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Libri che ho letto

Quest’anno è capitato che sono quasi tutti in inglese. Come al solito c’è anche molta roba vecchia o in ritardo. È anche capitato che sia il 15 agosto e moltissimi di voi avranno già comprato i libri da leggere in vacanza. Quest’anno è capitata una montagna di cose. Pazienza.

Nora Ephron, The Last Interview
È una raccolta di interviste a Nora Ephron, fino all’ultima che diede a Believer prima di morire nel 2012. Nora Ephron ha avuto una vita gigantesca, ha cominciato come giornalista, è diventata saggista, editorialista e poi nel tempo sceneggiatrice e regista, a un certo punto addirittura blogger, e tutto con un’intelligenza, un talento e uno spirito che averne solo un decimo basterebbe a noi persone normali per costruirci una dignitosa carriera. Dentro queste interviste ci sono, tra moltissime altre cose, i consigli migliori che possa ricevere qualcuno che scrive o vuole scrivere per mestiere. Ma non sono la cosa più importante.

– Collected Poems of Dylan Thomas: The Original
Non sono un tipo da poesia. Credo che non lo sarò mai. Non credo nemmeno di invidiare davvero i tipi da poesia, che è la cosa che dovrei dire in teoria a questo punto della frase. Però qualche tempo fa sono inciampato per caso in otto parole in fila, mi sono ritrovato più volte a pensarci e ogni volta a trovarci dentro qualcosa. Ho scoperto che erano il primo verso di una poesia di Dylan Thomas, quindi ho letto tutto su quel verso, e su quella poesia, e sulla vita di Dylan Thomas, mezzo poeta, mezzo conduttore radiofonico, morto alcolizzato a New York, trovandoci dentro ancora più cose: ed è finita che ho letto anche tutto Dylan Thomas, o quasi. Questa è una raccolta delle sue cose migliori. Dall’introduzione:

Dylan Thomas is that rare thing, a poet who has it in him to allow us, particularly those of us who are coming to poetry for the first time, to believe that poetry might not only be vital in itself but also of some value to us in our day-to-day lives. It’s no accident, surely, that Dylan Thomas’s “Do not go gentle into that good night” is a poem which is read at two out of every three funerals. We respond to the sense in that poem, as in so many others, that the verse engine is so turbocharged and the fuel of such high octane that there’s a distinct likelihood of the equivalent of vertical liftoff. Dylan Thomas’s poems allow us to believe that we may be transported, and that belief is itself transporting.

In italiano lo trovate qui, ma le poesie tradotte, ecco, uhm.

Believer, di David Axelrod
È l’autobiografia di David Axelrod, cioè la storia di un giornalista talentuoso dall’infanzia complicata che a un certo punto si stanca di fare il giornalista e decide di provare a fare lo stratega politico con un’anima. Il tutto a Chicago, dove la politica è una roba così scorretta e sporca che negli Stati Uniti la definizione di politica scorretta e sporca è Chicago-style politics. Le cose gli vanno benino, poi bene, poi sempre meglio. Nel 1992 conosce un giovane avvocato e attivista locale, un tale Barack Obama. Glielo presenta un’amica comune dicendogli: siete fatti l’uno per l’altro, dovete conoscervi. Nel 2004 diventa lo stratega della sua campagna elettorale per il Senato. Nel 2008 e nel 2012 è lo stratega delle sue campagne elettorali per la presidenza. Poi ha smesso di fare questo mestiere, perché quali altri clienti puoi cercare dopo Barack Obama? Oggi dirige l’Institute of Politics all’università di Chicago, collabora con CNN e ha un podcast, The Axe Files.

Modern Romance, di Aziz Ansari
Se avete visto Master of None, o i suoi spettacoli, ci sono molte cose che avete già sentito. Ma la parte migliore del libro – che se questa fosse una vera rubrica di libri vedreste a questo punto descritto come “gustoso” – è una grossa ricerca sulle relazioni sentimentali nella nostra epoca, condotta da Eric Klinenberg, sociologo e professore universitario americano, e alla quale hanno collaborato psicologi e antropologi Lui e Ansari hanno raccolto una montagna di dati sulle relazioni sentimentali in diversi posti del mondo e hanno cercato di capirci qualcosa, da quello che comporta per ciascuno di noi la moltiplicazione esponenziale delle scelte possibili alle conseguenze della tecnologia.

Senza filtro, di Alessandro Gazoia
Come a chiunque faccia questo mestiere, in questi anni mi è capitato di leggere moltissimi articoli e saggi e libri sul presente e il futuro del giornalismo, e di partecipare a convegni e panel e dibattiti e discussioni sullo stesso tema, su un palco o davanti a un caffè. Quando questi testi e queste discussioni coinvolgono giornalisti italiani, nella gran parte dei casi sembrano organizzate su un altro pianeta: le uniche cose vere sono poche e banali, e le cose false, fraintese, autoconsolatorie e autocommiseranti, sono tante e tali da costituire una specie di realtà parallela. Il libro di Gazoia non ha niente di tutto questo: è la migliore analisi dello stato dell’arte che mi sia capitato di leggere di recente.

– Tiny Beautiful Things, di Cheryl Strayed
Le advice columns – quelle rubriche in cui qualcuno risponde alle domande dei lettori che chiedono consigli sulla loro vita – sono molto popolari negli Stati Uniti, dove godono di ottima dignità editoriale e sono spesso affidate a giornalisti e autori di grande sensibilità emotiva e abilità letteraria. Tiny Beautiful Things è una raccolta delle cose migliori prodotte dalla rubrica che Cheryl Strayed ha tenuto gratuitamente dal 2010 al 2012 sul sito The Rumpus. Lo avete visto il film Wild, quello uscito due anni fa che prese anche un paio di nomination all’Oscar? Ecco, Cheryl Strayed è quella della storia vera del film Wild. Non ho idea in che forma avverrà, ma gli articoli di Tiny Beautiful Things dovrebbero diventare a un certo punto anche una cosa che sarà trasmessa da HBO, credo una serie tv. L’articolo che ha fatto diventare famosissima la rubrica di Strayed è una risposta a una domanda che qualsiasi altra rubrica di consigli avrebbe scartato, che infrange tutte le regole non scritte delle rubriche di consigli e si conclude con la frase «The fuck is your life», che da quel momento mi sembra la risposta a quasi ogni domanda (al secondo posto della mia personale classifica c’è la frase immediatamente precedente: «Ask better questions»). È stato tradotto in italiano da Piemme.

Il secolo degli Stati Uniti, di Arnaldo Testi
In questo anno abbondante di campagna elettorale statunitense – la newsletter, il podcast, gli eventi in giro per l’Italia, eccetera – tante persone mi hanno chiesto un libro che non fosse un mattone da cui cominciare per conoscere un po’ meglio la storia e la politica degli Stati Uniti. Questo libro è quel libro.

How To Write A Sentence, di Stanley Fish
È bello saper riconoscere una bella canzone, un bel film, un bel libro o una bella frase. La cosa ancora migliore è saper spiegare perché quella canzone, quel film, quel libro o quella frase sono belli. Il titolo di questo libro lo fa sembrare un manuale o una raccolta di aforismi, ma è tutta un’altra cosa: è una raccolta di belle frasi – la vaghezza di questa definizione non aiuta, lo so – e soprattutto una spiegazione tecnica del perché ognuna di queste è particolarmente bella. Non vado matto per la retorica che equipara i mestieri intellettuali a quelli da artigiano – tutta quella solfa autocompiaciuta sugli artigiani-delle-parole e cose del genere – ma è interessante capire i meccanismi che rendono una frase una bella frase. C’entra sia la scrittura giornalistica sia quella letteraria. Il titolo del libro doveva essere il sottotitolo: come leggere una frase.

La separazione del maschio, di Francesco Piccolo
È un romanzetto scritto quasi dieci anni fa da Francesco Piccolo, per cui o lo avete letto all’epoca, e in quel caso queste righe non vi interessano, oppure vi sono piaciute altre cose più recenti di Piccolo e allora potreste esserne incuriositi. La cosa più importante da sapere, in questo caso, è che è molto meglio della sinossi che trovate online o nella quarta di copertina. Scusa, autore o autrice della sinossi. Lo trovate ancora in molte librerie, oltre che su Amazon.

L’amore è eterno finché non risponde, di Ester Viola
È un buon romanzo da spiaggia, e voi state cercando qualcosa da leggere dove? Esatto. È scritto con quello sguardo laterale che chi segue l’autrice su Twitter sa riconoscere, e ognuno ci rivedrà qualcosa che conosce.

Un anno di newsletter

Piccolissimo bilancio dopo un anno di newsletter sulle elezioni americane, compiuto esattamente il 14 giugno.

– edizioni normali inviate: 53 (ogni sabato, compresi il 15 agosto, il 26 dicembre e il 2 gennaio)

– edizioni speciali inviate: 14 (spesso dopo una grossa notizia, un’elezione primaria o un dibattito televisivo)

– totale newsletter inviate: 67

– iscritti in questo momento: 7.451

– tasso medio di apertura delle newsletter: 72,3 per cento

– eventi pubblici sulle elezioni americane tenuti fin qui: 21, in 17 città diverse (anche grazie a YouTrend)

– obiettivo della raccolta fondi tra gli iscritti per pagare le spese tecniche: 800 euro in sei mesi

– cifra effettivamente raccolta: 6390,58 euro in una settimana

– cose finanziate con la raccolta fondi: un viaggio a Cleveland e Philadelphia per seguire le convention, dal 18 al 28 luglio; un altro viaggio a ottobre in uno swing state

– spin-off: ora c’è anche un podcast!

– vite un po’ cambiate: una

Grazie.

I dolori del giovane autore di newsletter

Un mese fa ho trasferito su un nuovo servizio la newsletter sulle elezioni americane che scrivo ogni settimana da giugno. Le persone iscritte alla newsletter sapevano del trasloco imminente – ne avevo scritto anche qui – e la gran parte di loro non si è accorta di nulla: il sabato successivo al trasloco ha ricevuto la newsletter come tutti gli altri sabati. Nel corso di questo mese, però, alcuni mi hanno scritto o mi hanno detto di non aver più ricevuto niente, e ad altri immagino sia capitato lo stesso. La causa di questo problema – tristemente nota a tutti quelli che scrivono una newsletter – è una particolare opzione di Gmail, il servizio di posta elettronica di Google. Scrivo questo post quindi per quelli che il sabato che non trovano più la newsletter nella loro casella di posta, e per avere qualcosa da linkare alle prossime persone che mi diranno di avere questo problema.

Per Gmail, infatti, la mia newsletter è indistinguibile da un’email di Groupon o di eBay o di Zalando: sono email inviate con un apposito servizio a un lungo indirizzario di destinatari. Di conseguenza, quando ricevete una di queste email, la vostra casella di posta non le mostra nella scheda “Principale” ma in quella “Promozioni”. La grandissima maggioranza di quelli che mi hanno detto che non ricevevano più la newsletter, in realtà l’avevano ricevuta: ma non l’avevano vista perché era finita nella scheda “Promozioni”.

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Per risolvere questo problema, dovete trascinare la newsletter sopra la scheda “Principale”. Occhio a non fermarvi qui, però, sennò la newsletter successiva finirà di nuovo nella scheda “Promozioni”. Dopo aver trascinato la newsletter sulla scheda “Principale”, vedrete apparire un box giallo in alto come questo, con una domanda come questa (la stringa di lettere e numeri potrebbe essere diversa, non fateci caso).

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Cliccate su “Sì”. Dal prossimo sabato, riceverete la newsletter direttamente nella scheda “Principale”, senza doverla cercare tra le email promozionali.

Già che ci sono, promemoria delle prossime volte in cui ci troviamo a parlare di elezioni americane dal vivo: l’11 aprile a Milano con Lia Quartapelle, il 26 aprile al Circolo dei lettori a Torino con Lorenzo Pregliasco e Giovanni Diamanti di YouTrend, il 28 aprile all’università di Verona e il 30 aprile al Cinema del carbone a Mantova. Seguite i link per avere i dettagli; dove non ci sono i link vuol dire che ancora non ci sono i dettagli, e allora li troverete presto qui.

Grazie, come sempre. E a proposito: vi siete iscritti alla newsletter del Post?

–241 giorni alle elezioni statunitensi

–241 giorni alle elezioni statunitensi
–3 giorni alle primarie in Florida e Ohio

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Il 15 marzo alle primarie americane i Repubblicani assegnano in un giorno solo ben 358 delegati, i Democratici addirittura 691. In più si voterà in alcuni degli stati politicamente più importanti del paese, come l’Ohio e la Florida. Per i candidati che fin qui hanno ottenuto più delegati, è l’opportunità per allargare il loro distacco fino a farlo diventare incolmabile o quasi; per i candidati che sono indietro, invece, è potenzialmente uno di quei momenti da dentro o fuori. Ah, alla fine è ufficiale che Michael Bloomberg non si candida, come qui avete letto fin dal primo giorno.

