La cosa più intelligente che ci sia oggi in tv

Si chiama Black Mirror. Qualcuno forse se lo ricorda, ne scrissi qui quasi due anni fa. Qualcuno sicuramente nel frattempo lo ha visto, un po’ perché Sky è stata brava abbastanza da comprarlo e trasmetterlo in Italia, un po’ perché è una cosa di cui è impossibile non discutere con amici, coniugi e colleghi dopo che la si è vista. È una serie tv inglese scritta e prodotta da Charlie Brooker, ma non è una normale serie tv: la prima stagione è composta da tre episodi, la seconda da altri tre, e sono tutti slegati uno dall’altro. Ognuno è un piccolo film, attori diversi, contesti diversi, persino epoche diverse. In attesa della terza stagione, Channel 4 ha trasmesso pochi giorni fa una puntata speciale che in una sola ora ha dentro più idee di quante ne abbiano decine e decine di serie intere messe insieme. È indubbiamente la cosa più intelligente che ci sia in tv in questi anni. E per quanto sembri una serie sul futuro, è una serie sul presente.

Un diario sul tennis – 1

Il momento di maggior divertimento e minor autostima della settimana

Una foto pubblicata da Francesco Costa (@francescocosta21) in data:

Due mesi fa ho cominciato a giocare a tennis. Giocare e tennis per adesso sono parole grosse, ma ci siamo capiti. Volevo farlo da tempo ma probabilmente non mi sarei mai dato una mossa se a un certo punto la persona migliore che c’è non mi avesse regalato una racchetta e un corso. Mi piace molto. Vorrei farlo più spesso invece che una sola volta la settimana e ogni volta che mi alleno mi vengono dei pensieri nuovi: ho deciso di scriverli qui, senza nessuna particolare frequenza. Un po’ perché ho pensato che potrei avere voglia di rileggerli in futuro, un po’ perché mi incuriosisce da tempo l’idea di scrivere una specie di diario: sui fatti miei non lo farei, almeno non qui, ma sul tennis sì. Poi sono sempre fatti miei ma cercherò di non fregarmi da solo.

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Vado al corso di tennis con un amico, ci siamo iscritti insieme. Anche lui come me non aveva mai toccato una racchetta prima. La lezione di prova serviva soprattutto ai maestri per dividere il gruppone dei nuovi iscritti secondo il rispettivo punto di partenza. C’era chi aveva già giocato e poi aveva smesso, chi non aveva mai smesso e aveva solo cambiato circolo, chi era bravino e chi era più che bravino. Il nostro punto di partenza era zero, non è che servisse provare, ma il capo dei maestri ci ha detto: “provate a palleggiare, magari uno di voi è un fenomeno”. Ora, chiunque segua lo sport, uno sport, almeno una volta nella vita ha sognato di essere un fenomeno. Come sarebbe segnare un gol ai Mondiali? Vincere una medaglia alle Olimpiadi? Rotolarsi sulla terra del Roland Garros? Eccetera. Io a volte penso a un’altra cosa, collegata a questa: e se il più grande pilota di Formula 1 di sempre non ha mai guidato una Formula 1? E se il più grande violinista del mondo non sa cos’è un violino? Ovviamente non funziona così, non è che prendi la racchetta in mano e scopri di essere un fenomeno: sì, serve una dotazione genetica speciale, che già è una cosa rarissima, ma soprattutto serve fare la stessa cosa per almeno 10.000 ore. Poi forse possiamo parlarne. Ma ecco, tu non hai MAI toccato una racchetta da tennis e lì c’è il maestro di tennis che te lo dice: “prova, magari sei un fenomeno”. E tu pensi: provo, magari sono un fenomeno.

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Ovviamente lo scambio di 10 minuti tra me e il mio amico è stata una cosa tipo Benny Hill Show. Decisamente non siamo fenomeni. Poi ho pensato: se scopri a trent’anni di essere un fenomeno a tennis non è una bella notizia, è un dramma. Che è un po’ come la volpe e l’uva però è vero. Diciamo che sarebbe stato bello essere bravini.

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Era da tempo che per un’ora qualcuno non mi dava un comando tutto sommato così semplice: colpisci la pallina. Certo, non devi colpirla a caso. Però passo le giornate della settimana a lavorare con la testa, quasi immobile non fosse per le dita, e il venerdì sera invece mi viene detto: corri e colpisci la pallina. Uno potrebbe pensare: è rilassante, stacchi la spina. Invece non è una cosa che fai per sgombrare la mente, non è come andare a correre. È una cosa che richiede l’attenzione e la concentrazione di quando lavori, solo impiegata in un modo che non potrebbe essere più diverso. Forse a un certo punto diventerà tutto più immediato e naturale, ma per il momento prima di ogni colpo ho bisogno di pensare a tutto: il tempo di arrivo sulla palla, l’impugnatura giusta da mantenere, la rotazione del braccio, l’inclinazione del polso. Mi capita di concentrarmi troppo su una di queste cose e quindi fare male le altre. Poi mi concentro su una delle altre e faccio di nuovo male la prima.

