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Quanto è nei guai Donald Trump (18/50)

cc_2Veniamo da giornate veramente assurde, quindi è il caso di fermarsi un momento e cercare di capire cosa sta succedendo tirandosi fuori dal ciclo forsennato delle notizie. Anche perché è stata anche la settimana più difficile per Trump da quando è alla Casa Bianca, e quella che nel lungo termine potrebbe segnare la sua presidenza.

La storia delle informazioni riservate rivelate alla Russia ha messo di nuovo in dubbio le sue capacità di giudizio, mentre il licenziamento di James Comey da capo dell’FBI ha portato all’accusa pesante di aver cercato di condizionare le indagini sulle interferenze russe nella campagna elettorale. Quando la puntata del podcast di questa settimana era già stata registrata e montata, poi, è venuto fuori che Trump ha dato del «fuori di testa» a Comey davanti ai russi proprio per l’inchiesta sulla Russia; e il portavoce della Casa Bianca, Sean Spicer, ha confermato che la decisione di licenziare Comey ha avuto molto a che fare con l’inchiesta sulla Russia e l’alleggerimento delle pressioni sull’amministrazione. Comey testimonierà davanti al Senato nel prossimo futuro, in un’audizione pubblica: sarà una roba da pop-corn, per noi che osserviamo da fuori e da abbastanza lontano. In tutto questo non sappiamo ancora cosa verrà fuori oggi, cosa verrà fuori domani, eccetera: e soprattutto non sappiamo come dovremo leggere e interpretare tutte queste cose, in un contesto in cui sono cambiati il linguaggio e le prassi della politica statunitense.

Fermiamoci un attimo, quindi: mettiamo in ordine i fatti e soprattutto facciamo un passo indietro, per allargare lo sguardo. Bisogna conoscere la storia dello scandalo Watergate, secondo me, per capire la vera portata di questi guai. Molti non sanno infatti che Richard Nixon si dimise per aver cercato di ostacolare le indagini, e non per l’episodio da cui cominciò lo scandalo – l’effrazione nel Watergate a Washington – del quale non conosciamo ancora con certezza i veri mandanti. Quante sono le cose in comune con la storia di questi giorni? Cosa rischia davvero Donald Trump? Cosa è cambiato dal 1974 al 2017 nel modo in cui ragionano gli elettori e si comportano i giornali? Ne parliamo nella puntata del podcast di questa settimana.

Se avete un iPhone, per ascoltare la puntata cercate “Da Costa a Costa” nell’app “Podcast”; altrimenti cliccate play qui sotto per ascoltarla su Spreaker. Se volete, dopo aver ascoltato la puntata lasciate una recensione su iTunes e parlatene sui social network o a chi pensate possa essere interessato a queste storie come voi. Sul sito di Piano P trovate la traduzione integrale delle parti in inglese.

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Se non lo avete già fatto – e centinaia di voi lo hanno già fatto: grazie di cuore! – vi chiedo quindi di valutare la possibilità di fare una donazione ricorrente da pochi euro al mese per pagare le spese di questo progetto e il mio lavoro. Due euro al mese vanno benissimo (a questo punto sono meno di 15 euro per tutto il 2017) ma se vorrete essere più generosi non ve lo impedirò, così come se vorrete fare una donazione una tantum. Più fondi raccoglierò, più viaggi potrò fare negli Stati Uniti, più posti potrò visitare e più cose potrò raccontarvi come ho fatto fin qui. Se vi interessa, qui trovate le istruzioni per fare una donazione in completa sicurezza, usando la vostra carta di credito o il vostro conto Paypal. Grazie, come sempre. Ciao!

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Alla Casa Bianca niente sarà più come prima (17/50)

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Martedì 9 maggio, Washington DC, poco prima delle 18. 

