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Una sola cosa oggi minaccia l’esistenza della presidenza Trump (5/50)

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L’intera esperienza politica di Donald Trump, dalla sua candidatura a queste prime settimane alla Casa Bianca, è stata caratterizzata dal caos: ed è un caos in cui Trump ha prosperato e ottenuto vittorie che sembravano impossibili. Il suo principale stratega politico, Steve Bannon, vede il caos sia come un mezzo che come un fine, ma non come un problema; Trump ha più volte generato caos allo scopo di difendersi da qualcosa, aumentando la confusione su tutto il resto. Vale la pena scrivere questa cosa su un post-it, tenerlo appeso davanti alla scrivania e leggerlo ogni volta che succede un guaio alla Casa Bianca, ogni volta che ci sembra che Trump l’abbia detta troppo grossa, ogni volta che qualcuno mente o si contraddice o si dimette: il caos non fa necessariamente male a Donald Trump.

Tutto questo vale anche perché il caos che circonda Donald Trump rimescola e confonde continuamente differenze e priorità in chi sta fuori, in chi lo osserva: primi fra tutti i giornalisti e i suoi avversari. È stata un’altra settimana caotica alla Casa Bianca, come vedremo tra poco: ne sono successe di tutti i colori. Ma è il caso di non perdere razionalità e senso del discernimento: nel caos di questa settimana alla Casa Bianca, nelle moltissime cose che sono successe, solo una è davvero una minaccia esistenziale per la presidenza Trump. Il caso Flynn.

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Il fratello gemello di Bersani

Pensateci, sarebbe un gran colpo di scena: di quelli che in una volta sola sciolgono la trama di quel film di cui non state capendo niente.

Ci ho pensato quando ho letto l’accorato appello inviato da Pier Luigi Bersani all’Huffington Post, con cui pur di invitare il PD a non celebrare il congresso con qualche mese di anticipo, l’ex segretario del PD dice che “abbiamo una maggioranza e un governo che possono e devono operare fino al 2018″ e che facendo il congresso “viene messa una spada di Damocle sul nostro stesso governo”. Possiamo discutere se sia vero o no, se fare il congresso del PD con tre mesi di anticipo effettivamente metta una spada di Damocle su Gentiloni e soprattutto se sia il caso che il PD si impegni oggi a sostenere il governo Gentiloni fino alla fine della legislatura, come chiede Bersani e come hanno chiesto i bersaniani durante l’ultima direzione nazionale del PD con un documento ancora più perentorio. Magari ha ragione Bersani. Ma la persona che oggi pensa questo è la stessa persona – e la stessa corrente, per inciso – che appena due mesi fa parlava così dello stesso governo Gentiloni?

La stabilità non è continuità. La stabilità è cambiamento. E quindi il tratto che non si vede nella composizione del governo spero che si veda nelle politiche. Dopodiché sui singoli provvedimenti, per quel che mi riguarda, devono convincermi eh? Devono convincermi.

Quanto può durare questo governo?
Questo governo deve, secondo me, garantirsi che il Parlamento abbia fatto le leggi elettorali, risolvere il problema delle banche, vedere cosa ci dice l’Unione Europea sui bilanci e, in questo stesso tempo, saranno mesi, deve correggere delle politiche.

Due mesi fa – non due anni fa, due mesi fa – il governo Gentiloni secondo Bersani doveva durare mesi, altro che completare la legislatura; e comunque il voto di Bersani non era scontato, andava conquistato da Gentiloni punto per punto, provvedimento per provvedimento, altrimenti ciao governo Gentiloni. Oggi invece, dice Bersani, non solo il sostegno al governo Gentiloni va garantito in anticipo fino al 2018, ma addirittura il PD non può nemmeno fare il congresso perché questo forse potrebbe rendere più fragile il governo. Qualsiasi interesse prioritario nazionale esista oggi per giustificare la posizione di Bersani – le banche, la scuola, le cavallette – c’era anche due mesi fa. È cambiato qualcosa? O parlava il fratello gemello?