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Io sono mediamente allenato da un punto di vista fisico: vado in palestra, corro, ho giocato per anni a pallavolo, a un certo punto ho fatto persino l’arbitro di calcio. Di recente ho fatto anche qualche lezione di spinning, per vedere com’era, e sono sopravvissuto senza problemi anche alla sessione massacrante. Il tennis però è una fatica diversa, fatta solo di scatti e arresti improvvisi, che non avevo mai sperimentato. E in fondo per me è solo un’ora, spesso passata a provare e riprovare singoli colpi: prima solo il dritto, poi solo il rovescio, poi solo il servizio. I giocatori veri, non solo i mostri, passano tre o quattro o cinque ore a correre da una parte all’altra del campo. Sarà banale ma la prima cosa che ti chiedi è come diavolo fanno. All’inizio è faticoso anche raccogliere le palle da terra tra un esercizio e l’altro. Anche perché sono tipo trenta, quaranta palle a testa ogni volta, sparpagliate un po’ ovunque: e vuoi fare in fretta perché non vuoi togliere tempo alla lezione. Il mio amico dice che vuole inventare un aggeggio per raccoglierle più velocemente e senza spezzarsi la schiena. Esiste già, gli ho detto, ma lui dice che il suo sarebbe meglio. Lui è uno sveglio e io non lo escluderei.

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Una volta sono andato a lezione di tennis il giorno dopo aver fatto spinning. A metà lezione non mi riusciva più niente. Non era una questione fisica, non è che boccheggiassi col fiatone: però non ero più concentrato, sbagliavo le cose facili. La prima cosa che la stanchezza fisica aveva intaccato, prima che il fisico, era la lucidità mentale. Un’altra di quelle cose che dicono nelle telecronache.

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Una cosa che ho imparato: a tennis, almeno per me, il modo migliore per fare una cosa è il modo più innaturale. Se hai una racchetta in mano e vuoi colpire una pallina, c’è un modo istintivo per farlo, un modo naturale: ed è il modo per sbagliare. Il maestro allora ti spiega come devi mettere le gambe, come devi muovere le spalle, cosa devi fare con l’avambraccio, col polso, eccetera, ed è un disastro. Ti sembra di fare una cosa contro natura, di essere sgraziato e legnoso come Pinocchio. Poi a un certo punto il colpo ti riesce una, due, tre volte, e capisci che il modo migliore per fare quella cosa – colpire la pallina – era effettivamente il più complicato. Forse vale solo per me, però, perché anche questa è una cosa con cui sono fissato. L’unica strada breve è quella lunga.

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Ogni tanto mi riesce un bel servizio – bello per il mio livello rudimentale, eh, però bello. Forse è perché ho giocato tanto a pallavolo e mi è rimasto un po’ di occhio sul lancio della palla. Però in generale uso troppo il polso e anche questo forse si deve al fatto che ho giocato tanti anni a pallavolo.

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Usciti da una lezione, tornando a casa, mentre parlavamo il mio amico mi ha detto: «Dai non deprimiamoci, dimmi una cosa bella». Stavamo parlando di due cose diverse contemporaneamente, in quel momento lui si riferiva alla politica mentre io pensavo che stesse parlando dei nostri piccoli progressi a tennis. Quindi gli ho detto: «Tra sei mesi ci facciamo una partita di tennis». Lui si aspettava qualcosa su Beppe Grillo e quindi ha fatto una faccia strana.

Cose che catipano quando fai un giornale

Per uno di quei guai di fretta, caso, distrazione e coincidenze che chiunque abbia lavorato in un giornale conosce bene, ieri è capitato disgraziatamente che il Post avesse per circa cinque ore un refuso nel titolo di apertura della sua homepage.

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Sono cose molto antipatiche, di quelle che fanno dire un sacco di parolacce quando te ne accorgi, per quanto siano tutto sommato minuscole rispetto agli errori che può fare un giornale. Sono anche errori che sfuggono facilmente nella frenesia con cui si lavora a un giornale, specie online (“espluso”, tra l’altro, è un refuso comunissimo). Internazionale è sicuramente la rivista italiana più attenta alla scrittura e ai refusi, eppure anche lì ogni tanto qualche refuso scappa; al Post abbiamo un formidabile correttore di refusi ma ogni tanto anche lui mangia, dorme o fa cose diverse da leggere e scandagliare il Post. In questo caso particolare per una serie di circostanze e coincidenze il refuso è rimasto lì, mentre la redazione continuava a lavorare. Quando ce ne siamo accorti – un amico del Post ha mandato un SMS notturno allarmato, “occhio al titolo di apertura!” – il giornalista che è andato a metterci una pezza non lo ha trovato subito. A volte coi refusi succede questa cosa: sono invisibili. Ha a che fare col modo in cui leggiamo. Io ne so qualcosa.

Quando lavoravo all’Unità, per quanto mi occupassi soprattutto del sito, a un certo punto toccò anche a me “fare la notte”: che vuol dire fare quel turno per cui si segue il giornale di carta finché non va in stampa. Si rilegge tutto in cerca di imprecisioni e refusi, si mettono toppe dove servono, si chiudono le pagine, si stampano le pagine, si rileggono di nuovo e si mandano in tipografia. Se poi arriva una notizia, si fa la cosiddetta ribattuta: si smonta un pezzo di giornale e lo si rimonta, durante la stampa. Per le notizie grosse si fa con la prima pagina, che è una cosa piuttosto acrobatica per la delicatezza e allo stesso tempo la rapidità richiesta. Questo è il motivo per cui a volte due città diverse hanno due prime pagine leggermente diverse dello stesso giornale, per esempio: perché a un certo punto in redazione hanno cambiato la prima pagina ma alcune copie erano già partite – quelle che vanno più lontane dai centri stampa e dalle grandi città, di solito.