Mike Shear è un giornalista politico del New York Times. Martedì pomeriggio Shaer va alla Casa Bianca per sbrigare delle faccende burocratiche: deve consegnare il passaporto e la domanda di visto per far parte della delegazione di giornalisti che seguirà il viaggio all’estero del presidente Trump la settimana prossima. Shear attraversa la sala stampa deserta e poi passa davanti alla Lower Press, dove lavora l’ufficio stampa della Casa Bianca. Nota Sean Spicer, il portavoce della Casa Bianca, in piedi davanti al monitor di un computer, chinato con l’espressione tesa, le braccia rigide e le mani appoggiate sul tavolo; attorno a lui una folla di assistenti. Shear capisce che sta succedendo qualcosa: prosegue, consegna i suoi documenti e poi ritorna nella Lower Press. Trova una decina di suoi colleghi.

Dopo qualche minuto Spicer esce e annuncia ai giornalisti presenti che presto riceveranno via email una comunicazione importante. Poi indica Jon Karl, giornalista di ABC News, e gli dice sorridendo:

– «Riguarda la cosa che mi hai chiesto ieri durante la conferenza stampa»
– «Ah… Comey?»

Il giorno prima Karl aveva chiesto a Spicer se il presidente Trump aveva ancora fiducia nel capo dell’FBI, James Comey. Spicer si avvicina, gli sorride e lentamente gli appoggia un dito sul naso.

(è tutto vero: e se questa fosse una serie tv, qui partirebbe la sigla)

La notizia che i giornalisti di tutto il mondo avrebbero ricevuto di lì a pochi minuti era questa: il capo dell’FBI, James Comey, era stato rimosso dal suo incarico. Nella lettera con cui aveva annunciato la decisione, il presidente Trump scriveva che «per quanto in tre separate occasioni lei mi abbia rassicurato sul fatto che non sono personalmente sotto indagine, non posso che concordare col giudizio del dipartimento della Giustizia sul fatto che lei oggi non sia in grado di guidare efficacemente l’FBI».

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Perché Hillary Clinton ha perso le elezioni (16/50)

cc_2Tutti dicono che dal giornalismo si aspettano inchieste, approfondimenti, cose che forniscano strumenti per capire la realtà e quello che ci sta intorno; poi succede una cosa enorme e complicata, come la sorprendente vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali statunitensi, e nel giro di dieci minuti – ma davvero dieci minuti, letterali – la stampa e le tv si riempiono di analisi sbrigative e raffazzonate che elencano tutti i motivi per cui era ovvio che andasse a finire così, perché la vittoria di Trump è il trionfo di questo e di quello, e quindi ecco la grande lezione di questa campagna elettorale, cotta e mangiata. Dieci minuti.

Quindi la puntata del podcast di questa settimana, tra le altre cose, è un esperimento: vogliamo provare a tornare adesso sulla sconfitta di Hillary Clinton? Oppure è roba vecchia che non ci e vi interessa più, e ormai è andata? Come sapete, sono andato in Michigan lo scorso marzo anche per capire cosa era successo in uno stato decisivo che nel 2016 aveva votato Trump ma sceglieva candidati del Partito Democratico ininterrottamente dal 1992 (per chi è arrivato dopo, i podcast sul mio viaggio in Michigan sono qui e qui); e il discorso cominciato allora non si esaurisce certo con la puntata di oggi.

Questa puntata non è una spiegazione esaustiva sul perché Clinton ha perso un’elezione già vinta ma credo metta un bel po’ di carne al fuoco, a partire dalle risposte ad alcune domande fondamentali: Clinton ha perso per la lettera dell’FBI a 11 giorni dal voto, come dice lei? Effettivamente perché l’FBI ha parlato pubblicamente in campagna elettorale dell’indagine su Clinton e non su quella su Trump e la Russia, che andava avanti da luglio? Cosa non ha funzionato nella strategia elettorale e nel comportamento di Clinton, al punto da aver preso tre milioni di voti in più di Trump e aver perso comunque? Poi naturalmente parliamo anche della riforma sanitaria che i Repubblicani sono riusciti a far passare alla Camera (e ci torneremo in modo più approfondito sabato prossimo) e della legge di bilancio con cui il Congresso è riuscito – fino a settembre, intanto – a evitare lo shutdown delle attività del governo federale.