Dove si vota tra i Repubblicani
rep-mapIl 15 marzo i Repubblicani votano in Florida (99 delegati, primarie), in Illinois (69 delegati, primarie), in Missouri (49 delegati, primarie), in North Carolina (69 delegati, primarie) e in Ohio (63 delegati, primarie). Sono gli stati colorati in rosso nella mappa (non badate ai numerini, per ora non ci interessano). L’unico posto che non vedete nella mappa sono le Northern Marian Islands, quindici isole del Pacifico in cui abitano circa 50.000 persone e il cui status politico è lo stesso di Porto Rico, quindi non sono effettivamente uno stato: ma fanno dei caucus e il 15 marzo assegnano così 9 delegati. Se volete capire un po’ meglio la matta geografia statunitense, questo video – segnalatomi da Omar – è un ottimo punto di partenza.

Le primarie del 15 marzo sono anche il momento in cui i Repubblicani cambiano sistema di distribuzione dei delegati: fin qui sono stati assegnati con un criterio proporzionale, dal 15 – fatta eccezione in North Carolina – si passa quasi ovunque a un criterio maggioritario. Cosa vuol dire: in ogni stato chi prende anche soltanto un voto in più degli altri si porta a casa tutti i delegati; gli altri non ne prendono nemmeno uno. Per avanzare nella conta dei delegati, quindi, da qui in poi bisogna vincere: arrivare secondi di un voto avrà comunque un certo peso politico ma dal punto di vista dei delegati sarà come arrivare ultimi. Questa è la situazione attuale, per capirci.

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Il North Carolina è praticamente sul confine tra nord e sud, oltre il 20 per cento dei suoi abitanti sono afroamericani, ed è uno dei pochi stati in bilico nel sud degli Stati Uniti: nel 2008 vinse Obama dello 0,8 per cento, nel 2012 però vinse Romney. Anche la Florida è storicamente uno stato che pesa moltissimo alle presidenziali, e la sua popolazione è particolarmente frastagliata: una delle cose meno note, fuori dagli Stati Uniti, è che per molti la Florida è lo stato in cui trasferirsi quando si va in pensione. Il tempo è bello e gli affitti sono più bassi che nelle grandi città americane. Risultato: la Florida è lo stato americano con la più alta percentuale di persone con più di 65 anni, e i due terzi dei suoi abitanti sono nati da un’altra parte. Altro fatto interessante: la Florida ha tantissimi abitanti di origini latinoamericane (siamo vicini al 30 per cento) e tanti di questi hanno origini cubane (e i latinos di origini cubane sono generalmente piuttosto conservatori). Ultima cosa, anche se sicuramente ve lo ricordate: è lo stato di casa di Marco Rubio.

«My parents live in Florida now. They moved there last year. They didn’t want to move to Florida, but they’re in their sixties, and that’s the law»

Illinois, Missouri e Ohio sono invece tre stati del Midwest, the heartland: una delle regioni più ricche e popolose degli Stati Uniti d’America e allo stesso tempo una delle più colpite dalla crisi economica degli scorsi anni, casa di una folta classe media bianca, del settore manifatturiero e dell’industria pesante. Dal punto di vista politico, se dagli anni Novanta alle presidenziali l’Illinois vota nettamente a favore del candidato Democratico, la situazione in Missouri e Ohio è ben più incerta. Con la sola eccezione del 1956, il Missouri ha votato per il candidato che poi ha vinto le presidenziali dal 1904 al 2004. Lo stato in bilico per eccellenza, insomma. Nel 2008 e nel 2012, però, il Missouri è andato ai Repubblicani: oggi è considerato uno stato tendenzialmente Repubblicano. L’Ohio è un altro stato in bilico da manuale: nel 2000 e nel 2004 scelse George W. Bush, nel 2008 e nel 2012 scelse Barack Obama, e mai con una distanza tra i candidati superiore ai 4 punti percentuali. E il suo governatore è John Kasich.

Aneddoto inutile ma divertente: la più grande città del Missouri è Kansas City. Ma come, direte voi, Kansas City non è in Kansas? Anche. Missouri e Kansas sono confinanti, separati da un fiume che si chiama Missouri, per rendere tutto più semplice. Il fiume attraversa Kansas City, dividendola in due città – e stati – formalmente diversi: da una parte c’è la Kansas City del Missouri, dall’altra la Kansas City del Kansas.

Che aria tira tra i Repubblicani
I toni tra i candidati si sono raffreddati un po': l’ultimo dibattito televisivo è statosorprendentemente civile, Marco Rubio si è persino scusato per aver esagerato con i suoi attacchi contro Donald Trump nelle ultime settimane. Da questo punto di vista la cosa interessante è che Trump ha tratto vantaggi da entrambe le situazioni: se da una parte gli attacchi di Rubio hanno avuto il solo risultato di affossare Rubio, dall’altra parte secondo i sondaggi Trump è stato il netto vincitore del dibattito dell’altra sera. Insomma: in questo momento se attacchi Trump vince Trump, se ignori Trump vince Trump. Sospetto che, al di là delle indubbie doti comunicative di Trump, pesi parecchio anche il valore non eccezionale dei suoi sfidanti.

Non fatevi illudere però da questo clima più tranquillo tra i candidati. Questa, infatti, è stata anche la settimana in cui un problema che va avanti sottotraccia da mesi è venuto fuori con particolare forza: la violenza ai comizi di Donald Trump. Solo per restare agli ultimi giorni: una giornalista (peraltro di una testata molto pro-Trump) è stata malamente strattonata mentre stava cercando di fare una domanda a Trump; un giovane contestatore nero si è preso un pugno in faccia (e i poliziotti hanno arrestato lui e non il picchiatore); un comizio previsto per ieri sera a Chicago è stato annullato a causa di scontri e tensioni tra gruppi di contestatori e agenti di polizia, e ci sono stati anche dei feriti non gravi. I commenti di Trump sono di questo tenore: «Il problema è che ogni volta ci mettiamo un sacco di tempo a cacciare questi contestatori, perché nessuno vuole più fargli del male. Una volta c’erano delle conseguenze per questi gesti. Ora non ce ne sono più. Questa gente fa male al nostro paese. Non avete idea di quanto fa male al nostro paese».Oppure: «Se vedete qualcuno che vuole tirarmi un pomodoro, pestatelo a sangue. Alle spese legali poi ci penso io».

Cosa è successo ieri sera a Chicago. Guardate anche questo video.

L’Atlantic ha un articolo interessante su questa situazione, che ricostruisce come i nuovi movimenti per i diritti dei neri utilizzino da mesi la tecnica di interrompere e contestare i candidati alle primarie. I Democratici nel corso dei mesi hanno incontrato questi attivisti e si sono fatti portavoce di una grandissima parte delle loro richieste e proposte; i Repubblicani li hanno quasi sempre ignorati; Donald Trump ha scelto un’altra strada. Trump ha visto in queste proteste l’opportunità per mostrarsi un duro. Questa storia può andare a finire malissimo.

Torniamo ai numeri. Secondo le medie dei sondaggi, Trump in Florida ha 15 punti di vantaggio su Rubio, in Ohio è appiccicato a John Kasich, in Illinois è avanti di 12 punti, in North Carolina pure. Sul Missouri invece ci sono pochissimi dati. L’algoritmo di Nate Silver dice che Trump vincerà probabilmente in Florida, in Illinois e in North Carolina, mentre in Missouri se la giocherà con Cruz e in Ohio con Kasich. Ci sono tre lotte diverse, nella campagna elettorale in vista del 15 marzo. Una è molto grande: l’establishment del Partito Repubblicano sa che Trump vincendo almeno in Florida e in Ohio otterrebbe un vantaggio tra i delegati praticamente incolmabile, e sta cercando di impedirlo investendo in spot contro di lui e consigliando agli elettori di concentrare i voti in ogni stato nel candidato che ha più speranze di batterlo. Un’altra lotta è quella personale di Rubio e Kasich, che si giocano veramente tutto: ed è in qualche modo romantico che dopo aver girato il paese per mesi il momento della verità sia arrivato nel loro stato di casa, dove le loro carriere politiche sono cominciate. Chi di loro perderà nel proprio stato – Rubio in Florida, Kasich in Ohio – sarà fuori dalla corsa. Chi dovesse vincere, resterà in piedi. La terza lotta, più subdola, è quella che sta facendo Ted Cruz perché Rubio e Kasich non ce la facciano, così da permettergli di restare l’unico candidato anti-Trump in campo.

Momento cinematografico: siccome Rubio sa che non vincerà mai in Ohio, ha chiesto ai suoi sostenitori dell’Ohio di votare Kasich, sperando che Kasich ricambiasse il favore in Florida. Non è successo. Per Rubio è stata un po’ una mossa disperata: nei sondaggi non è messo benissimo, alle primarie della settimana scorsa è andato molto male e Ted Cruz, pur di dargli fastidio, ha appena aperto dieci comitati elettorali proprio in Florida. Endorsements, per chiudere: Arnold Schwarzenegger ha dato il suo sostegno a John Kasich, Ben Carson a Donald Trump e Carly Fiorina a Ted Cruz.

Dove si vota tra i Democratici
Il 15 marzo i Democratici votano in Florida (primarie, 214 delegati), Idem-mapllinois (primarie, 156 delegati), Missouri (primarie, 71 delegati), North Carolina (primarie, 107 delegati), Ohio (primarie, 143 delegati). Sono gli stati colorati in blu nella mappa accanto (anche qui, non badate ai numerini).

Le informazioni geografiche a questo punto ce le avete già, ma parlando dei Democratici vale la pena soffermarsi un po’ di più sull’economia. Durante gli anni più pesanti della crisi economica, nel Midwest molte grandi aziende hanno licenziato dipendenti o hanno chiuso del tutto, decidendo di spostare stabilimenti in paesi dove produrre merci e assumere personale costa di meno. Queste pratiche di outsourcing sono state in qualche modo favorite dai molti trattati commerciali che gli Stati Uniti hanno stretto nel corso degli anni con gli altri paesi americani e con l’Asia (trattati che naturalmente in momenti economici più favorevoli invece avevano fatto del bene agli Stati Uniti). Bernie Sanders sta parlando moltissimo della sua opposizione a quei trattati e della posizione favorevole di Clinton: una strategia che lo ha aiutato moltissimo in Michigan, dove questa settimana ha vinto le primarie a sorpresa.

L’altra cosa importante da sapere nel contesto del voto di martedì 15 è la situazione nella più popolosa città del Midwest: Chicago, Illinois. È la città di Barack Obama, per dirne una, il cui tasso di gradimento nazionale è arrivato questa settimana al livello più alto dal 2013. Ma il suo attuale sindaco è Rahm Emanuel, per dirne un’altra: ex pezzo grosso dei Democratici al Congresso diventato ricco con la finanza, primo capo dello staff di Obama alla Casa Bianca, una specie di simbolo del politico-tipo di Chicago, cioè uno che quando serve sa giocare sporco. Chicago, infatti, è una città che ha nella sua storia lunghissime dinastie politiche – il sindaco che ha preceduto Emanuel era rimasto in carica dal 1989 al 2011, suo padre era stato sindaco dal 1955 al 1976 – e una certa diffusione della corruzione.

Il sindaco Rahm Emanuel è stato a lungo piuttosto popolare, ma dallo scorso novembre è in enormi difficoltà per via di una serie di scandali. Il più importante riguarda un diciassettenne nero, Laquan McDonald, ucciso dalla polizia: McDonald era armato con un coltello, un poliziotto gli ha sparato 16 volte in 13 secondi. Il dipartimento di polizia di Chicago ha fatto di tutto per evitare la diffusione di un video che mostra quello che è successo e fa vedere quanto la sparatoria fosse evitabile, visto che McDonald non stava facendo nessun movimento minaccioso, e soprattutto lo mostra morire in mezzo alla strada senza che nessuno lo soccorra. In città sempre più persone considerano Rahm Emanuel indirettamente responsabile di quello che è successo, e lo criticano per essersi inizialmente opposto a un’inchiesta del dipartimento di giustizia su quanto accaduto. Oggi secondo i sondaggi la maggioranza degli abitanti di Chicago vorrebbe le dimissioni di Emanuel da sindaco. Emanuel non ha dato il suo sostegno formale a Clinton ma fa parte dello stesso establishment, evidentemente.

