Aderisci?
Inoltratori compulsivi di appelli e petizioni, questo articolo è per voi
Giulio Mozzi ha scritto un pezzo lungo, accurato e inappuntabile che spiega per l’ennesima volta perché la questione Mondadori, nei termini in cui l’ha messa Repubblica, semplicemente non sta in piedi.
Tutto quello che c’è da dire sull’argomento Dell’Utri e fischi lo dice in una frase – incidentalmente e senza grande enfasi, ma lo registriamo – Francesco Merlo su Repubblica.
La cultura liberale non nega a nessuno la libertà di parola
Qualsiasi altro argomento e qualsiasi distinguo rispetto a questo semplicissimo concetto, vedi quello sulla necessità di “zittire” Dell’Utri e cacciarlo da tutte le piazze, può essere legittimamente sostenuto, a patto che si sappia e si ammetta che contraddice un principio basilare – forse il principio basilare – di ogni stato libero e democratico, che postuli uno dei cardini dello stato dittatoriale e rivendichi come “riscossa civile” un concetto clamorosamente anticostituzionale, argomento che dovrebbe avere una qualche presa sul tipo di persone che decide di passare il pomeriggio impedendo a Dell’Utri di parlare in un evento pubblico.
E quindi sono stato una settimana in vacanza, in un posto molto bello e dove il segnale del cellulare era così debole che a stento riuscivo a guardare la posta ogni tanto. E quindi ho visto i telegiornali: il TG1 tutti i giorni, a volte anche qualcun altro. So che c’è stato Gheddafi in Italia, che ha incontrato un sacco di belle ragazze e ha detto che l’islam dovrebbe essere la religione d’Europa: i leghisti non hanno battuto ciglio, e d’altra parte nessuno ha chiesto loro cosa ne pensano. So che ci sono state polemiche in relazione alla visita di Gheddafi, ma non ho capito bene in relazione a cosa. Qualcuno ha fatto accenno al caso Mondadori e al caso di coscienza di Mancuso: tutti se la sono presa con Mancuso, ma nessuno ha spiegato di cosa si stava parlando. So che Bersani ha offerto i suoi voti a Berlusconi pur di evitare le elezioni: non so cosa vuol dire di preciso, la conduttrice Studio Aperto l’ha detto così, dicendo che la notizia l’aveva data Bossi. Nel mondo non è successo niente, a parte una sparatoria in Slovacchia, mi pare, e la storia dei minatori in Cile. Ovviamente so tutto della lite in ospedale a Messina e del ragazzo italiano morto in un carcere francese. So che a Taranto è scomparsa una ragazza ma so soprattutto che i suoi amici si sono organizzati su Facebook per cercarla. So che questo fine settimana c’è stato il “controesodo” e ho seguito ora dopo ora la situazione sulle autostrade in Italia, so che in questo momento fa caldo al sud e fresco al nord. Ovviamente so tutto anche del calciomercato, so che il Barcellona ha regalato Ibrahimovic al Milan ma non ho capito una cosa: dove diavolo li prende la Roma i soldi per comprare Borriello?
Da diversi anni ho un pessimo rapporto con i gruppi ultras e le curve, più o meno da quando hanno ammazzato una persona a due passi dal posto in cui abitavo (poi c’è tutto il repertorio di treni devastati, coltellate, bombe carta, piazze sottosopra, commissariati assaltati, eccetera). Persone che hanno rovinato il calcio italiano molto più di Moggi e delle paytv. Oggi Stefano Nazzi ne ha scritto l’articolo definitivo: c’è tutto lì.
Io più leggo di questo presunto scandalo Mondadori e più mi sembra una scemenza, dato che Mondadori – assolta in primo e in secondo grado – di fatto in questo momento allo Stato non deve una lira, e dato che chiunque abbia un minimo di familiarità con i contenziosi fiscali tra fisco e imprese sa che un’acquisizione è una roba mastodontica, che ci sono cavilli dappertutto e che quindi anche l’azienda che pensa in buona fede di aver fatto tutto alla perfezione davanti al rischio di dover pagare centosettanta milioni di euro accetta un compromesso pagandone nove. Si chiama gestione del rischio: non è questione di innocenza e colpevolezza. Se poi vogliamo metterla su quel piano, beh, se due sentenze di assoluzione non bastano a concretizzare quel “ragionevole dubbio” al di là del quale la legge italiana e il buon senso impongono – in assenza di nuovi elementi – di evitare una sentenza di condanna, allora cosa? Fortunatamente non ci sono solo giornalisti prezzolati come me ad avere delle perplessità, ma anche competenti e incazzati (ex)lettori di Repubblica.