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Ascolta “S2E8. Perché Hillary Clinton ha perso le elezioni?” su Spreaker.

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Grazie ma no, grazie

Sono abituato a considerare il mio voto semplicemente uno strumento, e non l’espressione più profonda della mia coscienza, quindi non faccio drammi se ieri, per la prima volta da quando il centrosinistra organizza le primarie in Italia, non sono andato a votare. Non è un problema, non mi sento simbolo di niente, le primarie mi piacciono, probabilmente ci andrò la prossima volta. Pur considerando il PD particolarmente prezioso, non fosse altro perché è l’unico partito italiano vero e normale, non sono andato a votare perché questa politica tornata alla Prima Repubblica mi annoia e mi repelle, e poi per il motivo più banale: non mi ha convinto nessuno dei tre candidati in ballo.

Michele Emiliano è arrivato a queste primarie dopo un percorso politico ridicolo, e l’unico vero motivo per votarlo sarebbe stato evitare che tornasse a fare il magistrato, dove avrebbe potuto fare danni enormemente più gravi. Andrea Orlando è una persona seria e rispettabile, ma si è fatto convincere di poter fare il leader di partito – come già Cuperlo e Speranza prima di lui – secondo il bizzarro argomento per cui l’alternativa a un politico efficace e carismatico dev’essere uno privo di efficacia e carisma. Il suo spot finale, per fare un esempio su cento, mette in imbarazzo chi lo guarda.

Matteo Renzi è ancora evidentemente l’unico leader di livello nazionale che il PD sia in grado di esprimere, ma ha deciso di prendere la strada più breve: non ha fatto niente per parlare alla consistente parte del paese che lo detesta, a torto o a ragione, e non ha spiegato perché sia tornato così presto dopo la sconfitta nella battaglia-della-vita e quelle solenni dimissioni, dando l’impressione di essersi fatto da parte solo per una formalità e per lo strettissimo necessario. Soprattutto non mi sembra che Renzi abbia capito che cosa è andato storto quando era al governo e quando ha fatto il segretario del PD – tra le molte cose che sono andate bene, certo, ma visto com’è finita bisogna parlare delle altre – e di certo non lo ha capito chi in questi giorni ha scritto “voto Renzi perché la sua pagina più bella deve ancora scriverla”.

Domenica sera è diventata evidente poi un’altra ragione – presente in tutta la campagna elettorale – che mi ha convinto a non votare: fra i tre candidati non c’è mai stata una vera competizione. Tanto che alla chiusura dei seggi si è cominciato immediatamente a discutere della vittoria di Renzi, dandola per scontata senza che dal Partito Democratico nazionale fosse stato diffuso un solo dato. In tarda serata Michele Emiliano e Andrea Orlando hanno ammesso la sconfitta, e Matteo Renzi ha festeggiato la sua vittoria, sempre senza che dal Partito Democratico nazionale fosse stato diffuso un solo dato. I dati che vedete in giro e sui giornali di oggi sono quelli di singole città e regioni, oppure sono quelli che i volenterosi di YouTrend hanno raccolto autonomamente in giro per l’Italia: sono utili ma coprono circa 300.000 voti su due milioni, sono distribuiti in modo irregolare e soprattutto non sono ufficiali. Ora sono quasi le dieci del mattino del primo maggio, sono passate quasi 14 ore dalla chiusura dei seggi delle primarie, e ancora dal Partito Democratico non è arrivato nessun dato nazionale: nemmeno parziale. (aggiornamento: alle 12 il PD ha diffuso dei dati nazionali “ufficiosi”).

Mi sembra poco serio, come minimo, specie quando ci si vanta tutto l’anno della propria scrupolosa democrazia interna prendendo in giro l’assenza di trasparenza del Movimento 5 Stelle controllato da un’azienda; e posso sbagliarmi ma non credo che sia mai successo alle primarie del centrosinistra.

