dovute arrivare alla stampa internazionale. Il soldato non smise per un momento di urlare insulti e parolacce, e mostrare il dito medio ogni volta che la telecamera lo inquadrava. Intanto i suoi compagni di prigionia presero a chiamarlo “lo storpio”, per quanto era messo male.

Alla fine del 1969 il leader del regime nord-vietnamita, Ho Chi Minh, morì. La nuova leadership decise di smettere di torturare i prigionieri di guerra. Il soldato comunque continuò a ribellarsi, rompere le scatole ed esultare ogni volta che sentiva un bombardamento statunitense; per questo per lunghi periodi fu detenuto in isolamento. Fu liberato soltanto dopo la fine della guerra, il 14 marzo del 1973. Aveva passato in prigionia cinque anni e mezzo, di cui quasi cinque dopo aver rifiutato l’offerta di uscire prima degli altri. Non riusciva a sollevare le braccia oltre l’altezza delle spalle – non ci riuscirà mai più – e aveva i capelli completamente bianchi.

In Italia pochi conoscono la storia di John McCain. Moltissimi sanno di lui solo che fu il candidato Repubblicano – e che candidato – che sfidò Barack Obama alle elezioni presidenziali del 2008. McCain è senatore da trent’anni ed è uno dei più competenti e retti in circolazione: uno dei più rispettati anche dai Democratici. Alle ultime elezioni presidenziali non ha votato per Trump. Non bisogna essere d’accordo su tutto con lui per essere molto dispiaciuti per il grave tumore al cervello che gli è stato diagnosticato questa settimana.

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John McCain il giorno della liberazione.

Ieri l’amministrazione Trump ha compiuto sei mesi, e forse quello che è successo durante questa settimana è esemplare di quello che è successo durante questi sei mesi: molto poco dal punto di vista legislativo, tantissimo su ogni altro fronte.

La prima notizia non vi stupirà, se leggete questa newsletter da un po’ di tempo: i tentativi di abolire e sostituire la riforma sanitaria di Obama sono falliti di nuovo. La legge che era stata approvata alla Camera dopo un primo fallimento è arrivata al Senato, è stata riscritta, poi è stata riscritta ancora e poi è stata ritirata ancora prima di arrivare al voto. A quel punto il capo dei Repubblicani al Senato, Mitch McConnell, molto arrabbiato con i suoi colleghi che non volevano votare la riforma, ha cambiato approccio: votiamo solo sull’abolizione della riforma di Obama (facendo così tornare in vigore il sistema precedente). Per sette anni i deputati e senatori Repubblicani hanno votato l’abolizione della riforma sanitaria, sapendo che Obama l’avrebbe fermata con un veto. “Non vorrete mica tirarvi indietro adesso”, ha fatto capire McConnell ai suoi colleghi. Che si sono tirati indietro. Anche questo voto non è stato nemmeno calendarizzato.

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Il caso Russia è sempre più grave (26/50)

cc_2Settimana di gran colpi di scena, e di quelli che restano.

La storia delle interferenze russe nella campagna elettorale americana, e della presunta collaborazione del comitato Trump con i russi, va avanti da un anno. Da questa settimana ne sappiamo due cose in più, fondamentali e potenzialmente decisive: che almeno una volta lo stato maggiore del comitato Trump incontrò degli emissari del governo russo, e che lo stato maggiore del comitato Trump sapeva che il governo russo aveva intenzione di aiutare concretamente Donald Trump a diventare presidente degli Stati Uniti. Lo sappiamo perché abbiamo letto le email autentiche con cui fu organizzato un apposito incontro nel giugno del 2016.

Come accadrebbe in un film, questa risposta però apre tutta una serie di nuove domande: il presidente Trump sapeva di questo incontro? Cosa accadde dopo quell’incontro? Ce ne sono stati altri? Poi c’è la domanda da House of Cards. Queste email sono arrivate al New York Times grazie a qualcuno dentro la Casa Bianca. Chi è che dentro la Casa Bianca sta lavorando per indebolire Trump, passando queste informazioni esplosive al New York Times? E infine: perché i Trump sembrano non rendersi conto del guaio in cui si sono cacciati? Nella puntata del podcast di questa settimana, cerchiamo di riprendere il filo di questa storia e contestualizzarla, per capire quanto meno in che direzione guardare per avere queste risposte.

Sabato prossimo ritorna la newsletter in formato testuale, e riprende la regolare alternanza con il podcast. Ne approfitto qui per ringraziarvi di cuore per le tante cose bellissime che mi avete scritto a proposito dei due podcast con cui ho raccontato il mio viaggio in Texas (uno e due): parleremo ancora di Texas, nei prossimi mesi. Io intanto sto cercando di capire se posso fare un terzo e ultimo viaggio negli Stati Uniti, quest’anno, per raccontarvi un altro pezzo dell’America del 2017: se avete o conoscete un’azienda che può essere interessata a sostenere questo progetto con una sponsorizzazione, scrivetemi a costa@ilpost.it; se invece volete darmi una mano personalmente, trovate le istruzioni leggendo in fondo a questa email.