“Dobbiamo dire con chiarezza che non torneremo a quella stagione delle coalizioni frammentate e litigiose, costruite con l’unico collante del nemico”
Dario Franceschini, 16 luglio 2009“La nascita di una alleanza costituzionale. Aperta a tutte le forze che alla svolta autoritaria di Berlusconi sono pronte a dire di no”
Dario Franceschini, 22 agosto 2010
Non che gli ex comunisti siano tanto meglio, in quanto a giravolte, ma ogni tanto ci si dimentica dell’istintività leggera e rapace dei democristiani. L’intervista di Franceschini su Repubblica di oggi ce lo ricorda, e risponde a chi si chiedeva sorpreso perché lo inserissi tra i papabili candidati premier.
A me questa sembra un’ottima idea, anche se purtroppo credo non sia fattibile.
Paradossalmente, il disastro in Pakistan fornisce agli Stati Uniti un’enorme opportunità. La frase fatta contiene un fondo di verità: non possiamo vincere in Afghanistan senza vincere in Pakistan, e queste due vittorie devono essere politiche ed economiche, non solo militari. Gli estremisti islamici lo capiscono, e infatti in Pakistan cercano di colmare i buchi lasciati vuoti dal governo. Perché non lo facciamo noi?
Considerate le enormi risorse a nostra disposizione a pochi passi da lì e i nostri centri logistici già operativi all’interno del Pakistan, gli Stati Uniti dovrebbero semplicemente saltare dentro la macchina dei soccorsi e guidarla, semplicemente. Abbiamo 100 mila soldati in Afghanistan, più altre 60 mila truppe alleate che fanno capo all’ISAF e al generale Petraeus. Il presidente Obama dovrebbe offrire immediatamente al governo pakistano il maggior numero di truppe che è possibile sottrarre dai loro incarichi in Afghanistan (diciamo dieci mila), più elicotteri, aerei, squadre di medici, merci, ingegneri – tutto quello di cui il Pakistan può avere bisogno. Possiamo portare i soldati da Kabul a Islamabad in un giorno. Poi dovremmo chiedere alla comunità internazionale di fare lo stesso.
Per quanto negli Stati Uniti ci si stiano aggrovigliando da settimane, non ci sono molte posizioni possibili nella questione della costruzione della cosiddetta “moschea di Ground Zero”. Si tratta di una decisione che ha che fare con alcuni basilari principi di democrazia e stato di diritto, proprio con quei principi che la politica e la società statunitense hanno storicamente dimostrato di possedere e padroneggiare senza divisioni di partito paragonabili a quel che avviene in altri paesi europei, per non parlare dell’Italia: la libertà religiosa, l’uguaglianza tra i cittadini, il divieto per il governo di intervenire in cose che non lo riguardano direttamente.
Non esistono ragioni degne di un paese libero per negare ai promotori del centro culturale islamico di costruire quello che vogliono costruire ovunque lo vogliano costruire, dal momento che il loro progetto soddisfa i requisiti stabiliti dalla legge. E questo ovviamente non vuol dire che la costruzione di una moschea o di un tempio induista vicino Ground Zero o in qualsiasi altro posto sia una cosa auspicabile, ma tant’è: un paese libero non discrimina tra i veneratori di Allah e quelli di Totti e quelli di Gesù Cristo.
Si chiama giornalismo, questo?, si chiede Alexander Stille su Repubblica. La risposta è sì. L’inchiesta su Fini e la storia della casa a Montecarlo è la prima inchiesta giornalistica degna di questo nome in Italia dai tempi di quella sul premier e le escort. Poi si può discutere per quanto vogliamo del fatto che il Giornale un anno fa non avrebbe mai tirato fuori niente del genere, che il Giornale stesso definì spazzatura le inchieste giornalistiche su Berlusconi, che l’interesse verso la storia di Montecarlo ha a che fare con lo strappo di Fini dalla maggioranza. Tutto indubbiamente vero. Ma il punto, quindi, è ribaltato: quello non era giornalismo. Questo lo è di certo, e infatti adesso sulla storia della casa di Montecarlo sono sguinzagliati i giornalisti di tutte le testate, dal Fatto all’Unità a Repubblica al Corriere: mica solo quelli del Giornale. Capita raramente in Italia che il giornalismo d’inchiesta non venga fatto seduti in ufficio, ricopiando verbali trafugati illegalmente dall’amico in procura. Questa è una di quelle occasioni rare: quindi la risposta è sì.