Sanders, quindi, sta cercando di azionare queste due leve: puntare sull’economia per fare appello agli elettori bianchi, puntare sul caso Emanuel per fare appello agli elettori neri (facendo arrabbiare Clinton, probabilmente: Emanuel è molto più vicino a Obama che a lei).

Che aria tira tra i Democratici
La vittoria di Sanders in Michigan ha restituito un po’ di incertezza a una competizione che sembrava – e sembra ancora, onestamente – praticamente decisa a favore di Clinton. Come sapete se avete letto l’edizione speciale della newsletter o questo articolo, la strada verso la nomination per Sanders si è fatta parecchio impervia. Il turno del 15 marzo dovrebbe favorire Clinton: per Sanders sarebbe già un buon risultato limitare i danni e non far allargare troppo la distanza sul fronte dei delegati. Le cose oggi sono messe così:

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Abbiamo detto di come Sanders sta tentando di fare appello agli elettori bianchi e ai neri. Sarà importante vedere come andrà la distribuzione demografica del voto, perché Clinton ha bisogno di dimostrare di poter recuperare i voti dei cosiddetti “bianchi arrabbiati” (anche per dare un segnale a Donald Trump) mentre Sanders ha bisogno di far vedere di poter convincere anche un po’ di elettori neri, che fin qui lo hanno snobbato. Poi ci sono i latinoamericani. In Florida, come dicevamo, sono moltissimi, più conservatori che nel resto del paese e soprattutto MOLTO anti-castristi. Circola un video del 1985 che mostra Bernie Sanders dire cose piuttosto lusinghiere di Fidel Castro e dei sandinisti, la campagna Clinton lo sta usando per avvantaggiarsene.

Chiudiamo con i sondaggi, quindi, avvertendo una volta di più di prenderli con cautela. Clinton è data avanti di oltre 30 punti in Florida e in Illinois, di 20 in Ohio e in North Carolina. Non ci sono dati affidabili sul Missouri. L’algoritmo di Nate Silver dice che Sanders ha qualche speranza solo in Missouri. Promemoria: tra i Democratici i delegati si assegnano sempre con criterio proporzionale, quindi rimontare uno svantaggio di delegati è molto difficile e, soprattutto, le percentuali contano. Persino nella grande serata dell’altra volta, quando Sanders ha vinto in Michigan, Clinton ha guadagnato delegati e ha aumentato il suo distacco: questo perché Sanders in Michigan ha vinto di un pelo e nel frattempo Clinton ha stravinto in Mississippi.

Quando ci vediamo, quando ci sentiamo
Ci vediamo il 15 marzo a Forlì con Lorenzo Pregliasco e Giovanni Diamanti di YouTrend, il 22 marzo a Firenze, il 23 marzo a Monza e il 24 marzo a Parma (su Monza e Parma, dettagli la settimana prossima). Noi ci sentiamo il 16 marzo con un’edizione speciale della newsletter sui risultati di queste primarie. Ciao!

Cose da leggere
Inside Rubio’s collapse, di Philip Rucker, Ed O’Keefe e Matea Gold sul Washington Post
1988: The Year Donald Lost His Mind, di Michael Kruse su Politico
The Matter of Black Lives, di Jelani Cobb sul New Yorker

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Scrivimi a costa@ilpost.it oppure rispondi a questa email, che poi è la stessa cosa.

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–248 giorni alle elezioni statunitensi

–248 giorni alle elezioni statunitensi
–10 giorni alle primarie in Florida e Ohio

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È il momento in cui il calendario delle primarie statunitensi si fa più intenso: il Super-Tuesday è appena passato, da qui a sabato prossimo – e a cominciare da oggi – i Repubblicani voteranno in undici stati e i Democratici in sei stati. Quindi non perdiamo tempo e veniamo subito a noi. In coda alla newsletter trovate i dati finali della nostra raccolta fondi e i prossimi appuntamenti in cui possiamo incontrarci dal vivo.

Dove votano i Repubblicani
rep-mapIl 5 marzo, cioè oggi, si tengono le primarie Repubblicane in Kansas (caucus, 40 delegati),Kentucky (caucus, 43 delegati), Louisiana (primarie, 43 delegati) e Maine (caucus, 23 delegati). Il 6 marzo i Repubblicani votano a Porto Rico (primarie, 20 delegati), l’8 marzo alle Hawaii (caucus, 19 delegati), inIdaho (primarie, 32 delegati), in Michigan (primarie, 59 delegati) e in Mississippi (primarie, 40 delegati). Il 12 marzo votano a Washington DC (caucus, 19 delegati) e nell’isola di Guam, che però assegna solo 9 delegati tra i funzionari del partito, quindi liberi di votare chi vogliono alla convention (e io qui sopra sto contando solo quelli eletti, che sono quelli che contano davvero). Eccetto Guam e Porto Rico, che non sono due veri stati e non partecipano alle elezioni di novembre, gli stati in cui si vota sono quelli colorati in rosso qui sopra (non badate ai numerini).

Ci sono in ballo 338 delegati, quasi tutti assegnati con sistema proporzionale: questo vuol dire che di per sé non sarà un turno decisivo dal punto di vista numerico. C’è una particolarità interessante, però: salvo che in Michigan, Mississippi e Porto Rico, le primarie e caucus dei Repubblicani di questa settimana sono aperte soltanto a chi è registrato alle liste elettorali come Repubblicano. Quindi generalmente a persone che sono solite andare a votare (non è così scontato, in un paese in cui l’affluenza è assestata da decenni tra il 50 e il 60 per cento) e che si identificano pubblicamente con un certo partito. Secondo la gran parte degli analisti, questo dovrebbe dare una piccola mano agli sfidanti di Donald Trump, che fin qui ha trovato un grande sostegno da parte di elettori outsider, sfiduciati dalla politica e solitamente poco coinvolti dai suoi processi. Questa circostanza però non riguarda il Michigan, dove si terranno primarie aperte: e il Michigan è il più popolato e politicamente rilevante tra gli stati in cui si vota a questo giro, ha una corposissima classe media e operaia (è lo stato delle industrie automobilistiche) ed è piuttosto variegato politicamente (fun fact: è anche l’unico stato americano composto da due diverse penisole).

Che aria tira tra i Repubblicani
I risultati del Super-Tuesday hanno messo i Repubblicani davanti alla prospettiva che – salvo sorprese, che possono esserci ma sarebbero appunto sorprese – Donald Trump sarà il loro candidato alla presidenza degli Stati Uniti. Questa è la situazione dei delegati al momento:

delegati-repGli esperti di conti e proiezioni dicono che a questo punto il turno elettorale decisivo sarà quello del 15 marzo, quando si voterà in Florida e Ohio: sono due stati molto popolosi e politicamente fondamentali; assegnano i loro delegati col sistema maggioritario, quindi chi prende un voto in più vince tutto; sono gli stati di casa rispettivamente di Marco Rubio e John Kasich, che quindi se non dovessero vincere lì sarebbero di fatto fuori dai giochi. Se Trump uscirà vincitore dal 15 marzo, sarà impossibile fermarlo: ma di questo parleremo meglio nella newsletter di sabato prossimo. Cosa bisogna guardare allora questa settimana?

Le 11 primarie Repubblicane di questa settimana serviranno soprattutto a capire lo stato di salute dei candidati, che nella politica americana diventa spesso una specie di profezia auto-avverante: vincere aiuta a vincere, perdere aiuta a perdere. Se Trump dovesse perdere nella maggior parte di questi undici stati, l’apparente inesorabilità della sua vittoria finale ne sarebbe almeno scalfita; se poi uno solo dei suoi sfidanti dovesse fare il pienone, si troverebbe tra le mani un convincente argomento per chiedere agli elettori degli altri di convergere su di lui se non vogliono rischiare di trovarsi il nome di un tizio con la faccia arancione sulle schede elettorali a novembre.

Il problema è che né Ted Cruz né Marco Rubio né John Kasich sembrano messi bene. In Michigan secondo i sondaggi Donald Trump ha 17 punti di vantaggio, in Louisiana ne ha 16, in Mississippi più di 20, in Kentucky e in Kansas più o meno 10. Possono esserci sorprese ma a oggi gli unici stati in cui Trump potrebbe perdere, stando a quel che sappiamo, sono il Kansas (a vantaggio di Cruz) e le Hawaii (a vantaggio di Rubio). I sondaggi degli altri stati sono troppo pochi o troppo vecchi per trarne qualcosa.

Ora, io lo so cosa vi state chiedendo: che succede se si arriva alla convention senza un candidato con la maggioranza assoluta dei delegati? Lo so perché nelle ultime settimane è la cosa che più mi avete chiesto via email e agli incontri dal vivo a Torino, Roma e Milano (ai quali avete partecipato in tantissimi: grazie!). Quella circostanza si chiama “brokered convention”: dopo il primo scrutinio, in cui i delegati sono tenuti a votare il candidato con cui sono stati eletti o quello a cui il loro candidato ha eventualmente dato il suo sostegno ufficiale, sono tutti liberi di votare chi vogliono. E scattano trattative caotiche, negoziati frenetici, mercati-delle-vacche, finché non si trova un compromesso su un nome. Da quando le primarie americane funzionano in questo modo, cioè dal 1972, questa cosa non è mai successa. Non vuol dire che non possa accadere, ma che è davvero improbabile. Se dopo il 15 marzo questo scenario sarà ancora in campo – cioè se Trump non vincerà in Ohio e/o in Florida – prometto di spiegarlo per bene.

La brokered convention di The West Wing. Occhio che se non l’avete vista vale spoiler.

Per il resto: questa settimana i Repubblicani si confronteranno in altri due dibattiti televisivi, uno il 6 e l’altro il 10 marzo. Quello che si è tenuto questa settimana è stato un delirio: vi basti sapere che Donald Trump ha esordito difendendo le dimensioni del suo pene. Trovate un resoconto completo qui. È stato un dibattito che, se questa fosse una campagna elettorale guidata dalla razionalità, avrebbe fatto moltissimi danni al Partito Repubblicano in generale e ai suoi candidati.

Ma al di là delle assurdità di queste settimane, c’è stato un momento particolarmente significativo: quando Cruz, Rubio e Kasich, dopo aver passato l’intera serata a definire Trump un truffatore, un imbroglione e cose del genere, hanno detto che se dovesse vincere le primarie gli darebbero il loro sostegno. Lo hanno detto perché non vogliono passare come quelli che non rispettano le regole del gioco, ma c’è un limite oltre il quale questo comportamento rischia di sembrare ipocrita: non puoi dire che voteresti un candidato che hai appena descritto come un pericolo pubblico. È una “cosa da politici”. Poi uno dice perché Trump va così forte.

Al dibattito non ha partecipato Ben Carson, che ha sospeso la sua campagna elettorale. Era nell’aria: come sapete, soprattutto se siete iscritti alla newsletter da un po’, Carson non ha mai avuto speranze e forse nemmeno il vero desiderio di fare il presidente degli Stati Uniti, ma solo di accumulare denaro e popolarità. Da settimane teneva in piedi la sua campagna elettorale solo per raccogliere fondi: pensate che fin qui aveva raccolto ben 58 milioni di dollari e ne aveva spesi la maggioranza in consulenze e risorse logistiche allo scopo di… raccogliere fondi.

Altre cose notevoli:

– Mitt Romney ha demolito Donald Trump in un durissimo discorso: ma Romney, per quanto sia una persona rispettabile, ha perso le due ultime elezioni presidenziali e ha praticamente scritto “loser” in fronte. Trump non ha dovuto nemmeno sforzarsi.

– sembra che durante una conversazione a porte chiuse con i giornalisti del New York Times, Trump abbia detto che la sua idea di deportare gli 11 milioni di immigrati irregolari presenti negli Stati Uniti non sia una vera promessa elettorale ma il punto di partenza di un futuro negoziato. Sia Cruz che Rubio hanno detto che questo prova l’inaffidabilità di Trump e gli hanno chiesto di diffondere la trascrizione di quella conversazione (il New York Times non può farlo senza il consenso di Trump).

– Il povero Chris Christie non twitta dal 24 febbraio e non ha mai citato sui suoi account social il suo endorsement a Donald Trump.

Dove votano i Democratici 
dem-mapIl 5 marzo, cioè oggi, si tengono le primarie dei Democratici in Kansas (caucus, 33 delegati), Louisiana(primarie, 51 delegati) e Nebraska (caucus, 25 delegati). Il 6 marzo i Democratici votano in Maine (caucus, 25 delegati), mentre l’8 marzo in Michigan (primarie, 130 delegati) e in Mississippi (primarie, 36 delegati). In tutto sono in ballo 300 delegati, assegnati con metodo proporzionale. Gli stati in cui si vota sono quelli colorati in blu nella mappa sopra (di nuovo, non badate ai numerini nella mappa).