È il caso di impiegare del tempo a discutere queste posizioni politiche, oppure è meglio evitare perché tanto tra due mesi saranno cambiate di nuovo? È diventato frustrante seguire le vicende della minoranza del Partito Democratico, perché si ha spesso l’impressione che discutere del merito sia inutile, tanto il merito cambia da una settimana all’altra in base a cosa torna più utile per dare un po’ fastidio all’usurpatore: ed è un peccato, perché questo atteggiamento personalistico e infantile evidentemente rafforza proprio Renzi.

Due mesi fa la minoranza del PD chiedeva il congresso, e Renzi tentennava; ora Renzi dice facciamo ‘sto congresso, e la minoranza non lo vuole più. All’epoca il governo Gentiloni era considerato la soluzione più comoda per Renzi dopo le dimissioni, quindi bisognava fare la faccia cattiva, dirsi delusi e minacciare di farlo cadere; oggi sembra che Renzi voglia votare presto, e quindi è diventato prioritario far sì che Gentiloni rimanga a Palazzo Chigi il più possibile. D’altra parte a Speranza la riforma costituzionale piaceva, prima che decidesse di votare No al referendum; ed Emiliano soltanto a fine gennaio diceva che «se Renzi non convoca il congresso si può perfino arrivare alle carte bollate, quindi prima cominciamo meglio è», addirittura lanciò una campagna online, mentre oggi invece dice che fare il congresso è proprio male.

Liberi tutti di sostenere qualsiasi cosa, per carità: che non si lamentino però se nessuno li prende sul serio, e se più di qualcuno comincia a convincersi che questo spettacolino non abbia niente a che fare con la politica.

Chi comanda alla Casa Bianca (4/50)

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Sono passate tre settimane da quando è ripartito “Da Costa a Costa” e devo dirvi grazie: la prima puntata del podcast è stata la più scaricata e ascoltata di sempre, le due newsletter sono state tra le più lette fin qui. Soprattutto devo dirvi grazie per come avete risposto alla mia richiesta di sostegno economico per questo lavoro, che faccio nel tempo libero e diffondo gratuitamente: anche grazie alle vostre donazioni, per esempio, ora è sicuro che andrò a visitare il Michigan dal 3 al 12 marzo, per raccontarvi il posto che probabilmente più di tutti gli altri ha deciso l’esito delle elezioni presidenziali del 2016. Vorrei fare degli altri viaggi nel corso del 2017, sempre allo scopo di raccontarvi dei luoghi in qualche modo significativi per capire l’America di Trump, e ogni donazione in più li rende più facili da realizzare: se volete dare una mano, trovate qui le istruzioni.

Nel podcast che potete ascoltare qui sotto parliamo anche del Michigan, e iniziamo a cercare di capire perché le persone che ci vivono hanno votato in maggioranza per Trump, dopo aver votato in maggioranza per Obama sia nel 2008 che nel 2012. Ma soprattutto parliamo di chi comanda alla Casa Bianca e nel governo Trump. Siamo abituati a pensare che la persona più potente degli Stati Uniti, dopo il presidente, sia il vicepresidente, ma non è così. Le prime tre settimane di amministrazione Trump ci hanno fatto capire chi sono le persone più potenti e influenti alla Casa Bianca, e come il loro rapporto può plasmare le politiche di Donald Trump. Inoltre, questa settimana sono state ratificate le nomine di due controversi e importanti membri del governo Trump; i Democratici hanno trovato – grazie ai Repubblicani – la vera leader politica dell’opposizione a Trump; un tribunale federale ha confermato la sospensione del contestato “muslim ban”, l’ordine esecutivo della Casa Bianca sull’immigrazione, che ora andrà probabilmente alla Corte Suprema.

Si ascolta cliccando Play qui sotto, su Spreaker; se avete un iPhone, cercatelo nell’app “Podcast”. Se volete, dopo averlo ascoltato, lasciate una recensione su iTunes.

Ascolta Da Costa a Costa” su Spreaker.

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Provateci voi, a fare Chiara Ferragni

Non mi occupo di moda, quindi potrei passare oltre: ma ci faccio caso ogni volta, perché mi incuriosiscono i fenomeni come questo. Ogni volta che viene pubblicata una notizia che riguarda Chiara Ferragni, o il suo nome viene fuori nel corso di una conversazione, parte una simile litania di commenti: dai vari “chi se ne frega” (quelli a cui una cosa non interessa pensano che agli altri debba interessare che a loro non interessa, ci avete fatto caso? detto da uno che adora il calcio, in che modo Chiara Ferragni è meno rilevante di Juve-Crotone?) agli “ecco un’altra diventata ricca senza saper fare niente”, con le varianti del caso, fino a cose peggiori.