Visualizzazione ingrandita della mappa
A Roma c’è questo posto fantastico che si chiama Orfeo, che è fondamentalmente un posto in cui fanno dei panini. Le cose che lo rendono speciale sono:
- clima molto spartano e zozzo, tv per guardare le partite, muri tra i quali nessuno ha mai detto la parola “aperitivo”
- aperto tutta la notte
- non ci sono menu ma quindici o venti condimenti diversi tra cui scegliere
- panini effettivamente molto buoni e che costano una cifra ragionevole
Ora, ogni giorno che passa la cosa diventa più una questione di vita o di morte: esiste una cosa tipo Orfeo a Milano?
Vi eravate dimenticati di Stefano Pedica, vero? Io sì, ma mi è tornato in mente leggendo sulle agenzie il suo commento al ricovero di Cossiga.
Il Presidente Cossiga resta per me un faro ed un esempio di trasparenza e legalità.
Stefano Pedica, senatore IdV
Grazie a tutti quelli che mi hanno mandato – qui o via email – dritte sulle cose da fare a Berlino. Ieri sul Post abbiamo pubblicato un’altra sfilza di consigli poco ortodossi, per chi deve ancora andarci. Io rinnovo il mio, inerente al tema sul quale penso di essere più affidabile: Burgermeister. Il miglior hamburger che ho mangiato a Berlino, forse il migliore mai mangiato in generale. Tutti dicono la cosa folcloristica che il locale è ricavato dentro una vecchia toilette pubblica (non vi spaventate: è rimasto solo l’esterno) ma la cosa veramente strepitosa sono i panini. Io consiglio di andare sul tradizionale, come per tutte le cose fatte bene: cheeseburger con bacon. Ci sono tornato il giorno dopo, e peccato che poi dovevo tornare in Italia se no ci sarei andato anche quello dopo ancora.
Così, per vedere poi quante ne ho prese.
Primo. Se si vota dopo l’estate, il centrosinistra va con una coalizione PD-IdV-SeL. Candidato premier: Franceschini.
Secondo. Se si vota in primavera, il centrosinistra va con una coalizione PD-IdV-SeL. Candidato premier: Chiamparino.
Terzo. Non si vota né dopo l’estate né in primavera.
Quarto. Rutelli e Casini non smetteranno di sbavare e corteggiarlo, ma Fini non ha alcuna intenzione di fare il terzo polo. E resterà parte di una coalizione di centrodestra.
(astenersi i che schifo: trattasi degli scenari secondo me più probabili, non dei più auspicabili)
La cosiddetta dottrina Petraeus è una cosa talmente sensata, equilibrata, ovvia, scontata, saggia, giusta, che uno si chiede, anche sapendo già la risposta: ma davvero si tratta di questo colpo di genio? Davvero serviva un generale fenomenale per elaborarla? Davvero prima non facevano le cose così? Torniamo al solito punto, purtroppo, e non se ne esce: che la guerra è una cosa troppo importante e delicata perché la facciano i soldati.
Non starò qui a tediarvi con le cose recuperate dopo la settimana di vacanza, ma una cosa voglio segnalarvela: questo post di Federico D’Ambrosio dove si mostra in meno di dieci righe un classico esempio – ma ce ne sarebbero a bizzeffe – del perché il PD anche quando ne imbrocca una giusta, si trova a remare contro corrente. All’opposizione dell’opposizione, diciamo.
È perché sono in vacanza. Il tempo è una schifezza, ma migliorerà. Se avete dritte o suggerimenti, usate i commenti, e grazie. A presto, ciao.
C-SPAN [la rete via cavo di news, ndr] può essere bellissima, come nella notte in cui Obama ha vinto le elezioni. C-SPAN è stata la migliore: non c’erano presentatori, solo Chicago. C’era solo la folla a Grant Park, ed era esaltante. E quella è la mia città. Tutti si dicevano: «Oh mio dio, sta succedendo!» Hai visto le foto, c’era qualcuno dalla zona nord, qualcuno da quella sud, qualcuno dalla periferia. È stata la cosa più sinceramente americana che io abbia mai visto, mi entusiasmo solo a pensarci. Non conosco nessuno che non stesse piangendo.