Le elezioni in Kansas, Louisiana, Nebraska e Maine sono aperte solo agli elettori registrati alle liste elettorali come Democratici (cosa che in teoria dovrebbe avvantaggiare Hillary Clinton) ma a loro volta in Kansas, Louisiana e Nebraska si tengono dei caucus, formato che in teoria dovrebbe avvantaggiare Bernie Sanders perché premia gli elettori più entusiasti e motivati. Anche in questo caso non ci si aspettano risultati che chiudano la faccenda: un po’ perché i delegati in ballo sono troppo pochi e un po’ perché, facendo un po’ di conti, sembra che la faccenda sia già chiusa.

Che aria tira tra i Democratici
Questa è la situazione attuale sul fronte dei delegati. Questo conteggio esclude i superdelegati, che sono le 712 persone che partecipano alla convention di diritto – perché ricoprono cariche elettive o sono dirigenti del partito – e possono votare chi vogliono, a prescindere dal risultato delle primarie. I superdelegati al momento sono schierati in larghissima maggioranza con Clinton, ma li escludo dalla conta perché il loro peso viene spesso esagerato dai media: alla fine della fiera alla grandissima parte dei superdelegati importa stare con chi vince, e di sicuro non vogliono che il loro voto ribalti la volontà espressa alle primarie dagli elettori del partito (sarebbe suicida). Nelle prime fasi della campagna elettorale del 2008 Hillary Clinton aveva un mostruoso vantaggio su Barack Obama tra i superdelegati: quando è diventato chiaro che Obama avrebbe vinto le primarie, i superdelegati sono passati con lui. Se Sanders dovesse rimontare e vincere la partita dei delegati eletti, i superdelegati passerebbero con lui. Veniamo quindi alla conta attuale:

delegati-dem

Gli esperti di conti e proiezioni dicono che, a meno di sorprendenti capovolgimenti della campagna elettorale, una rimonta di Sanders si può considerare praticamente impossibile. Innanzitutto per una questione numerica: i Democratici assegnano tutti i delegati con un criterio proporzionale, quindi Sanders avrebbe bisogno non solo di vincere in molti stati ma anche di farlo con un ampio margine. E per esempio martedì in Massachusetts – uno stato piccolo, confinante col suo Vermont, con una tradizione di sinistra e popolato in gran parte da bianchi – Sanders ha perso. Se un candidato del New England non vince in New England, beh.

Poi c’è la questione politica: Sanders è andato e continua ad andare malissimo tra gli elettori neri. Ci sono posti in cui Hillary Clinton ha avuto dagli elettori neri un sostegno persino superiore a quello che ebbe Barack Obama alle primarie del 2008. Sanders dice di voler fare una “rivoluzione politica”, ma come ha scritto il New York Times “non si può fare nessuna rivoluzione politica nel Partito Democratico senza il sostegno degli elettori neri”. La coalizione sociale di Clinton è ampia e variegata: e in Texas, per esempio, ha avuto un grande sostegno anche dagli elettori di origini latinoamericane.

Clinton e Sanders si confronteranno di nuovo in tv il 9 marzo.

Un po’ di cose nostre
Come molti di voi sanno – ma tantissimi iscritti sono arrivati dopo – il 13 febbraio ho aperto una raccolta fondi per trovare i circa 800 euro necessari a pagare il servizio per l’invio delle newsletter da qui a novembre (farò il trasloco questa settimana, se trovo il tempo). La vostra risposta è stata così eccezionale che cinque giorni dopo ho fatto sapere di aver già raccolto ben più del necessario e con la newsletter successiva ho chiuso la raccolta fondi. I dati finali sono questi: ho raccolto 6390,58 euro da 512 persone meravigliose. Donazione media: circa 12 euro. Con quei soldi, oltre a pagare il servizio delle newsletter, mi rimborserò le spese necessarie per andare a luglio alle convention dei Democratici e dei Repubblicani (soltanto i voli sono già costati più di 2.000 euro: il volo tra una convention e l’altra, il Cleveland-Philadelphia che prenderanno nello stesso giorno o quasi tutti i giornalisti americani, è costato più del Milano-New York). Io vi ho già ringraziato molto e non voglio fare il panda rotolante: però grazie, ecco, per l’ultima volta.

Se volete, ci vediamo per parlare di elezioni americane il 15 marzo a Forlì, alle 20, nel campus dell’università di Bologna, con Lorenzo Pregliasco e Giovanni Diamanti di YouTrend; il 22 marzo a Firenze alle 21 alla Fondazione Stensen; il 23 marzo a Monza alle 21 alla sede del PD di via Arosio; il 24 marzo a Parma (seguiranno news su luogo e ora). Gli incontri sono gratuiti e aperti a tutti, nei prossimi giorni salteranno fuori anche gli eventi su Facebook.

Cose da leggere
Questo articolo di Politico contiene un po’ di risposte interessanti e non banali a una domanda capitale: perché votano Trump? Gli elettori di Trump non sono tutti bianchi poco istruiti di estrema destra; e alcuni lo votano perché su certe faccende – colpo di scena – Trump ha posizioni più moderate dei suoi avversari. Qualche altro indizio sul tema lo trovate qui.

Ci sentiamo sabato prossimo. Ciao!

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–251 giorni alle elezioni statunitensi

–251 giorni alle elezioni statunitensi
–3 giorni alle primarie in Kansas, Kentucky, Louisiana, Maine

presidential seal

Nelle primarie statunitensi del Super Tuesday, i Democratici votavano in 12 stati: Hillary Clinton ha vinto le primarie in 8 di questi stati – ma uno è l’American Samoa, che non conta praticamente niente – e Bernie Sanders nei restanti 4. I Repubblicani, invece, votavano in 13 stati: Donald Trump ha vinto le primarie in 7 di questi stati, Ted Cruz in 2, Marco Rubio in 1, mentre stiamo ancora aspettando i risultati definitivi da Colorado, Wyoming e Alaska. L’immagine qui sotto è una buona sintesi, un’altra sintesi la trovate sul Post. Per Clinton è stata un’ottima serata: dopo stanotte per lei la nomination è molto più vicina. Per Trump, invece, è stata la tempesta perfetta.

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Donald Trump ha vinto le primarie in Alabama, Arkansas, Georgia, Massachusetts, Tennessee, Vermont e Virginia: sono posti diversissimi tra loro, con elettorati diversissimi tra loro, e l’affluenza è stata quasi dappertutto molto alta. È stata una gran dimostrazione di forza. La percentuale con cui ha vinto in questi stati va dal 33 per cento del Vermont al 49 per cento del Massachusetts. Questo risultato gli permette di allargare il suo vantaggio nella conta dei delegati e quindi consolidare la sua posizione di favorito, anche per quello che è successo ai suoi sfidanti: sono tutti feriti, ma nessuno a morte. Ted Cruz ha vinto nel suo stato, il Texas, e in Oklahoma: abbastanza da restare in piedi e chiedere agli altri candidati di ritirarsi, ma non da rilanciare davvero la sua campagna (ha perso in diversi altri stati del sud in cui aveva investito molto).

Marco Rubio ha deludentemente vinto solo in Minnesota e ha superato lo sbarramento del 20 per cento – necessario per partecipare alla distribuzione dei delegati – in sei stati su undici. Persino John Kasich, che ha perso dappertutto, può aggrapparsi al secondo posto che ha ottenuto in Vermont e in Massachusetts; ma i voti che ha preso in Virginia sono stati decisivi probabilmente nell’impedire a Marco Rubio di ottenere una vittoria che avrebbe scosso la campagna elettorale. Ben Carson ha ottenuto meno delegati di tutti: vincere le primarie non è mai stato un suo vero obiettivo, ma comunque ha preso per esempio il 10 per cento dei voti in Alabama. Hanno tutti qualche argomento per restare in corsa – e continuare così a togliersi ossigeno a vicenda.

Il discorso di Trump di stanotte è stato introdotto da Chris Christie, il governatore moderato del New Jersey che gli ha dato a sorpresa il suo sostegno la settimana scorsa. Il tono delle parole di Christie, e la sua faccia mentre parlava Trump, sono davvero un romanzo. E il discorso di Trump merita di essere visto, perché è stato diverso da tutti i suoi precedenti: è stato costruito perché somigliasse a una conferenza stampa presidenziale più che a un comizio. Alle spalle le bandiere americane e un illustre sostenitore politico; davanti a sé più giornalisti che sostenitori. Trump ha fatto un discorso sobrio per i suoi standard – a un certo punto ha persino elogiato Planned Parenthood, l’organizzazione di cliniche private che pratica tra le altre cose le interruzioni di gravidanza e che per i Repubblicani è il diavolo – e poi per una mezz’ora buona ha risposto alle domande dei giornalisti in sala, dandogli la parola personalmente, descrivendosi come una persona determinata ma ragionevole e sostenendo che andrà d’accordissimo con i Repubblicani del Congresso una volta eletto.

«I am a unifier»

Tra i Democratici, Hillary Clinton ha vinto in Alabama, Arkansas, Georgia, Massachusetts, Tennessee, Texas e Virginia, con percentuali che vanno dal 50 per cento del Massachusetts al 78 per cento dell’Alabama. Sanders ha stravinto in Vermont, il suo stato, e ha vinto in Minnesota, Oklahoma e Colorado. Clinton ha mostrato di nuovo di avere un grandissimo sostegno tra i neri, che hanno trainato le sue vittorie nel sud degli Stati Uniti, mentre Sanders ha ottenuto qualche buon risultato riuscendo a tenere in vita la sua campagna ma non abbastanza da restare davvero in corsa: e intanto il vantaggio di Clinton sul fronte dei delegati si è allargato, e oggi è superiore ai 200 voti. Sanders non ha subìto una di quelle scoppole che ti fanno interrompere la campagna elettorale, ma non si vede oggi quale possa essere la strada da percorrere per ribaltare la situazione.

Cosa succede adesso
Tra i Repubblicani c’è un clima isterico. Dopo le vittorie di Trump e l’endorsement di Christie ci si aspetta una nuova ondata di dichiarazioni di sostegno da parte di alcuni governatori e senatori del partito, mentre il resto dell’establishment non sa dove andare a sbattere la testa: alcuni stanno progettando un tardivissimo sforzo economico per sostenere gli avversari di Trump, altri se la stanno prendendo con John Kasich per il suo mancato ritiro che ha danneggiato Marco Rubio. Di sicuro c’è che né Kasich né Cruz né Rubio sembrano avere intenzione di ritirarsi, e che allo stesso tempo così facendo probabilmente stanno consegnando a Trump la candidatura alla Casa Bianca. Dopo stanotte, però, Cruz ha dalla sua ottimi argomenti che Rubio e Kasich non hanno: è stato l’unico a battere Trump in più di uno stato, è nettamente secondo per numero di delegati.

Tra i Democratici, invece, i dirigenti del partito stanno tirando un respiro di sollievo: la forza sorprendente della candidatura di Sanders rimane, ma presto si comincerà a parlarne non più come un rischio per Clinton bensì come “una risorsa”. Le primarie proseguono il 5 marzo in Kansas, Kentucky, Louisiana, Maine. I candidati Repubblicani dibatteranno in tv il 3 marzo, i Democratici invece il 6 marzo. Noi ci vediamo stasera da Otto, se vivete a Milano, e ci risentiamo con la prossima newsletter proprio sabato 5. Ciao!

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–255 giorni alle elezioni statunitensi

–255 giorni alle elezioni statunitensi
–3 giorni al Super-Tuesday

presidential seal

«Tutto è grande in America. Ci piace questa parola. Facciamo i film più grandi, abbiamo le più grandi aziende; in Montana chiamiamo il cielo The Big Sky; il nostro esercito è il più grande; il nostro più grande deserto lo abbiamo chiamato Death Valley; il nostro più grande canyon è Grand, come il colpo migliore che si possa fare a baseball, il grand slam; le nostre pianure sono le Grandi Pianure, i nostri laghi i Grandi Laghi; il nostro eroe dei fumetti è Superman, il nostro più grande evento sportivo è il Super Bowl. E quindi, quando arriva il giorno più importante delle primarie, lo chiamiamo Super-Tuesday»

Quanto sopra l’ha scritto nel 2008 Richard Schiff, cioè l’attore che tra le altre cose interpreta il venerabile Tony Ziegler in The West Wing. Quest’anno il Super-Tuesday si tiene il primo marzo, fra tre giorni: i Democratici votano contemporaneamente in 12 stati, i Repubblicani in 13. Secondo come andrà, il 2 marzo potremmo già avere il vincitore di fatto delle primarie di almeno un partito; oppure dovremmo andare avanti ancora un po’, ma con le idee molto più chiare di adesso.