Insomma a un certo punto toccò a me fare la notte, per la prima volta, e in redazione c’era un po’ un clima affettuoso da rito iniziatorio: i colleghi più esperti mi spiegarono cosa avrei dovuto fare e mi diedero una mano. Non arrivarono grosse notizie dopo la chiusura del giornale, non fu necessario fare nessuna ribattuta, insomma andò tutto liscio, così almeno pensavo: intorno alle 2 del mattino uscii dalla redazione e tornai a casa. La mattina dopo arrivai in redazione tutto allegro ma la faccia del primo collega che incrociai mi fece capire che qualcosa era andato storto. C’era un refuso. C’era un refuso nelle pagine che avevo letto e riletto. Peggio: c’era un refuso in prima pagina. Io mi ricoprii di insulti, immagino che qualcuno si arrabbiò molto ma furono tutti così ammirevolmente bravi e buoni da non farlo notare e alleggerire simpaticamente. Non ve lo dico dov’è, il refuso: trovatevelo da soli, io ancora mi maledico.

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Il mio amico termostato

Ho compiuto trent’anni sei mesi fa e una parte di me non riesce a non pensare che l’eccitazione per il mio nuovo termostato sia fin qui l’indizio più concreto del mio effettivo invecchiamento. Un’altra parte di me invece si congratula con se stessa per l’allargamento dello spettro, diciamo: continuo ad aspettare con ansia l’uscita di Football Manager come quando avevo sedici anni e bramavo PC Calcio, mica ho smesso, e lo scorso ottobre negli Stati Uniti ho mangiato 9 hamburger in 11 giorni – solo che ora riesco a godere anche di un termostato. Il punto è che non è un termostato normale ma un termostato intelligente: avete presente tutti quei discorsi sull’Internet delle cose? Ecco, questa è una di quelle cose. Ho scoperto l’esistenza di questi cosi quando Google ha comprato Nest, che ne fa di bellissimi e di carissimi, e poi ho accantonato il pensiero finché non ho scoperto l’esistenza di questo, che costa molto meno e fa più o meno le stesse cose. Si chiama NetAtmo. Si installa letteralmente staccando e attaccando due cavi. Sono diventato improvvisamente maniaco di temperature, calcoli e programmazioni, percentuali di utilizzo della caldaia ed escursioni termiche. Una volta tiravo fuori l’iPhone dalla tasca e aprivo Twitter, quando ero annoiato: ora apro l’apposita app del termostato e muovo mezzo grado più in là, sposto mezz’ora più in qua, faccio test, cerco pattern e strategie per rendere il tutto più efficiente. Il mio vecchio termostato non si programmava nemmeno quindi mi ripeto che l’eccitazione è giustificata da questo, oltre che dalla speranza di risparmiare qualcosa – più di qualcosa – alla fine dell’inverno: lo faccio per risparmiare, lo faccio per l’ambiente. Ma penso che la verità sia un’altra e abbia in qualche modo a che fare con le manie del self-tracking: dentro di me, lo faccio solo per i grafici.

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Cos’è una squadra di calcio nel 2014?

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La settimana scorsa sono stato a Trigoria, che per me è più o meno l’equivalente adulto di “sono stato al Luna Park”. Per i profani: Trigoria è letteralmente una zona dell’estrema periferia di Roma, fuori dal raccordo anulare, ma in realtà è una specie di sineddoche, perché “Trigoria” per tutti è il centro sportivo Fulvio Bernardini, cioè quei 20 ettari che ospitano la sede della Roma. Sono stato a Trigoria perché la Roma ha presentato ai suoi sponsor e a un pugno di giornalisti il suo nuovo media center e i palinsesti della sua radio e della sua tv (la Roma è una delle poche squadre in Europa ad avere sia una radio che una tv ufficiale). Il media center è effettivamente notevole – Guido Fienga, che è il responsabile dell’intera area, dice che così non ce l’ha «neanche il Manchester» – e mi ha colpito aver sentito citare questa frase, attribuita al presidente e proprietario della Roma, James Pallotta: «Bisogna abituarsi a pensare a una squadra di calcio come a una multimedia company tematica».

«Every company is a media company» è da anni uno dei motti più diffusi e citati quando si parla di internet e informazione online, oggetto di centinaia di convegni, panel e tavole rotonde in decine di festival di questo e di quello. La disintermediazione, l’uso dei social network da parte dei brand, i mercati sono conversazioni, eccetera. Se per lavoro o per interesse frequentate questi ambienti, avete capito di cosa si parla. Sentire questa frase riferita a una squadra di calcio mi è sembrato allo stesso tempo notevole e scontato. Scontato perché se oggi «every company is a media company» allora anche una squadra di calcio è una «media company», non è una grande scoperta; notevole perché la Roma – per via delle inclinazioni naturali della sua proprietà americana, innanzitutto – sta dimostrando concretamente di prendere questa definizione molto sul serio, investendo molti soldi, assumendo molte persone. Quelli della Roma mi hanno spiegato che l’obiettivo a lungo termine è sviluppare dal settore media una nuova linea di ricavi. Fare soldi, insomma – cosa che già in questo momento è una specie di sogno proibito anche per le media company che sono quello e basta – allo scopo di finanziare le altre attività della società e in ultima istanza la squadra.