Bill Murray
Sa quante volte mi sono travestita e con mio figlio Gabriele, travestito pure lui, siamo andati di notte in giro per le vie a rischio di Milano, dove c’è droga, prostituzione, delinquenza, per capire che cosa succede veramente e poi prendere provvedimenti?
Letizia Moratti
Di Pietro ha stoppato Vendola. Lo ha fatto in modo netto e rumoroso, dichiarando che il presidente della Puglia può candidarsi alle primarie, ma solo «dopo aver risolto i tanti problemi che affliggono la Puglia, e mi riferisco all’economia a pezzi, ai giovani senza lavoro a cui evidentemente non possono bastare la fabbriche immaginarie, ma ci vogliono quelle reali che a fine mese danno lo stipendio». E ribadendo poi che il presidente della Puglia passa troppo tempo a fare interviste invece che a lavorare.
La decisione di Di Pietro potrebbe sorprendere, se letta in relazione a quanto il presidente dell’Italia dei Valori va dicendo da mesi: cioè che bisogna trovare subito un leader per la coalizione, che serve individuare il prima possibile un candidato per le elezioni politiche. In realtà questa non è la prima volta che Di Pietro riserva a Vendola giudizi fortemente critici. L’estate scorsa disse che il presidente dalla Puglia era «malato di berlusconite». Di recente, durante una puntata di Otto e mezzo, aveva affrontato proprio la questione della leadership dicendo che «alle prossime elezioni devono esserci candidati di destra e di sinistra che rappresentino la pacificazione sociale. Per questo non abbiamo bisogno di Nichi Vendola che rappresenterebbe una fascia estrema di tutta la sinistra».
Le attività e le strutture top secret del governo americano, create in larga parte come reazione agli attentati dell’11 settembre, sono diventate così grandi e così indefinite che nessuno sa di preciso quanti soldi costano, quanta gente vi lavora, quanti programmi esistono ed esattamente quante agenzie diverse si occupano delle stesse cose. Queste sono alcune delle conclusioni dell’inchiesta pubblicata in tre giorni dal Washington Post sulla cosiddetta “Top Secret America”. Insieme agli articoli, il Washington Post ha messo in piedi un sito internet dedicato all’inchiesta. La parte più interessante è sicuramente l’immenso database messo a disposizione dei lettori, che possono spulciare i dati delle diverse società private, le loro connessioni reciproche, la loro distribuzione sul territorio statunitense e le loro dimensioni.
La prima parte dell’inchiesta del Washington Post è riassunta qui.
Diretto da David Fincher e scritto da Aaron Sorkin.
Esce il 24 settembre negli Stati Uniti, l’11 novembre in Italia.
I retroscena politici sui quotidiani sono sempre un po’ tirati per i capelli, e un po’ è normale: sono dei retroscena. Tizio che ha detto a Caio che ha detto al giornalista che nella tal riunione Berlusconi ha detto questo. Oggi però l’attacco del retroscena della Stampa è particolarmente ardito, anche per essere un retroscena.
«Berlusconi lo vuole morto, dice di Fini cose inenarrabili, che è un killer, un traditore, un ricattatore, un amico delle toghe rosse, che la pagherà cara», confida uno dei partecipanti al vertice che ha portato alle dimissioni di Cosentino, che però rimane alla guida del Pdl in Campania.
“Pirla” è un termine che si usa a Milano e sta per scemo, sprovveduto, limitato, ottuso, poco sveglio. E pour cause. Solo a dei pirla poteva venire in mente di insediarsi lì dove si sono insediati. Milano è l’unica grande città non solo italiana ma europea senza un fiume. Torino ha il Po, Firenze l’Arno, Roma il Tevere (più in giù le città non hanno fiumi non perché i meridionali sono dei “pirla”, al contrario dei milanesi sono invece astutissimi, anche troppo, ma semplicemente perché al Sud l’acqua non c’è), Londra ha il Tamigi, Parigi la Senna, Praga, Vienna, Belgrado il Danubio.
Se proprio al Fatto vogliono continuare a pubblicare i deliri di Massimo Fini, non potrebbero fargli notare quando scrive castronerie come questa ed evitargli le figuracce? Oppure mostrargli una cartina geografica delle città di cui scrive.
