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Qualche piccola brutta notizia per i Repubblicani

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–437 giorni alle elezioni statunitensi
–156 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

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È passata un’altra settimana e Donald Trump è ancora lì in testa ai sondaggi tra i candidati Repubblicani. Da quando ho iniziato questa newsletter, scrivo che i sondaggi al momento dicono pochissimo, ma sicuramente condizionano quello di cui parlano i media, la raccolta fondi, la percezione degli elettori e quindi in ultima istanza la campagna elettorale: e inoltre ci avviciniamo al momento in cui avrà senso cominciare a leggere i sondaggi con più attenzione, diciamo da novembre in poi. Ci sono due ipotesi, a questo proposito, di cui vale la pena discutere: non è che Trump sta diventando un candidato vero? E non è che i suoi avversari sono scarsi?

Di cosa parleremo:
– Non è che Bush è scarso?
– Non è che Walker è ancora più scarso?
– Trump sta diventando un candidato vero?
– In Colorado i Repubblicani non faranno le primarie
– Intanto l’economia americana galoppa

Non è che Bush è scarso?
Lunedì Jeb Bush è andato a McAllen, una città sul confine tra Texas e Messico, per parlare di immigrazione. È un tema su cui Bush può avere un vantaggio alle elezioni generali – parla un ottimo spagnolo, sua moglie è una messicana naturalizzata statunitense – ma Trump ha spinto molto a destra la discussione su questo tema alle primarie. E com’è andato l’evento di Bush a McAllen? Sintesi del New York Times: “È stato orribile”.

In meno di 15 minuti Bush è riuscito a inciampare nel suo discorso, a dare una mano a Trump e a offendere gli americani di origine asiatica, un gruppo demografico in grande espansione che è importante quanto quello dei latinoamericani per chi vuole vincere le elezioni. E non è riuscito a dare ai latinoamericani nessun elemento per convincerli che lui è migliore dei suoi avversari in questa rivoltante e xenofoba campagna elettorale.

Prima Bush ha difeso l’uso di un’espressione sgradevole e complottista – “anchor babies”, bambini-ancora – usata dall’estrema destra per definire gli immigrati che (secondo loro) vanno negli Stati Uniti a partorire per far sì che i loro figli siano statunitensi: e per giustificarsi ha detto che non parlava degli ispanici bensì “degli asiatici”. Wow! Trump lo ha immediatamente preso in giro su Twitter. Poi ha detto pomposamente che Trump dovrebbe leggere il suo libro. Il tutto in un evento chiassoso e male organizzato, dicono i giornalisti che erano lì. Ricordatevi che parliamo dello stesso candidato che più o meno una volta ogni dieci giorni dice di essere stato frainteso su qualcosa: sulle ore di lavoro, sulla guerra in Iraq, sul programma Medicare, sulla salute delle donne. Anche lui deve alzare il livello e la qualità del suo messaggio, se vuole arrivare sulle sue gambe alla prossima primavera. A margine: oggi lo hanno mollato tre importanti responsabili della sua raccolta fondi.

Bonus
Donald Trump ha insultato Bush 33 volte in un’intervista col Washington Post che è durata 35 minuti.

Non è che Walker è ancora più scarso?
Se avete letto le ultime newsletter sapete che Scott Walker – governatore del Wisconsin, considerato tra i favoriti alle primarie Repubblicane – non ha dimostrato fin qui di essere un candidato abile. Due storie di questi giorni confermano questo giudizio.

Dieci giorni fa Walker ha detto di essere d’accordo con Trump sull’abolizione dell’emendamento costituzionale che stabilisce che chi nasce in America è americano. Una posizione molto di destra, che non piace anche a tanti Repubblicani e ovviamente ai moltissimi elettori americani di origine ispaniche o asiatiche. Qualche giorno dopo Walker ha ribadito di essere a favore dell’abolizione ma solo in linea di principio, perché da presidente non cercherebbe di ottenerla. Successivamente Walker ha schivato le domande sul tema, dicendo che occuparsi della questione è fuorviante. Infine Walker ha detto di essere contrario all’abolizione dell’emendamento costituzionale che stabilisce che chi nasce in America è americano. Ha cambiato idea tre volte in sette giorni, facendo una completa inversione a U.

Sempre la settimana scorsa, Walker ha detto che Obama dovrebbe cancellare la visita di stato del presidente cinese Xi Jinping prevista per il mese prossimo, in sintesi perché la Cina è un nemico e va trattato come tale. Sperava di fare un colpo alla Trump, dire una cosa grossa che piacesse alla base del partito e facesse parlare di lui sui giornali. È stato un piccolo disastro: i giornali ne hanno parlato ma per criticarlo e dire che un gesto così eclatante sarebbe un danno per l’economia del paese, i suoi finanziatori si sono arrabbiati, gli altri candidati si sono dissociati, i sondaggi non si sono mossi e lui è finito di nuovo sulla difensiva. Qual è il problema, secondo me? Per tutta la sua carriera di politico locale Walker ha sempre avuto una strategia molto semplice: mai farsi superare a destra. Dire sempre la cosa più di destra possibile: e se uno la dice più grossa di te, di’ che sei d’accordo con lui. Alle presidenziali, in un paese da 300 milioni di abitanti, questa cosa non funziona – persino Trump non dice su tutto la cosa più di destra possibile – e provoca guai. Walker aggiunge a questa inesperienza anche un’allarmante pochezza oratoria e di talento politico.

Trump sta diventando un candidato vero?
Analisti ed esperti di sondaggi raccontano da giorni dell’importante consolidamento che stanno riscontrando nei dati su Donald Trump. Due mesi fa non piaceva alla maggioranza degli elettori Repubblicani, oggi è il contrario.

Sondaggio dopo sondaggio emerge che Trump è il preferito delle donne Repubblicane, nonostante abbia usato espressioni come “grasso maiale” e “animali disgustosi” per riferirsi ad alcune donne. È in vantaggio tra i cristiani evangelici, nonostante abbia detto di non aver mai avuto un solo motivo per chiedere perdono a Dio. È in vantaggio tra i Repubblicani moderati e istruiti, nonostante le sue idee populiste e anti-immigrati dovrebbero aiutarlo soprattutto tra gli elettori più estremisti e meno istruiti. È in vantaggio tra i militanti Repubblicani più motivati, quelli che di sicuro andranno a votare, nonostante piaccia moltissimo anche alle persone che non si sono mai interessate di politica.

Il problema è che al momento questa grande popolarità è costruita sul suo carisma, sulla sua popolarità e sulla sua personalità, e basta: non su qualche sostanziosa e concreta proposta politica, eccezion fatta per quella radicale e irrealizzabile sull’immigrazione. Questo spot satirico su Donald Trump, opera di Jimmy Kimmel, fa ridere e mette a fuoco molto bene la questione.

Un altro esempio di come Trump sta dimostrando un istinto politico superiore a quello dei suoi avversari: sa trasformare le sue debolezze in punti di forza. Quando parla dei sondaggi, Trump cita estesamente il difetto che gli riconoscono di più gli elettori, quello su cui sono praticamente unanimi: è uno stronzo. «L’unica domanda in cui sono andato malissimo è: è una persona simpatica? Sono arrivato ultimo tra tutti i candidati. Ma siamo stanchi delle persone simpatiche. Non ci servono i simpatici. Ci servono quelli competenti». Anche qui, di nuovo grandissima vaghezza politica, e ci sarebbe molto da discutere sul fatto che Trump sia competente, ma è così che si gioca a questo gioco.

Questo tipo di comportamento gli permette di attraversare indenne guai e gaffe che distruggerebbero altre candidature. Questa settimana ce n’è stata un’altra, bella grossa. Durante una conferenza stampa si è alzato in piedi Jorge Ramos – probabilmente il più famoso, popolare e autorevole giornalista televisivo della tv statunitense in spagnolo – per fargli una domanda, senza che Trump lo avesse autorizzato. I due hanno battibeccato per qualche secondo prima che un omone della sicurezza andasse da Ramos e lo accompagnasse fuori con decisione, mentre Trump diceva “Tornatene da Univision”. Immaginate questa scena, che ne so, con un Enzo Biagi.

Episodi come questo forse non lo danneggiano subito nei sondaggi, ma continuano a farmi pensare che alla fine della fiera Trump si sgonfierà e che la sua candidatura farà più male che bene ai Repubblicani. Nel 1988 George H. W. Bush ottenne il 59 per cento dei voti degli elettori bianchi, e vinse le elezioni con ben 426 grandi elettori; nel 2012 anche Mitt Romney ottenne il 59 per cento dei voti degli elettori bianchi, che si tradussero stavolta in appena 206 grandi elettori. Oggi negli Stati Uniti non puoi diventare presidente se tutti quelli che non sono bianchi ti detestano.

Niente primarie Repubblicane in Colorado
I dirigenti del Partito Repubblicano in Colorado si sono rifiutati di accettare un regolamento federale che avrebbe impegnato i delegati eletti alle primarie – eletti con qualsiasi candidato – a sostenere il vincitore alla convention dell’estate 2016, quindi il Colorado non parteciperà al processo di selezione del candidato Repubblicano. Forse si farà una versione informale delle primarie, ma non saranno valide ai fini della competizione e quindi i candidati non sprecheranno tempo e risorse da quelle parti. È un piccolo problema per i candidati col messaggio più anti-establishment, che di solito vanno bene in Colorado, ma soprattutto per chi otterrà la nomination: il Colorado è uno stato storicamente Repubblicano che però vota Democratico da due elezioni presidenziali, soprattutto grazie alla crescente comunità latinoamericana. Per i Repubblicani non fare le primarie lì vuol dire, in questa fase, mandare meno spot televisivi sulle tv locali, fare meno tappe e discorsi pubblici, concentrarsi altrove con l’organizzazione territoriale e in ultima istanza accumulare un piccolo svantaggio – non certo incolmabile, ma sostanzioso – in uno degli stati che davvero devono cercare di vincere a novembre 2016.