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(fino alle 12 di lunedì questo diceva il sito ufficiale delle primarie)

Non ho il minimo dubbio sul fatto che Renzi fosse il candidato più popolare tra gli elettori del PD, e quindi abbia vinto le primarie: ma se si organizza un’elezione, diffonderne i risultati in tempo utile non dovrebbe essere considerato opzionale, nemmeno se l’esito di quell’elezione è scontato. Commentare l’esito di un voto prima di averne i dati, solo perché scontato, fa apparire quel voto per quello che era: una formalità, nel migliore dei casi; una pagliacciata, nel peggiore. Quando c’è una vera competizione, nessuno dei candidati si azzarda a commentare il voto prima di conoscerne l’esito, e gli organismi del partito lavorano per produrre e diffondere dati ufficiali parziali il prima possibile. Stavolta non è successo, e nessuno si è posto il problema, perché evidentemente non è stato considerato necessario: gli sfidanti di Renzi sapevano di interpretare un ruolo ben preciso e marginale, mentre Renzi completava una catarsi esclusivamente formale, un compitino, che temo non abbia convinto nessuno che non fosse già convinto prima.

Quindi grazie, ma questa cosa fatta così a me non interessa. Ne riparliamo al prossimo giro.

E quindi, questi primi 100 giorni di Trump? (15/50)

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Ma ha senso, poi, questa cosa dei cento giorni? Oggi sono cento giorni che Donald Trump è presidente degli Stati Uniti d’America, e sui giornali di mezzo mondo si fanno bilanci e valutazioni con grande assertività; ma i cento giorni sono evidentemente una misura artificiale e arbitraria. D’altra parte, l’unica misura non arbitraria per giudicare il lavoro di un presidente è la fine del suo mandato, e non si può pensare di astenersi completamente dai giudizi fino a quel punto. Lo stesso Trump è piuttosto ambiguo su questo tema: oggi dice che i cento giorni sono una scadenza “ridicola”, ma poi dice anche che i suoi sono stati i migliori primi cento giorni di ogni presidente; d’altra parte in campagna elettorale aveva fatto delle promesse precise proprio per i suoi primi cento giorni in caso di vittoria, e oggi il sito della Casa Bianca ospita diversi materiali sul lavoro di questi cento giorni.

Perché qualche senso ce l’ha, in realtà, la scadenza dei cento giorni. È un’unità di misura del tempo convenzionale – d’altra parte lo sono anche settimane, mesi e anni – ma grande abbastanza da permettere di osservare un certo numero di decisioni politiche e il loro percorso. E non solo: coincide col periodo in cui di solito i presidenti americani sono più forti: sono stati appena eletti, hanno il Congresso dalla loro parte e con lo spettro delle elezioni ancora lontano (dopo le elezioni di metà mandato le cose spesso cambiano), non hanno zavorre di fallimenti passati e godono di un tasso di popolarità molto alto, la cosiddetta “luna di miele”. Per questo motivo, i primi cento giorni sono anche il momento in cui storicamente si fanno cose molto delicate o ambiziose (il New Deal di Roosevelt, la legge di stimolo all’economia di Obama) o si mettono le premesse per farle (la riforma fiscale di Reagan, la riforma sanitaria di Obama).

E quindi, questi cento giorni di Trump, come sono andati? La risposta è maluccio, ma capiamoci, lo scrivo in senso letterale e non sarcastico: non scrivo maluccio per intendere catastrofe, scrivo maluccio per intendere maluccio.

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Vedete quel pulsante rosso sul fermacarte in basso a destra? Non serve a lanciare le bombe atomiche, per fortuna, ma a far entrare nello Studio Ovale un cameriere con una Coca Cola. Giuro.

Cominciamo da quelle che per Trump sono cose positive.

La nomina del giudice Neil Gorsuch alla Corte Suprema è stata ottenuta forzando le regole del Senato, ma in modo piuttosto semplice e spedito: e condizionerà per decenni la vita degli Stati Uniti, comunque vadano le cose.

