Piccoli crocevia

Oggi sono usciti dei sondaggi contraddittori sulle primarie in Florida: alcuni danno Romney saldamente in testa, altri Gingrich. Dopo il reset del South Carolina, l’esito delle primarie in Florida è destinato quantomeno a orientare la corsa da qui al supertuesday, nonché a dirci qualcosa in più sulla capacità di Gingrich di competere in stati grandi e frastagliati dal punto di vista ideologico e politico. Stasera c’è un dibattito televisivo tra i candidati organizzato dalla CNN a Jacksonville. È l’ultimo dibattito prima del voto in Florida. Ci si legge su Twitter dalle due del mattino in poi.



Il problema, diciamo così, con Aaron Sorkin

È che ha scritto delle cose così belle ed efficaci e reali e irreali insieme che se le conosci finisci per citarle sempre, finisci per farle diventare il metro e l’asticella, finisci per desiderare di sentirle sul serio. E quindi è capitato più volte che qualcuno attingesse dal suo lavoro, avendo questo contribuito a determinare sogni e aspettative politiche di una generazione di americani e di un bel po’ di altra gente in giro per il mondo. Qualche anno fa un giornalista freelance scrisse un servizio televisivo per la NBC i cui due passaggi fondamentali risultarono evidentemente copiati da un discorso del presidente Bartlet di The West Wing (questo). Ora è saltato fuori che un politico australiano – Anthony Albanese, ministro dei Trasporti – ha usato durante un discorso una frase scritta da Aaron Sorkin per il presidente Shepherd del film The American President, che è quasi un episodio zero di The West Wing.



26.01.12 - Diario

Nozionismo per maniaci sul discorso sullo stato dell’Unione

Ho messo insieme un po’ di cose che avevo scritto in passato riguardo il discorso sullo stato dell’Unione per maniaci di politica americana e appassionati ammiratori dei riti delle democrazie.

1. La Costituzione americana prevede che il presidente “di tanto in tanto” dia informazioni al Congresso riguardo lo stato della nazione e i suoi programmi per il futuro. Nel tempo l’appuntamento ha assunto una scadenza fissa: una volta l’anno, tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio, il presidente degli Stati Uniti riferisce al Congresso in seduta plenaria alla presenza dei membri del governo e della Corte Suprema: rende conto delle condizioni della nazione e descrive la sua agenda e le sue priorità per l’anno a venire.

2. Il discorso si tiene alla Camera, che ospita anche i cento membri del Senato. Accanto allo speaker della Camera siede il vicepresidente degli Stati Uniti, in questo momento Joe Biden, che è anche presidente del Senato.

3. Obama ha appena cominciato il suo quarto anno alla Casa Bianca ma quello di ieri è stato il suo terzo discorso sullo Stato dell’Unione: il primo discorso, pronunciato a pochissimi giorni dal suo insediamento, tecnicamente non è un discorso sullo Stato dell’Unione bensì un semplice discorso alla seduta plenaria del Congresso (questo perché si presume che il presidente non possa ancora rendere conto al Congresso sullo stato dell’Unione, essendosi appena insediato).

(continua a leggere)



25.01.12 - Diario

Il giusto processo

Non siamo ancora riusciti a trovargli un nome migliore del tremendo “circuito mediatico-giudiziario”, ma questa storia del comandante Schettino che tira dentro Costa Crociere in un’intercettazione che casualmente “trapela” dall’inchiesta, diciamo così, e viene pubblicata in versione integrale dai giornali probabilmente illegalmente, mi pare un altro caso di scuola di quel fenomeno lì.



25.01.12 - Diario

Un altro Romney

Il grosso problema di Mitt Romney non è Bain Capital né la quantità di tasse che paga, bensì il fatto che questi guai insieme alle sconfitte in South Carolina e in Iowa gli hanno tolto l’aura da candidato imbattibile e inevitabile che si era costruito nel tempo. Romney fino a questo momento aveva dovuto soltanto gestire gli attacchi dei suoi avversari, che a lungo erano stati persino piuttosto timidi. Non solo: gli stessi suoi avversari si dedicavano molto di più ad azzannarsi l’un l’altro che a criticare lui, e questo gli permetteva ancora di più di recitare il ruolo dell’unica persona ragionevole in campo. La posizione di Romney di favorito della corsa alimentava la posizione di Romney di favorito nella corsa, non so se mi spiego. Venuta a mancare quella, è crollato tutto il resto.

Romney può ancora far valere la sua superiorità di organizzazione e risorse, nonché la sua maggiore eleggibilità, a costo però di cambiare tono e messaggi: cambiare campagna. Non sarà facile, anche perché abbiamo già detto di quanto sia importante per lui vincere le primarie senza inseguire a destra i suoi avversari, se vuole avere speranze a novembre. E perché quanto accaduto mostra un grosso errore strategico di Romney – lo so, è facile dirlo dopo – che ha mostrato di essersi preparato per una campagna elettorale da 2010 e non 2012: si è coperto per tempo sulla riforma sanitaria e si è fatto cogliere completamente impreparato dalla questione delle sue tasse.