(hat tip: Margotta)
Sta succedendo un piccolo casino in Germania per via di alcune cose piuttosto ridicole dette dal manager di Michael Ballack, ormai ex capitano della nazionale tedesca. Al di là della polemica in sé, poco appassionante, vi consiglio di leggere l’articolo in questione: contiene molto altro, oltre alle frasi incriminate, è un bel racconto del mondiale di questa Germania e sintetizza in una frase tutta la fase finale, esagerando un po’ (ma l’ha scritto un tedesco, è perdonabile).
Le ultime quattro nazionali rimaste in gara erano le quattro nazionali, insieme al Ghana, che avevano mostrato il miglior gioco di squadra. Gli uruguaiani hanno giocato come se non fossero una squadra sudamericana, gli spagnoli hanno giocato come il Barcellona, l’Olanda ha giocato come la Germania e la Germania ha giocato come l’Olanda.
Da movimento fluido, leggero e orizzontale ad associazione chiusa, burocratica e lottizzata, che manco l’UdC: che brutta fine che ha fatto il Popolo viola.
update: come non detto: quel verbale era falso, qualche simpaticone lo ha messo in giro spacciandolo per verbale del Popolo viola da un finto account del Popolo viola. E scusate.
Piuttosto che tentare di convincere gli elettori che avercela con gli immigrati è sbagliato e controproducente, il PD delle Marche vuole convincerli a voltare le spalle al centrodestra raccontando che il governo è stato troppo morbido con gli immigrati, tanto che oggi ce ne sarebbero molti più di prima. E cosa farà, poi, l’eventuale elettore di centrodestra sensibilizzato sulla pericolosità degli immigrati, che aumentano sempre di più? Voterà a sinistra, secondo il PD delle Marche.
(qualcosa di simile era stata fatta l’anno scorso dal PD nazionale)
Una delle ragioni per cui mi sono appassionato a Joe Biden è il modo allo stesso tempo serissimo e scanzonato in cui affronta le conseguenze del più grande colpo di fortuna della sua vita: essere scelto dall’uomo politico più brillante delle ultime due o tre generazioni per fare da suo vice nel mestiere più importante che esista al mondo (lo so, ci sono un sacco di più: sono tutti necessari). Poi certo, non è mica semplicemente una questione di fortuna: Biden è un politico fenomenale e non è stato scelto per caso. Rimane però il fatto che i suoi tentativi di arrivare alla Casa Bianca erano sempre falliti: doveva arrivare Barack Obama.
Joan Capdevila è un po’ come Joe Biden. Terzino sinistro della Spagna campione d’Europa e campione del mondo, non è un fuoriclasse. È un buon giocatore, copre bene tutta la fascia senza essere velocissimo, segna spesso senza essere dotato di grandissima tecnica. Ieri lo avevo descritto come “l’unico spagnolo scarso” e in effetti Capdevila è scarso, ma solo se lo paragoni ai suoi incredibili compagni. Capdevila ieri era l’unico spagnolo normale in campo: l’unico a non giocare né nel Barcellona né nel Real Madrid, l’unico a non valere decine di milioni di euro, l’unico a non essere nelle mire dei migliori club del pianeta. Un onesto e rognoso terzino sinistro che è diventato campione del mondo grazie ai suoi formidabili compagni e spesso ha dovuto sudare il doppio di loro, per non sfigurare. Poi, dopo aver alzato una meritatissima Coppa, è andato a fare lo scemo in tv. Come Joe Biden.
(hat tip: Paolo Landi)

Il pronostico poco serio – ma non per questo inverosimile – è che il calcio ha delle leggi non scritte, e una di queste prevede che la Coppa del mondo non possa essere alzata al cielo da Giovanni van Bronckhorst. È così, c’è poco da fare: la prossima volta facciano capitano il meraviglioso giocatore qui sopra. Il pronostico serio è che questa è la Spagna più forte di tutti i tempi ed è anche nettamente più forte dell’Olanda, ma ha un problema dall’inizio di questi mondiali: fare gol. Le ultime tre partite le ha vinte tutte uno a zero a fronte di un possesso palla mostruoso, e alcuni di questi gol sono stati pure piuttosto fortuiti. Io dico zero a zero bloccato, forse rigori se non arriva qualche gollonzo. Di certo vince chi va in vantaggio per primo: probabile che sia la Spagna, con gran fatica; ma se l’Olanda va in vantaggio questa Spagna avrà grossi problemi a rimontare a forza di ritmo compassato, tocchetti e passaggi orizzontali. Possibile chiave della partita: Robben si troverà davanti Capdevila, l’unico spagnolo scarso, e probabilmente lo salterà tutte le volte che vorrà. La più bella e interessante analisi pre-partita la trovate qui. Dubito vinceranno, ma forza Olanda.