Sull’immigrazione, Trump paga il fatto che tutti guardano solo il muro, o al massimo i due ordini esecutivi, ma ci sono dati molto positivi almeno per lui e i suoi elettori: il numero degli arresti per attraversamenti illegali al confine è sceso al livello minimo da 17 anni (molti messicani stanno decidendo di non provare nemmeno a entrare, sapendo della linea dura della nuova amministrazione), gli agenti federali stanno usando la loro maggior libertà per arrestare ed espellere gli immigrati irregolari che non hanno precedenti penali, compresi studenti e persone con figli americani, al contrario di quanto considerato prioritario durante gli ultimi anni di Obama.

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“Because of you, John”

“Più di una volta ho pensato di stare per morire. Nel 1961, quando fui picchiato alla stazione dei Greyhound di Montgomery, pensavo che sarei morto. Il 7 marzo del 1965, quando un poliziotto mi diede una manganellata in testa ai piedi dell’Edmund Pettus Bridge, pensavo che sarei morto.”

Il giorno del primo insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca, a gennaio del 2009, un deputato statunitense ricevette un biglietto dalla persona che stava per prestare giuramento e diventare il primo presidente nero della storia degli Stati Uniti. Quel biglietto diceva semplicemente: “Because of you, John”.

Da qualche giorno è uscito in Italia un libro che racconta la storia di John Lewis, cioè una delle poche persone al mondo per cui si possono usare parole straordinarie e abusate come eroe, mito, leggenda, quello che volete: a John Lewis stanno tutte bene, come un vestito su misura. Furono sei persone a guidare il movimento americano per i diritti dei neri tra gli anni Cinquanta e Sessanta, i cosiddetti “Big Six“: la più famosa era ovviamente Martin Luther King e avevano tra i quaranta e cinquant’anni, tutti tranne uno, cioè proprio John Lewis, che è l’unico ancora vivo dei “Big Six”. Lewis era poco più che un ragazzino ed era uno dei leader di quella cosa enorme, fu uno dei primi Freedom Riders, si prese per anni una montagna di sputi, manganellate e mazzate; oggi è deputato, dal 1986 sempre rieletto ogni due anni in Georgia.

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Il libro è un graphic novel, si intitola March, negli Stati Uniti ha vinto un mucchio di premi. Questo è John Lewis che ritira uno di questi premi: guardatelo il video, dura un minuto, non passate oltre.

Mondadori mi ha chiesto di scrivere l’introduzione di March, e allora è di nuovo opportuno usare una parola straordinaria e abusata: è stato un onore.

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Dobbiamo preoccuparci di Trump e la Corea del Nord? (14/50)

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Si dice che i presidenti americani si dedichino alla politica estera quanto più vedono frustrate le loro ambizioni in politica interna, e viceversa, ed è una cosa che di solito capita nella seconda parte del loro mandato: dopo che le elezioni di mid-term hanno compromesso le loro maggioranze al Congresso. Ma è una generalizzazione che ha visto mille eccezioni, e forse siamo davanti a una di queste: perché è vero che le ambizioni di politica interna di Trump sono state fin qui clamorosamente frustrate – la riforma sanitaria è fallita, quella fiscale sarà rinviata, eccetera – ma Trump rimane il capo di un partito che controlla entrambi i rami del Congresso, ed è stato eletto sulla base di promesse nazionaliste come nessun altro presidente del recente passato.

Messe le mani avanti, è interessante notare come da qualche settimana Trump si stia dedicando alla politica estera più di quanto si potesse immaginare. Prima i colloqui con la Cina, poi la decisione di attaccare Assad e “rompere” con la Russia in Siria, in mezzo anche un esempio di aggressività militare come il lancio della grande bomba contro lo Stato Islamico in Afghanistan (di Trump e il Medioriente parliamo il 26 aprile a Milano, se vi interessa). Ora c’è la questione Corea del Nord. Nella gran parte dei casi sono gli eventi a trascinare Donald Trump, e non lui a determinarli, ma rimane che nel momento in cui ha cominciato a utilizzare la potenza militare statunitense sul serio e anche con una certa soddisfazione, è cresciuta moltissimo la tensione verbale e militare contro uno dei regimi più repressivi, violenti e imprevedibili del mondo: la Corea del Nord. Qual è la strategia della Casa Bianca e cosa può ottenere?