L’economia statunitense intanto galoppa
Nel secondo trimestre del 2015 il PIL degli Stati Uniti è cresciuto a un tasso annualizzato del 3,7 per cento, mentre gli analisti si aspettavano una crescita del 2,3 per cento. È una notizia importante, perché la ripresa economica americana fin qui è stata costante ma non esplosiva, e perché avviene mentre la Cina attraversa grossi guai e in Europa moltissimi governi si commuoverebbero dalla gioia per una crescita anche solo dell’1,5 per cento. L’economia e i temi collegati – disoccupazione, tasse, welfare – rimarranno al centro del dibattito politico americano da qui al 2016, salvo clamorose sorprese, ma se trimestre dopo trimestre continueranno ad arrivare dati come questi, i Democratici giocheranno un po’ più in discesa e i Repubblicani un po’ più in salita.

Cose da leggere
How My Presidency Would Deal With China, di Marco Rubio sul Wall Street Journal
Biden Can’t Beat Clinton, But He Can Be the Party’s Backup, di Ryan Lizza sul New Yorker
The Hillary Clinton e-mail ‘scandal’ that isn’t, di David Ignatius sul Washington Post

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Scrivimi: costa [at] ilpost.it

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Qualcosa si muove sul fronte Biden

Ho scritto e inviato un’edizione speciale della newsletter americana – che di solito arriva il sabato – per parlare un po’ della potenziale candidatura di Joe Biden e rispondere a un po’ di domande che avevo ricevuto. La prima parte, quella che riguarda Biden, è quella che segue; la seconda l’hanno ricevuta solo gli iscritti. Ci iscrive qui, gratis.

–440 giorni alle elezioni statunitensi
–159 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

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Quindi Joe Biden si candida? In questa edizione speciale della newsletter la risposta a questa domanda non c’è. Ma nel giro di pochi giorni la stampa statunitense ha tirato fuori una serie di notizie e retroscena affidabili che hanno dato nuova credibilità non solo all’ipotesi che Joe Biden ci stia pensando – quello possiamo darlo ormai per scontato – ma anche che questa possibilità stia diventando ogni giorno più seria e concreta. Ho pensato che valesse la pena fare un punto della situazione, perché una candidatura di Biden cambierebbe radicalmente le primarie dei Democratici per come le abbiamo immaginate fin qui.

Domenica Biden ha avuto un incontro riservato con Elizabeth Warren, influente e popolare senatrice di sinistra del Massachusetts che molti per mesi hanno considerato una potenziale sfidante di Hillary Clinton. Sempre domenica il Wall Street Journal – che normalmente su queste cose è affidabile – ha scritto che Biden si sta convincendo a candidarsi, secondo persone a lui vicine. Lunedì l’ufficio di Biden ha annunciato la nomina di una nuova responsabile della comunicazione, si chiama Kate Bedingfeld ed è una funzionaria con esperienza elettorale: era la portavoce di John Edwards ai tempi delle primarie del 2008.

Sempre lunedì il comitato politico che propone la candidatura di Biden – ufficialmente senza il suo consenso – ha inviato un documento di due pagine ai dirigenti del Partito Democratico per spiegare il senso dell’eventuale operazione. In serata poi la CNN – che è meno affidabile del Wall Street Journal ma resta la CNN – ha pubblicato un retroscena secondo cui Obama avrebbe dato a Biden una specie di amichevole via libera: non un’autorizzazione a candidarsi né la promessa di un sostegno formale che non potrebbe arrivare, quanto l’impegno a non mettersi in mezzo e non chiedergli di ritirarsi. Martedì il Washington Post e Politico hanno scritto che un gruppo di importanti finanziatori del Partito Democratico è stato invitato a una riunione con Biden che si terrà a settembre.

Questi sono i fatti. Aggiungiamoci qualche informazione di contesto. Il primo dibattito televisivo tra i candidati Democratici si terrà il 13 ottobre. Il 9 e il 10 novembre scadono invece i termini per presentare formalmente le candidature alle primarie dell’Arkansas e del Texas; nelle settimane a seguire scadono di Florida, Illinois, Michigan, North Carolina e Virginia. Lo staff di Biden dice che il vicepresidente prenderà una decisione finale entro la fine dell’estate: qualche settimana fa dicevano che avrebbe deciso entro i primi giorni di settembre. Teoricamente potrebbero prendersi ancora qualche settimana. Sempre più teoricamente, potrebbero anche aspettare il 2016, guardare cosa succede nei primi stati in cui si vota – Iowa, New Hampshire, Nevada e South Carolina – e fare un passo avanti in caso di catastrofe di Hillary Clinton (solo in caso di catastrofe di Hillary Clinton). Sarebbe tardi per candidarsi a moltissime primarie importanti, ma Biden potrebbe comunque ottenere un buon numero di delegati e cercare di farsi dare la candidatura alla convention. In ogni caso qui davvero siamo alla fantapolitica.

Pausa!
Tutto il mostruoso talento oratorio di Biden in un video da 4 minuti. Questo è un pezzetto di una conferenza stampa del 2010. I giornalisti gli chiedono cosa pensa del fatto che il capo della compagnia petrolifera BP si sia lamentato dei troppi soldi chiesti dal governo per risarcire i danni causati dalla grossa perdita nel Golfo del Messico. Biden forse si aspetta la domanda ma comunque va a braccio. In quattro minuti passa da un registro comico perfetto al tono serio da vicepresidente, poi ci mette un accento minaccioso e un po’ di cose da uomo-del-popolo: il tutto mantenendo perfettamente il controllo, senza mai fare quello che “si sfoga”. Il video su YouTube ha i sottotitoli in inglese.

Dicevamo della candidatura
Ho scritto qualche tempo fa di quale potrebbe essere la strategia di Biden nel caso dovesse candidarsi, quindi su questo non mi dilungo: punterebbe soprattutto sull’affidabilità, sull’autenticità e sul carattere. Almeno un pezzo dell’establishment dei Democratici – anche quelli che oggi stanno con Clinton – passerebbe dalla sua parte, e così anche un po’ di finanziatori. L’altissima popolarità di Clinton all’interno del partito e l’enorme vantaggio economico e organizzativo che ha accumulato fin qui fanno pensare però che – qualora Biden si candidasse – davvero solo un colpo di scena potrebbe dargli una strada plausibile verso la vittoria. Per quanto clamorosa, nemmeno una vittoria di Sanders in Iowa e in New Hampshire sarebbe secondo me quel colpo di scena: sono due stati dall’elettorato particolare – abitanti quasi solo bianchi – e poco dopo si vota in Nevada e in South Carolina, demograficamente più simili al resto del paese, dove Clinton oggi ha un vantaggio abissale. Inoltre Biden è un responsabile uomo di partito, non è un fuori di testa: non sfiderebbe Clinton se pensasse di non poterla battere ma soltanto indebolirla. Il colpo di scena determinante potrebbe essere l’apertura di un’indagine dell’FBI su Clinton per la storia delle email, ma oggi quello scenario è considerato molto improbabile.

Cosa resterà di Donald Trump

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–444 giorni alle elezioni statunitensi
–163 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

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Poche ore fa Donald Trump ha tenuto un discorso in uno stadio di Mobile, Alabama, davanti a 35.000 persone. Una folla notevole, a questo punto della campagna elettorale, peraltro ottenuta in uno stato in cui vota per le primarie a marzo: pochi candidati oggi possono permettersi di investire tempo e risorse in posti che non siano Iowa, New Hampshire, South Carolina e Nevada, cioè gli stati in cui si vota a febbraio. Trump è nettamente primo in tutti i sondaggi che riguardano i Repubblicani e il suo gradimento è stabile: due mesi fa nessuno o quasi avrebbe previsto tutto questo. Quindi?

Donald Trump Holds Campaign Rally In Mobile, Alabama

Quindi ci vuole un po’ di contesto. Da quando ho iniziato a lavorare a questa newsletter, scrivo che i sondaggi per il momento vanno letti con molta cautela e non vogliono dire quasi niente. Dico “quasi” perché questi sondaggi influiscono comunque sul dibattito politico, sulle cose di cui si parla, sulla composizione dei confronti televisivi: ma davvero sono uno strumento povero e fuorviante per capire cosa succederà nel 2016. Ora ve lo dimostro. Questa è l’evoluzione dei sondaggi delle scorse primarie Repubblicane, da agosto 2011 in poi.

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Insomma, quattro anni fa di questi tempi il favorito dai sondaggi era Rick Perry, a novembre era addirittura quel matto di Herman Cain, tra dicembre e gennaio Newt Gingrich. Non solo nessuno di loro tre poi vinse le primarie: nessuno di loro tre ebbe un anche minimo ruolo alle primarie. Il candidato che era indicato da tutti gli esperti come il più forte e l’unico eleggibile a novembre, Mitt Romney, cominciò a dimostrarsi tale non appena si cominciò a fare sul serio, tra gennaio e febbraio. Vuol dire che Trump si dissolverà certamente nei prossimi mesi? No. Vuol dire: leggete i sondaggi di questi mesi sulle preferenze personali con grande distacco e prudenza. Quando si vota sul serio, le cose cambiano.

Bonus
Una storiella di questi giorni, a ulteriore dimostrazione di quanto sopra: un quindicenne dell’Iowa ha presentato i documenti preliminari per una candidatura farlocca di un tale “Deez Nuts” e poi ha convinto un istituto di sondaggi a includere il candidato finto in un sondaggio vero. “Deez Nuts” ha ottenuto il 9 per cento dei consensi.