Scrivendo questo articolo sulla situazione della Roma, mi sono ritrovato a scartabellare tra i risultati e le partite degli ultimi vent’anni. E ho ricostruito i primi passi del mio tifo per la Roma. “Perché sei della Roma?” è stata probabilmente la domanda a cui mi sono trovato a rispondere più volte durante la mia adolescenza. Vivevo a Catania, e il Catania si barcamenava tra la serie C e i campionati non professionistici: quindi i miei coetanei tifavano tutti Milan o Juventus. E tutti trovavano strano che un catanese stesse per una squadra di Roma, mentre invece trovavano perfettamente normale che un catanese stesse per una squadra di Milano o di Torino. Un po’ era comprensibile: Juventus e Milan vincevano un sacco, la Roma non vinceva mai. E allora perché tifavo per la Roma? Non ci sono grandissimi aneddoti a disposizione. Diciamo intanto che la circostanza è stata favorita dal fatto che i miei genitori non tifassero nessuna squadra in particolare, e quindi avevo abbastanza campo libero (zii e cugini, invece, erano tutti juventini). Avevo tipo cinque o sei anni e non tifavo per nessuno, o meglio: passavo nel giro di settimane dal tifare per il Milan al tifare per il Napoli a non tifare per nessuno. Il calcio mi piaceva un sacco ma non c’era una squadra che mi piacesse davvero.
Poi un giorno vidi una partita della Roma in tv. Era un Roma-Sampdoria di Coppa Italia: ho ricostruito che è quella giocata il 12 febbraio 1992. Erano i quarti di finale, io avevo sette anni. Ricordo che mi piacque molto – chissà perché mai: la Roma perse uno a zero – ma la scintilla doveva ancora scattare. Diventai veramente romanista un anno dopo, il 19 giugno 1993, dopo aver visto una partita emozionante e spettacolare: la finale di ritorno di Coppa Italia, contro il Torino. La Roma aveva perso tre a zero nella finale di andata e quindi si trovava costretta a tentare una difficilissima rimonta. Che ci fu, ma non fu sufficiente: la Roma vinse cinque a due, colmò le tre reti di differenza ma i gol segnati in trasferta dal Torino gli valsero la vittoria della Coppa. Una partita che è un po’ una sintesi dell’essere romanisti: grandi disastri, poi grande cuore, poi ci si illude, poi si perde. Andai a dormire un po’ triste, com’è ovvio, ma anche rassicurato e confortato: avevo trovato la mia squadra.
Vorrei rivolgere un appello agli amici del «Fatto»: o cambiate il nome del giornale o cambiate le notizie.
Michele Ainis
(hat tip: Wittgenstein)
Ieri il Fatto ha dedicato un articolo alla discutibile iniziava di alcuni parlamentari PD, firmatari di un emendamento al lodo Alfano che avrebbe garantito protezione dalla giustizia penale al Capo dello Stato: fin qui, era una notizia. Solo che il pezzo era condito da insinuazioni da brividi, roba davvero da giornaletto fascista di terza categoria. “Perché mai i senatori del Pd vogliono dotare il presidente della Repubblica di uno scudo quale non si è mai visto, sottraendolo, durante il suo mandato, a qualsiasi legge penale?” oppure “di cosa hanno avuto sentore i senatori Pd che possa minacciare l’inquilino del Colle?” oppure “per carità, in questa Italia torbida dove i ministri cadono uno dopo l’altro travolti dagli scandali, nulla si può escludere”.
Non è un caso infatti se oggi Alessandro Sallusti sul Giornale scrive un articolo praticamente identico – congratulazioni al Fatto, ce ne vuole - intitolato: “Ma che ha combinato Napolitano?”. E quindi Napolitano s’è incazzato, e stamattina ha diffuso un comunicato molto irritato. Repubblica lo riprende e cita gli articoli del Giornale e del Fatto come origine del malumore del capo dello stato. Il Fatto reagisce pubblicando un articoletto che si chiama “Le bugie di Repubblica”. Apprezzate il magistrale sfoggio di dietrologia e leggete quali sarebbero le bugie.