Ho cercato di spiegarlo e raccontarlo in questa nuova puntata del podcast, che potete ascoltare cliccando Play qui sotto. E sono successe altre cose interessanti di cui parlare: per esempio il governo americano rischia di finire presto senza soldi, e un candidato Democratico trentenne rischia di strappare ai Repubblicani un seggio importante alla Camera in Georgia.

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Ascolta “S2E7. Dobbiamo preoccuparci di Trump e della Corea del Nord?” su Spreaker.

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Occhio: forse Trump ha capito una cosa (13/50)

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Forse un giorno – tra mesi, tra anni o chissà, magari anche tra decenni – ricorderemo questa settimana come quella in cui Donald Trump capì qualcosa, e cioè come fare davvero il presidente degli Stati Uniti. Che non vuol dire necessariamente fare cose che vi piacciono, o con cui siete d’accordo: ma vuol dire fare cose scelte tra le alternative plausibili a disposizione di un presidente. E così facendo, mettersi nelle condizioni per ottenere qualche vittoria politica, trovare efficacia, risollevare la sua popolarità e darsi qualche possibilità di rielezione in più tra quattro anni.

Come vi avevo raccontato nel podcast di sabato scorso, il bombardamento contro il regime siriano di Bashar al Assad in risposta all’attacco con armi chimiche di Khan Shaykhun era stato già una svolta notevole rispetto alle cose che Trump aveva promesso e promosso in campagna elettorale. Giusto o sbagliato che fosse (diffidate da chi ha opinioni nette e definitive su una cosa così complessa), quel bombardamento gli ha fatto guadagnare elogi da parte di chi fin qui lo aveva sempre e solo criticato, compresi moltissimi americani. Questa settimana sono arrivate altre svolte simili.

In quella che l’esperto giornalista Mike Allen ha definito “Operation Normal”, Trump ha detto che la NATO non è un ente obsoleto (come aveva detto invece non solo in campagna elettorale, ma persino alla fine di marzo); che la Cina non manipola la sua valuta per avvantaggiarsi nel commercio internazionale ed è normale che incontri delle difficoltà nel contenere le follie aggressive della Corea del Nord; che l’esercito statunitense è «incredibile» e «cinque volte migliore di tutti gli altri» (in campagna elettorale diceva che fosse un disastro); che la Russia in Siria ha un effetto destabilizzante e non stabilizzante, e sta come minimo attivamente coprendo le azioni criminali del regime di Assad; che il suo consigliere ideologico Steve Bannon deve fare meglio – lo ha detto ufficialmente, al New York Post – se vuole conservare il suo incarico alla Casa Bianca; che invece del disimpegno sul fronte militare e internazionale sia il caso di percorrere una politica interventista e aggressiva, come nel caso del bombone usato contro lo Stato Islamico in Afghanistan.

Cosa è successo? Molte cose insieme, e nessuna di queste è cominciata questa settimana. Nel podcast della settimana scorsa vi avevo raccontato di come Jared Kushner stesse trovando sempre più influenza e ascolto alla Casa Bianca, per esempio, a spese dell’ala più radicale che fa riferimento a Steve Bannon, e di come la durissima sconfitta subita sulla riforma sanitaria avesse scottato Trump persuadendolo a cercare un altro approccio. Di come, in soldoni, quello Steve Bannon descritto come presidente occulto e grande manovratore, almeno in potenza, si è rivelato essere piuttosto scarso. Quello che abbiamo visto questa settimana è la concretizzazione di questa nuova realtà e di questo nuovo approccio: e fate attenzione a evitare un equivoco importante, non vuol dire che Trump sia diventato più moderato, ma solo più ortodosso.

Ci sono molte forze che hanno spinto e spingono nella direzione della “Operation Normal”.