Ok, chiaro. Ma allora perché non ci prendiamo una vacanza e aspettiamo gennaio?
È una domanda sensata, ma la risposta è semplice: perché quello che succede in questi mesi contribuisce comunque a costruire e determinare quello che accadrà da gennaio in poi. Ci sono un paio di esempi perfetti che riguardano cose successe questa settimana.

Donald Trump ha diffuso il suo piano per l’immigrazione: una proposta di estrema destra che prevede, tra le altre cose, la fine dello ius soli (che negli Stati Uniti è scritto nella Costituzione dai tempi della guerra civile: chi nasce in America è americano), la costruzione di un muro al confine col Messico (pagato dal Messico!) e la deportazione forzata di tutti i milioni di persone che vivono irregolarmente negli Stati Uniti. Le possibilità che Trump diventi presidente e implementi questo piano sono probabilmente nulle. Ma intanto gli altri candidati Repubblicani devono fare i conti con questa proposta e decidere se dissociarsene o no: se rincorrere Trump a destra e solleticare demagogicamente gli elettori più estremisti, sapendo quanto pesano i loro voti alle primarie, oppure mostrarsi razionali e pensare sul lungo termine.

Scott Walker ha detto di essere d’accordo con Trump. Bobby Jindal pure. Jeb Bush si è fermato un passo prima, ma ha detto che gli immigrati vengono apposta a fare figli negli Stati Uniti per non essere cacciati. Nel frattempo la stampa ha cominciato a scavare nei suoi archivi e ha trovato che quasi tutti i candidati Repubblicani a un certo punto della loro carriera si sono dimostrati quanto meno aperti alla possibilità di abolire lo ius soli.

Ora, tutte le analisi sul voto del 2012 dicevano una cosa sola: che i Repubblicani non sarebbero tornati a vincere se non avessero riconquistato almeno un pezzo del voto dei latinoamericani, un gruppo demografico grande e in espansione, e di quello dei neri. Una campagna elettorale del genere convince invece gli elettori latinoamericani di quanto i Repubblicani gli siano ostili. Quindi oggi sappiamo già che il candidato dei Repubblicani a novembre, chiunque sarà, dovrà fare un enorme sforzo per ottenere i loro voti: e sappiamo che senza quelli probabilmente non può vincere, a meno di catastrofi tra i Democratici.

Un altro esempio. Jeb Bush questa settimana ha deciso di cambiare strategia e ha cominciato ad attaccare frontalmente Donald Trump. Il suo argomento non è che Trump ma è un matto da legare bensì che Trump non è un vero conservatore (good luck with that) perché ha cambiato idea più volte nel corso degli anni. Durante il comizio di Trump in Alabama ha fatto volare un elicottero con la scritta “TRUMP 4 HIGHER TAXES, JEB 4 PREZ”. Ogni dollaro che Bush spende per liberarsi di Trump, è un dollaro che non potrà spendere per battere chi può davvero contendergli la nomination.

Bonus
Forse la vera notizia di questa settimana in realtà è questa: in mezzo al suo delirio Trump ne ha detta una giusta, sulla generale sopravvalutazione dei programmi politici concreti nelle campagne elettorali.

«Sapete qual è il problema con i programmi politici, con le cose tipo “il mio piano in 14 punti”? Che il più delle volte poi quando bisogna applicare quel programma, basta la prima ora di trattative per far fuori il piano in 14 punti. Ma magari alla fine del negoziato ne vieni fuori con un accordo migliore. Funziona così. La vita funziona così. Quando devo trovare un accordo con qualcuno non dico “ecco il mio piano in 14 punti”. Non mi siedo a parlare dei miei 14 punti: mi siedo e trovo un accordo. Capisco che la stampa voglia un piano in 14 punti, ma credo che agli elettori non interessi. Gli elettori si fidano di me e sanno che troverò buoni accordi nel loro interesse»

Un video
Un dibattito molto serrato tra Ellen Page – l’attrice di Juno e Inception, tra gli altri – e Ted Cruz sui diritti delle persone gay, lesbiche, bisessuali e transessuali.

4 cose su Hillary Clinton questa settimana
– ha interrotto bruscamente una conferenza stampa sulla storia delle sue email (non è stato un bello spettacolo): se volete un ripasso sulla vicenda, leggete questo articolo in italiano.

– ha criticato la decisione di Obama di autorizzare le trivellazioni petrolifere nell’artico.

– ha schivato un paio di trappole organizzate probabilmente da movimenti di destra: persone che si fingono suoi sostenitori e dicono di voler fare donazioni in nero alla sua campagna, per esempio.

– ha avuto un confronto informale e franco con alcuni rappresentanti del movimento per i diritti civili Black Lives Matter, dicendo loro che la soluzione al razzismo e alle discriminazioni dei neri non è “cambiare i cuori delle persone” ma cambiare le leggi in vigore. Pochi giorni dopo quelli di Black Lives Matter si sono dati una piattaforma di obiettivi concreti.

Bonus
Questa appena finita è stata la settimana in cui i candidati hanno fatto un giro all’Iowa State Fair, una grande sagra famosa soprattutto per la sua ricca e creativa offerta alimentare, diciamo. Ho elencato qui le meraviglie che offre l’evento: cose come gli Oreo fritti.

Cose da leggere
Why the next Republican president won’t touch Obamacare, di Ezra Klein su Vox
Sorry, Folks, Donald Trump Is for Real, di Mike Barnicle su The Daily Beast
Online And In Person, Bernie Sanders’ White Supporters Advance A Black Lives Matter Conspiracy, di Evan McMorris-Santoro su Buzzfeed

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Il paradiso ha un nome: Iowa State Fair

Due delle cose che mi piacciono di più sono la politica americana e il cibo spazzatura. Per questo motivo, una volta ogni quattro anni più o meno di questi tempi, vorrei andare a Des Moines, in Iowa. Prima o poi lo farò. Non vorrei essere lì tanto per le primarie – quelle si tengono tradizionalmente tra gennaio e febbraio, e fa un freddo cane – ma per l’Iowa State Fair: che poi è una sagra, una delle più grandi e affollate degli Stati Uniti, con vaste esposizioni di macchinari agricoli e animali. Dato che le primarie cominciano dall’Iowa, e questo assegna un notevole valore politico a uno stato altrimenti piccolino e tutto sommato irrilevante, negli anni precedenti alle elezioni non c’è candidato alle primarie che non faccia un giro all’Iowa State Fair: e quindi una volta ogni quattro anni a Des Moines si manifesta questa combinazione per me irripetibile. Da una parte i candidati alle elezioni presidenziali che girano per questa sagra dal contesto spiccio e informale; dall’altro la sagra vera e propria, che è un vero paradiso delle schifezze.

Ma le parole non bastano, quindi veniamo alle immagini. Ecco cosa si mangia all’Iowa State Fair.

Dite ciao allo Snickers fritto.
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Questo invece è il burro fritto.
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Proprio burro-burro, un panetto intero. Si fa così.

Brownies fritti. Dopo il burro possono persino sembrare leggeri.
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Cheesecake fritta. Cheesecake. Fritta.
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Formaggio fritto.
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Oreo fritti.
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Twinkie fritti (i Twinkie sono una popolare merendina americana)
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Pickle dawg fritto (un cetriolo con pastrami o prosciutto o wurstel, e philadelphia: fritto)

Pork chop, la scelta preferita dai politici in visita, anche perché è quello con cui ci sporca meno. Carne di maiale alla griglia, su un bastoncino.
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Hot dog avvolto nel bacon.
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Questo lo chiamano “Ultimate Bacon Brisket Bomb”: carne tritata affumicata, jalapenos a dadini, cipolle, formaggio piccante, il tutto avvolto nel bacon e servito ricoperto di salsa al chili piccante.
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Torta di mele fritta.
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“Deep Fried Nacho Balls”, cioè un impasto di carne tritata, jalapenos e cheddar, con panatura di nachos sbriciolati. E fritti, certo, fritti.
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Burro d’arachidi con marmellata fritto.
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Corndog, cioè wurstel avvolti in pastella di mais e fritti. Ci sono anche quelli col bacon e col doppio bacon, per i professionisti.
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Ora avete almeno quindici buoni motivi per mollare le isolette e la spiaggetta e pensare di passare qualche giorno della vostra vita in Iowa, in estate.

Le elezioni americane al 15 di agosto

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–451 giorni alle elezioni statunitensi
–170 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

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Ciao e buon Ferragosto. Avevo promesso un’email infrasettimanale ma non ce l’ho fatta, come vi siete accorti; in compenso potrebbe arrivarne presto una con un po’ di domande e risposte, perché sono in arretrato e oggi non volevo farla troppo lunga. Veniamo direttamente al dunque, stavolta in modo più ordinato: per ogni candidato che conta, un breve punto della situazione.

Di cosa parliamo, tra le altre cose:
– Rubio e Bush si sono un po’ messi nei guai da soli
– Ben Carson, l’unico nero candidato tra i Repubblicani, ma anche molto di più
– Esiste un video di un candidato che frigge del bacon sulla canna della mitragliatrice con cui ha appena sparato
– È stata un’altra pessima settimana per Hillary Clinton, e ce ne saranno ancora
– Un candidato Repubblicano è già cotto

Donald Trump
A caldo è stato considerato da quasi tutti uno dei vincitori del dibattito tv, ma dopo le cose gli sono andate così così. Per qualche giorno ha continuato a litigare con Fox News, dicendone anche di grossissime: a un certo punto ha persino alluso al fatto che la giornalista conduttrice del confronto ce l’avesse con lui a causa delle mestruazioni. Poi è stato mollato da un suo storico amico e collaboratore, e ha cercato di convincere tutti che fosse stato lui a licenziarlo. Per quel che valgono i sondaggi al momento, la sua crescita sembra essersi come minimo fermata. Dall’altra parte, però, sembra aver cominciato a costruirsi una struttura da vera campagna elettorale, soprattutto in Iowa e in New Hampshire.