Salvo che accadano cataclismi alla politica e all’economia americane, Newt Gingrich non è un candidato eleggibile alla presidenza. Questa alla fine rimane la migliore arma a disposizione di Romney, per quanto spuntata. Ma non sarebbe certo questa la prima volta che un partito ideologicamente incarognito sceglie un candidato con la pancia e non con la testa: insomma, una vittoria di Gingrich alle primarie non è affatto da escludere (“può sicuramente vincere le primarie”, avevo scritto al momento della sua candidatura). E in quel caso chissà che dibattiti a novembre con Obama.



South Carolina

Una grossa vittoria di Newt Gingrich stasera può resettare le primarie repubblicane: per questa ragione, tra molte altre, ha senso seguire stanotte lo spoglio delle schede in South Carolina. Ci sente dall’una in poi su Twitter.



Game on

Nelle ultime 24 ore sono successe due cose importanti, nelle primarie repubblicane. Sono stati diffusi dei sondaggi sul South Carolina che vedono Gingrich ancora dietro Romney ma in forte rimonta (oggi due lo danno addirittura di pochissimo in testa). E si è ritirato Rick Perry, che ha annunciato immediatamente il suo sostegno per Newt Gingrich. Aggiungete a tutto questo il caos del riconteggio in Iowa che di fatto toglie la vittoria a Romney, un fatto significativo politicamente per quanto ininfluente dal punto di vista numerico. Il risultato è che in South Carolina la corsa è di fatto riaperta. Ieri avevo scritto che per dare ancora un po’ di fastidio a Romney in chiave nomination, in caso di una sua vittoria in South Carolina, doveva accadere che uno tra Gingrich, Santorum e Paul andasse molto bene e che uno di questi tre si ritiri, oltre a Perry. Perry si è ritirato. Gingrich in South Carolina potrebbe addirittura vincere. Stasera c’è un dibattito, il primo con solo quattro candidati – che vuol dire più tempo di parola per ciascuno – e il primo alla vigilia di una corsa davvero aperta. Io resto sveglio a seguirlo, comincia alle 2, i commenti e la chiacchiera sono su Twitter.



Lo sfidante di Romney

Tre aggiornamenti sulle primarie repubblicane.

Huntsman
Lunedì Jon Huntsman ha sospeso la sua campagna elettorale e ha dato il suo sostegno a Mitt Romney. Chi legge questo blog sa che l’obiettivo della campagna di Huntsman non era conquistare la nomination nel 2012 ma posizionarsi e farsi un nome in vista del 2016. In questo senso era certo che a un certo punto nella corsa, il più tardi possibile, Huntsman si sarebbe ritirato per sostenere Romney. Quel momento però è arrivato probabilmente troppo presto, nonché a pochissimi giorni dal discorso surreale e spavaldo pronunciato la notte delle primarie in New Hampshire. Ha ragione Ben Smith quando scrive così.

Il partito repubblicano immaginato da Huntsman – moderno, riformatore e giovane – potrebbe nascere. Potrebbe nascere come reazione a una seconda schiacciante sconfitta inflitta da Obama, o potrebbe nascere durante l’eventuale campagna per la rielezione di un eventuale presidente Romney. Ma oggi non si vede come Huntsman possa guidare questo cambiamento. Ha scommesso, troppo presto, su una sua fantasia. E si è candidato alla guida di un partito che non esiste, almeno per il momento.

Così come Romney è molto migliorato rispetto alla sua campagna del 2008, anche Huntsman dovrà imparare molte cose da questa campagna se vorrà avere speranze nel 2016, ammesso che il partito repubblicano subisca una seconda sconfitta e che questa marginalizzi una volta per tutte le aree estremiste (entrambe le cose oggi sono tutt’altro che scontate).

Romney
In South Carolina si vota fra tre giorni. I sondaggi per il momento danno a Romney un vantaggio importante, più di dieci punti. Il modello statistico di Nate Silver, finora molto affidabile, gli attribuisce il 91 per cento delle probabilità di vincere. In Florida, dove si vota il 31 gennaio, Romney ha oggi un vantaggio abissale. Perché la nomination repubblicana possa sfuggire a Romney, secondo me, serve che questo perda almeno una di queste di due primarie. E perché questo possa accadere, serve che Romney abbia uno sfidante forte. Non due, non tre, uno.