Ho pensato due cose.

La prima è che costruire una media company pura profittevole, per quanto difficile, è una specie di scienza; ma farlo per una squadra di calcio scompiglia tutto. Se sei una media company e investi abbastanza soldi, assumi le persone migliori in circolazione, dai loro tempo e strumenti, prendi le decisioni con attenzione, competenza e coraggio, se lavori al meglio possibile, se non fai errori clamorosi nell’analisi del mercato, i ricavi a un certo punto arrivano. Sono molti se, è vero; e ci sono eccezioni, certo; ma ci siamo capiti. Più o meno lo stesso – ho detto “più o meno” – vale se sei una fabbrica di caffè o di automobili. Studia il mercato, decidi di conseguenza, investi dove serve. Ma il settore media di una squadra di calcio è legato indissolubilmente ai risultati sportivi di quella squadra, e quella non è una scienza esatta. Il calciatore giovane e promettente si rivelerà pronto anche dal punto di vista caratteriale? L’attaccante correndo poggerà il piede proprio su quella zolla di prato malmessa che gli storcerà la caviglia o cinque centimetri più in là? Il calcio di rigore decisivo rimbalzerà nella parte interna o in quella esterna del palo? Il difensore più forte si farà male a un ginocchio atterrando dopo una delle centinaia di salti che effettuerà soltanto questo mese? Nel calcio non si vince e non si perde mai per caso, certo, ma non è una scienza esatta. La media company meglio organizzata e più ricca di talento non può fare nulla per incidere in queste variabili, e sono variabili che determinano anche il suo successo. Se «every company is a media company», fare la media company di una squadra di calcio significa associare a un compito già impegnativo una variabile decisiva tutto sommato ingovernabile.

La seconda cosa che ho pensato è: quanto è affascinante tutto questo?

Sul treno che mi ha riportato a Milano c’erano due ragazzini con la loro nonna. Andavano a Milano, probabilmente da altri parenti, e domenica sarebbero andati a San Siro a vedere la partita dell’Italia. Un signore ha attaccato bottone poco prima di scendere dal treno e ha detto quella frase che avete sicuramente sentito dire mille volte. “Il calcio non è più uno sport, girano troppi soldi”. Mi è sembrata un po’ crudele questa espressione di cinismo davanti a due ragazzini entusiasti che stanno per andare a vedere giocare l’Italia a San Siro, ma non è questo il punto. Il punto non è nemmeno che nel calcio sono sempre girati “troppi soldi” e comunque meno che in altri sport considerati più nobili, né che sia clamorosamente falso che esista un legame tra i soldi che girano e gli scandali che in anni recenti hanno riguardato il calcio (ci sono stati scandali analoghi o peggiori nel basket, nell’atletica, negli sport paralimpici, nella pallavolo, eccetera). Così come il punto non è la patologica e decadente diffusione del pensiero nostalgico, la FIAT che si rimette a fare la 127 e le decine di aziende che come dice il mio amico Roberto ormai vendono solo “i bei tempi di una volta”. Il punto è che è un peccato pensarla così nel 2014, perché il calcio non è mai stato così complicato da fare e divertente da vedere.

Il signore del treno probabilmente rimpiange solo la sua gioventù: non può avere nostalgia di quel calcio non fosse altro perché non lo vedeva nemmeno. Non-lo-vedeva. Pensateci. Il calcio di una volta era un calcio in cui le partite non si vedevano. Non è che non vedevi la Liga o l’Indian Super League: non vedevi l’Inter. Quanti hanno visto davvero giocare il Grande Torino, su cui abbiamo speso chilometri e chilometri di pagine? Per non parlare delle squadre straniere, del Real Madrid degli anni Cinquanta o del Bayern Monaco degli anni Settanta. Quello sì che era un calcio elitario, a disposizione di pochi, dei benestanti e dei giornalisti. Salvo poche eccezioni, l’unico modo per vedere giocare la tua squadra era andare allo stadio: e vedevi comunque solo la tua squadra. Pensate a quanto è difficile fare il calcio adesso, se le squadre per avere successo devono diventare – anche! – cose che un tempo avremmo chiamato editori. Pensate a che livello di eccellenza devono ambire per esistere e lavorare in un mercato grande quanto il pianeta Terra. Liberatevi per un attimo del romanticismo del pane e salame dentro cui viviamo imbevuti fin dalla nascita, della retorica della povertà che può risultare davvero affascinante solo a chi non l’ha mai sperimentata, e pensate a quello che è il calcio adesso, per quanto imperfetto: alla possibilità di vedere qualsiasi cosa in qualsiasi momento; alla montagna di informazioni, storie e dati disponibili letteralmente dentro il telefonino che portate in tasca; al fascino di poterlo seguire come movimento globale e allo stesso tempo guardare in diretta l’allenamento di rifinitura. Mentre sei seduto sul tram. E sbadigli, magari.