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Ascolta “S2E13. Il caso Russia è sempre più grave” su Spreaker.

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Il muro che c’è già (25/50)

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Questa settimana parliamo di nuovo di Texas, perché dal podcast della settimana scorsa – il mio più ascoltato di sempre, primo in classifica generale su iTunes, grazie! – avevo tenuto fuori un tema enorme: il confine. E ne parliamo di nuovo in formato podcast, così recuperiamo la puntata persa all’inizio di giugno.

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Questa l’ho scattata sul Santa Fe Bridge, tra El Paso e Ciudad Juarez: un piede di qua e un piede di là.

Il confine tra Texas e Messico è una cosa strana: allo stesso tempo è presentissimo e assente. Da una parte lo vedi nelle altissime recinzioni e nei continui posti di blocco della polizia di frontiera, lo ascolti nelle conversazioni tra le persone e lo osservi nelle loro vite; dall’altra Texas e Messico sono così simili, così allacciati dai rapporti attuali e soprattutto dalla storia, che a volte sembra incredibile che ci sia un confine. La proposta di costruire un muro al confine è stata centrale nella campagna elettorale di Donald Trump, eppure in Texas non convince moltissimo nemmeno i Repubblicani; che invece vogliono usare la mano pesante contro gli immigrati irregolari che sono già entrati, per cercare di rallentare i velocissimi cambiamenti in corso nella loro società. La cosa che ho cercato di raccontare in questa puntata è che attorno al confine che si gioca il futuro del nuovo Texas, e questo a prescindere dal muro di Trump.

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Ascolta “S2E12. Il muro che c’è già” su Spreaker.

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Il Texas è uno stato mentale (24/50)

cc_2Eccoci, allora.

Grazie alle vostre donazioni, all’inizio del mese sono stato in Texas. Ci ho passato nove giorni, ho guidato per quasi 3.000 chilometri, ho visto le grandi città e i paesini da quattro case quattro, ho attraversato il deserto e ho percorso tutto il confine fino a mettere piede in Messico; ho parlato con giornalisti, attivisti, politici e tante persone comuni; ho visto tutte le cose che noi europei associamo istintivamente al Texas – i ranch, i cowboy, i pozzi di petrolio – ma ne ho viste anche tantissime altre, sorprendenti, diverse e importanti. Perché il Texas sta cambiando moltissimo, è meno conservatore di un tempo ed è il centro di gravità della politica statunitense. E perché ha un’identità così forte e precisa che, osservandola da vicino, permette di capire qualcosa su chi sono gli americani, e soprattutto su chi saranno.

Ho lavorato per mesi a questo viaggio: ho mandato la prima email di organizzazione e preparativi addirittura durante il viaggio precedente, a marzo, un pomeriggio in cui lavoravo al computer e cercavo riparo dal gelo in uno Starbucks di Detroit. Anche per questo una volta in Texas ho incontrato tantissime storie e raccolto moltissimo materiale, e anche per questo ho deciso che nella puntata di oggi – che già così è leggermente più lunga del solito – avrei solo fatto cenno a un tema enorme, l’immigrazione e il muro, a cui dedicherò un podcast a parte. Ho avuto il dubbio di aver messo troppa carne al fuoco senza arrivare al dunque, ma ho imparato che quando si parla del Texas spesso un dunque non c’è. Ce ne sono tanti, a volte contraddittori. Mi saprete dire voi, poi, cosa ve ne è sembrato.

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Quando sono arrivato al muro che c’è già.

Prima di lasciarvi alla puntata ho bisogno di ringraziare qualcuno. Innanzitutto voi e gli sponsor di “Da Costa a Costa”, senza i quali un progetto senza editori che porto avanti nel tempo libero e con le mie ferie non avrebbe mai portato a un viaggio come questo né a quello di marzo in Michigan, e ai reportage a cui ho lavorato. Grazie, di cuore. Poi devo ringraziare le persone di Piano P, i migliori soci e complici che si possano desiderare in un’impresa come questa. Infine devo ringraziare due persone senza le quali questo lavoro sarebbe stato molto più povero o semplicemente non sarebbe stato: Marta, che per mesi mi ha portato in Texas ogni settimana, molto prima che lo vedessi davvero, e ho capito davvero quanto lo ha fatto bene solo quando ci sono arrivato; Marco, che è stato come sempre un amico e un alleato preziosissimo, e stavolta anche un compagno di viaggio di valore non quantificabile.