Gingrich, Santorum, Paul
È noto che Romney non va a genio a un bel pezzo dell’elettorato repubblicano, e abbiamo detto come questo non sia necessariamente un problema per lui. Specie perché i suoi sfidanti, finora, si sono divisi i voti e di fatto si sono eliminati a vicenda. Se Romney avesse un solo sfidante potrebbe ancora essere messo in difficoltà, soprattutto in alcuni stati. Per questo sarà importante vedere come si piazzeranno Gingrich, Santorum e Paul in South Carolina. Serve che uno di questi tre vada molto bene – sembra che Gingrich oggi sia quello messo meglio – e serve che uno di questi tre si ritiri, oltre naturalmente a Perry che è ormai moribondo. Se succedono queste due cose, allora forse uno di questi tre candidati potrebbe fare quello fece Huckabee nel 2008: restare in partita fino alla fine, sperando in una buona occasione.



Tutto sta per cambiare

Burger King sta sperimentando le consegne a domicilio. Si comincia da Maryland e Virginia, e agli abitanti di questi due gloriosi e nobili stati va l’invito di questo blog a ordinare a più non posso.

(aggiornamento: mi segnalano che qualcosa di simile avviene già in molti paesi, soprattutto asiatici)



18.01.12 - Schifezze

Obama vince

Le primarie, per ora. A questo giro sono una formalità ma non è sempre stato così: ci sono stati presidenti uscenti che hanno perso le primarie, altri che ne sono stati azzoppati. Ho fatto un po’ di aneddotica storica sul Post.



Frase del giorno

«L’attacco del giorno dopo da parte di Berlusconi alla Consulta e a Napolitano dimostra ancora una volta non solo che egli non è uomo di governo, ma che non ha rispetto per le istituzioni. Berlusconi è letteralmente matto, se non da legare, da rimandare a casa»

Antonio Di Pietro il 7 ottobre 2009, dopo la sentenza della Corte sul lodo Alfano

(grazie a Igor G.)



12.01.12 - Frase del giorno

Scorciatoie

Chi legge questo blog da qualche tempo sa che non sono un fan dell’istituto dei referendum e della democrazia diretta. La democrazia rappresentativa, con tutti i suoi difetti, continua a piacermi molto più della democrazia diretta, con tutte le sue distorsioni populiste. Oggi, per la seconda volta, questa legge elettorale infame viene politicamente blindata dai referendum che volevano abrogarla. Per cambiare la legge elettorale basta votare un Parlamento migliore la prossima volta: e si può fare, si può fare, volendolo, persino con questa legge elettorale. Se no, allora ce lo teniamo e ce lo meritiamo (i referendum del 2009 contro il porcellum furono i meno votati nella storia della Repubblica, per dire). Non è la prima volta che una legge terribile viene blindata da referendum, vedi quanto successo con la legge 40. Prendersela con la Corte, poi, è particolarmente sciocco. Farlo come lo sta facendo Di Pietro, urlando al “regime” e alla “deriva antidemocratica”, vuol dire fare esattamente come Berlusconi dopo la sentenza sul lodo Alfano. Le intenzioni ammirevoli non bastano: contano i risultati, e non si possono sempre cercare scorciatoie.



12.01.12 - Diario

Romney è contento

Mitt Romney ha vinto le primarie in New Hampshire, primo repubblicano a vincere sia in Iowa che in New Hamsphire senza essere presidente uscente. Non solo: Romney ha vinto di un margine abbastanza ampio da permettere di accantonare – almeno per un po’ – i dibattiti sulla sua vulnerabilità. Non solo: per ragioni diverse né Ron Paul né Jon Huntsman, rispettivamente secondo e terzo classificato, sono candidati in grado di rappresentare l’ala conservatrice e religiosa del partito che non si rassegna a votare Romney. Non solo: i due candidati che potrebbero farlo, Newt Gingrich e Rick Santorum, si sono fermati entrambi poco sotto il 10 per cento, dividendosi i consensi e privandosi a vicenda di slancio in vista delle primarie in South Carolina (per tacere di Rick Perry, all’1 per cento). Insomma, una bella serata per Romney. Che non è imbattibile, ma ha avversari davvero deboli: oggi non si capisce chi potrebbe essere in grado di assestargli l’unica cosa che possa resettare la corsa, cioè una netta e inaspettata sconfitta. Né dove, né come.



New Hampshire

Stanotte seguo i risultati dalle 2 del mattino in poi, su Twitter. Il punto della situazione è sul Post.



“Drop the pious baloney”

La risposta di Newt Gingrich a Mitt Romney, che ricicciava con particolare retorica il vecchio argomento familiare a moltissimi politici populisti: non-sono-un-politico-di-professione.