Guida elementare per sopravvivere ai regali di Natale e vivere felici

Primo: pensarci adesso. Dice: mai sei matto! Ma manca più di un mese! Appunto. Pensarci adesso vuol dire guadagnare ore e ore di vita tra code e casse e caos e indecisioni a dicembre.

Secondo: farvi un caffé americano, sedervi sul divano e comprare tutto online. Niente code e niente casse. Spesso si risparmia pure. Se siete studenti o lavoratori fuori sede potete farvi spedire i regali dove dovete consegnarli, invece che comprarli usciti da lavoro e poi stiparli nelle valigie o in macchina; se avete amici in giro per l’Italia potete farglieli arrivare a casa, invece che aspettare di vederli e consegnare i regali di Natale a Pasqua.

Terzo: fatevi venire un po’ di idee. Visto il successo delle liste di libri e articoli che ho messo insieme qualche tempo fa, metto di seguito un’altra lista di dritte.

Cose da leggere (a parte questi e questi):

– Al vostro amico a cui avevate regalato Open di André Agassi, e che vi aveva richiamato per dirvi quanto gli era piaciuto, potete regalare qualcosa di J. R. Moehringer e spiegargli che è il formidabile giornalista e scrittore che ha fatto da ghost writer di Agassi. Oltre il fiume è il reportage con cui vinse il Pulitzer ed è appena uscito. Il bar delle grandi speranze è la sua biografia. Pieno giorno è la storia di Willie Sutton, un leggendario e romantico criminale americano.

Il figlio di Philipp Meyer è un bel romanzo che racconta la storia di una famiglia texana dall’Ottocento a oggi. Ci sono gli indiani Comanche, il petrolio, le guerre tra bianchi e messicani.

Lettere di John Fante è il libro Einaudi con la foto sbagliata in copertina: assicuratevi di comprare la prima edizione e regalatelo all’amico bibliofilo.

Scelte difficili è il libro con cui Hillary Clinton ha lanciato la sua ufficiosa candidatura alla presidenza degli Stati Uniti. Buono da regalare al vostro amico appassionato di politica americana, aggiungendo dopo lo scartamento: “non la vedo tanto bene, comunque“.

Fuga dal campo 14 è la storia vera dell’unico uomo nato in un campo di prigionia della Corea del Nord a essere riuscito a scappare, e raccontare quel che ha visto. Qui se ne può leggere un estratto. È un libro bello ma emotivamente impegnativo eh, siete avvisati.

Il baco da seta è il nuovo libro giallo di J. K. Rowling scritto sotto pseudonimo, che è già un buon argomento di conversazione post-scartamento del regalo.

Humans of New York, una montagna di storie.

Cose da vedere:

– Un po’ di grandi classici: The West Wing (in inglese con sottotitoli in inglese), Studio 60 (idem), Seinfeld (idem), Battlestar Galactica (in inglese).

– Ovviamente Gomorra, tra le cose nuove. Oppure True Detective, ma sempre in inglese (o in francese).

– Quelli che invece si sono stufati di comprare e usare DVD possono optare per Chromecast, l’aggeggio di Google che si attacca alla tv e permette con gran facilità di mostrare sulla tv quello che avete sul computer.

Cose da fare

– Costa tantissimo ma dev’essere uno spettacolo: il castello di Hogwarts da fare coi LEGO. Questo invece è molto più abbordabile: la Casa Bianca da fare coi LEGO.

Risiko, così risolvete pure la nottata post-consegna dei regali.

Cose da mangiare (la mia sezione preferita):

– All’amico appassionato di hamburger come il sottoscritto potete regalare Hamburger Gourmet, cioè la bibbia, oppure un tritacarne da battaglia, che quando si fanno gli hamburger a casa è un oggetto che cambia la vita.

– All’amico vegetariano regalate questo libro, che nasce da un bel blog: la storia di un vegetariano mangia schifezze che si mette con una carnivora attentissima alla salute.

– Il bollitore wireless potete accenderlo dallo smartphone mentre siete ancora a letto con un solo occhio aperto.

– Il balcone barbecue per quelli che hanno la casa all’ultimo piano ma un balcone troppo piccolo per un vero barbecue.

Cose strambe, per chiudere:

– La Stinky Candle, che emette odori rivoltanti, da regalare come subdolo messaggio all’amica ossessionata da incensi e candele profumate. Il Salami Notes, per darsi un tono in ufficio. Le SleepPhones ovvero, finalmente, la soluzione per ascoltare la musica o gli audiolibri dal letto evitando la scomodità suprema di cuffie e auricolari.

– Ehi, a Natale regalate un termostato fico.

Si chiama John Hickenlooper

Non diventerà presidente degli Stati Uniti nel 2016, salvo novità e sviluppi che oggi appaiono improponibili; potrebbe essere scelto come vicepresidente – qualcuno lo ha suggerito – soprattutto se Hillary Clinton dovesse vincere le primarie dei democratici. Ma John Hickenlooper, appena rieletto governatore del Colorado, è uno che vale la pena seguire: forse anche uno per cui vale la pena fare il tifo. È lui.