E vi ricordate di quella volta che un esercito di sapientoni le disse di tutto per quella foto con il libro al contrario, prima che venisse fuori che il libro non era al contrario, e ai sapientoni il commento sarcastico era scappato così tanto che non avevano nemmeno fatto una ricerca su Google? Ora, there will be haters, certo: internet è piena di molte cose, ci piace prendere innocuamente in giro la gente famosa e a certi altri – parecchi – piace anche passare il tempo a insultare questo e quello, che innocuo non è. Meglio se si parla di persone famose e di successo. Le donne in particolare, poi, devono sopportare scetticismi, molestie e angherie di gran lunga superiori a quelli degli uomini. Niente che non sappiamo. Però nei casi come quello di Ferragni questo accanimento raggiunge vette notevoli: e ora se ne riparla perché di nuovo una delle migliori università del pianeta ha pensato di invitare Chiara Ferragni a spiegare ai suoi studenti come si fa il suo mestiere. Cosa ne capiranno mai questi di Harvard.

Ora, per chi non ne avesse mai sentito parlare: Chiara Ferragni ha 29 anni ed è la più famosa fashion blogger del mondo. In soldoni ha un’azienda che si occupa di moda. Fino a dieci anni fa non la conosceva nessuno; quella che oggi è un’azienda, era banalmente un suo blog. Oggi il suo blog e la sua azienda fatturano milioni di dollari ogni anno, hanno decine di dipendenti e sono in utile. Gli argomenti più diffusi sui social network, anche volendo scremare gli insulti? “Ma in realtà fa tutto il suo ex fidanzato” (ti pareva che una donna potesse avere successo da sola), “Ma viene da una famiglia benestante” (cosa che è notoriamente garanzia di lavoro duro e successo planetario), “Non fa un vero lavoro” (dice uno stuolo di aspiranti copy che prenderà forse in vent’anni gli aerei che Ferragni prende in sei mesi), “Non ha fatto sacrifici” (ma che ne sapete?), “La moda è una cazzata” (una stupidaggine, con l’aggravante che la dice un italiano e non un paraguaiano).

E quindi mi è venuta in mente una cosa che mi aveva detto Roberto Saviano, la volta che avevo passato una giornata con lui a Monaco.

«In un paese come l’Italia niente sembra possibile. Si spera che tutti siano arrestati, che tutti cadano in scandali, dal flop dell’industriale al sindaco passando per l’attore, per potersi dire: non sono io incapace, è che chiunque ha un posto di valore è una schifezza, io non sono una schifezza quindi non lavorerò mai. Io sono nato in una terra dove agire, cercare di emergere, è visto con diffidenza. Dove fare è sospetto mentre non fare è sinonimo di onestà. La fama ti mette addosso un mirino. Perché tutti vogliono vedere cadere tutti. Per sentirsi migliori».

Blog Lovin' Awards

La prima vera crisi della presidenza Trump (3/50)

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Bisogna immaginare se stessi respinti alla dogana del paese in cui si vive da dieci, venti, trent’anni, in cui c’è tutta la vostra vita, le persone che amate, il vostro lavoro, la vostra casa; essere trattenuti dalla polizia senza aver fatto niente e senza scadenza; sentirsi offrire come unica possibilità immediata quella di andarsene in un’altra nazione. Bisogna farlo sforzandosi di pensare ai dettagli, all’aeroporto dal quale siete partiti decine di volte ma del quale non avevate mai visto quelle stanze; ai parenti che aspettano agli arrivi e si preparano ad accamparsi per trascorrere non si sa quante ore o giorni; alla ricerca di chiarimenti e spiegazioni che non porta a niente, nemmeno tra la polizia di frontiera. E bisogna moltiplicarlo per migliaia di persone.