Endorsements

Poi c’è la partita degli endorsement dei giornali: roba che non ha mai direttamente spostato un voto ma che muove la discussione pubblica e contribuisce in qualche modo a definire il perimetro politico dei candidati. Jon Huntsman ha incassato oggi quello prestigioso del Boston Globe ed è il candidato ad avere ottenuto più dichiarazioni di sostegno in assoluto dalla stampa (otto giornali lo sostengono soltanto in New Hampshire). La cosa è piuttosto curiosa visto che Huntsman non ha alcuna speranza di vincere la nomination né le primarie in New Hampshire. Il fenomeno si spiega, soprattutto per la stampa centrista e liberal, col fatto che in un parco di candidati repubblicani che sembra un circo, gli unici due presentabili sono Romney e Huntsman, e Huntsman è quello permette di prendere posizione nella competizione senza sporcarsi le mani, diciamo, visto che non andrà da nessuna parte. Huntsman è per questo anche la scelta più pavida, forse. Abbiate il coraggio di dire che bisogna votare Romney, se si vogliono evitare i matti.



10 gennaio, New Hampshire

Il 10 gennaio si vota in New Hampshire, e i sondaggi danno a Mitt Romney un vantaggio di venti punti sul secondo, un Ron Paul in difficoltà. Poi si voterà in South Carolina, il 21 gennaio, dove gli ultimi sondaggi condotti davano in testa Newt Gingrich. Solo che erano “ultimi sondaggi” fatti il 19 dicembre. Ne hanno fatto uno adesso, dopo l’Iowa, e in vantaggio c’è Romney, seguito da Santorum e Gingrich. La tendenza è destinata a consolidarsi dopo la vittoria in New Hampshire. Se Romney le vince tutte e due ci sono ottime possibilità che si porti a casa facilmente anche la Florida, il 31 gennaio, e di fatto chiuda la partita per la nomination in meno di un mese. Che cosa deve succedere per evitare che questo accada così presto? Che almeno due tra Perry, Paul, Gingrich e Santorum si ritirino il prima possibile, così da far convergere i voti di quelli che voterebbero chiunque tranne Romney. In New Hampshire è importante tenere d’occhio anche il risultato di Jon Huntsman: i sondaggi lo danno sopra il 10 per cento, lui non corre per il 2012 ma per il 2016, se arriva terzo ammazza uno tra Paul e Santorum e si prende una bella soddisfazione. Domani notte c’è il dibattito, intanto: il primo del 2012, il primo dall’inizio delle primarie, il primo dopo il voto in Iowa.



Iowa

La cronaca del voto l’ho fatta stanotte in diretta su Twitter, il commento è online sul Post.



Come si vince in Iowa

Se c’è una cosa sulle elezioni che si impara fin da bambini, è che conta il risultato. Vince chi ottiene un voto in più degli avversari, e basta: si può vincere o perdere bene o male, ma non ci sono vincitori morali, non ci sono belle e onorevoli sconfitte, soltanto vittorie e sconfitte. L’Iowa è l’eccezione che conferma la regola. Il numero di delegati in palio è troppo basso per essere influente. C’è tutto il tempo per recuperare una sconfitta o per sprecare una vittoria. Niente è definitivo. In Iowa conta quindi fare bene, più del risultato, e fare bene è un concetto un po’ più inafferrabile di una semplice vittoria numerica. Conta come si vince e come si perde. Ai fini della costruzione del cosiddetto “momentum”, cioè dell’ascesa rapida, travolgente e inerziale, per un candidato un secondo posto sorprendente può essere più efficace di una vittoria risicata; il terzo posto di un candidato che sembrava spacciato può dare più spinta del secondo posto di chi doveva vincere. Per questo nelle ultime ore gli staff dei candidati si stanno dedicando soprattutto a una cosa, oltre al fondamentale lavoro di organizzazione dei caucus: determinare le aspettative. Alzarle se si pensa di essere in testa dopo l’ultima curva, abbassarle per limitare i danni o per stupire gli osservatori. Piazzarsi bene importa più del piazzamento nudo e crudo.

In quest’ottica, sono interessanti le cose dette ieri da due candidati repubblicani. Il primo è Mitt Romney, che non ha bisogno di vincere in Iowa per restare il favorito e a cui andrebbe benissimo anche un secondo posto.

«Abbiamo intenzione di vincere»

Se un candidato mette l’asticella così in alto in un posto in cui non è obbligato a vincere, vuol dire che pensa davvero di farcela (gli ultimissimi sondaggi lo danno praticamente alla pari con Paul). Dopo questa frase, se Romney dovesse arrivare secondo in Iowa, quello che poteva essere un risultato normale e tranquillo diventerebbe un po’ più problematico dal gestire sul fronte mediatico, almeno fino al New Hampshire. L’altra frase è di Newt Gingrich, fino a pochi giorni fa candidato favorito in Iowa, che oggi è scivolato in basso e sembra destinato a giocarsi il quarto posto con Rick Perry.