Ha 61 anni ed è molto alto. Ha cominciato a fare politica dieci anni fa. Prima ha fatto il geologo e l’imprenditore: produceva birra, ha aperto un pub. Si è candidato a sindaco di Denver con i democratici nel 2003, ha vinto, è stato rieletto nel 2007 con l’88 per cento dei voti: nel frattempo ha risolto il problema dei grossi debiti della città. Nel 2011 è diventato governatore del Colorado, è stato rieletto la settimana scorsa. È uno che fa sul serio e non si prende sul serio. Quando era sindaco ha partecipato a spot come questi.

È un secchione, uno che studia e sa maneggiare i dati: ha la formazione dell’ex imprenditore e non quella accademica e politica del tipico governatore liberal. È il governatore di uno stato considerato per gran parte del Novecento saldamente in mano ai Repubblicani, finché i cambiamenti demografici non hanno dato una mano ai Democratici. Ha governato col Congresso statale in mano ai Democratici e col Congresso diviso tra Repubblicani e Democratici, ottenendo buoni risultati e trovando compromessi anche su faccende spinose. È la dimostrazione vivente di quanto per un politico possa essere superfluo – per quanto inevitabile, mi rendo conto – un programma di governo. L’esempio più eclatante è quello di George W. Bush e di come l’11 settembre del 2001 spazzò via il programma di un presidente che si era insediato alla Casa Bianca appena 8 mesi prima. Ma è una cosa che vale per tutti i politici, in dimensioni diverse: è la realtà a imporre l’agenda, non il proprio programma. Hickenlooper è un centrista pragmatico a cui è successo di avere una carriera politica da liberal. Viene da una famiglia in cui si è sempre sparato ed era in buoni rapporti con la lobby delle armi, poi c’è stato il massacro di Aurora e ha fatto approvare tre delle leggi più restrittive sulle armi negli Stati Uniti. È sempre stato favorevole alla pena di morte, ma in Colorado solo una persona è stata uccisa dallo stato dal 1977. Quando un uomo è stato condannato a morte durante il suo mandato, ha sospeso l’esecuzione della pena. È rimasto di questa idea mentre i repubblicani lo azzannavano e i parenti delle persone uccise dal condannato a morte lo criticavano; è stato rieletto lo stesso. Nel frattempo il Colorado ha anche legalizzato i matrimoni gay e l’uso di marijuana per scopo ricreativo.

Hickenlooper è divorziato. Gli Stati Uniti hanno avuto lo stesso numero di presidenti neri e divorziati: uno. Ma Ronald Reagan divorziò molti anni prima di cominciare a fare politica e quando fu eletto alla Casa Bianca era risposato da trent’anni. Hickenlooper e la moglie – Helen Thorpe, una giornalista brava – si sono lasciati nel 2013. I loro rapporti sono ancora molto buoni. Lei gli ha pure detto: “Se vuoi candidarti alla presidenza, restiamo insieme, mi arrangio”. Non per arrivismo bensì per non azzopparlo. Lui l’ha ringraziata e ha detto no.

Lui effettivamente dice ovunque che non lo vuole fare, il presidente degli Stati Uniti, e non sta facendo le cose che fanno in questo periodo quelli che vogliono candidarsi: scrivere un libro, commissionare valanghe di sondaggi, passare le settimane in Iowa. Però John Hickenlooper è uno che sa cambiare idea e fare cose che lo spaventano. Per dire: ha sempre avuto paura delle altezze, poi per promuovere un referendum sugli investimenti pubblici nella sanità e nell’istruzione si è buttato da un aereo. Referendum vinto.

Quattro cose sulle elezioni di metà mandato

Era il risultato più scontato
Una delle regole non scritte delle elezioni americane è che alle elezioni di metà mandato il partito del presidente perde, e se siamo nel secondo mandato del presidente spesso straperde. È successo anche questa volta. Il risultato in questo caso è stato reso più ampio dal fatto che i democratici si trovavano a difendere seggi in posti improbabili come l’Alaska: erano in ballo i seggi che avevano ottenuto nella larga vittoria del 2008, quella in cui per la prima volta dal 1992 si erano ripresi Casa Bianca e Congresso in un colpo solo.

Era un po’ un-referendum-su-Obama
I giornali italiani non vedevano l’ora di titolare cose tipo “schiaffo a Obama” o “l’America volta le spalle a Obama”, ed è un’esagerazione: per il rinnovo del Senato, che era la cosa più importante in ballo, hanno votato 34 stati su 50, non “l’America”. Però è vero che i repubblicani hanno giocato l’intera campagna elettorale – ma potremmo dire l’intera loro attività politica da sei anni a questa parte – sull’opposizione frontale a Obama, e sull’associare a Obama i candidati democratici locali. Se questa strategia ha portato a una larga vittoria in queste elezioni di metà mandato, evidentemente ha pagato: sarebbe un errore dire il contrario. Ma anche qui sarebbe il caso di andarci piano con i giudizi più perentori: aspettare quantomeno di guardare la distribuzione globale del voto alla Camera, l’unica elezione che coinvolgeva l’intero elettorato. Probabilmente i repubblicani avranno preso in tutti gli Stati Uniti circa 3 o 4 punti percentuali in più dei democratici: è un distacco solido ma non è “l’America volta le spalle”. È il sistema maggioritario, winner takes all.