È impossibile che non ne abbiate letto in questi giorni: le decisioni prese sabato scorso da Donald Trump sull’immigrazione hanno fatto deragliare le vite di moltissime persone e hanno generato grandi proteste, polemiche e ricorsi. Sono state annunciate, poi corrette, poi ridimensionate da un giudice, poi corrette ancora, infine temporaneamente sospese; e sono state la prima vera crisi della presidenza Trump, il primo problema da affrontare e risolvere. Ora: qualsiasi nuova amministrazione, o nuovo governo, attraversa un periodo di studio e apprendimento non appena si insedia. Tutti ambiscono e promettono di essere pronti dal primo giorno – “to hit the ground running”, dicono gli americani – ma non accade quasi mai. E quindi ci sono incomprensioni, errori, confusione. È normale, d’altra parte governare un paese è uno dei lavori più complessi e delicati al mondo. Nel caso dell’amministrazione Trump, però, il caos ha subito superato il livello di guardia: e ci sono motivi per pensare che sia causato da elementi che non svaniranno alla fine di un fisiologico periodo di apprendimento.

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Consigli non richiesti a Matteo Renzi

La vittoria del No al referendum costituzionale del 4 dicembre ha scombinato la situazione politica italiana, comprensibilmente: è finito il governo Renzi, secondo alcuni politicamente è finita anche la legislatura, visto che era iniziata nel 2013 con un impegno tra molti partiti per modificare la Costituzione e la legge elettorale, e per motivi diversi entrambi quei tentativi sono naufragati. Se sei Matteo Renzi, poi, il risultato del referendum ti mette davanti a una faccenda difficile da sbrogliare: hai perso una battaglia importante, e in politica le vittorie e le sconfitte hanno sempre conseguenze; avevi promesso di farti da parte in caso di sconfitta; sei ancora il segretario del tuo partito, che è anche il partito di maggioranza parlamentare; sei ancora molto popolare nella base del tuo partito; hai legittime ambizioni di ritorno al governo. Come fare a conciliare tutte queste cose? Non è semplice, e se vi piacciono la politica e la strategia, pensarci è un bell’esercizio. Mettete da parte il vostro giudizio su Renzi, quale che sia, e provate a pensare a cosa fareste nella sua posizione al fine di guadagnare popolarità, restare un leader politico nazionale e un giorno non troppo lontano tornare al governo. Visto da fuori, con tutto il rispetto, Renzi non sembra avere le idee molto chiare. Queste sono le cose che io consiglierei a Renzi.

1. Sparisci. Dice: ma sono già sparito. No, sparisci sul serio. Capisco sia umanamente difficile passare da tutto a niente, dalle cene con Obama a quelle a Pontassieve, astenersi dal commentare i fatti d’attualità o dal difendere i risultati del tuo governo mentre ogni colpo di tosse di D’Alema nel sistema solare alternativo dei giornalisti romani merita un titolo, ma lascia perdere. Non serve a niente, anzi, fa danni. Immagino tu sia convinto che gli italiani col tempo apprezzeranno di più l’attività del tuo governo, il tentativo di riformare la Costituzione a cui non si era mai andati così vicini, eccetera. Può darsi che sia così, può darsi che no, in ogni caso è naturale che tu lo pensi. Ma perché si creino le condizioni perché una cosa del genere possa accadere, devi smettere di essere un protagonista dell’attualità. Basta dare interviste. Basta parlare con i giornalisti che poi scrivono un retroscena. Basta farci parlare Filippo. Basta scrivere un post al giorno su Facebook. Basta blog (che poi: un blog? Nel 2017? Lanciato il giorno della sentenza sull’Italicum?). Basta mandare messaggini ai presentatori televisivi durante i talk show (chi sei, Berlusconi che telefona in diretta? Vuoi rettificare tutte le cose che non ti piacciono che senti dire in tv?). Se proprio vuoi, cerca di finire sui giornali per altre cose. La foto al supermercato era un tentativo, ok. Ho una proposta più significativa: fai volontariato. Una sera alla settimana va bene, è quello che fanno tante persone normali: alla Caritas, in una scuola di italiano per immigrati, in una comunità per ragazzi in difficoltà, dove vuoi tu. Fallo davvero, non solo per la photo-op: è utile, fa bene, ti centra e ti aiuta a mettere le cose in prospettiva. Poi la photo-op occasionale non guasta.