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Una settimana incredibile (12/50)

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In un’altra settimana, la notizia dell’incontro organizzato negli Emirati Arabi Uniti da uno dei principali finanziatori di Trump e l’intelligence russa sarebbe stata la notizia di apertura di questa puntata del podcast; poi però è successo che il capo della commissione della Camera che indaga su Trump e la Russia si sia dovuto distaccare dall’indagine, perché sorpreso a cercare di aiutare lo stesso Trump, notizia ancora più importante; ed è successo anche che il più importante e influente consigliere di Trump, Steve Bannon, sia stato rimosso dal National Security Council. Sembrava che fosse finita qui ma poi i Repubblicani hanno cambiato per sempre le regole del Senato allo scopo di ratificare la nomina del giudice Neil Gorsuch alla Corte Suprema; e poi, venerdì, per la prima volta gli Stati Uniti hanno attaccato direttamente il regime siriano di Bashar al Assad.

È stata, insomma, una settimana incredibile, ricchissima di notizie ed eventi che ci hanno fatto capire molto di questa amministrazione: ho cercato di raccontarla in questa nuova puntata del podcast, che come potete immaginare è stata scritta, registrata, montata e poi ri-scritta, ri-registrata e ri-montata, e che potete ascoltare cliccando Play qui sotto. Sul sito di Piano P – che produce i podcast di “Da Costa a Costa” – trovate le traduzioni testuali in italiano delle parti in inglese. Se avete un iPhone, per ascoltarla cercate “Da Costa a Costa” nell’app “Podcast”; altrimenti cliccate play qui sotto per ascoltarla su Spreaker. Se volete, dopo aver ascoltato la puntata lasciate una recensione su iTunes e parlatene sui social network o a chi pensate possa essere interessato a queste storie come voi.

Ascolta “S2E6. La Siria, Bannon, la Russia: una settimana incredibile alla Casa Bianca” su Spreaker.

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Ora i Democratici sentono l’odore del sangue (11/50)

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Cento giorni sono il primo scaglione temporale oltre il quale è possibile fare un iniziale bilancio di una nuova amministrazione, e sono anche il primo scaglione temporale entro il quale un presidente appena insediato cerca di ottenere una vittoria politica, un risultato. Non è solo una semplificazione giornalistica: nei suoi primi cento giorni il neo presidente può approfittare spesso di una combinazione che poi non si ripeterà più tra la propria popolarità (la cosiddetta “luna di miele” di qualunque neoeletto), l’indulgenza degli elettori e lo smarrimento degli avversari. Nei suoi primi cento giorni Obama fece passare dal Congresso un’enorme legge di stimolo all’economia; Franklin Delano Roosevelt addirittura le 15 leggi che conosciamo come “New Deal”.

Donald Trump di giorni alla Casa Bianca ne ha passati ancora settanta, ma dopo queste due settimane sappiamo che nei suoi primi cento giorni non otterrà nessuna vera vittoria politica. E questo mette in discussione le sue possibilità di riuscirci in futuro, a meno che non cambi molte delle cose che fa e come le fa.

L’implosione della riforma sanitaria
Donald Trump ha promesso molte cose in campagna elettorale, giuste o sbagliate, alcune azzardate e altre no, alcune molto difficili da realizzare e altre no. La discussione sulla plausibilità delle sue promesse ha caratterizzato l’intera campagna, ma c’è una cosa su cui Trump avrebbe dovuto trovare pochissimi ostacoli: abolire e sostituire la riforma sanitaria di Obama. E questo non perché fosse facile, ma perché in questo caso la sua promessa si sovrapponeva a una promessa dell’intero Partito Repubblicano, dai più moderati ai più estremisti, e di suoi candidati alla presidenza. Ripetuta da tutti, sempre, ogni giorno, per sette anni. Pensate che negli anni scorsi, quando il Senato era controllato dai Democratici, la Camera a maggioranza Repubblicana ha votato inutilmente per più di 50 volte l’abolizione della riforma sanitaria di Obama. Oggi i Repubblicani controllano la Camera, il Senato e la Casa Bianca: questo è il tema su cui Trump avrebbe dovuto sfrecciare, e per questo aveva scelto di cominciare da qui.

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