«Non penso che vincerò»

Gingrich mette l’asticella molto in basso, per limitare i danni: per sopravvivere a un quinto posto e per potersi vendere un eventuale quarto posto – o un miracoloso terzo posto – come una grande vittoria. Più che vincere e basta, in Iowa conta convincere gli altri che hai vinto.



Meno uno

Su questo blog, il primo post dedicato alle elezioni presidenziali americane del 2012 è stato scritto il 10 dicembre 2010. È passato più di un anno e domani inizia a tutti gli effetti l’electoral year, con i caucus repubblicani in Iowa. Ho scritto sul Post la guida alle primarie dei repubblicani, una buona lettura per avere un’infarinatura generale riguardo quello che ci aspetta da qui ad almeno i prossimi tre mesi. Poi ci sarà modo di discutere più approfonditamente di quello che accadrà, stato per stato. Gli articoli del Post sulle elezioni presidenziali americane li trovate tutti qui, per la cronaca. Le cose che scrivo io le trovate su questo blog e su Twitter, dove rilancio anche molte cose interessanti che trovo in giro, con maggiore frequenza rispetto al blog. Dai che si comincia.



02.01.12 - Diario

Meno due

Due giorni dai caucus in Iowa e il sondaggio del Des Moines Register dice che Romney è primo: dietro di lui Ron Paul, in discesa, e Rick Santorum, in ascesa. Se vince Romney, molto probabile, le primarie rischiano di finire prima di cominciare. Se vince Paul, molto improbabile, il New Hampshire sarà decisivo. Se vince Santorum, possibile, si ride.



L’albero dei soldi

Se ve lo siete perso, recuperate l’articolo di Antonio Polito sul Corriere della Sera di ieri. Affronta con precisione e chiarezza una delle molte contraddizioni filosofiche, diciamo, dei sentimenti di sinistra degli ultimi anni: il desiderio di avere scuole migliori, ospedali migliori, più fondi alla ricerca, più fondi alla cultura, stipendi più alti, pensioni più alte, strade più sicure, servizi sociali migliori… ma producendo meno, consumando meno: non con la crescita e lo sviluppo bensì con la decrescita. Un completo nonsense.

È stato un anno di grande angoscia. Non solo perché abbiamo visto in faccia due potenziali apocalissi, ma anche perché sembrano in rotta di collisione l’una con l’altra. L’ha notato la scrittrice Sarah Dunant su Bbc News : ci è stato detto che lo sviluppo si deve fermare per salvare il pianeta, esausto dal suo sfruttamento; e ci è stato detto che solo lo sviluppo può salvare il nostro benessere, oberato dai debiti. La contraddizione è bruciante, e qualcuno ci perde la testa. I media che fino a ieri ospitavano moralistiche giaculatorie contro il consumismo, moderno oppio dei popoli, ora denunciano inorriditi il calo dello shopping natalizio e chiedono al governo di fare qualcosa. Tra lo tsunami in Giappone di marzo e quello nei mercati di ottobre, abbiamo visto in faccia il dilemma della crescita economica che accompagna fin dalla sua nascita l’homo capitalisticus.

Qualche luogo comune, intanto, è bene che crolli. Solo la crescita economica può migliorare la vita materiale degli esseri umani. Se guardiamo il mondo dalla Cina, per esempio, vedremo centinaia di milioni di uomini che in questi anni sono usciti dal medioevo dei loro villaggi, e hanno conquistato un lavoro e una speranza. Processo storico, e altamente positivo; che molto probabilmente ha però contribuito a causare migliaia di cassintegrati qui da noi, cosa tutt’altro che piacevole. È così che funziona il capitalismo: distrugge, per creare. Naturalmente il potere pubblico in Europa può e deve agire perché, distruggendo ciò che va distrutto, non si distrugga anche la vita delle persone. Ma pure per garantire l’equità sociale c’è bisogno di risorse economiche, e pure quelle vengono dalla crescita. Non c’è scampo: senza crescita, non vince nessuno e perdiamo tutti.



30.12.11 - Diario

La roulette dei repubblicani

In Iowa i caucus repubblicani si terranno il 3 gennaio. In questo momento è impossibile prevedere chi li vincerà, chi arriverà secondo, chi è favorito: niente. L’unica cosa che si può dire con certezza, e l’immagine qui sotto lo mostra in modo esplicito, è che chiunque vincerà i caucus dell’Iowa lo avrà fatto in modo in gran parte casuale. A meno di sorprese sul fronte organizzativo da parte di questo o quel candidato – nei caucus conta moltissimo, chiedere a Hillary Clinton – una simile volatilità del consenso elettorale non permette davvero di parlare di progettazione, radicamento, popolarità e idee. Vincerà i caucus chi avrà la fortuna di trovarsi avanti agli altri il 3 gennaio. Sarà Ron Paul? Boh. Anche per questo i caucus dell’Iowa conteranno molto poco. Il voto che conta davvero è quello del New Hampshire, il 10 gennaio. Le primarie repubblicane cominciano a tutti gli effetti quel giorno.