Possiamo comprendere l’imbarazzo di Repubblica per aver preso un “buco” dal nostro quotidiano. Martedì 6 luglio il Fatto è stato l’unico giornale a riportare la notizia della balzana idea di un gruppo di senatori del Pd di dare per legge costituzionale al Quirinale uno scudo totale che mettesse il presidente della Repubblica al riparo da processi anche per eventuali reati commessi prima dell’inizio del suo mandato. Ma Il Fatto, prima di scrivere, ha sentito lo staff del Capo dello Stato e nei pezzi ha specificato chiaramente che Napolitano non ne sapeva nulla, e che anzi era sorpreso. Ora invece, i colleghi di Repubblica.it accomunano il nostro lavoro agli attacchi pubblicati oggi da Il Giornale. E spiegano che la nota ufficiale con cui il Colle riconferma la sua estraneità al pastrocchio è “la reazione di Napolitano dopo gli articoli del Fatto e del Giornale”. Un modo quantomeno infelice di ricostruire l’accaduto. Quasi a voler far pensare ai lettori che le notizie de Il Fatto fossero inesatte e incomplete.
Insomma, uno legge questo pezzo e pensa che l’accostamento del Fatto al Giornale sia un’invenzione di Repubblica, irritata per aver preso un buco (che poi, ammesso che sia falso, è una bugia e non “le bugie”). Contestano proprio la frase virgolettata per cui la nota ufficiale sia “la reazione di Napolitano dopo gli articoli del Fatto e del Giornale”, secondo loro “un modo infelice di ricostruire l’accaduto”. Delle due l’una: o la nota di Napolitano non l’hanno letta, o mentono spudoratamente.
Ciò nonostante il quotidiano Il Giornale – dopo che già ieri Il Fatto Quotidiano era intervenuto ambiguamente sull’argomento – ha tratto spunto da tale vicenda parlamentare per un sensazionalistico titolo e articolo di prima pagina, destituiti di qualsiasi fondamento, la cui natura ridicolmente ma provocatoriamente calunniosa nei confronti del Presidente della Repubblica non può essere dissimulata da qualche accorgimento ipocrita: la Presidenza non può non rilevarne la gravità.
aggiornamento: La frase incriminata dal Fatto – quella che mette la nota di Napolitano “in relazione agli articoli pubblicati dal Giornale e dal Fatto” – è riportata pari pari dall’Unità, da Leggo, dal Corriere della Sera, dalla Reuters, dal Sole 24 Ore, dall’Ansa, da TgCom, da Affari Italiani, eccetera. Evidentemente rosicano tutti per il buco che hanno preso dal Fatto.
Dato che il suggerimento della Valigia blu non ha avuto successo, oggi ci prova la Stampa a far cambiare idea a FNSI e FIEG sul più classico dei riflessi pavloviani: lo sciopero dei giornalisti per protestare contro un premier che vorrebbe lo sciopero dei lettori.
Alzare la voce tutti assieme, se è possibile, contro il ddl sulle intercettazioni e per ricordare l’anomala situazione dell’informazione in Italia. È questa la nostra proposta alternativa allo sciopero proclamato dalla FNSI per la carta stampata. I cittadini vanno informati e non privati della conoscenza dei motivi della protesta. Ricordiamo che il presidente del Consiglio e primo editore televisivo in Italia, Silvio Berlusconi, vorrebbe addirittura uno sciopero proclamato dai lettori, tanto è il suo interesse a che non leggano. Per questo la Direzione e il Comitato di redazione della Stampa si rivolgono, ancora una volta, a FIEG e FNSI perché per il giorno 9 luglio ci sia invece un’azione congiunta volta a pubblicare sui quotidiani gli appelli che da vent’anni fanno i Presidenti della Repubblica, i rappresentanti degli editori e dei giornalisti in favore della libertà di stampa, del pluralismo nel mondo dell’emittenza e della carta stampata. Sarebbe più utile spiegare e rispiegare i rischi che comporta l’intrudizione di ulteriori restrizioni penalizzanti per i cittadini. Per quanto riguarda il giornalista il primo compito è quello di pubblicare le notizie, e tale deve restare. Anche in uno speciale 9 luglio per la convergenza di intenti e contenuti tra FIEG e FNSI.