2. Aspetta. Lo so, la maggioranza delle persone vuole votare subito, ma suggerisco di infischiarsene. Se glielo avessero chiesto, la maggioranza delle persone avrebbe voluto votare subito anche un anno fa o due anni fa. D’altra parte non avevi la maggioranza assoluta dei consensi nemmeno alle trionfali elezioni europee del 2014. La maggioranza delle persone è arrabbiata, è scontenta e oggi non voterebbe per te: come vuoi che rispondano a questa domanda? Lo stesso vale per i capi dell’opposizione, figuriamoci. Non essere subalterno a Grillo e Salvini: i loro appelli al voto subito avranno sempre più peso del tuo, perché il tuo partito sta governando e perché se il punto è cavalcare la rabbia delle persone, loro ci riescono meglio (quindi smettila anche con la storia dei vitalizi, che è una bufala). Tu devi cercare di vincere in un altro modo, non solo perché è giusto ma anche perché è l’unico possibile. Come avevi fatto alle europee. Le legislature hanno una durata. Finché il governo Gentiloni non diventa dannoso in quanto tale, come fu col governo Letta, lascia che governi. Dici: e se faccio la fine di Bersani nel 2013, ora che sembra l’Europa voglia imporci sacrifici e manovre finanziarie dolorose? Beh, dal punto di vista strategico è un motivo in più per stare alla larga. Lascia che se ne occupino Gentiloni e Padoan. Se poi vuoi dargli dei consigli, parlaci in privato. Sei ancora il capo del partito di maggioranza, il tuo governo è rimasto praticamente tutto ancora lì. Ma aspetta e stai alla larga dal governo: che è proprio il contrario di quello che fece Bersani nel 2013. Inoltre, non potrai beneficiare di nessuna “nostalgia del governo Renzi” nelle persone se la campagna elettorale dovesse cominciare fra tre mesi.

3. Hai fatto bene a dare mandato ai gruppi parlamentari del PD di provare a fare la legge elettorale. Probabilmente è un tentativo che non andrà da nessuna parte, ma vale la pena farlo: perché è giusto e per prendere tempo. Tentare di coinvolgere l’opposizione non sarebbe male, anche se Lega e M5S hanno sicuramente più a cuore fotterti che dare al paese una legge elettorale che funzioni e che sia scritta dal Parlamento invece che dalla Corte Costituzionale. Ma dai mandato al PD di insistere: e se quelli non ci stanno, che il PD lo faccia notare. NON TU. Il PD.

4. Indici il congresso del PD nei tempi previsti, e prima delle elezioni politiche. Alle brutte anche solo le primarie, ma io come hai capito consiglierei di prendersi più tempo, lasciare che la legislatura finisca e intanto fare anche il congresso. L’idea di andare a votare presto per disinnescare il congresso del PD è da perdenti e da leader deboli. Hai perso il referendum, è caduto il governo che guidavi: ha senso che prima di ricandidarti alle elezioni tu vinca di nuovo il congresso del PD. Se questo argomento non è abbastanza per convincerti, ne ho un altro: è l’unico modo per vincere davvero. Oggi hai bisogno di una nuova legittimazione politica, hai bisogno che davvero sia un pezzo di popolo a chiederti di tornare, hai bisogno di raccontare agli elettori una storia credibile sul tuo ritorno che non sia “mi sono dimesso, per sei mesi ho fatto come un matto a casa mia e ora finalmente sono di nuovo qua”; e la tua immagine proprio non ha bisogno di un’altra forzatura come quella con cui facesti fuori Letta. Ricandidarti alle elezioni senza passare dal Congresso permette a D’Alema di proseguire il suo delirio e a Bersani di continuare con i suoi tic, le interviste sul “civismo”, eccetera, anche dopo le elezioni politiche. Ce l’hai con loro per come si sono comportati in Parlamento e durante la campagna referendaria? Lo capisco. Un motivo in più per sfidarli al Congresso prima del voto e batterli. Di cosa hai paura, del simulacro di Bersani e di quello delle cozze pelose? Se poi non riesci a batterli, beh, vuol dire che la tua posizione pubblica al momento non è recuperabile nemmeno nel tuo partito: e nell’interesse di tutti è meglio se lo scopriamo prima delle elezioni politiche.