Ciao, auguri

(previously: 2010, 2009, 2008, 2007)



25.12.11 - Diario

270 to win

I malati di politica americana come il sottoscritto, se hanno un iPad, farebbero bene a investire 3,99 euro in questa meravigliosa applicazione, si chiama 270toWin. C’è tutto quello che serve: mappe storiche di tutte le elezioni presidenziali della storia, possibilità di creare mappe personalizzate, dati storici federali e stato per stato. Andrà usata in accoppiata con quella speciale del New York Times che promette aggiornamenti in diretta: la collaudiamo il 3 gennaio con i caucus dell’Iowa.



Ancora sull’articolo 18

Un articolo di Ivan Scalfarotto oggi su Europa chiarisce bene di cosa si parla. Per esempio, chiarisce che non si tratta di togliere diritti a nessuno che ce li ha, ma di aggiungerne a chi non ne ha.

Innanzi tutto: nessuno vuole togliere diritti a nessuno, anzi. Nella puntata di Porta a porta di mercoledì sera, dove si affrontava il tema, si è discusso a lungo della domanda di un sondaggio che chiedeva agli italiani se fosse giusto o meno togliere qualche diritto ai lavoratori stabili per darne un po’ di più ai precari. La domanda era completamente fuori luogo, così come il dibattito che ne è seguito, dato che nessuno penserebbe mai di fare una cosa del genere.

Il tema andrebbe più correttamente posto così: premesso che chi ha un contratto a tempo indeterminato se lo tiene com’è, cosa offriamo ai giovani che entrano oggi sul mercato del lavoro? In questo momento, nella maggior parte dei casi la prima esperienza lavorativa ha le sembianze di uno stage, di un contratto a progetto, di una (falsa) consulenza per ottenere la quale è necessario aprire una partita Iva.

(continua a leggere)



23.12.11 - Diario

L’articolo 18, parlandone seriamente

Per quanto le parti in causa insistano sul contrario, questa specie di dibattito sull’articolo 18 è effettivamente un dibattito su un totem. L’irruenza di chi vuole cambiarlo – non tanto il governo, cauto e moderato per statuto, quanto l’ex governo – non tiene conto della cosa che dice spesso e giustamente Bersani, cioè che si tratta sempre di una norma che già oggi non si applica al 95 per cento delle aziende italiane. Chi vuole difenderlo così com’è – i sindacati e fra tutti la CGIL – non nota incredibilmente alcuna contraddizione tra il definirlo un Baluardo a difesa della Dignità dei Lavoratori (una «norma di civiltà», dice Susanna Camusso) e il contemporaneo non fare niente di niente per estendere questa «norma di civiltà» ai lavoratori che ne sono privi. Un non-fare-niente-di-niente esplicito, voluto, al punto che quando in Italia si tenne un referendum per estendere le tutele dell’articolo 18 a tutti i lavoratori, l’allora segretario della CGIL Sergio Cofferati, per giunta reduce dalla storica manifestazione del 23 marzo, fece propaganda per l’astensione. Perché? La «civiltà» scatta solo se hai 14 colleghi? Perché si tratta di un totem: finché rimane com’è adesso si può sostenere (forse) mentre estenderlo a tutti renderebbe obbligatoria una complessiva revisione del mercato del lavoro. Guai.

Si spiega così anche quanto detto a questo proposito da Susanna Camusso nell’ormai famosa intervista di ieri al Corriere della Sera. Di quell’intervista le cose importanti non sono tanto le posizioni politiche, che come abbiamo detto in parte prescindono dalla realtà e dai suoi cambiamenti, quanto un’aggressività verbale e una personalizzazione dello scontro che hanno pochi precedenti. Ci sono diversi passaggi sballati e sgradevoli, e poi c’è la ciliegina sulla torta, quando il segretario della CGIL considera sorprendente e grave che la riforma delle pensioni che non le piace sia stata «fatta da una donna» e non da un uomo – cosa che invece, lascia intendere, sarebbe stata naturale. Un’osservazione da partito di destra degli anni Sessanta, o da Camillo Langone.

(continua a leggere)



20.12.11 - Diario

Il paradosso di Mitt Romney

Le primarie repubblicane cominciano tra due settimane. Quanto successo nell’ultimo anno si può riassumere con due frasi, che dicono due cose vere, che sono state ripetute fino al punto da diventare delle banalità, ma che molti non hanno ancora compreso fino in fondo. La prima è questa.