Le elezioni presidenziali sono un’altra storia
Nel 1994 i repubblicani hanno vinto le elezioni di metà mandato e nel 1996 hanno perso da Clinton; nel 2010 i repubblicani hanno vinto le elezioni di metà mandato e nel 2012 hanno perso da Obama. Ci sono molti esempi del genere. Queste elezioni sono importanti ma sono queste elezioni; le prossime sono altre. Le elezioni presidenziali in un sistema come quello americano le fanno i candidati. I repubblicani sono riusciti a limitare i danni che si sono autoinflitti negli anni scorsi a causa della loro ala più estrema – leggere questo articolo del New York Times, per chi vuole approfondire – e hanno trovato la vittoria che dovevano trovare: la vera sorpresa sarebbe stata un risultato diverso da questo.

I democratici devono comunque preoccuparsi
Proprio perché le elezioni le fanno i candidati, il motivo per cui i democratici dovrebbero preoccuparsi è che oggi non sembrano avere tra le mani un candidato davvero forte. Intendiamoci, Hillary Clinton è attrezzatissima e sarebbe probabilmente un ottimo presidente, di sicuro il più esperto e competente degli ultimi, boh, sessant’anni. Ma da quando ha lasciato l’incarico al dipartimento di Stato l’apprezzamento degli elettori nei suoi confronti è tornato ai livelli precedenti al 2008, che non sono esaltanti per chi vuole candidarsi alla presidenza degli Stati Uniti, e il suo impegno per alcuni candidati in queste elezioni di metà mandato non è stato un valore aggiunto. Hillary Clinton è tuttora la candidata favorita per la nomination, ma è favorita nello stesso modo in cui lo era a questo punto nel 2006-2007: sapete come andò a finire. Il problema dei democratici è che non si vede un Obama all’orizzonte: né come talento politico, né come coraggio di sfidare con poche armi la corazzata di campagna elettorale che i Clinton metteranno in piedi. Nemmeno i repubblicani hanno tra le mani il miglior candidato possibile ma il gruppo Paul-Christie-Bush-Ryan è sicuramente migliore di quello circense Bachmann-Santorum-Perry-Romney-Gingrich di quattro anni fa. E – tranne Bush, forse – sono tutti candidati che possono ancora convincere gli americani a cambiare opinione sul proprio conto, o a farsela da zero; Hillary Clinton farà moltissima fatica a convincere chi non si fida di lei.

Perché aumentano contemporaneamente sia gli occupati che i disoccupati?

Una nota a margine del post precedente, su un tema su cui è facile fare confusione. Come ogni mese, l’ISTAT ha diffuso oggi i dati sulla disoccupazione in Italia. I dati dicono che a settembre il numero degli occupati – le persone che lavorano, per capirci – è salito dello 0,4 per cento rispetto al mese precedente: lo 0,4 per cento, mese su mese, è un dato mica male rispetto a quelli a cui siamo abituati. Rispetto al mese scorso è salito anche il tasso di occupazione (55,9 per cento, +0,2 per cento). Però sale anche il tasso di disoccupazione, dell’1,5 per cento rispetto al mese scorso e dell’1,8 per cento su base annua. Quindi oggi il tasso di disoccupazione è al 12,6 per cento, lo 0,1 più alto rispetto al mese scorso. Com’è possibile, se più persone hanno un lavoro rispetto al mese scorso?

È una cosa banale ma sfugge spesso, anche per come a volte vengono presentati questi dati dovendo sintetizzarli: è possibile perché il tasso di disoccupazione non misura la variazione del numero di persone che non lavora. In economia si considerano disoccupate solo le persone che non hanno lavoro e lo stanno cercando. La seconda parte della frase è fondamentale. Il tasso di disoccupazione non sale se ci sono più persone senza lavoro, ma se ci sono più persone senza lavoro che cercano lavoro. Per questo motivo i due tassi possono aumentare contemporaneamente, e anzi è piuttosto ricorrente che questo accada nelle prime fasi di una ripresa economica: se più persone trovano lavoro, e quindi trovare lavoro diventa un po’ più semplice, più persone che non lavorano cominceranno a cercare lavoro. Usciranno dal gruppo dei cosiddetti “inattivi” (quelli che non studiano, non lavorano e non cercano lavoro) per entrare in quello dei “disoccupati” (quelli che non studiano, non lavorano e cercano lavoro).

Per questo è sbagliato scrivere – come fa qualcuno anche oggi – che “un giovane su due è senza lavoro” in ragione del tasso di disoccupazione giovanile al 42,9 per cento. Quel 42,9 per cento fa riferimento ai giovani che non studiano, non lavorano e cercano lavoro: se volessimo parlare dei giovani tutti tutti, dovremmo dire allora che l’11,7 è senza lavoro. È un dato grave – soprattutto è grave il dato sugli inattivi – ma non è “un giovane su due”. Quindi sì, oggi potete essere contenti del fatto che il tasso di disoccupazione cresca.

Il problema dell’Italia sono i suoi giornalisti?

La società britannica Ipsos Mori ha chiesto a un campione rappresentativo di italiani – e spagnoli, svedesi, inglesi, tedeschi, etc – un po’ di informazioni sul loro paese. Quanti sono secondo loro gli immigrati che vivono nel loro paese. Quanti sono i disoccupati del loro paese. Quante sono le persone con più di 65 anni. Quante sono le ragazze madri. Quanti sono i musulmani, quanti sono i cristiani. Eccetera. L’Italia è risultato il paese più ignorante di tutti: quello che pensa le cose più sbagliate su se stesso.