Bonus
Durante il dibattito Trump aveva battibeccato con Paul e a un certo punto gli aveva detto acido: “Mi sa che non mi hai sentito”. Ho scoperto poi, non lo sapevo, che Rand Paul indossa un apparecchio acustico. Un’altra roba di cattivo gusto.

Marco Rubio
La buona prova nel dibattito gli ha dato un po’ di spinta, ma gliel’ha data nella direzione giusta? A un certo punto durante il confronto ha detto di essere contrario all’aborto anche nei casi di stupro e incesto. È un cambio di linea rispetto al passato – cosa che fa pensare si tratti di tattica, piuttosto che di ideali – e di questa posizione estremista si è discusso molto nei giorni seguenti. Forse la cosa gli può fare guadagnare un po’ di voti a destra, ma non era obbligato a farlo: non la pensava così nemmeno Mitt Romney, che i Repubblicani guardavano con ancora più scetticismo. E alle eventuali elezioni di novembre questa posizione potrebbe danneggiarlo parecchio: la maggior parte degli americani non la pensa così.

Jeb Bush
Già si era messo nei guai con una frase assurda sulle politiche sanitarie per le donne, che probabilmente lo perseguiterà a lungo, poi non è uscito benissimo dal dibattito, insomma le cose per lui non vanno proprio alla grande. La settimana scorsa ha pronunciato un discorso programmatico di politica estera, soprattutto sull’Iraq e il terrorismo islamico, criticando moltissimo Hillary Clinton e sostenendo che l’ascesa dello Stato Islamico e l’attuale instabilità della regione si debbano più all’amministrazione Obama che alla precedente amministrazione Bush. Mi pare che il suo obiettivo fosse soprattutto mostrarsi “presidenziale” e farsi notare senza sporcarsi col dibattito su Trump: non c’è riuscito molto, ma a lui per il momento – per il momento – va bene anche muoversi un po’ a fari spenti. Ah, ha litigato su Twitter con Hillary Clinton.

Ben Carson
Ne abbiamo parlato poco ed effettivamente non c’era molto da dire – non ha nessuna speranza di vincere – però è un personaggio notevole. Carson è nero ed è un neurochirurgo in pensione. Nel 1987 divenne famoso in tutto il mondo quando fu il primo medico a riuscire a separare due gemelli siamesi attaccati per le teste, e negli Stati Uniti divenne una specie di eroe soprattutto per i neri. Da quando è andato in pensione è diventato anche un idolo dei conservatori: di recente ha dato a Obama dello “psicopatico” e ha detto che la sua riforma sanitaria è stata “la peggior cosa capitata in questo paese dai tempi della schiavitù”; due anni fa disse che il matrimonio gay era paragonabile alla zoofilia e alla pedofilia. Durante il confronto tv si è dichiarato contrario agli esperimenti scientifici sui feti abortiti, dopo qualche giorno è venuto fuori che ha fatto personalmente esperimenti scientifici su feti abortiti.

Bonus
Chi ha visto The Wire forse si ricorderà questa scena (per gli altri, non ci sono spoiler). Un’educatrice chiede ai ragazzi di un quartiere molto difficile di Baltimora cosa vogliono fare da grandi e uno risponde: io voglio essere come Ben Carson.

Rick Perry
Ha finito anche i soldi per pagare le persone che lavorano alla sua campagna elettorale. Salvo sorprese clamorose, è cotto.

John Kasich
Il governatore dell’Ohio invece sembrava cotto, ce l’ha fatta per un pelo ad arrivare al dibattito televisivo e ora se la sta cavando bene, soprattutto in New Hampshire, il secondo stato in cui si vota. Uno in più da tenere d’occhio: ora deve continuare a crescere nei sondaggi, però, se vuole farsi prendere sul serio. Il candidato più danneggiato dalla sua ascesa è sicuramente Jeb Bush, che cerca di attrarre gli stessi voti moderati e centristi di Kasich.

Carly Fiorina
La vincitrice del dibattito “minore” della settimana scorsa si sta godendo il successo, l’attenzione dei media e un bel balzo nei sondaggi: sicuramente al prossimo giro farà parte del confronto principale, e più di questo non poteva sperare. L’attenzione dei media però ha le sue controindicazioni: i giornali hanno cominciato a raccontare del suo deludente periodo da amministratrice delegata di HP e qualche giorno fa durante un comizio ha detto che i genitori dovrebbero avere il diritto di non vaccinare i propri figli. Dieci giorni fa non l’avrebbe notato nessuno o quasi, ora è un titolo.

Ted Cruz
È il candidato Repubblicano più buono con Trump, cioè quello che più sta corteggiando i suoi elettori in attesa del momento in cui Trump si sgonfierà. Nel frattempo pare stia contattando sotto traccia anche i sostenitori di Rand Paul in Iowa e in New Hampshire, per convincerli a passare dalla sua parte. Potrebbe diventare, alla lunga, il candidato unico della destra-destra. Anche lui però soffre dell’attenzione mediatica catalizzata dal solo Trump e quindi deve inventarsi qualcosa per farsi notare. Per esempio diffondere un video che lo mostra friggere del bacon sulla canna di una mitragliatrice, e poi mangiarlo.

Rand Paul, Chris Christie, Mike Huckabee
Completamente tagliati fuori dall’agenda dei media e dalle attenzioni della gran parte degli elettori Repubblicani. Hanno poco tempo per inventarsi qualcosa, se vogliono arrivare vivi almeno a marzo. Rand Paul sta provando ad attaccare duramente Donald Trump, proseguendo il loro scontro al dibattito televisivo: vediamo se funziona.

Scott Walker
Per quanto rimanga tra i candidati messi meglio, Scott Walker continua a sembrarmi davvero deludente. Al dibattito è andato piuttosto male – e la sua popolarità nazionale infatti ne ha risentito – e fa molta fatica a far passare un messaggio che sia uno. Di recente ha diffuso uno spot che è esemplare del suo attuale momento: è completamente vuoto. Gli slogan politici sono spesso generici, certo: ma non c’è una frase in questo spot che non sia una banalità; salvo alcune, tutte potrebbero essere state dette anche da candidati Democratici. C’è ancora tempo per raddrizzare le cose, ma io pensavo avesse un po’ di talento in più.

Bernie Sanders
Veniamo ai Democratici, quindi. Ci sono due notizie contrastanti su Sanders, ma entrambe riguardano i sondaggi: quindi prendetele con le molle. La prima è che la sua avanzata in Iowa si è fermata, anzi è rimbalzato indietro; la seconda è che in New Hampshire invece continua a crescere, secondo un sondaggio avrebbe persino superato Hillary. Questi sono probabilmente i due stati in cui lui è più forte in assoluto – quasi esclusivamente bianchi, sensibili a posizioni radicali – ma Sanders comunque ha dimostrato una qualità importante negli ultimi giorni: saper cambiare direzione. Qualche settimana fa parlavamo di come fosse stato messo molto in difficoltà da un gruppo di contestatori neri e di come in generale non piacesse granché a quel segmento della popolazione: Sanders ha aggiustato in fretta le sue proposte e il suo comizio-base, accogliendo i suggerimenti di alcuni movimenti per i diritti delle minoranze, e ha assunto come capo ufficio stampa Symone Sanders (non sono parenti), un’attivista per i diritti dei neri giovane e in gamba.

Hillary Clinton
Chiudiamo con la storia più importante. È stata un’altra di quelle settimane in cui non si è parlato della campagna elettorale di Hillary Clinton, delle sue proposte, dei suoi comizi, eccetera, bensì dei suoi guai con la storia delle email. La storia, in brevissimo, è che durante il suo mandato da segretario di Stato ha usato un indirizzo email privato (poteva farlo, poi è cambiata la legge) ma forse con quella casella ha maneggiato anche informazioni governative riservate; e quando dal governo le sono state chieste le email, per archiviarle, lei ne ha consegnato una parte e ha cancellato le altre, dicendo che erano cose personali. È stata aperta un’indagine per capire se ci sono state informazioni riservate malgestite, in tutta questa storia, e qualche giorno fa Clinton si è decisa infine a consegnare il suo server di posta privato all’FBI. Nel frattempo sta andando vanti l’esame delle email che ha già consegnato e sono emerse due email con contenuti top secret.

Ora: Clinton al momento non è sotto indagine e l’FBI sta facendo solo una revisione preliminare del caso. Ma il fatto che sui giornali e su internet il nome di Hillary continui a essere accostato a parole come “FBI” e “indagine” la sta danneggiando, sta confermando negli elettori l’impressione che sia inaffidabile e soprattutto le sta impedendo di fare la campagna che vorrebbe. I Repubblicani al Congresso non molleranno l’osso fino a novembre e al momento di questa storia non si vede la fine. Il tutto potrebbe farle molto male. Mettiamola così: se Elizabeth Warren alla fine si fosse candidata, forse moltissimi Democratici a questo punto avrebbero già cambiato cavallo. E tenete a mente, nel frattempo, che siamo ancora in attesa che Joe Biden prenda una decisione sulla sua candidatura.

Bonus
Per chi vuole approfondire la faccenda Joe Biden: ho scritto sul Foglio un lungo articolo per cercare di immaginare quale sarebbe la sua strategia, se davvero dovesse candidarsi contro Hillary Clinton. Si trova qui.