Mitt Romney è il candidato favorito ma non riesce a convincere davvero gli elettori repubblicani, che prima di rassegnarsi a sceglierlo faranno un tentativo con chiunque, da Trump a Bachmann a Perry a Cain a Gingrich.

È indubbiamente vero, ma questo argomento viene spesso equivocato. Capita spesso infatti di sentire citare la debolezza di Romney tra gli elettori repubblicani come debolezza tout court di Romney come candidato, portando la cosa come argomento a favore di Barack Obama. Non è così, e per rendersene conto basta arrivare alla seconda delle frasi di cui sopra.

La base del partito repubblicano si è spostata moltissimo a destra, al punto da essere conquistata da personaggi improbabili come Herman Cain o pazzi estremisti come Michele Bachmann o Sarah Palin.

Anche questo è vero e noto da tempo. Basta però mettere in fila questi due concetti – lo aveva fatto notare Nate Silver qualche tempo fa, ma non trovo il link – per capire che quella che viene a volte spacciata per la debolezza di Romney è in realtà la sua forza. La grande maggioranza degli osservatori e degli analisti sostiene con molti argomenti che alle elezioni presidenziali i blocchi sociali decisivi saranno due: gli elettori indipendenti e centristi, e i democratici delusi da Obama (non solo i cosiddetti liberal). Qualunque sondaggio, inoltre, indica con chiarezza che i candidati preferiti dalla base del partito repubblicano sono quelli che hanno meno possibilità di battere Obama a novembre. Quelli che avrebbero più possibilità di battere Obama, invece, sono quelli che piacciono meno ai repubblicani: praticamente solo Romney. Un ipotetico candidato repubblicano capace di fare il pieno di voti a destra, in questa destra, sarebbe sicuramente indigesto almeno per il 60 per cento degli elettori americani.

È evidente quindi che Romney non ha alcun interesse a corteggiare gli estremisti e guadagnare consensi nella base del partito repubblicano, almeno finché non vedrà vacillare – ma vacillare sul serio – le sue possibilità di vittoria: ogni voto ottenuto a destra, infatti, corrisponde a due voti persi al centro. E dato che non ha nessun vero rivale, ma solo avversari che vivono di fiammate, e data la sua grande superiorità organizzativa ed economica, può già progettare la campagna elettorale in vista del prossimo novembre confidando in una vittoria delle primarie per inerzia, diciamo. È una strategia molto pericolosa, certo, e dagli esiti non scontati. Ma è l’unica possibile per chi vuole avere delle possibilità concrete a novembre del 2012. Romney sta cercando di vincere le primarie senza un voto in più del necessario, per averne il più possibile quando conteranno davvero.



Chi non vorrebbe essere difeso da un sindacato così?

Il caso Mentana è sintesi perfetta del funzionamento della democrazia sindacale in moltissime redazioni (non tutte, certo). Riti privi di senso, grandi pomposità e permalosità, dieci soggetti diversi che dicono dieci cose diverse e poi se le rimangiano, trattative che seguono schemi da gioco delle parti, assemblearismo sfrenato, guerre di civiltà combattute per questioni inesistenti, reati di lesa maestà dietro ogni angolo, resistenza alle innovazioni, disinteresse per il futuro e per le conseguenze ultime delle proprie azioni.



14.12.11 - Diario

Caro governo Monti

A me pare che la situazione ti sia sfuggita di mano. Qui non si tratta manco più di non essere d’accordo con questo o con quello: l’impianto generale della manovra era uno, adesso è quasi un altro, e tutto questo è successo in un modo molto improvvisato e disordinato, per usare degli eufemismi. I partiti stanno facendo banchetto della tua manovra nel tuo momento di maggiore forza contrattuale, praticamente assoluta. Ci può stare, per carità, d’altra parte sapevamo che il lavoro con questo Parlamento è ai limiti della praticabilità. E alcune modifiche fatte alla manovra sono giuste e sensate. Su altre cose però non bisognava cedere, né improvvisare. I partiti, il PdL in particolare, non restituiranno il favore. In queste condizioni arrivare in piedi in primavera sarà dura.

Aggiornamento. Altro giro altra corsa, poco dopo la pubblicazione di questo post lo stato della manovra è cambiato ancora, le liberalizzazioni sono tornate a scattare col 2012, tranne quelle dei tassisti. Siamo sulle montagne russe e la manovra non è ancora arrivata alla Camera. Il tutto continua a sembrarmi molto preoccupante. Del risultato finale però a questo punto meglio parlare alla fine.