Quindi – eccolo il quindi! – se avete un iPhone, per ascoltare la nuova puntata cercate “Da Costa a Costa” nell’app “Podcast”; altrimenti cliccate play qui sotto per ascoltarla su Spreaker. Se volete, dopo aver ascoltato la puntata lasciate una recensione su iTunes e parlatene sui social network o a chi pensate possa essere interessato a queste storie come voi. Sul sito di Piano P trovate la traduzione in italiano delle parti in inglese.

Ascolta “S2E11. Il Texas è uno stato mentale” su Spreaker.

Avete ricevuto questo podcast gratis, come la newsletter che si alterna al podcast ogni sabato, ma come avete capito realizzarli non è gratis: servono aerei, macchine, camere d’albergo, attrezzature, telefonate, connessioni internet, abbonamenti a servizi e giornali, e serve soprattutto tempo e lavoro. Dopo un anno e mezzo a seguire la campagna elettorale, “Da Costa a Costa” è ripartito il 21 gennaio e andrà avanti per tutto il 2017: ogni sabato si alterneranno una puntata della newsletter e una puntata del podcast, e dopo il Michigan e il Texas vorrei tornare un’altra volta negli Stati Uniti prima della fine dell’anno, per raccontarvi un altro pezzo di America, per cercare di capire come sta cambiando e perché ha scelto Donald Trump come suo presidente.

Se non lo avete già fatto – e centinaia di voi lo hanno già fatto: grazie di cuore! – vi chiedo quindi di valutare la possibilità di fare una donazione ricorrente da pochi euro al mese per pagare le spese di questo progetto e il mio lavoro. Due euro al mese vanno benissimo (a questo punto sono meno di 15 euro per tutto il 2017) ma se vorrete essere più generosi non ve lo impedirò, così come se vorrete fare una donazione una tantum. Più fondi raccoglierò, più cose potrà vedere negli Stati Uniti e più cose potrò raccontarvi come ho fatto fin qui. Se vi interessa, qui trovate le istruzioni per fare una donazione in completa sicurezza, usando la vostra carta di credito o il vostro conto Paypal. Grazie, come sempre. Ciao!

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Un errore che a Trump costerà carissimo (23/50)

cc_2Con due tweet scritti e pubblicati questa settimana, Donald Trump ha chiuso una faccenda che aveva aperto lui stesso quaranta giorni prima: e ci ha permesso di constatare la vastità di una ferita auto-inflitta come è davvero raro vedere in politica, figuriamoci a questi livelli. I tweet di cui parlo sono quelli con cui Trump ha detto di non aver fatto né di possedere nessuna registrazione delle sue conversazioni con l’ex capo dell’FBI, James Comey. Era stato lo stesso Trump ad alludere a questa possibilità, dal nulla, quando aveva scritto su Twitter che “James Comey farebbe meglio a sperare che non ci siano delle registrazioni dei nostri incontri!”, quando stava iniziando a venire fuori il contesto attorno alla rimozione dell’ex capo dell’FBI.

Quell’allusione di Trump è stata davvero incomprensibile, ancora di più oggi alla luce del fatto che quelle registrazioni non esistono: si può spiegare solo attribuendo al presidente degli Stati Uniti una reazione da bulletto delle scuole medie. Per quanto concerne la vastità del disastro provocato, basti pensare questo: oggi sappiamo che fu dopo aver letto quel tweet minaccioso che Comey fece trapelare alla stampa il contenuto della memoria in cui aveva raccontato di come Trump gli chiese di chiudere un occhio su Flynn, e sappiamo che lo fece allo scopo di arrivare alla nomina di un procuratore speciale, nomina che è poi avvenuta. Se oggi c’è un cazzutissimo procuratore speciale che guida l’indagine sulla Russia, Robert Mueller, è in buona parte per quel tweet evitabilissimo.

La quinta stagione di House of Cards non mi è piaciuta, purtroppo. Questa scena però sì: è un’efficace lezione di storia della Costituzione americana e sul funzionamento del loro complesso processo elettorale in circostanze estreme, travestita da monologo spaccone di Kevin Spacey. Quinta puntata, occhio agli spoiler.

Tenete conto poi di altre due cose. La prima è che questa ferita auto-inflitta nasce da un’altra ferita auto-inflitta: la rimozione stessa di Comey, che ha portato all’apertura dell’indagine per ostruzione alla giustizia. Senza quella decisione, oggi probabilmente Comey guiderebbe un’indagine sull’interferenza russa nella campagna elettorale che molto difficilmente potrà dimostrare – sempre che sia avvenuta – una collusione diretta con i russi dei dirigenti del comitato Trump, senza contare quella di Trump stesso. Il flusso di notizie su quel fronte si è praticamente interrotto: l’indagine vera oggi è quella nata dopo il licenziamento di Comey per ostruzione alla giustizia.