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Mentre i Repubblicani si preparano al 6 agosto, Hillary punta già Bush

–465 giorni alle elezioni statunitensi
–184 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

presidential seal

Mancano cinque giorni al primo dibattito televisivo di questa campagna elettorale: si terrà la sera del 6 agosto, quando in Italia saranno le 3 del mattino di venerdì 7 agosto. Io lo seguirò in diretta – se siete matti abbastanza mi trovate su Twitter – e poi racconterò qui sulla newsletter cosa è successo. Quindi la prossima newsletter vi arriverà venerdì e non sabato, ok?

Di cosa parleremo:
– la lotta nel fango per partecipare al dibattito del 6 agosto
– la lotta nel fango che avverrà al dibattito del 6 agosto
– cosa fa Hillary Clinton per combattere la noia: attaccare Bush
– Hillary Clinton sorpassa a destra Steve Carell in The Office
– cinque risposte a cinque vostre domande
– un piccolo errore di quelli che ancora mi mangio le mani

Chi ci sarà al dibattito del 6 agosto?
Il 6 agosto dieci candidati Repubblicani si confronteranno su Fox News. I candidati Repubblicani però sono diciassette (si è appena aggiunto anche Jim Gilmore, ex governatore della Virginia) e Fox ha detto che sceglierà i dieci col più alto gradimento popolare, facendo una media tra cinque sondaggi nazionali. Quali sondaggi, tra le decine lì fuori? Non si sa: deciderà Fox a sua discrezione. Mmh. I nomi dei dieci saranno annunciati il 4 agosto. I candidati esclusi parteciperanno a un dibattito “minore”, che si terrà sempre su Fox News alle 17 (in Italia saranno le 23, io seguirò live anche quello).

Questo meccanismo, probabilmente inevitabile, ha avuto conseguenze politiche: di norma i candidati passano i giorni che precedono un dibattito a prepararsi e a studiare; stavolta invece molti lo stanno passando a cercare con tutte le forze di arrivare al dibattito, cioè di farsi notare sparandola grossa. Vi ricorderete Rand Paul con la motosega. Questa settimana Mike Huckabee ha detto che l’accordo sul nucleare iraniano “porterà gli israeliani fino alla porta del forno”; Ted Cruz ha detto che Obama è uno “sponsor del terrorismo”; Rick Perry ha sfidato Donald Trump a una gara di trazioni alla sbarra (?!) e Chris Christie ha promesso che renderà di nuovo illegale il consumo di marijuana in Colorado.

Allo stato attuale i candidati sicuri di partecipare sono quattro: Donald Trump, Jeb Bush, Scott Walker e Marco Rubio. Poi ce ne sono altri quattro che salvo sorprese ce la faranno, ma il cui gradimento nei sondaggi sta peggiorando: Rand Paul, Mike Huckabee, Ted Cruz e Ben Carson. Poi ci sono quelli che lottano per stare dentro o fuori, e si giocano praticamente due posti: Chris Christie e John Kasich (in risalita), Rick Perry e Rick Santorum (in discesa). Poi ci sono quelli sicuramente fuori: Bobby Jindal, Carly Fiorina, George Pataki, Lindsey Graham (peccato) e Jim Gilmore. Stare dentro o fuori, comunque, non sarà decisivo: ci saranno ancora molti dibattiti e nel 2012, per fare un esempio, Mitt Romney saltò proprio il primo e poi vinse la nomination.

Bonus
Circola questa storia: John Kasich quando lavorava a Lehman Brothers decise una volta di comprare un cd di musica hip-hop. Scandalizzato dai testi delle canzoni, dopo pochi minuti accostò la macchina e lo tirò dal finestrino.

E cosa succederà al dibattito del 6 agosto?
Tutto girerà intorno a Donald Trump, anche fisicamente: dato che è il candidato col maggior gradimento dei sondaggi, occuperà il centro del palco. Alcuni esperti sostengono che Bush e gli altri candidati non dovrebbero mettersi a discutere direttamente con Trump, perché ne uscirebbero con le ossa rotte: The Donald si spingerà dove loro non potranno andare. Quindi schivare gli attacchi, non abboccare alle provocazioni e rivolgersi agli elettori. Gli stessi esperti sostengono però che per i candidati minori non ci sia più grande opportunità per farsi notare che ingaggiare una lotta nel fango con Trump, sperando di uscirne bene. Quindi insomma la cosa dovrebbe essere piuttosto divertente.

Nel frattempo, in un altro pianeta
Forse Hillary Clinton si annoia, visto che sta facendo campagna elettorale praticamente senza avversari tra i Democratici e i Repubblicani sono troppo occupati a darsele per occuparsi di lei, e quindi ieri ha reso le cose un po più vivaci e interessanti.

In Florida si sta tenendo un convegno della National Urban League, un’organizzazione che lotta contro le discriminazioni razziali. Ieri hanno parlato Hillary Clinton e Jeb Bush, uno dopo l’altro. Di solito in contesti come questo, quando si gioca “fuori casa” e manca ancora così tanto al voto, i candidati evitano di beccarsi: in fin dei conti sono lì per corteggiare il pubblico più che per litigare. Clinton ha parlato per prima, ha pronunciato un buon discorso e poi alla fine, prima di cedere il palco a Bush, lo ha criticato duramente accusandolo di ipocrisia perché lo slogan di un suo comitato – “Right to Rise”: il diritto di rialzarsi, più o meno – sarebbe in contraddizione con le sue idee discriminatorie. Questo è il video di quel pezzo di discorso:

Scherzi a parte, la noia non c’entra: questa è Hillary Clinton che comincia ad attaccare il suo probabile rivale di novembre 2016. Pochi minuti dopo, comunque, Jeb Bush è salito sul palco e ha pronunciato il suo discorso facendo finta di niente: un po’ per il suo carattere e un po’ perché al momento sembra in grande difficoltà quando deve ignorare il gobbo elettronico e parlare a braccio. Il video del suo discorso è qui.

Bonus
Intervistata dagli autori di una popolare newsletter, Hillary Clinton ha risposto così quando le hanno chiesto qual è il suo peggior difetto: “Sono impaziente e questo non sempre piace. Sono davvero frustrata dalle persone che non capiscono cosa io credo che serva al nostro paese”. E questa sarebbe una risposta? Si può rispondere a una domanda sul tuo peggior difetto descrivendo in modo paraculo quello che in fin dei conti è un pregio? Come quelli che dicono che il loro difetto è “essere dei perfezionisti”: ma dai. A quelli di Buzzfeed la risposta ha ricordato questa scena perfetta di The Office con Steve Carell.

Cinque domande e cinque risposte
Che fine ha fatto Paul Ryan, il vice di Romney nel 2012? Che farà, chi appoggia? (Alessandro C.)
Fa ancora il deputato, è sempre piuttosto influente al Congresso e dice che alle primarie resterà neutrale.

Che ruolo avrà la retorica religiosa, specialmente tra i Dem? (Giulia N.)
A guardare i candidati in ballo, e i cambiamenti sociali e demografici degli Stati Uniti, secondo me poca.

Quale sarà il ruolo di Obama in questa campagna elettorale? (Grazia G.) Farà degli endorsement? (Andrea S.) E cosa farà Obama dopo il 2016? (Andrea M.)
Rispondo insieme. Obama sarà ufficialmente neutrale durante le primarie e si schiererà con Hillary Clinton una volta che avrà vinto la nomination: i numeri sul suo gradimento sono buoni, anche se non eccezionali, e salvo che Hillary non gli chieda diversamente – e questo dipenderà dall’umore degli elettori – credo che sia Barack che Michelle Obama possano darle una grossa mano. Riguardo cosa farà dopo le elezioni, chi lo sa: può fare davvero qualsiasi cosa vuole, fuori dalla politica americana. Secondo me intanto si prenderà una vacanzona.

Che peso ha nel dibattito per le primarie (soprattutto dei Repubblicani) il problema del surriscaldamento globale e della protezione dell’ambiente? (Davide M.)
Molto poco peso, perché molto poco peso ha per gli elettori. Sia Clinton che Sanders ne parlano spesso nei loro discorsi pubblici, comunque, mentre i Repubblicani fanno a gara tra chi è più scettico sul tema.

Volevo sapere cosa ne pensi di Bill de Blasio, attuale sindaco di NY ed ex consigliere del Presidente Clinton, soprattutto che influenza può avere in queste elezioni e quali possibilità ha in futuro di diventare Presidente degli USA. (Angelo I.)
Nessuna influenza alle elezioni presidenziali, secondo me, perché de Blasio è piuttosto impopolare in città e Hillary Clinton, che ha rappresentato New York al Senato, non ha bisogno del suo sostegno per vincere da quelle parti. Per quel che si è visto fin qui, non credo proprio che abbia delle possibilità di diventare presidente un giorno.

Correzioni
Sapevo che prima o poi sarebbe successo, mannaggiammé: nell’oggetto dell’ultima newsletter il conto alla rovescia dei giorni era sbagliato. Grazie ad Alessia che me l’ha fatto notare.

Cose da leggere
La lunga intervista di Vox con Bernie Sanders
Trumped Up Polls, di Patrick Ruffini su Medium

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Una settimana con Donald Trump

–472 giorni alle elezioni statunitensi
–191 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

presidential seal

È stata una settimana circense, tra candidati-pagliaccio, leggi distrutte con la motosega, cellulari sbriciolati, indagini e contestazioni.