Prima di cominciare con la guida, due comunicazioni. La prima: ci vediamo il 29 febbraio a Roma e il 2 marzo a Milano per fare il punto sulle primarie alla vigilia e subito dopo il Super-Tuesday. Per il resto sono in preparazione tra marzo e aprile altri incontri live di nuovo a Torino e a Milano, e poi a Firenze, Forlì, Monza, Parma, Verona e forse qualche altra città. Nelle prossime newsletter le date e i dettagli. La seconda: questa settimana i Repubblicani hanno votato in Nevada e ha stravinto Trump (trovate un resoconto qui), mentre stanotte votano i Democratici in South Carolina e salvo sorprese dovrebbe stravincere Clinton (la guida era nella newsletter del 20 febbraio).

Dove votano i Democratici
dem-mapGli elettori Democratici il primo marzo voteranno in Alabama (53 delegati, primarie), American Samoa(6 delegati, caucus), Arkansas (32 delegati, primarie),Colorado (66 delegati, caucus), Georgia (102 delegati, primarie), Massachusetts (91 delegati, primarie),Minnesota (77 delegati, caucus), Oklahoma (38 delegati, primarie), Tennessee (67 delegati, primarie),Texas (222 delegati, primarie), Vermont (16 delegati, primarie), Virginia (95 delegati, primarie). Sono gli stati colorati in blu: non badate ai numerini della mappa, quelli per ora non ci interessano. La mappa non mostra la Samoa americana perché si trova accanto alla vera Samoa, cioè a più o meno 12.000 chilometri da New York. Peraltro la Samoa americana non partecipa nemmeno alle elezioni presidenziali. Americani matti.

I delegati sono assegnati proporzionalmente ai candidati sulla base dei risultati del voto (non sono inclusi i super-delegati, quindi: i dirigenti del partito possono decidere liberamente con chi stare e cambiare idea quando vogliono). In tutto il Super-Tuesday assegnerà ai Democratici 865 delegati. Il fatto che vengano distribuiti proporzionalmente rende complicato accumulare un grandissimo vantaggio, ma allo stesso modo rende complicato anche rimontare uno svantaggio consistente.

Di che posti stiamo parlando? Ci sono innanzitutto sei stati del Sud – Alabama, Arkansas, Georgia, Oklahoma, Tennessee, Texas – che assegnano la maggioranza assoluta dei delegati in palio, ben 514. Sono stati che hanno una storia elettorale simile: dopo essere stati a lungo Democratici, da oltre cinquant’anni sono roccaforti dei Repubblicani. Inoltre sono stati etnicamente variegati: in Alabama c’è il 26 per cento di neri, in Arkansas il 16 per cento, in Georgia oltre il 30 per cento, in Tennessee il 17 per cento; in Texas quasi il 40 per cento degli abitanti ha origini latinoamericane. Fa eccezione l’Oklahoma, che è nettamente più bianco.

In tutto questo, il 4 marzo ricomincia House of Cards. Oh my.

Poi ci sono la Virginia e il Colorado, due stati che pesano molto alle presidenziali e che sono cambiati parecchio negli ultimi anni. La Virginia è uno dei più antichi stati americani ed è stato a lungo simile a tutti gli altri stati del sud, dal punto di vista industriale, demografico e politico: negli ultimi vent’anni però è stato oggetto di una grande urbanizzazione che lo ha reso politicamente più pluralista, moderato e in bilico tra Democratici e Repubblicani. Ospita le sedi del Dipartimento della Difesa e della CIA. Ci sono il 20 per cento di neri, il 9 per cento di abitanti di origini latinoamericane e il 6 per cento di origini asiatiche. E c’è un senatore Democratico, Mark Warner, che è anche governatore uscente ed è uno dei potenziali vicepresidenti di Hillary Clinton. Il Colorado è un altro esempio di come gli stravolgimenti demografici possano portare a stravolgimenti politici: è uno stato che ha votato Repubblicano per la grandissima parte del Novecento, poi ha votato per Barack Obama nel 2008 e nel 2012. Cosa è successo nel frattempo? Che gli abitanti di origini latinoamericane sono diventati quasi il 30 per cento e tra i giovani sono ormai quasi la maggioranza. A Denver, la capitale, ci sono invece moltissimi neri rispetto al resto dello stato.

Infine: Vermont e Massachusetts sono molto bianchi e molto di sinistra. Il Vermont è anche lo stato di casa di Sanders (mentre l’Arkansas è quasi lo stato di casa di Clinton, che è stata first lady per dieci anni quando suo marito Bill era governatore). Anche il Minnesota è molto bianco e di sinistra, ma è politicamente anomalo rispetto al resto degli Stati Uniti d’America: tradizionalmente c’è un’affluenza altissima – la più alta del paese – e una grande sensibilità dell’elettorato ai messaggi populisti (uno dei suoi senatori, Al Franken, è un ex comico del Saturday Night Live).

Dove votano i Repubblicani

rep-mapGli elettori Repubblicani il primo marzo voteranno inAlabama (47 delegati, primarie), Alaska (25 delegati, caucus), Arkansas (37 delegati, primarie), Colorado (37 delegati, caucus), Georgia (76 delegati, primarie),Massachusetts (39 delegati, primarie), Minnesota (38 delegati, caucus), Oklahoma (40 delegati, primarie),Tennessee (58 delegati, primarie), Texas (155 delegati, primarie), Vermont (16 delegati, primarie), Virginia (46 delegati, primarie), Wyoming (26 delegati, caucus). Sono gli stati colorati in rosso nella mappa (anche qui, non badate ai numerini). I delegati vengono assegnati con un criterio tendenzialmente proporzionale.

C’è un motivo per cui tra i Repubblicani il voto del primo marzo è soprannominato anche “SEC Primary”: SEC è l’acronimo che indica la Southeastern Conference dei tornei sportivi universitari, che racchiude molti degli stati che vanno a votare al Super-Tuesday. Si tratta di stati del sud con un profilo simile: Alabama, Arkansas, Georgia, Texas e Tennessee, che fanno effettivamente parte della SEC, assegneranno martedì 373 delegati su 640. E se demograficamente abbiamo spiegato poco fa la loro situazione, per i Repubblicani bisogna dire un paio di cose in più: sono stati in cui i Repubblicani sono tradizionalmente molto forti e radicati. La seconda è che sono stati dove tra i Repubblicani hanno un peso notevolissimo i gruppi religiosi più conservatori. Il Texas, poi, è lo stato di casa di Ted Cruz.

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Com’è fatta la scheda elettorale di chi vota a distanza alle primarie Repubblicane dell’Alabama. Grazie a Dan, iscritto alla newsletter, che me l’ha inviata.

Il resto degli stati in cui si vota è più variegato. Di Colorado, Massachusetts, Minnesota, Oklahoma, Vermont e Virginia abbiamo detto sopra. Rimangono l’Alaska, altro posto dove i Repubblicani sono fortissimi ma che politicamente non ha mai contato granché, e il Wyoming, che è allo stesso tempo il decimo stato americano più grande e in assoluto il meno popolato. Per due terzi è fatto di montagne. Alle presidenziali e al Congresso i Repubblicani stravincono quasi sempre, eppure dal 1975 al 2011 solo per quattro anni il governatore non è stato Democratico. Americani matti.

Che aria tira tra i Democratici
Aria di resa dei conti. I sondaggi dicono che Hillary Clinton ha un vantaggio molto largo in Georgia (+36 per cento), in Texas (+26 per cento), in Virginia (+19 per cento), in Colorado (+28 per cento), in Tennessee (+23 per cento), inAlabama (+28 per cento), in Arkansas (+28 per cento) e persino in Minnesota (+28 per cento). In Oklahoma avrebbe un vantaggio più ridotto (+9 per cento). Le cose per Bernie Sanders si mettono meglio in Massachusetts, dove è praticamente appaiato a Clinton, e naturalmente nel suo stato, in Vermont, dove è dato addirittura con un vantaggio di 75 punti percentuali.

Ci sono diverse ragioni per prendere questi sondaggi con cautela, soprattutto quelli che danno Hillary avanti in Colorado e Minnesota che a me sembrano esagerati: non si può escludere che le cose vadano diversamente. Si tratta di stati a cui gli istituti di statistica hanno dedicato molta meno attenzione rispetto a quelli che hanno votato fin qui: su alcuni di questi ci sono solo pochissimi sondaggi su cui basarsi. Inoltre stanotte ci sono le primarie dei Democratici in South Carolina, e ci si aspetta una larghissima vittoria di Clinton: se andrà così, bisognerà aspettarsi un qualche effetto trascinamento a favore di Clinton il primo marzo; se invece Sanders dovesse fare meglio del previsto, per esempio riducendo lo svantaggio a meno di dieci punti, allora potrebbe avvenire il contrario.

Storia del meraviglioso accento di Brooklyn di Bernie Sanders. Grazie a Davide, iscritto alla newsletter, che me l’ha segnalato.

Secondo la gran parte degli analisti, Hillary Clinton il primo marzo ha la possibilità di mettersi in tasca la nomination. Se davvero dovesse vincere negli stati in cui i sondaggi la danno avanti, accumulerebbe un vantaggio consistente nella conta dei delegati e dimostrerebbe che effettivamente la candidatura di Sanders non ha le gambe per competere negli stati americani più variegati e complessi. Quel vantaggio di delegati diventerebbe a quel punto pressoché impossibile da colmare per Sanders, lo dice la matematica: e questo gli farebbe perdere gran parte del vento in poppa che ha avuto fin qui. Cosa deve fare Sanders per evitare il patatrac? Secondo il giornalista e statistico Nate Silver deve vincere o perdere di poco in Vermont e Massachusetts, ovviamente, ma anche in Minnesota, Colorado, Oklahoma e Tennessee.

Che aria tira tra i Repubblicani
Aria di guerra termonucleare. Negli ultimi giorni ne sono successe di tutti i colori. Prima Donald Trump ha stravinto i caucus in Nevada. Poi c’è stato un dibattito televisivo e a sorpresa Marco Rubio ha attaccato Donald Trump con una continuità e un’efficacia che in questa campagna elettorale non si erano mai viste. Poi, mentre ancora parlavamo tutti di quanto era stato ganzo Rubio, Chris Christie ha dato ufficialmente il suo sostegno a Donald Trump. EH?! Lo so. Andiamo con ordine.

Tutti gli osservatori davano per scontato che al dibattito di giovedì notte Rubio avrebbe attaccato Cruz e non Trump: togliere di mezzo il terzo incomodo prima di puntare al bersaglio grosso. Dopo i caucus in Nevada, però, è diventato evidente che Trump si sta portando a casa la nomination e che rimane pochissimo tempo per fermarlo. Quindi Rubio al dibattito l’ha preso di mira, attaccandolo a ogni occasione. Ha funzionato, perché lo ha fatto alla Trump: invece di usare i toni indignati e contriti di chi dice solenne “bisogna fermare Trump”, sulla stampa e in tv, lo ha fatto col sorriso sulle labbra, irridendolo e ridicolizzandolo, dando persino l’impressione di divertirsi. Una sintesi del dibattito la trovate qui. Il giorno dopo Rubio ha proseguito prendendo in giro Trump per i refusi dei suoi tweet, il suo trucco, il suo nervosismo nelle pause pubblicitarie.

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Trump non l’ha presa bene.

Siccome ha un talento politico fuori dal comune, Trump ha capito che senza un colpo di scena i giornali e gli elettori avrebbero parlato del suo brutto dibattito fino al primo marzo, e quindi ha tirato fuori l’asso dalla manica: l’endorsement di Chris Christie, governatore del New Jersey, già candidato a queste primarie, considerato un moderato (al punto da essere mal sopportato dai Repubblicani duri e puri per come nel 2012 in piena campagna elettorale accolse calorosamente Obama dopo l’uragano Sandy).

Christie e Trump si conoscono personalmente da anni e da qualche giorno circolavano voci su un possibile endorsement, ma nessuno pensava davvero che potesse avvenire – Christie ha detto peste e corna di Trump fino a pochi giorni fa – e soprattutto non così presto. La domanda è: perché l’ha fatto? Le risposte possibili col senno di poi sono due, e sono intrecciate fra loro. La prima risposta è che Trump oggi è sicuramente il candidato con le maggiori possibilità di ottenere la nomination, e se questo dovesse accadere l’establishment del partito – che gli piaccia o no – dovrà schierarsi con lui: scommettendo sulla vittoria finale di Trump, Christie ha fatto prima degli altri quello che gli altri faranno comunque. Il vantaggio del farlo prima degli altri è la seconda ragione: se Trump dovesse davvero vincere le primarie, Christie – che nel 2017 concluderà il suo secondo mandato da governatore – sarebbe il candidato numero uno per fargli da vicepresidente o per avere un incarico importante nella sua eventuale amministrazione. Per esempio quello da attorney general, di fatto il ministro della Giustizia degli Stati Uniti.