La seconda cosa è che Trump non impara mai e continua a ripetere gli stessi errori. Questa settimana, parlando a Fox News, ha detto di aver alluso alla possibilità di aver registrato Comey per influenzare la sua testimonianza al Senato. «Quando ha saputo che forse il nostro incontro era stato registrato, credo che abbia cambiato versione. Di certo non è stata una mossa stupida». Insomma, forse Trump ha detto in diretta televisiva che stava cercando di influenzare l’indagine; e si è contraddetto di nuovo, comunque: prima diceva che Comey aveva mentito durante l’audizione, ora dice che grazie alla sua minaccia Comey ha detto la verità (ora ha anche ammesso che la Russia ha interferito nella campagna elettorale). Poveri i suoi avvocati.

Questa settimana Trump ha difeso la scelta di riempire il suo governo di banchieri di Wall Street, nonostante le promesse di campagna elettorale. «A me le persone piacciono tutte, ricche e povere, ma in quei particolari incarichi non voglio un povero».

Ah, prima che mi dimentichi: se vivete in Puglia, o siete lì in vacanza, magari vi interessa sapere che venerdì 7 luglio alle 20.30 in un posto bellissimo di San Cesario di Lecce parlo per un’oretta dell’America di Trump.

Andiamo avanti con le notizie della settimana.

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Trump è indagato. E ora? (22/50)

cc_2Da quando esiste questa newsletter, cioè da giugno del 2015, mi è capitato di scriverla in tanti posti diversi, città diverse, nazioni diverse, in situazioni di varia improvvisazione e precarietà. Questa edizione però le batte tutte: l’ho scritta in macchina, sul confine tra Texas e Messico, mentre guidava Marco, mio amico e compagno di viaggio. Ciao da Alpine, quindi: nel momento in cui clicco “invia” qui sono quasi le due del mattino di sabato, sto andando a dormire.

Il viaggio in Texas sta andando molto bene, e chi di voi mi segue su Instagram ne conosce già le piccole cose che sto raccontando e mostrando attraverso le foto e le storie: il reportage vero e proprio – o almeno una prima parte – arriverà col podcast del primo luglio. Oggi invece niente podcast – recupereremo la puntata più avanti – bensì una tradizionale newsletter, vista la mia precaria postazione e condizione geografica. Di materiale ne abbiamo moltissimo: da questa settimana possiamo dire con certezza che il presidente degli Stati Uniti è indagato per aver cercato di ostacolare la giustizia.

Facciamo un passettino indietro. Ci sono cinque indagini in corso sull’eventuale collaborazione tra il comitato elettorale di Trump e la Russia.

Una è condotta dalla commissione Intelligence del Senato, e riguarda proprio questa presunta collaborazione e più in generale le interferenze russe nella campagna elettorale. Un’altra con gli stessi obiettivi – e in più le fughe di notizie – è condotta dalla commissione Intelligence della Camera. Un’altra è condotta dalla commissione Giustizia del Senato e riguarda soprattutto la rimozione di Michael Flynn dall’incarico di consigliere per la sicurezza nazionale – chi sapeva cosa dei suoi rapporti con i russi e i turchi, per esempio – e sulle fughe di notizie dalle agenzie di intelligence ai giornalisti. Un’altra ancora è condotta dalla commissione della Camera che supervisiona le attività del governo, e si concentra sui contatti tra Flynn e i russi e i pagamenti che riceveva da loro. Queste commissioni hanno poteri diversi tra loro ma in generale possono chiedere e acquisire documenti, e chiamare persone a testimoniare sia a porte aperte che a porte chiuse; alla fine produrranno una relazione.

L’inchiesta che conta davvero, però, è la quinta: quella che stava portando avanti l’FBI e che dopo la rimozione di James Comey è stata affidata a un procuratore speciale, Robert Mueller. Ha poteri vastissimi di acquisizione di documenti, ingenti fondi e risorse, può costringere le persone a testimoniare e può portare a un rinvio a giudizio: cioè mandare le persone a processo. E riguarda tutto: le interferenze russe nella campagna elettorale, i rapporti dei russi col comitato Trump, eventuali altri reati compiuti nel frattempo dai collaboratori di Trump (quando cominci a cercare, non sai mai cosa trovi) e soprattutto la possibilità che Trump o i suoi alleati abbiano cercato – basta solo il tentativo, al di là del suo esito – di ostacolare le indagini.

Ora, voi lo sapete da almeno un mese, se seguite il podcast: allo stato attuale la cosa veramente urgente e preoccupante per Trump è proprio quest’ultima, e non più i presunti rapporti con la Russia suoi o dei suoi alleati, che sono complessi da dimostrare in modo inequivocabile.

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