Di cosa parleremo:
– The Donald, per forza
– cosa devono fare i poveri Repubblicani per farsi notare mentre tutti parlano di The Donald
– due problemi imbarazzanti per Clinton e Sanders
– un nuovo incazzoso candidato Repubblicano
– tre risposte a tre cose che mi avete chiesto

È estate, fa caldo, Trump è in testa ai sondaggi
La grande notorietà e ricchezza di Donald Trump, e l’attenzione che gli riservano i media, ne hanno fatto il candidato più discusso di questa settimana e lo hanno portato in testa agli effimeri sondaggi di questo periodo sulle primarie Repubblicane. Lui, Trump, in pochi giorni è riuscito a:

– insultare John McCain, senatore Repubblicano di lungo corso e posizioni non sempre ortodosse, per quello per cui tutti lo considerano un eroe di guerra: fu catturato e torturato per cinque anni e mezzo in Vietnam («a me piacciono quelli che non vengono catturati», ha detto The Donald)

– rispondere alle critiche di un altro senatore Repubblicano moderato, Lindsey Graham, leggendo ad alta voce il numero di cellulare dello stesso Graham durante un comizio (Graham ha poi teatralmente distrutto il suo cellulare a favore di telecamera)

– andare a far visita al confine tra Stati Uniti e Messico dicendo altre cose estremiste sull’immigrazione e le persone di origini latinoamericane

– minacciare una candidatura da indipendente alle presidenziali (cosa che praticamente renderebbe Hillary Clinton vincitrice in partenza)

Ora, con ordine. Abbiamo già detto che i sondaggi a questo punto non valgono niente, che quattro anni fa capitarono in testa per un po’ anche dei completi svalvolati come Michele Bachmann ed Herman Cain, che Trump non ha possibilità di diventare presidente. È un fenomeno quasi esclusivamente mediatico, prima o poi passerà. Intanto però le sue uscite stanno danneggiando i Repubblicani, e qualcuno sta cominciando a reagire. Dicevamo due settimane fa: “la sua candidatura fornisce una grande opportunità di visibilità nazionale e atteggiamento presidenziale al primo candidato Repubblicano che deciderà di attaccarlo duramente”. Quel candidato fin qui è stato Rick Perry.

Ex governatore del Texas, candidato prima favorito e poi disastroso nel 2012, Perry ha detto che Trump è «un cancro del conservatorismo» e «fa appello ai peggiori istinti della condizione umana». Per ora Perry nei sondaggi non si è mosso granché, ma intanto non si è mai parlato di lui così tanto come in queste settimane: a qualcosa porterà. Gli altri candidati per ora sono più cauti: sanno che Trump si sgonfierà e non vogliono alienarsi i suoi ammiratori. Ma questa tattica gli sta togliendo ossigeno.

Bonus
Per esempio, guardate che cosa ha dovuto mettere in scena il povero Rand Paul per farsi notare.

Il dibattito del 6 agosto
In tutto questo, tra pochi giorni ci sarà il primo dibattito televisivo tra i candidati Repubblicani. Lo organizza FoxNews, partecipano i primi dieci candidati nei sondaggi nazionali più recenti (un criterio non proprio a prova di bomba). A oggi i dieci dovrebbero essere Trump, Bush, Walker, Huckabee, Paul, Rubio, Carson, Cruz, Christie e Perry, con gli ultimi due a rischio e Santorum e Kasich in rimonta.

Nel frattempo i Democratici se la godono?
Mica tanto. Hillary Clinton ha ancora problemi per la storia dell’indirizzo email privato usato quando faceva il Segretario di Stato. In quattro casi, scrive il Wall Street Journal, ha mandato o ricevuto informazioni riservate da quell’indirizzo. Lei dice che quelle informazioni sono state rese top secret retroattivamente. C’è un’indagine in corso, se ne riparlerà. Ma la settimana è stata complicata soprattutto per Bernie Sanders, il senatore socialista del Vermont che piace un sacco a sinistra.

Sta venendo al pettine uno dei principali nodi della candidatura di Sanders: viene dal secondo stato più bianco d’America e stando ai sondaggi piace praticamente solo ai bianchi (peggio ancora: ai maschi bianchi). Il suo comizio base non parla molto di questioni che riguardano direttamente i neri e i latinoamericani. Qualche giorno fa durante un evento pubblico è stato contestato da un gruppo di attivisti neri e ha gestito la cosa malissimo: prima ha cercato di farli star zitti, poi ha urlato, poi ha risposto in modo molto vago alle loro richieste, facendoli infuriare ancora di più. Nel frattempo i media stanno raccontando della volta che Sanders si oppose a una riforma dell’immigrazione – per evitare che gli immigrati togliessero posti di lavoro alla classe operaia americana, ahia – e di come la lobby delle armi abbia di lui un’ottima opinione. Non bene.

Tra i Repubblicani si è candidato John Kasich
Nove volte deputato e due volte governatore dell’Ohio, uno degli stati decisivi alle presidenziali, Kasich dovrebbe essere tra i grandi favoriti delle primarie Repubblicane: invece non lo è e forse non parteciperà nemmeno al dibattito del 6 agosto (cosa che sarebbe per lui piuttosto imbarazzante, visto che si tiene proprio in Ohio). La ragione per cui non è tra i favoriti alle primarie: è molto moderato e centrista (infatti ha vinto due volte in Ohio!). Secondo me Kasich – si pronuncia keisik – è materiale soprattutto da vicepresidenza, ma potrebbe far bene in New Hampshire: e sarebbe comunque interessante vederlo ai dibattiti tv, perché ha noti problemi di controllo dell’ira.

Bonus
Chris Christie, il governatore del New Jersey, quello mezzo italiano e caduto in disgrazia, ricordate? Siccome è molto forte nei discorsi a braccio, una troupe della sua campagna lo segue sempre e confeziona velocemente spot su qualsiasi argomento solo montando pezzi dei suoi discorsi, approfittando della sua efficacia oratoria. È autentico, è economico, è rapido, funziona. Questo è quello sull’accordo sul nucleare iraniano, per esempio.

Bonus/2
E Scott Walker, il governatore del Wisconsin anti-sindacati, ve lo ricordate? È considerato uno dei favoriti ma si sta schierando molto a destra – forse troppo – per uno che vuole vincere a novembre, e ha fatto un po’ di scelte strategiche avventate. Questa settimana ha detto di non sapere se essere omosessuali è una scelta o no. Viene da chiedergli, come ha scritto il Washington Post: e tu, Scott Walker, quando hai deciso di essere eterosessuale?

Tre domande che ho ricevuto (mandatene!)

Chiede Marco S., perché ci sono così tanti candidati Repubblicani?
In breve, perché pensano che questa per loro sia la volta buona. Così come i Democratici stanno alla larga – il principio dell’alternanza nel 2016 li penalizza e c’è una candidata strafavorita – i Repubblicani pensano che nel 2016 l’aria che tira li avvantaggi (è vero) e che non c’è un candidato così forte da rendere l’impresa impossibile (è vero). Quindi chiunque pensi di avere anche una piccola chance dice “ora o mai più” e si candida.

Chiede Jacopo G., perché Trump si è candidato?
La risposta più facile sarebbe: perché nonostante tutto è così megalomane da pensare di poter fare il presidente. Ma Trump è un imprenditore di successo, non un matto. Quindi le ipotesi fondamentali sono due: far parlare di sé (e rendere quindi più popolari e redditizi i suoi prodotti, i suoi casinò, i suoi reality show, etc) oppure ottenere qualcosa dai Repubblicani in cambio di un ritiro. Licenze per i suoi casinò, per esempio: lo ipotizza l’Economist di questa settimana.

Chiede Lorenzo O., cosa pensi di questo articolo di Salon? Al Gore potrebbe ancora candidarsi?
Quelli di Salon – un magazine online molto di sinistra – non si arrendono a Clinton ma capiscono che con Sanders non si va da nessuna parte, quindi dicono: candidiamo Al Gore! Non penso sia un’ipotesi credibile, un po’ perché Gore sembra non avere nessuna voglia – si tirò indietro nel 2008, quando i Democratici giocavano in discesa, figuriamoci ora – e un po’ perché avrebbe molti degli stessi problemi di Clinton (già visto, già sconfitto, lontano dalla realtà, etc). L’unica alternativa a Clinton tra i Democratici – improbabilissima ma tecnicamente possibile – al momento si chiama Joe Biden.

Cose da leggere
Jeb Bush Is Meaner Than He Looks, di Larry Sabato su Politico
Forecasters Expect a Strong Economy for the 2016 Presidential Election, di Neil Irwin sul New York Times
Where Candidates Stash Their Cash, di Phil Mattingly su Bloomberg
Everything you ever wanted to know about how Washington Post polling works, di Philip Bump sul Washington Post

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–479 giorni alle elezioni statunitensi

–479 giorni alle elezioni statunitensi
–198 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

presidential seal

Ci sono un nuovo candidato e due discorsi importanti di cui parlare. In mezzo: la più grande figuraccia che io abbia visto durante un dibattito televisivo, una chicca per chi conosce The Wire e la ragione per cui Jeb Bush dice di leggere Buzzfeed.

Di cosa parleremo:
– si è candidato Scott Walker e un po’ è colpa dei Democratici
– un altro discorso particolarmente di sinistra di Hillary Clinton
– lo sfidante di Clinton di cui si parla in The Wire
– un punto finale sulla raccolta fondi
– Jeb Bush non sa che pesci prendere con Donald Trump

Un altro candidato Repubblicano
Si è candidato ufficialmente Scott Walker, considerato tra i favoriti di queste primarie insieme a Jeb Bush e Marco Rubio. Walker, che ha 47 anni, è diventato un personaggio nazionale a causa di quello che gli è successo in quattro anni, tra il 2010 e il 2014.