13.12.11 - Diario

Un metodo infallibile

Ho già scritto come la penso sulla manovra e su certe critiche che girano, alcune troppo ingenue, altre decisamente troppo poco. Ciò non toglie che il dissenso rispetto alla manovra o ad alcune delle sue misure sia una posizione politica pienamente legittima. Oggi per esempio due deputati piemontesi del PD, Stefano Esposito e Antonio Boccuzzi, hanno detto che se alcune norme non saranno modificate voteranno contro la manovra. Scelta delicata, vista l’aria che tira nel paese e visto che il loro partito deciderà di fare il contrario.

Ora, c’è un metodo praticamente infallibile per capire se quella di Esposito e Boccuzzi è una posizione politica di merito oppure un modo per cercare un po’ di visibilità personale. Il metodo consta nell’ottenere risposta a queste due domande. Nel caso in cui la manovra restasse questa, senza modifiche, i deputati Esposito e Boccuzzi sarebbero soddisfatti se la maggioranza del Parlamento decidesse di votare come loro, facendo quindi cadere il governo Monti a un mese dal suo insediamento? Si batteranno per convincere i colleghi a votare come loro? Se la risposta è sì, trattasi allora di posizione politica di merito: discutibile, legittima, peraltro già condivisa da un pezzo di Parlamento. Se invece la risposta è no, se Esposito e Boccuzzi votano contro la manovra ma pensano che sarebbe molto meglio approvarla che affondarla, se votano contro augurandosi che la maggioranza dei parlamentari non faccia come loro, allora stanno semplicemente e irresponsabilmente sparandola grossa, cercando di prendere in giro i sindacati e attirare un po’ di attenzione – domani i loro nomi saranno su tutti i giornali – alle spese di chi si sta facendo carico di varare questa manovra dolorosa e necessaria, battendosi senza sosta per migliorarla e senza fare ricattelli a mezzo comunicato stampa.



12.12.11 - Diario

Neanche per prendere la rincorsa

«Se quella è la sua posizione, Di Pietro andrà per la sua strada»

Sembra che Bersani voglia mantenere la promessa, ed è un’ottima notizia. Visto che il post di stamattina ha portato bene, diciamo, mi permetto di dare un altro consiglio: difendetela, questa manovra. Cercate finché possibile di migliorarne i difetti, certo. Non raccontateci balle, siate sinceri sulla sua durezza, certo. Ma difendetela. Non fate quelli che criticano la manovra sui giornali e poi la votano in Parlamento: non c’è modo migliore per farsi sbriciolare dai propri avversari. Difendete come leoni il vostro voto favorevole, e criticate senza ambiguità chi si chiama fuori: questa manovra è la strada, l’unica che abbiamo, per salvare il Paese, e non c’è cosa più equa di salvare il Paese.



06.12.11 - Diario

Ora

Le cose come questa, per quanto semplici e paracule, mi comprano sempre.

(poi certo, la canzone – suonata dall’orchestra, per di più – fa tre quarti del lavoro)



06.12.11 - Diario

Frase del giorno

Marco Campione ricorda che una promessa è una promessa.

«Non è che uno può andar per funghi durante il governo d’emergenza e poi tornare con noi per la campagna elettorale»
Pier Luigi Bersani, 11 novembre 2011



06.12.11 - Frase del giorno

Manovre

Criticare questa manovra è facilissimo, così come è facilissimo fare l’opposizione al governo Monti (l’Italia dei Valori, per dire, non ha resistito nella maggioranza nemmeno due settimane, come era prevedibile). È facilissimo – oltre che di nessuna utilità, salvo forse quella personale – stilare elenchi di cose incomplete o che ci piacciono così così o che mancano del tutto, ed è facilissimo – oltre che di nessuna utilità, salvo forse quella personale – cercare gradimento in questo modo, solleticando comprensibili insoddisfazioni e malesseri. Mi permetto di suggerire che giudicare la manovra Monti confrontandola con la propria manovra dei sogni non è proprio l’approccio ideale. Questa non è evidentemente la manovra dei sogni di nessuno, nemmeno quella dei sogni di Monti: e pure se lo fosse, sarebbe diversa da quella dei sogni di Lucia, da quelli di Fabio e dai tuoi. Piuttosto che sciorinare meravigliose liste della spesa, quindi, suggerirei di giudicare questa manovra con scrupolo ma partendo da due dati di fatto o, per essere più chiari, dalla realtà. Primo: questo paese è stato ed è tutt’ora pericolosamente vicino alla bancarotta. I sacrifici e le rinunce ci toccano in ogni caso, manovra o non manovra. La differenza sta nel fatto che questi possono essere frutto della semplice colpevole incuria della politica, come accade da vent’anni a questa parte a questo paese abbandonato a se stesso, oppure di un disegno studiato e opportunamente bilanciato in vista di un potenziale rilancio. Secondo: il Parlamento che dovrà votare questa manovra è lo stesso di un mese fa, di sei mesi fa e di due anni fa. Ora leggete la manovra Monti e giudicatela.



05.12.11 - Diario
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