Quanto sposta l’endorsement di Christie? In termini diretti, poco: Christie si è ritirato dalle primarie proprio perché non aveva un gran sostegno. In termini indiretti, però, sposta molto. Innanzitutto è un fortissimo segnale di solidità della candidatura Trump per gli elettori Repubblicani tradizionali e per l’establishment del partito: una volta che Christie ha rotto il ghiaccio, altri probabilmente seguiranno il suo esempio. Inoltre toglie ossigeno a Marco Rubio e Ted Cruz, che speravano che da qui al primo marzo si continuasse a discutere di quanto l’ultimo dibattito televisivo avesse dimostrato la vulnerabilità della candidatura di Trump. E sia Rubio che Cruz e Kasich sono vicini al momento decisivo delle loro campagne elettorali.

I sondaggi dicono che Trump ha un vantaggio molto largo in Virginia (+15 per cento), in Georgia (+15,7 per cento), in Massachusetts (+27 per cento), in Alabama (+18 per cento). Gli stati più in bilico sono il Minnesota (Trump +6 per cento), l’Oklahoma (Trump +7 per cento), il Texas (Cruz +7 per cento), l’Arkansas (Cruz +4 per cento), il Tennessee(Cruz +4 per cento). Su Colorado, AlaskaVermont e Wyoming ci sono solo sondaggi molto vecchi.

Per Cruz siamo al momento make or break. La sua campagna elettorale ha puntato tantissimo sui consensi degli elettori più religiosi e questi sono concentrati in gran parte negli stati del sud: se dovesse perdere in posti come la Georgia, l’Alabama, l’Arkansas e il Tennessee, la sua candidatura sarebbe politicamente morta: potrebbe tirare avanti ancora un po’, ma non avrebbe più una strada credibile per raggiungere la nomination. Se poi dovesse perdere in Texas, nel suo stato, sarebbe l’umiliazione finale. Se invece Cruz dovesse andare molto bene – in Arkansas per esempio possono votare solo gli elettori iscritti come Repubblicani, e questo dovrebbe sfavorire Trump – arriverebbe al 15 marzo con buone possibilità di imporsi come il vero anti-Trump. Adesso ci arriviamo, a cosa succede il 15 marzo.

Anche John Kasich, il più moderato tra i Repubblicani, ogni tanto si dimentica che siamo nel 2016. Il suo obiettivo il primo marzo è soltanto restare vivo, per giocarsi tutto il 15.

Per Rubio c’è qualche speranza in più. Il fatto che stia andando forte nelle città gli permette di sperare in buoni risultati nelle popolate aree metropolitane di Denver, Atlanta, Nashville, Little Rock, Birmingham e Boston: non sarebbe abbastanza per vincere in quegli stati, ma sarebbe abbastanza per ottenere un bel po’ di delegati nonostante la sconfitta. In Minnesota, poi, ha il sostegno dell’ex governatore Tim Pawlenty e di gran parte della classe dirigente Repubblicana locale. L’obiettivo fondamentale per lui è arrivare sopra il 20 per cento nel maggior numero di stati possibile, per avere accesso alla distribuzione dei delegati, e magari superare Cruz in qualche stato, meglio ancora se al sud. Christian Rocca sul sito di IL ha spiegato bene cosa deve fare Rubio per restare in partita.

L’unico che potrebbe ancora fermare Trump continua a essere Rubio, nonostante non abbia ancora vinto da nessuna parte. Le condizioni, spiega Cohn sul New York Times, sono tre: 1) Rubio deve superare il 20 per cento negli Stati del Super Tuesday (probabile); 2) Cruz si deve ritirare dopo il Super Tuesday (possibile); 3) Rubio deve vincere in Florida e in Ohio il 15 marzo (non impossibile).

Eccoci qui, quindi: perché è così importante il 15 marzo? Perché si voterà in un giorno solo in Florida, Illinois, Missouri, North Carolina e Ohio, ma soprattutto perché ovunque tranne che in North Carolina i delegati in palio saranno assegnati col sistema maggioritario. Chi prende un voto in più se li porta a casa tutti. Ci sono in palio 286 delegati: abbastanza da rimontare tutto il vantaggio accumulato da Trump. Solo vincendo in Florida e Ohio si prendono 165 delegati; oggi Trump ha un vantaggio di circa 60 delegati. La Florida è lo stato di casa di Marco Rubio, l’Ohio è lo stato di casa di John Kasich. Se decidessero di non azzopparsi a vicenda…

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–261 giorni alle elezioni statunitensi

–261 giorni alle elezioni statunitensi
–9 giorni al Super-Tuesday

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Ci sono tre notizie: Hillary Clinton ha vinto in Nevada, Donald Trump ha vinto in South Carolina, Jeb Bush si è ritirato.

1. Hillary Clinton ha vinto i caucus in Nevada con il 52 per cento dei voti, contro il 47 per cento di Bernie Sanders. Clinton ha fatto il minimo indispensabile: un mese fa un dato del genere sarebbe stato considerato una vittoria morale per Sanders, che era molto indietro nei sondaggi, ma dopo il New Hampshire le cose si erano rimescolate, Sanders era dato praticamente alla pari e Clinton era in grossa difficoltà, quindi si tratta comunque di un risultato positivo. Sabato prossimo ci sono le primarie dei Democratici in South Carolina, dove invece Clinton è ancora in larghissimo vantaggio: e Sanders sembra così sicuro di perdere da quelle parti che durante il discorso di stanotte ha dato più volte appuntamento ai suoi al Super-Tuesday del primo marzo, senza mai parlare del South Carolina. Il punto è: dopo aver perso stanotte e – come sembra accadrà – straperso in South Carolina, la candidatura di Sanders avrà abbastanza benzina per far bene negli altri stati in cui parte in svantaggio? Oggi è legittimo avere qualche dubbio in più di prima.

Il discorso di Bernie Sanders dopo la sconfitta in Nevada.

2. Quando lo scrutinio è arrivato al 93,7 per cento dei seggi, nelle primarie dei Repubblicani in South Carolina c’è Donald Trump in largo vantaggio con il 32,8 per cento dei voti, seguito da Marco Rubio con il 22,4 per cento e Ted Cruz con il 22,3 per cento. Jeb Bush è arrivato quarto con il 7,9 per cento; John Kasich è arrivato quinto con il 7,6 per cento; Ben Carson è arrivato ultimo con il 7,2 per cento.

La vittoria di Donald Trump dimostra per l’ennesima volta quanto il sostegno per la sua candidatura sia ormai un fenomeno politico serio e durevole. Dopo la newsletter di ieri alcuni di voi mi hanno chiesto perché non ho parlato delle critiche che gli ha fatto il Papa. Ho risposto, prima di conoscere i risultati di stanotte, che sono ininfluenti. Non solo perché in South Carolina i cattolici sono una minoranza, così come in generale in America, ma anche perché gli elettori Repubblicani hanno già diversi motivi per diffidare del Papa – su tutti il suo impegno per la difesa dell’ambiente – e proprio sull’immigrazione stanno mostrando di essere molto d’accordo con la linea dura di Trump. In generale, poi, gli americani non apprezzano quando qualcuno di un altro paese cerca di dire loro cosa dovrebbero o non dovrebbero votare; e Trump vive e prospera sul conflitto frontale con personaggi lontani da lui come il Papa.

Il fatto che Rubio sia arrivato così vicino a Cruz, che finisca secondo o terzo, conta moltissimo. Cruz ha puntato tanto sugli stati del sud e in molti di questi si voterà il primo marzo nel Super-Tuesday. Il South Carolina, molto conservatore e pieno di elettori evangelici, era perfetto per Cruz: e invece Cruz non ha sfondato e ha preso praticamente gli stessi voti di Rubio. Non è un bel segno per la sua candidatura.

3. Jeb Bush ha ottenuto un risultato deludente in un posto che per decenni è stato considerato una roccaforte della sua famiglia, dove tra l’altro aveva investito moltissimo, e quindi ha sospeso la sua campagna elettorale di fatto ritirandosi. Quest’ipotesi era diventata ormai così concreta che ne parlavamo nella newsletter di ieri. Sia Cruz che Kasich dopo il voto hanno elogiato smodatamente Bush, nel tentativo di accaparrarsi i suoi elettori, ma quei voti con ogni probabilità andranno a Rubio e nel momento in cui gli saranno più utili: a questo punto per lui il Super-Tuesday è l’occasione per cercare di superare Cruz e imporsi come il vero e unico candidato anti-Trump. Le candidature di Kasich e Carson sono ancora in piedi ma il risultato deludente di oggi li ridimensiona definitivamente, a meno di enormi sorprese. I candidati Repubblicani all’inizio di questa campagna elettorale erano quindici: tra dieci giorni potrebbero essere tre.

Il discorso con cui Jeb Bush ha ritirato la sua candidatura.

C’è una piccola morale in tutto questo. Forse vi ricordate di aver sentito un anno fa frasi del tipo “ma quindi vent’anni dopo ancora Clinton contro Bush?!”. Già allora quell’argomento si poteva giudicare come minimo affrettato. Oggi sappiamo che Clinton ha uno sfidante vero e che Bush è fuori dalla partita. Oppure, forse vi ricordate di aver sentito dire un sacco di volte che nella politica americana “vince chi ha più soldi”. Oggi abbiamo visto ritirarsi Jeb Bush – che ha raccolto e speso una valanga di quattrini in più dei suoi avversari – e vincere Donald Trump, che sta facendo campagna elettorale praticamente con due lire; mentre dall’altra parte Bernie Sanders – uno sconosciuto senatore socialista – ha generato un tale entusiasmo da mettere in difficoltà Hillary Clinton anche sul piano della raccolta fondi. La morale è che i luoghi comuni sulle elezioni americane, specie quelli che circolano in Italia, sono superficiali e a volte del tutto falsi. Le cose sono sempre più complicate di così.

Correzioni
Nella newsletter di ieri c’erano tre imprecisioni che mi avete segnalato: grazie. Primo: ovviamente la secessione del South Carolina non è avvenuta a fine Settecento ma nel 1860. Secondo: ho scritto che i delegati dei Repubblicani stanotte erano assegnati con metodo maggioritario (chi ha un voto in più degli altri li porta a casa tutti) ma in realtà le cose sono più frastagliate di così: è un sistema misto per cui 29 delegati su 50 si assegnano col maggioritario su base statale mentre gli altri 21 sono assegnati col maggioritario ma su base di collegio (tre per collegio). Terzo: Donald Trump a Las Vegas non possiede casinò ma solo la torre tamarra.

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–262 giorni alle elezioni statunitensi

–262 giorni alle elezioni statunitensi
oggi le primarie in South Carolina (R) e in Nevada (D)

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Le cose da dirci oggi sono un milione, perché è giornata di primarie e per giunta in due stati. Prima di cominciare devo però necessariamente ringraziarvi per la risposta straordinaria alla richiesta di sostegno della precedente newsletter.

Avevo scritto che da marzo tenere in piedi questa newsletter sarebbe costato a spanne 90 euro al mese, quindi 810 euro fino a novembre, e vi avevo chiesto una mano per raccogliere questa cifra da qui ad allora. Gli 810 euro sono arrivati in due ore, e poi ne sono arrivati degli altri e degli altri ancora. Persino dopo aver raccontato sul mio blog quanto fossi felice per l’esito di questa raccolta fondi, e quanto non fosse più necessario donare per coprire le spese della newsletter, avete continuato a farlo: accompagnando a ogni donazione messaggi di supporto e incoraggiamento. Il risultato è che riuscirò a coprire anche l’intero costo del viaggio per seguire le convention di quest’estate: i cinque voli, le quindici notti, i taxi, eccetera. Non posso disattivare il mio conto Paypal, ma la raccolta fondi evidentemente finisce oggi. Nei prossimi giorni farò un po’ di conti e la settimana prossima avrete un resoconto di quanto abbiamo raccolto. Non ho altre parole se non grazie, di cuore. Mi avete reso felice.

Altra comunicazione di servizio: il 29 febbraio alle 20 ci vediamo al Caffè Letterario a Roma per discutere della campagna elettorale americana insieme a Lorenzo Pregliasco e Giovanni Diamanti di YouTrend; il 2 marzo facciamo la stessa cosa da oTTo, a Milano. Saranno rispettivamente il giorno prima e il giorno dopo il Super-Tuesday, quindi avremo un sacco di cose di cui parlare. Ma ora occupiamoci di oggi.