Nel 2010 è stato eletto governatore del Wisconsin, uno stato che di solito vota a sinistra. Nel 2011 ha fatto approvare una legge di bilancio che tra le altre cose ha abolito la contrattazione collettiva per i dipendenti pubblici: è stata una storia assurda, tra proteste fortissime dei sindacati e deputati democratici che per far mancare il numero legale si sono dati alla latitanza in Illinois, per evitare che Walker li precettasse con la forza. Accecati dalla rabbia, i Democratici nel 2012 hanno fatto una cosa irrazionale: hanno raccolto una montagna di firme e ottenuto una “recall election”, le elezioni anticipate indette per insoddisfazione nei confronti del governatore eletto, una cosa molto rara. Gli elettori non hanno simpatizzato con lo sforzo – quella dei Democratici è sembrata una vendetta infantile – e Walker ha vinto di nuovo. Nel 2014, alle nuove elezioni, Walker è stato rieletto governatore. Quindi: tre vittorie in quattro anni, Democratici e sindacalisti schiantati e umiliati, se non è presidenziabile lui, chi? Questo è lo spot con cui ha lanciato la sua candidatura.

Lo spot mostra bene quale può essere il problema di Walker: è tutto rivolto all’indietro. Va bene essere molto di destra, ma storicamente le elezioni statunitensi non sono dominate da chi ha un messaggio pessimista e passatista. Nel 2012 alla fine le primarie le vinse Mitt Romney: non uno dei suoi sfidanti matti. Il discorso di candidatura di Walker è stato particolarmente noioso. Lui non è laureato. Racconta su Twitter i suoi tagli di capelli in modo ossessivo. Il logo della sua campagna elettorale è stato evidentemente copiato. Posso sbagliarmi ma mi espongo: la candidatura di Walker per il 2016 assomiglia a quella di Rick Perry per il 2012. Un governatore molto popolare a destra che si dimostra inadatto alla scena nazionale.

Bonus
A proposito, questo è il momento che ha seppellito la candidatura di Perry nel 2012. Quando durante un dibattito tv ha promesso che avrebbe abolito tre importanti agenzie federali: quella del commercio, quella dell’istruzione… e un’altra che non mi ricordo.

Il discorso sull’economia di Hillary Clinton
Hillary Clinton invece questa settimana ha parlato di economia in un discorso dai toni e dai contenuti piuttosto lontani dal centrismo dei Clinton degli anni Novanta: ha chiesto di perseguire penalmente i banchieri di Wall Street e le aziende responsabili della crisi, ha proposto una riforma del fisco che porterebbe le aziende a condividere i loro profitti con i dipendenti, ha difeso l’aumento del salario minimo e un sacco di altre cose di sinistra. Il video che segue mostra come CNN e le tv locali dei primi stati in cui si vota alle primarie lo hanno raccontato.

Tutto sommato per Clinton le cose procedono come previsto, ma c’è una brutta notizia: non è una sorpresa ma una conferma. Da quando si è candidata ufficialmente, il numero di persone che la vede con favore è diminuito. Il problema non sembra essere la “svolta a sinistra” – comprensibile alle primarie e in generale in sintonia con l’umore degli elettori – bensì la solita questione dell’affidabilità e della trasparenza.

Bonus
Uno degli sfidanti di Clinton con zero speranze è Martin O’Malley, ex sindaco bianco di Baltimora ed ex governatore del Maryland. A chi ha visto la serie tv The Wire a questo punto sarà suonato un campanello: è il politico a cui è ispirato il personaggio di Tommy Carcetti. Il creatore di The Wire, David Simon, questa settimana ha pubblicato sul suo blog un resoconto che mostra come O’Malley, da sindaco di Baltimora, abbia alterato i dati sui reati e gli arresti per dare l’impressione che la sua “lotta contro il crimine” stesse ottenendo dei risultati. Alla Carcetti.

Soldi
Punto della situazione sulla raccolta dei fondi in questo momento della campagna elettorale. I “Super PAC” sono comitati politici indipendenti (in teoria) che possono ricevere donazioni senza limiti – anche dall’estero – purché li spendano senza coordinarsi col candidato.

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La cifra raccolta dai comitati per Jeb Bush è impressionante e conferma la sua facilità di accesso ai ricchi finanziatori (ce li ha anche Clinton, ma finora non li ha sollecitati così: ne ha meno bisogno durante le primarie). È notevole anche la cifra raccolta in totale da Ted Cruz, mentre la cosa che impressiona di più di Marco Rubio è quanto poco stia spendendo per adesso. Tra chi non è in questa lista: Rick Perry ha raccolto un milione di dollari, pochissimo rispetto a quanto raccolse nel 2012, ma i suoi comitati ne hanno messi insieme 16 grazie alle donazioni di sole TRE persone diverse. Chris Christie ha raccolto in totale circa 11 milioni di dollari, Bobby Jindal circa 9 milioni, Mike Huckabee circa 8 milioni.

Nel frattempo, Jeb Bush
C’è soprattutto un candidato Repubblicano che sta aspettando con ansia il 6 agosto, il giorno del primo confronto televisivo: Jeb Bush. A giudicare dai racconti di chi segue la sua campagna, sta passando moltissimo tempo in sessioni di preparazione e addestramento ed è particolarmente timoroso di Donald Trump, che sarà quella che in gergo si definirebbe una mina vagante. Gli osservatori si aspettano che Trump attacchi Bush con una forza e un’acredine che Bush potrebbe non essere in grado di gestire. Per il momento Bush ha evitato di attaccare Trump con particolare durezza. Questa settimana ha detto: “che si tratti di Donald Trump o Barack Obama, la loro retorica divisiva è sbagliata”. L’idea di difendersi da Trump associandolo a Obama nella stessa frase è sbagliata sotto un milione di punti di vista: il 6 agosto gli servirà qualche argomento migliore.

Bonus
Jeb Bush ha detto che legge Buzzfeed per migliorare la sua alfabetizzazione culturale.

Cose da leggere
– The Mysterious Columba Bush, di Hanna Rosin su The Atlantic
Hillary Clinton’s 2016 pitch: Obama, but better, di Glenn Thrush su Politico
il testo del discorso di Scott Walker e quello del discorso di Hillary Clinton
Clinton Campaign Spending: Big, and Different, di Derek Willis sul New York Times

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Libri che ho letto

Tra qualche giorno vado in vacanza e qualche sera fa, mentre scorrevo la libreria in cerca di uno o due libri da portarmi dietro, mi sono ricordato le liste di libri che avevo consigliato qualche tempo fa e che qualcuno aveva trovato utili. Quindi ecco l’edizione 2015.

Come si fa il presidente, di Theodore H. White
È un vecchio libro che racconta la campagna elettorale statunitense del 1960, dalle primarie alle presidenziali, John Fitzgerald Kennedy contro Richard Nixon. Ha vinto il premio Pulitzer ed è considerato uno dei libri che ha cambiato il modo di raccontare le elezioni presidenziali negli Stati Uniti. In Italia fu tradotto da Bompiani nel 1962, io l’ho comprato a pochi euro in un posto che vende libri usati, online si trova ancora qualche copia (se non le hanno comprate tutte gli iscritti alla newsletter americana, a cui l’ho consigliato sabato). Altrimenti c’è l’edizione in inglese.

La ragazza dai capelli strani, di David Foster Wallace
Se siete di quelli che in estate preferiscono i libri di racconti, e siete anche fortunati abbastanza da non aver mai letto questi.

Stoner, di John Edward Williams
«Il più grande romanzo americano di cui non avete mai sentito parlare», l’ha definito il New Yorker. Scritto nel 1965, dimenticato e riscoperto soltanto nel 2003, quando è stato ristampato negli Stati Uniti dalla New York Review of Books, in Italia è stato pubblicato nel 2012 da Fazi. Da allora è diventato per un po’ il libro del momento, ve l’avranno consigliato decine di volte: io ho rimediato con anni di ritardo e ne è valsa la pena.

I discorsi che hanno cambiato l’Italia, a cura di Antonello Capurso
Ignorate la prefazione di Paolo Bonaiuti: il libro è una raccolta di 21 discorsi molto importanti nella storia del nostro paese. Ci sono Garibaldi, Vittorio Emanuele II, Cavour, Giolitti, il discorso di Mussolini sul “bivacco di manipoli” e quello di Togliatti sulla svolta di Salerno, quello citatissimo di De Gasperi dopo la guerra (“sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me”) e quello con cui D’Alema divenne il primo ex comunista a fare il capo del governo. Li abbiamo sentiti citare quasi tutti ma spesso non ne abbiamo letto davvero nessuno. Ce ne sono anche di più recenti ma non di recentissimi, il libro è del 2008. Interessante sia se siete appassionati di retorica e arte oratoria in politica, sia se vi piace la storia d’Italia.

Mi sa che fuori è primavera, di Concita De Gregorio
È un libro a metà tra il romanzo e la non-fiction, e mostra che si possono raccontare storie incredibili di cronaca nera e di dolori atroci senza morbosità. La vicenda di cui si parla vi tornerà in mente subito: nel 2011, praticamente dal nulla, un uomo prese le sue due figlie e sparì; lui fu trovato morto qualche giorno dopo a migliaia di chilometri di distanza, mentre delle bambine non si è mai saputo nulla. Il libro è incentrato su Irina Lucidi, madre delle bambine e moglie dell’uomo: e tutto sommato, alla fine, racconta una storia bella.

Diario del cattivo papà, di Guy Delisle
Sono tre libri – uno, due e tre: i primi due li vendono anche insieme – e lui è il bravissimo fumettista canadese di Pyongyang e Cronache birmane, tra le altre cose. Queste sono strisce e vignette piuttosto spassose sulla paternità, ma fanno ridere anche se non avete figli.