5. Vinci il congresso e poi vinci le elezioni, se ci riesci.

National Assembly of the Democratic Party

La prima settimana del presidente Trump (2/50)

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Settimana noiosetta, vero? Tutti i presidenti appena insediati sono molto attivi nei loro primi giorni alla Casa Bianca, ma sarà difficile superare la frenesia e la confusione di questi primi giorni del presidente Trump. In questa nuova puntata parliamo di quali sono state le prime decisioni di Trump, che efficacia hanno già adesso e quali saranno le loro conseguenze (una di queste storie ha avuto ulteriori sviluppi nella notte: ne parliamo meglio sabato prossimo); parliamo delle due battaglie campali che l’amministrazione Trump sta cercando attivamente allo scopo di definire se stessa; parliamo dei significati possibili di questo uso spregiudicato delle bugie. E poi: una storia del 1994 che Trump farebbe bene a conoscere, e una del 2016 che può darci una mano a capire perché è diventato presidente.

Il podcast si può ascoltare su Spreaker, cliccando Play qui sotto, oppure su iTunes. Se avete un iPhone o un iPad, lo trovate cercandolo dentro l’app “Podcast”.

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E questo è solo l’inizio (1/50)

cc_2Tra balli, parate, discorsi solenni e folle per strada, la cerimonia di insediamento di un presidente degli Stati Uniti è la cosa più simile a un’incoronazione a cui si possa assistere in una repubblica. Da venerdì 20 gennaio gli Stati Uniti hanno un nuovo presidente: Donald J. Trump, che ha vinto le elezioni lo scorso 8 novembre, ha giurato e si è insediato alla Casa Bianca. Trump è il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti, ma i presidenti in tutto sono stati quarantaquattro: Grover Cleveland fece due mandati non consecutivi e quindi viene contato come il ventiduesimo e il ventiquattresimo presidente.

In questa newsletter parleremo di cosa ha detto Trump nel discorso di insediamento, di com’è composto il suo governo e quali saranno le sue prime mosse, delle cose più importanti che succederanno quest’anno nella politica americana e della famosa questione Russia. Poi vi racconterò una storia che ci accompagnerà per tutto il 2017 e anche i piani che ho per questa newsletter e il podcast: cosa penso di fare quest’anno e come penso di finanziarlo, anche col vostro aiuto.

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Cosa ci aspetta dall’insediamento di Trump

cc_2Stavolta qualche parola in più. La newsletter e il podcast sulla politica americana ritornano: dal 21 gennaio si alterneranno ogni sabato una puntata della newsletter e una puntata del podcast. Sempre gratis, ma con qualche novità, e ci terremo compagnia se volete per tutto il 2017. Io tornerò più volte negli Stati Uniti per raccontarvi il primo anno della presidenza Trump: il primo stato che visiterò sarà il Michigan, uno di quelli decisivi del Midwest, dove Trump ha vinto per appena diecimila voti (su quattro milioni e mezzo).

Intanto c’è la cerimonia di insediamento, venerdì 20. Nella puntata zero della nuova stagione del podcast, che potete ascoltare qui sotto, racconto qualche storia sulle cerimonie di insediamento del passato e cosa aspettarci dal discorso di Trump. È una puntata breve, quasi un trailer: il resto da sabato 21 gennaio. E se volete ne parliamo anche stasera a Torino al Circolo dei lettori. A presto!

Ascolta S02E00. Che cosa ci aspetta?” su Spreaker.

Dove eravamo rimasti?

cc_2Ho una piccola notizia.

Venerdì 20 gennaio Donald Trump diventa presidente degli Stati Uniti. Sabato 21 gennaio ritornano la newsletter e il podcast. Andremo avanti per tutto il 2017, cercando di raccontare storie, notizie e posti di questo primo anno dell’America di Trump.

Le coordinate sono le solite: andate qui per iscrivervi alla newsletter, quiqui per iscriversi al podcast. Se eravate già iscritti non dovete fare niente: vale l’iscrizione precedente. Il resto lo trovate nel trailer qui sotto. A presto!

Ascolta Trailer Stagione 2″ su Spreaker.