Cos’è il Nevada
nevadaIl Nevada è uno stato dell’ovest, il settimo più grande degli Stati Uniti: è poco più piccolo dell’Italia ma ha solo 2,8 milioni di abitanti. Sono pochissimi – è uno stato quasi completamente desertico – ma sono in grande aumento: tra il 1990 e il 2000 la popolazione del Nevada è cresciuta del 66 per cento (quella americana in generale del 13). Confina con l’Oregon a nord-ovest, con l’Idaho a nord-est, con la California a ovest, con l’Arizona a sud-est e con lo Utah a est.

Oltre due terzi della popolazione vivono nella contea di Clark, che comprende le due città più grandi: Las Vegas (613.000 abitanti) ed Henderson (277.440). La capitale dello stato però è Carson City (55.000).

I suoi abitanti sono bianchi per il 54,1 per cento, di origini latinoamericane per il 26,5 per cento, neri per l’8,1 per cento, di origini asiatiche per il 7,2 per cento. Las Vegas è una cosiddetta “minority majority city”: un posto in cui le minoranze etniche costituiscono la maggioranza della popolazione (e, tra l’altro, un posto anche molto più complesso e frastagliato della semplice strip con i casinò che vediamo nei film: ci sono stato due anni fa e ho raccontato l’affascinante storia della sua downtown). Nel 2011 il 63,6 per cento dei bambini con meno di un anno in Nevada erano non-bianchi. Questo rende bene l’idea su come stia cambiando il Nevada in questi anni. Dal punto di vista religioso, ci sono un 35 per cento di protestanti, un 25 per cento di cattolici e il 28 per cento di non credenti.

Politicamente, il Nevada è diviso in due. Al nord storicamente ci sono i bianchi e i più ricchi: in grandissima parte Repubblicani, che per anni hanno governato lo stato. Alcune contee del nord del Nevada sono tra le più conservatrici di tutti gli Stati Uniti. Il sud però è molto più popolato e variegato, e negli ultimi anni è diventato sempre più influente. La popolosa contea di Clark – quella che comprende Las Vegas – è la più meridionale dello stato ed è molto Democratica. Alle presidenziali dal 1912 il Nevada vota il candidato che poi vince le elezioni, con l’eccezione del 1976 quando preferì Ford a Carter.

Come funzionano le primarie in Nevada
Sia i Democratici che i Repubblicani in Nevada non fanno primarie ma caucus, come in Iowa. Sono aperti solo a chi è registrato nelle liste elettorali come Democratico o Repubblicano, ma l’iscrizione si può fare anche direttamente al seggio. I Democratici assegnano 35 delegati, i Repubblicani 20, entrambi su base proporzionale.

Che aria tira tra i Democratici
Dal punto di vista generale, Bernie Sanders è in grande ascesa dopo la larga vittoria ottenuta in New Hampshire: negli ultimi giorni sono usciti dei sondaggi che lo danno in rimonta su Hillary Clinton sul piano nazionale e la sensazione è che in Nevada abbia recuperato lo svantaggio che aveva nelle scorse settimane. Il mese scorso il campaign manager di Hillary Clinton aveva detto che Sanders in Nevada era sotto di 25 punti; oggi Clinton e Sanders sono dati praticamente alla pari. Il problema è che il Nevada è considerato un “buco nero” dei sondaggi: ne sono stati realizzati soltanto due questa settimana, e i caucus – per via del loro processo articolato e laborioso – sono particolarmente difficili da prevedere. L’algoritmo del giornalista Nate Silver prevede che Hillary Clinton abbia il 72 per cento di probabilità di vittoria. Questa è la media dei pochi sondaggi realizzati.

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Il Nevada è un test molto importante per i Democratici. Il fatto che la popolazione sia molto più variegata dal punto di vista etnico rispetto a quella di Iowa e New Hampshire dovrebbe favorire Hillary Clinton, che è più apprezzata dai neri e dai latini che dai bianchi: se Clinton dovesse perdere, allora davvero Sanders dimostrerebbe di poter allargare la sua base elettorale e poter vincere la nomination.

Il problema per lei è che i partecipanti ai caucus storicamente sono comunque in maggioranza bianchi – furono il 70 per cento a quelli del 2008 – e che la vittoria di Sanders in New Hampshire ha ulteriormente galvanizzato i suoi sostenitori. Sanders nelle ultime settimane ha investito moltissimo in spot televisivi e risorse logistiche sul campo. Durante la campagna elettorale si è discusso molto di economia, naturalmente, su cui il messaggio radicale di Sanders in questo momento è molto più efficace di quello di Clinton, ma anche di integrazione e razzismo, su cui Clinton invece è più apprezzata e convincente: la riforma dell’immigrazione è un tema che sta molto a cuore agli elettori Democratici del Nevada. È circolato moltissimo questo video, che mostra Hillary Clinton confortare una ragazzina nata in America – quindi americana – da genitori immigrati irregolarmente, che rischiano la deportazione.

«Let me do the worrying»

Che aria tira tra i Repubblicani
Due cose, innanzitutto: la prima è che sul valore dei sondaggi vale la stessa cosa detta per i Democratici; la seconda è che i caucus dei Repubblicani in Nevada si terranno il 23 febbraio, mentre oggi loro votano in South Carolina. Il risultato in South Carolina influenzerà evidentemente quello del Nevada: qualcuno potrebbe addirittura ritirarsi tra una primaria e l’altra. Detto questo: Nate Silver dice che Donald Trump ha il 66 per cento di probabilità di vittoria, contro il 23 per cento di Marco Rubio e l’11 per cento di Ted Cruz. A febbraio sono stati realizzati solo due sondaggi in Nevada tra i Repubblicani, quindi niente grafico: entrambi vedono Trump in testa, seguito da Rubio e Cruz. Tra i pochi dati e il fatto che si voti prima in South Carolina, fare pronostici è impossibile: può succedere più o meno qualsiasi cosa.

Trump in Nevada è molto famoso e apprezzato – possiede diversi casinò a Las Vegas e questa abbacinante torre doratache fotografai sbalordito due anni fa – ma la crescita demografica dei latinoamericani potrebbe avere qualche impatto anche tra i Repubblicani e in teoria dovrebbe favorire più Marco Rubio di Ted Cruz, che sull’immigrazione ha una posizione ultra-radicale. Più in generale, tra i Repubblicani sta crescendo la consapevolezza – basata non solo sulla teoria ma ormai anche su dati e voti – che Trump sia davvero il candidato da battere e che nessuno potrà impensierirlo finché i suoi sfidanti disperderanno le forze. I caucus in Nevada e in South Carolina serviranno quindi soprattutto per fare qualche passo avanti nel trovare l’anti-Trump: escludendo Jeb Bush e Ben Carson, che a meno di miracoli sono fuori dai giochi, la scelta si restringe a Ted Cruz (che però è una specie di super-Trump), Marco Rubio e John Kasich.

Spot di Donald Trump rivolto al Nevada. E di cosa parla? Della torre tamarra.

Cos’è il South Carolina
south-carolinaIl South Carolina è uno stato americano del sud-est: confina a nord con il North Carolina, a sud e a ovest con la Georgia, a est ha l’Oceano Atlantico. È piccolino – ha più o meno la superficie dell’Austria – e ha quasi cinque milioni di abitanti. È uno stato che ha la questione razziale nel suo DNA: all’inizio del Settecento la maggioranza della sua popolazione era composta da schiavi nati in Africa, alla fine del Settecento fu il primo stato a secedere dall’Unione per difendere la schiavitù.

La sua capitale è Columbia, che è anche la città più popolosa (133.000 abitanti) seguita da Charleston (130.000). Oggi la sua economia è basata principalmente sui servizi ma in passato ha avuto un fortissimo settore agricolo, soprattutto nella coltivazione di riso e tabacco.

La sua popolazione è composta per il 63 per cento da bianchi, per il 28 per cento da neri e per il 5 per cento da persone di origini latinoamericane. Dal punto di vista religioso i cristiani evangelici sono la stragrande maggioranza: dieci volte più dei cattolici.

Politicamente, dagli anni Sessanta il South Carolina è uno stato molto Repubblicano: nel 1964 fu uno dei soli sei stati a votare il candidato Repubblicano radicale Barry Goldwater, nel 2012 Romney vinse su Obama con 11 punti percentuali di distacco. Ha due importanti senatori, entrambi Repubblicani: il moderato Lindsey Graham, che è stato candidato a queste primarie ma si è ritirato prestissimo e oggi sostiene Jeb Bush, e il radicale Tim Scott, il primo politico nero eletto dal sud al Senato dal 1881, che oggi sostiene Marco Rubio. Ha una governatrice Repubblicana molto popolare, Nikki Haley, figlia di immigrati indiani: ne abbiamo parlato qualche tempo fa nella newsletter perché fece un apprezzato discorso di risposta allo stato dell’unione di Barack Obama. Anche lei sostiene Rubio: un gran colpo.

Tra i suoi deputati, ce ne sono due degni di nota. Il primo è Trey Gowdy, bianco, molto estremista, capo della commissione d’inchiesta della Camera sugli attentati di Bengasi: anche lui sta con Rubio. Il secondo è Mark Sanford, ex governatore dalla storia notevole: nel 2009, quando era governatore, a un certo punto sparì dalla circolazione. Appuntamenti ufficiali disdetti, cellulari spenti, nessuna risposta agli SMS: sua moglie non sapeva dove fosse e nemmeno gli agenti di polizia che si occupavano della sua sicurezza. Il suo staff cercò di coprirlo per un po’, mentre circolavano le ipotesi più bizzarre e anche una certa preoccupazione, finché uno dei suoi collaboratori disperato dichiarò ufficialmente che Sanford era andato a fare trekking sugli Appalachi, la catena montuosa che attraversa gran parte degli Stati Uniti orientali. Sei giorni dopo venne fuori che Sanford si trovava a Buenos Aires, in Argentina, dalla sua amante. Da quel momento “fare trekking sugli Appalachi” o “andare sugli Appalachi” è diventata una frase ricorrente nella cultura americana, sinonimo di “accampare scuse surreali per coprire infedeltà coniugali”. Oggi Sanford sostiene Ted Cruz.

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Gli influentissimi sostenitori di Rubio in South Carolina. Da sinistra: Trey Gowdy, Tim Scott e Nikki Haley. «Sembriamo una pubblicità di Benetton», ha detto Haley.

Come funzionano le primarie in South Carolina
Sono primarie tradizionali e sono aperte: ognuno può votare alle primarie che vuole, senza registrarsi nelle liste di quel partito (ma non può votare a entrambe). I Democratici assegnano 53 delegati con metodo proporzionale, i Repubblicani ne assegnano 50 col maggioritario: chi ottiene un voto in più degli altri se li porta a casa tutti.

Che aria tira tra i Repubblicani
La vittoria di Donald Trump sembra probabile – Nate Silver dice che ha il 77 per cento di possibilità di vincere – ma la situazione dietro di lui è incerta e interessantissima. Questa è la media dei sondaggi negli ultimi 30 giorni.

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Trump è ancora in largo vantaggio, ma è un vantaggio che si è logorato negli ultimi giorni: e durante un dibattito televisivo della settimana scorsa è stato attaccato dai suoi avversari come mai era successo negli scorsi mesi. Dietro di lui, Marco Rubio sembra aver quasi raggiunto Ted Cruz e se dovesse arrivare secondo otterrebbe un grandissimo risultato: anche perché la strategia di Cruz è basata soprattutto sul vincere negli stati del Sud, dove il gran numero di elettori evangelici dovrebbe dargli lo stesso compatto sostegno che gli ha permesso di vincere in Iowa. Ma il South Carolina sarà uno spartiacque soprattutto per Jeb Bush.

Sia George H. W. Bush che George W. Bush vinsero le primarie in South Carolina quando si candidarono alla Casa Bianca: i Bush da queste parti sono popolarissimi da decenni e non è un caso se in questi giorni George W. Bush si sia impegnato personalmente a fare campagna elettorale per suo fratello. Se nonostante questo, nonostante i solidi rapporti con l’elettorato e con la classe dirigente dello stato, Bush dovesse andare male – diciamo arrivare fuori dal podio – la sua campagna elettorale sarebbe di fatto finita. Probabilmente si ritirerebbe. Anche perché nel dibattito tv di cui sopra Trump ha attaccato frontalmente proprio la famiglia Bush: ha accusato George W. Bush di non aver saputo tenere il paese al sicuro e ha detto che ha mentito sulle armi di distruzione di massa in Iraq. Un tempo dichiarazioni del genere in South Carolina avrebbero significato una sicura sconfitta tra i Repubblicani; oggi le cose sembrano essere cambiate.