Goal Economy, di Marco Bellinazzo
Un bel librone, asciutto e documentato, che aiuta a capire che cos’è oggi il calcio mondiale dal punto di vista economico. Mi sarebbe piaciuto leggerci dentro qualcosa in più sul ruolo di Infront, relativamente alla situazione nel calcio italiano: ma ci sono dentro comunque molti dati e di storie.

Pillole blu, di Frederik Peeters
È la nuova edizione, con un nuovo finale, di un fumetto piuttosto famoso del disegnatore svizzero Frederik Peeters, pubblicato per la prima volta nel 2001. Racconta la sua storia d’amore con Cati, una donna sieropositiva e con un figlio avuto dalla relazione precedente, a sua volta sieropositivo. Qui c’è qualche tavola per farvi un’idea.

Notizie che non lo erano, di Luca Sofri
Me lo dico da solo: aziendalista! È uno di quei libri per cui calza bene il famoso luogo comune: fa ridere e fa piangere. In mezzo a una montagna di storie che vi sembreranno assurde, c’è un’analisi del funzionamento dei media – sia in generale che in Italia – che è uno dei pezzi da cui è nato il Post.

Too big to fail, di Andrew Ross Sorkin
Un’altra lettura fuori tempo massimo, ma che ci volete fare. Questo libro – che è considerato la migliore ricostruzione del modo in cui è iniziata la crisi economica globale, tra il 2007 e il 2008 – si fa leggere anche adesso, e anzi forse oggi molte delle storie che racconta si riescono a capire con un po’ di prospettiva in più. L’autore del libro è una specie di ragazzo-prodigio statunitense, ha scritto questo libro quando aveva 32 anni, dirige da tempo un’importante sezione economica del New York Times. Qui c’è l’edizione in inglese.

Momenti di trascurabile infelicità, di Francesco Piccolo
Se vi è piaciuto quell’altro, vi piacerà anche questo. È pure piccoletto, perfetto per la spiaggia.

Funny Girl, di Nick Hornby
L’ultimo romanzo di Nick Hornby, scritto alla Nick Horby, ambientato negli anni Sessanta e pieno di citazioni musicali e pop di quegli anni lì. Racconta la storia di una bellissima ragazza di provincia che si trasferisce a Londra e riesce a diventare la protagonista di una sitcom e poi una star.

–486 giorni alle elezioni statunitensi

–486 giorni alle elezioni statunitensi
–205 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

presidential seal

Mentre il mondo questa settimana si occupava giustamente d’altro, soprattutto della Grecia, nella campagna elettorale statunitense sono successe un po’ di cose piccole ma gustose.

Di cosa parleremo:
– tocca occuparsi di nuovo di Donald Trump
– chi parteciperà al primo dibattito televisivo
– l’avete visto il documentario su Mitt Romney?
– ve l’avevo detto di tenere d’occhio la Florida
– Hillary Clinton imbavaglia la stampa, quasi
– tre libri consigliati a chi va in vacanza

Tocca riparlare di Donald Trump
Quel matto di Donald Trump – ricco e colorito imprenditore nonché l’originale protagonista di The Apprentice, per capire il genere – ha detto di volersi candidare alle primarie Repubblicane due settimane fa. Nel frattempo è andato in giro e in tv a dare interviste e dirne di tutti i colori. Non ha alcuna speranza di vincere, ma sta dicendo cose così estremiste e sballate – soprattutto sull’immigrazione – che potrebbe fare davvero male ai Repubblicani. Anche perché i media, assetati di “polemiche” e “provocazioni”, vanno matti per lui: CNN negli ultimi tempi ha dedicato a Trump più spazio che a ogni altro candidato, compresa Hillary Clinton.

Questa storia potrebbe finire presto – Trump entro la fine del mese deve diffondere dati e informazioni sulla sua situazione economica, se vuole davvero fare il candidato – oppure potrebbe durare ancora un po’. Fin qui gli altri candidati Repubblicani lo hanno criticato mollemente, se non addirittura blandito: Trump fa presa sugli stessi elettori bianchi, anziani e incazzati che devono corteggiare per vincere le primarie. Secondo me, però, la sua candidatura fornisce una grande opportunità di visibilità nazionale e atteggiamento presidenziale al primo candidato Repubblicano che deciderà di attaccarlo duramente.

Bonus
La sobria Trump Tower di Las Vegas, fotografata da me lo scorso ottobre.

trumptower

Chi parteciperà al primo dibattito televisivo?
Il primo confronto tv tra i candidati Repubblicani si terrà il 6 agosto su Fox News. I candidati Repubblicani al momento sono sedici: il network ha deciso che ne inviterà dieci. Quali? Quelli che nelle settimane precedenti al dibattito hanno la migliore media sondaggi nazionale. È una piccola svolta, perché di fatto Fox News incentiva così i candidati a passare meno tempo in Iowa e in New Hampshire, i primi stati in cui si vota, e più tempo anche altrove, cercando di costruirsi un seguito in tutto il paese.

In questo momento i dieci candidati ammessi al confronto tv sarebbero Jeb Bush, Scott Walker, Ben Carson, Marco Rubio, Rand Paul, Mike Huckabee, Donald Trump, Ted Cruz, Rick Perry e Chris Christie. Resterebbero fuori Rick Santorum, Carly Fiorina, John Kasich (peccato), Lindsey Graham e Bobby Jindal. Su Kasich c’è un link interessante alla fine della newsletter.

Bonus
Mitt Romney – il candidato Repubblicano sconfitto nel 2012 – ha invitato e ospitato a casa sua per un weekend Marco Rubio e Chris Christie con le rispettive mogli, contemporaneamente. Qualche giorno dopo è andato a trovarlo Jeb Bush. Probabilmente Romney vuole fare il king-maker, oppure costruire un rapporto col futuro presidente in vista di un eventuale incarico (segretario di Stato?). Chiunque abbia visto il bellissimo documentario di Netflix su di lui, Mitt, non può che volergli un po’ di bene, in ogni caso. Molto consigliato.

La Florida!
La settimana scorsa abbiamo parlato del perché bisogna tenere d’occhio la Florida. In breve: due dei tre principali candidati Repubblicani – Jeb Bush e Marco Rubio – sono entrambi della Florida, e la Florida è uno degli stati decisivi alle presidenziali. Ora: questa settimana Porto Rico ha comunicato che non ce la farà a ripagare debiti per 72 miliardi e farà bancarotta. Il governatore ha chiesto accesso all’istituto della bancarotta “controllata” – come possono fare le amministrazioni locali americane – ma Porto Rico è uno “stato associato” degli Stati Uniti e quindi per legge non ha diritto a questa procedura favorevole. I Repubblicani e i loro più importanti finanziatori sono contrarissimi a dare una mano a Porto Rico: però la Florida è piena di cittadini statunitensi di origini portoricane, e questo tema può diventare molto delicato per gli equilibri politici dello Stato.

Il governatore di Porto Rico ha detto apertamente che “i portoricani possono decidere le elezioni in Florida”. Jeb Bush, che ha fiutato l’aria, ha detto che bisogna dare a Porto Rico gli stessi diritti degli altri stati e anzi farlo diventare il cinquantunesimo stato americano. Marco Rubio – che si sente più coperto su quel fronte e sta corteggiando influenti finanziatori conservatori come i fratelli Koch – finora ha evitato di prendere posizione.

Bonus
Jeb Bush ha raccolto 14 milioni di dollari da quando ha annunciato la sua candidatura. Ancora pochini, in assoluto, ma parecchi se si considera che li ha raccolti in un tempo relativamente breve. Inoltre, i comitati politici indipendenti che lo sostengono hanno raccolto fin qui 104 milioni di dollari, confermando il suo facile accesso a finanziatori particolarmente ricchi e generosi.

E i democratici?
Poche notizie da quelle parti questa settimana. Bernie Sanders continua a crescere, ma si comincia a capire perché non potrà andare lontano. A Hillary Clinton, invece, è capitato un piccolo guaio d’immagine molto 2008: mentre partecipava alla parata del 4 luglio in Maine, il suo staff ha chiuso i giornalisti dentro un perimetro limitato da una corda e li ha trascinati in giro per evitare che circondassero per tutto il tempo la candidata.

giornalisti

Bonus
Hillary Clinton ha scritto un bel commento a una foto pubblicata su Facebook da “Humans of New York”.

Libri sulle elezioni
Tre dritte per chi sta per andare in vacanza e vuole portarsi dietro un libro sulle elezioni americane.

Come si fa il presidente (Theodore H. White) è un vecchio libro che racconta la campagna elettorale statunitense del 1960, dalle primarie alle presidenziali, Kennedy contro Nixon. Ha vinto il Pulitzer ed è considerato uno dei libri che ha cambiato il modo di raccontare le elezioni presidenziali negli Stati Uniti. Io l’ho comprato a pochi euro in un posto che vende libri usati, online si trova ancora qualche copia. Altrimenti c’è l’edizione in inglese.

The Audacity to Win (David Plouffe) è il libro con cui il venerato campaign manager di Barack Obama ha raccontato il capolavoro politico del 2008: l’elezione del primo presidente nero della storia degli Stati Uniti. Esiste solo in inglese.

Scelte difficili (Hillary Clinton) perché bisognerà pur capire cosa ci aspetta nei prossimi mesi.

Cose da leggere
Clinton puts tight grip on DNC wallet, di Edward-Isaac Dovere su Politico
Scott Walker’s wife, toughened by life, is ready for fires of a campaign, di Mary Jordan sul Washington Post
How John Kasich could win, di Chrissie Thompson per Cincinnati.com

Correzioni
La settimana scorsa ho scritto che nel 2008 le primarie Repubblicane in Iowa le vinse John McCain. Ho sbagliato: vinse Mike Huckabee. McCain vinse pochi giorni dopo in New Hampshire.

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