Un altro commovente abbraccio di questa campagna elettorale: stavolta di John Kasich, che al contrario di certi suoi avversari sembra proprio un buon esemplare di essere umano. Il suo obiettivo in South Carolina è arrivare sopra Jeb Bush. 

Che aria tira tra i Democratici
Occhio, qui: i Repubblicani in South Carolina votano oggi ma i Democratici votano il 27, tra una settimana, quindi molte cose possono ancora cambiare e l’esito dei caucus in Nevada avrà un qualche impatto. La forte presenza di neri tra gli elettori del South Carolina – e soprattutto tra i Democratici – ha dato fin qui un grande vantaggio a Hillary Clinton. Nate Silver dice che Hillary Clinton ha oltre il 99 per cento di probabilità di vincere in South Carolina. La media dei sondaggi degli ultimi trenta giorni sembra confermarlo.

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Durante la campagna elettorale dei Democratici in South Carolina si è discusso moltissimo della condizione dei neri: delle discriminazioni, dell’atteggiamento della polizia nei loro confronti, del loro accesso a un’istruzione di qualità e a costi contenuti. Anche qui c’è uno scontro tra filosofie politiche: Bernie Sanders ha una proposta radicale ma difficilmente realizzabile (università gratuite per tutti) mentre Hillary Clinton ne ha di più moderate ma raggiungibili: università pubbliche molto economiche o gratuite, sussidi e prestiti a tassi agevolati per chi frequenta università private. Ma c’è un tema più generale di capacità di rappresentanza delle istanze dei neri: Clinton ha alle spalle decenni di lavoro per i diritti delle minoranze ed è stata per due mandati la first lady dell’Arkansas, un altro stato del sud; The Nation, una rivista molto di sinistra che sostiene ufficialmente Sanders, ha raccontato in fila una serie di episodi che mostrano quanto Sanders faccia ancora fatica a rivolgersi con efficacia a quel segmento di elettorato.

Uno spot per Hillary Clinton con voce narrante di Morgan Freeman. Quando dice «…and there are far too many of you» io sobbalzo.

Hillary Clinton in South Carolina deve vincere e con un largo vantaggio. Se darà a Sanders venti punti di distacco, potrà usare con più forza il suo argomento per cui una volta che le primarie si sarebbero spostate negli stati più rappresentativi dell’America, lei sarebbe emersa come la candidata più forte e preparata. Se dovesse vincere con un vantaggio più ridotto, diciamo intorno ai dieci punti, Sanders dimostrerebbe di essere competitivo e poter rimettere in discussione quasi tutto. Tenete conto che al Super-Tuesday si vota in molti stati del sud, tutti in una volta: il South Carolina è praticamente una prova generale.

Quest’elezione è diventata improvvisamente ancora più complicata e importante
Sabato scorso è morto Antonin Scalia, influentissimo giudice conservatore della Corte Suprema. La sua morte mette in moto la procedura di sostituzione affidata al presidente Barack Obama, che può cambiare gli equilibri politici all’interno della Corte: con la morte di Scalia sono rimasti quattro giudici progressisti e quattro conservatori. Il problema è che il giudice scelto da Obama deve essere confermato dal Senato, dove i Repubblicani hanno la maggioranza e hanno già fatto sapere di non voler nemmeno sentire il nome: vogliono che se ne occupi il prossimo presidente. Obama dovrebbe fare il suo nome tra un mese. Se i Repubblicani faranno davvero ostruzionismo, la battaglia campale che ne nascerebbe avrebbe conseguenze sulla campagna elettorale: soprattutto se Obama dovesse scegliere una donna, o un figlio di immigrati, o comunque un candidato in grado di galvanizzare la base dei Democratici. Se poi l’ostruzionismo dei Repubblicani dovesse funzionare, il prossimo presidente avrà il potere immediato di decidere da che parte andrà la Corte Suprema.

Quando ci risentiamo
Ci sentiamo domattina con un’edizione speciale della newsletter con i risultati in Nevada e South Carolina. Sempre domattina, se siete di quelli che si alzano presto, parlerò per qualche minuto dei risultati elettorali a Radio2 durante il programma Ovunque6, intorno alle 7. Le notizie sulle primarie Repubblicane del 23 febbraio in Nevada le troverete di mattina sul Post. Sabato prossimo, 27 febbraio, la guida al Super-Tuesday.

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Storia di una newsletter

A staff fixes the presidential seal befo

Quando lo scorso giugno ho deciso di aprire una newsletter, e usarla per fare una volta la settimana un punto della situazione sulla campagna elettorale in vista delle presidenziali negli Stati Uniti, l’ho fatto per me. Preso dalle mille cose da fare al Post, da qualche tempo mi ero reso conto di aver perso il filo di una cosa che mi interessa da molti anni – la politica americana – e di aver trascurato letture, approfondimenti e cose nuove da imparare. Ho pensato allora di prendermi un impegno pubblico, per costringermi a ricominciare a occuparmene più seriamente. Per ragioni simili ho deciso di scrivere questi aggiornamenti su una newsletter, e non per esempio qui sul blog: avevo voglia di fare qualcosa di diverso e imparare una cosa nuova. Non avevo idea di quanto, al di là delle mie motivazioni personali, questa si sarebbe rivelata una buona idea.

Prendermi questo impegno, dal punto di vista personale, ha funzionato: ho ricominciato a leggere e studiare un sacco di cose sulla politica americana e sto seguendo questa campagna con un’attenzione e una profondità molto superiore alle ultime due, che pure mi avevano molto coinvolto. Ma soprattutto ho trovato un modo nuovo e stimolante per fare quello che faccio.

Forse avete letto in giro qualcosa sulla rinascita e il nuovo successo delle newsletter. Dal mio piccolissimo punto di vista, posso confermarne le ragioni. Con le newsletter la lettura dei testi avviene in un posto silenzioso, rispetto al rumore delle pagine web e dei social network, senza banner e popup e commenti e urla, e forse persino intimo: la propria casella email. Allo stesso modo, però, ci si sente parte di “qualcosa”, di una comunità: molto più di quanto accada in un non-luogo come Facebook. Le persone che vogliono rispondere e commentare, inoltre, possono farlo senza esporsi necessariamente ai giudizi e alle opinioni dell’universo-mondo: possono dire una cosa a me.

Per ogni newsletter che mando, ricevo ogni settimana decine di risposte: dopo l’ultima, più di novanta. Dentro ci trovo soprattutto domande, ma anche segnalazioni, consigli, racconti, opinioni, critiche. Rispondo a tutti, sempre. Col passare dei mesi la newsletter è diventata quindi una specie di lavoro: mi richiede più o meno un’ora al giorno tra lettura dei giornali e risposta alle email – a volte di più, nelle settimane di notizie più intense – e poi tre o quattro ore il sabato mattina per mettere tutto insieme, recuperare quello che va recuperato e scrivere. La mando ogni sabato, a volte facendo anche delle acrobazie pur di non saltarne mai uno: l’ho mandata anche sabato 15 agosto, sabato 26 dicembre e sabato 2 gennaio. Non metto in conto alla newsletter solo le notti insonni per seguire discorsi e dibattiti, perché quelle le farei comunque con piacere per il Post. Il risultato è che il numero degli iscritti è salito costantemente, con mia grande felicità e incredulità.

Cito da uno dei molti articoli sulla rinascita delle newsletter:

Ottenere anche solo 1.000 iscritti a una newsletter è molto più complicato di ottenere 1.000 followers su Twitter. «Moltissimi autori influenti hanno poche centinaia di iscritti, al massimo qualche migliaio», ha detto Kate Kiefer Lee, editor di MailChimp, la società che possiede TinyLetter. La newsletter media su TinyLetter ha 265 iscritti. Questi numeri apparentemente modesti possono generare però moltissimo traffico verso il contenuto delle newsletter. Quello che gli manca sul fronte dei numeri, lo compensano con la lealtà degli iscritti. La newsletter “5 Intriguing Things” di Alexis Madrigal ha 8.800 iscritti, per esempio: una piccola parte del pubblico che potrebbe raggiungere su Twitter. Il tasso di apertura delle sue newsletter però si aggira intorno al 60 per cento. «Posso raggiungere 5.280 persone ogni giorno, più o meno. Per farlo con Facebook ti serve una pagina con 88.000 “mi piace”».

Per mandare la newsletter uso un popolare servizio che si chiama Tinyletter. Dato che è gratuito, ha qualche limite: per esempio ogni newsletter non può avere più di 5.000 iscritti. Noi siamo più di 5.000 ormai da qualche tempo. Ogni settimana, poi, le mie newsletter sono aperte dal 70-80 per cento degli iscritti: non sono un esperto, ma ho chiesto e letto in giro e ho capito che c’era da essere molto contenti. Specialmente visto che si parla di politica americana, un argomento relativamente esotico, e abbiamo cominciato ben un anno e mezzo prima delle elezioni.

Fermi tutti, lo so: se c’è un limite di 5.000 iscritti, com’è che ne ho di più? Quando ci stavamo avvicinando ai 5.000 iscritti, preso un po’ dal panico, ho scritto un’email a quelli di Tinyletter e loro sono stati così gentili da fare un’eccezione e alzare un po’ il limite degli iscritti (ho letto in giro e ho scoperto che lo fanno di tanto in tanto). Il problema è che di questo passo raggiungeremo presto il nuovo limite, anche perché con l’inizio delle primarie le nuove iscrizioni settimanali sono ulteriormente aumentate. Quindi ci tocca passare a un altro servizio.

Ce ne sono tanti: alcuni gratuiti, ma con limiti di affidabilità e di “capienza” che prima o poi si farebbero sentire, oppure complicate configurazioni tecniche che non ho il tempo e la voglia di studiare e affrontare. La maggior parte sono a pagamento. Ho deciso di passare a MailChimp, per due ragioni. Primo: è la società proprietaria di Tinyletter, quindi la transizione da un servizio all’altro dovrebbe essere semplice e indolore per tutti. Secondo: è considerata uno dei migliori – se non il migliore – servizio di newsletter in circolazione. Il punto è che costa. Quanto costa? Dipende dal numero degli iscritti. Per quelli che siamo adesso, circa 70 euro al mese. Se gli iscritti dovessero crescere ancora, come probabilmente accadrà, si può arrivare a 135 euro al mese (la cifra sale ancora se si superano i 25.000 iscritti, ma non credo ci arriveremo da qui a novembre).

La newsletter è gratuita dall’inizio e ho a cuore che rimanga gratuita fino alle elezioni di novembre. Rimane però che molto presto per produrla – oltre alle mie ore di lavoro – serviranno dei soldi da pagare ogni mese per nove mesi: facendo una stima conservativa, cioè supponendo di pagare da qui a novembre in media 90 euro al mese, si arriva a 810 euro. Quindi ho pensato di raccontare la cosa agli iscritti e dire loro: io mi sto divertendo molto, vorrei continuare e quindi i soldi ce li metterò in ogni caso di tasca mia fino a novembre 2016, ma se volete potete darmi una mano facendo un versamento con Paypal. Qualsiasi cifra va bene: io ci metto la differenza. Obiettivo dichiarato: raccogliere 810 euro in nove mesi. Se poi i soldi degli iscritti avessero superato quella quota, ho scritto, avrei usato la parte eccedente a parziale copertura dei costi necessari per andare quest’estate alle convention dei Democratici e dei Repubblicani negli Stati Uniti (anche questa è una spesa che farei comunque).

È andata che quegli 810 euro – quelli necessari per arrivare tranquilli a novembre – sono arrivati in due ore, sabato pomeriggio. E poi ne sono arrivati altri, e poi degli altri ancora, mentre io facevo i salti di gioia e mandavo messaggi increduli agli amici che chiedevano notizie. Oggi siamo a oltre 3.500 euro: riuscirò a coprire i costi della newsletter e almeno metà delle spese per andare alle convention quest’estate. Sospenderò la raccolta fondi già con la newsletter di sabato: se qualcuno vuole dare ancora qualche spicciolo, rimangono un paio di giorni.

Ora, questa è una storia molto piccola e molto peculiare, ed evidentemente sono stato fortunato abbastanza da incontrare e convincere in questi mesi un certo numero di persone calorose e speciali, il cui senso di comunità, collaborazione e complicità mi ha commosso. Ma è anche una storia simile a molte altre, in un’epoca di crowd-funding utilizzati per finanziare qualsiasi cosa e contemporanea crisi dei modelli di business giornalistici, quindi forse se ne può trarre anche qualche indicazione in più: le persone disposte a pagare per le news esistono anche in Italia. Naturalmente a certe condizioni, in certi contesti, eccetera: però esistono.