Crediamo che ogni anno ci siano in Italia un 17 per cento di ragazze madri: sono lo 0,5 per cento. Crediamo che in Italia ci sia un 20 per cento di musulmani: sono il 4 per cento. Crediamo che in Italia ci sia un 49 per cento di disoccupati: sono il 12 per cento. Crediamo che in Italia ci sia un lunare 30 per cento di immigrati: sono il 7 per cento. Nessuno ha percezioni fuori dalla realtà come noi. Queste sono le percezioni sulla base delle quali ci facciamo un’opinione e andiamo a votare; queste sono le percezioni con cui i politici devono fare i conti – in un senso o nell’altro – quando cercano il consenso degli italiani.

La cosa più istintiva da fare è imputare questa tragica disinformazione agli italiani stessi: d’altra parte, in ultima istanza, ognuno di noi è responsabile di quel che è. Guardare i telegiornali è gratis; leggere i giornali online pure, richiede solo di chiudere Whatsapp per qualche minuto. Un popolo che si informa così poco, che legge così pochi giornali, che è così poco interessato a conoscere quello che gli succede attorno se non in discussioni da bar, non può che avere terribilmente torto su tutto – spesso anche con una certa sicumera – e decidere così le cose sbagliate per le ragioni sbagliate. Ma. Ma. Sicuri che il problema sia nella domanda e non nell’offerta? Lo dico da giornalista: sicuri che il giornalismo e l’editoria debbano essere gli unici settori industriali a cui sia concesso dare ai clienti la colpa dei loro fallimenti? Nessun venditore di frigoriferi accuserebbe della sua crisi le persone che non comprano abbastanza frigoriferi. Già vi sento: “Ma l’informazione non è un frigorifero!”. Certo, certo. Se c’è una cosa su cui siamo i migliori, in Italia, è batterci il petto declamando solennemente il valore dell’informazione. E poi tornare a fare pessima informazione. Sicuri che la patologica e sistematica diffusione di notizie false e imprecise, i toni terrorizzanti e apocalittici usati su qualsiasi cosa, non abbiano a che fare con la disinformazione degli italiani?

Da un post di Luca Sofri di qualche giorno fa:

Perché la produzione di allarme, enfasi, drammatizzazione, al-lupo-al-lupo, se attuata su questa grandissima scala e in questo delicato settore non solo ne stimola la domanda, ma cambia radicalmente un paese intero e la sua cultura. Come americani diventati obesi a causa dell’offerta di cibo poco salubre, o come tabagisti ammalati di cancro perché il mercato del tabacco ha costruito una dipendenza, i fruitori di notizie italiani (tutti, da chi legge i giornali a chi guarda la tv a chi sta su internet) sono stati formati e assuefatti a un modo di pensare per cui ogni singolo evento – o persino la mancanza di un evento – è foriero di drammi o comunque brutte sorprese: sulle scale più diverse, dalla politica alla cronaca allo sport ai grandi eventi naturali ai palinsesti della tv, ogni giorno tutto è “sull’orlo di”, annuncia rivolgimenti, o minaccia tragedie. Che poi – peraltro – non si verificano nella stragrande maggioranza dei casi, ma per allora ne staremo già annunciando altre. E questo ha creato un paese obeso di diffidenza, di paura, di sfiducia, di egoismo, per i cui cittadini ogni cosa è cattiva, infida o almeno sospetta. E ogni singolo fatto non ha più valore di per sé – è sempre troppo poco – ma solo per le cose più spaventose che può annunciare.

Prendete lo spazio dedicato dalla stampa a qualsiasi cosa riguardi l’immigrazione in Italia. Prendete lo spazio allarmista dedicato agli sbarchi a Lampedusa, quando la grandissimissima maggioranza dei migranti irregolari arriva via terra e via aria. Addirittura il 73 per cento arriva in aeroporto con visto turistico e rimane dopo la scadenza: una storia enorme, che salvo poche eccezioni i giornali hanno ignorato.

Ancora: prendete il dato sulla disoccupazione. Che ignoranti gli italiani che pensano ci sia un 49 per cento di disoccupati, quando in realtà sono il 12 per cento! Peccato che siano i giornali italiani, tutte le volte, a presentare i dati sulla disoccupazione – che sono gravi, mi sento scemo a doverlo specificare – in modo errato e fuorviante; sono i giornali italiani a urlare nei titoli la balla “metà dei giovani senza lavoro” o “un giovane su tre è disoccupato“, costringendo l’ISTAT tutte le volte a fare smentite e chiarimenti.

Se è vero che una democrazia può dirsi compiuta solo se è adeguatamente informata, allora quello che rende l’Italia una democrazia incompiuta forse non sono né il Patto del Nazareno né il gruppo Bilderberg: forse sono i suoi giornali. Si fanno leggere da pochi italiani e informano male quelli che ancora li comprano. Hanno prodotto, attivamente o per inedia, questo tragico panorama di disinformazione. E quindi se vendono meno forse è perché se lo meritano, malgrado tutti noi pronti a batterci il petto: invece che fare il baluardo della democrazia, contribuiscono alla sua destabilizzazione.

P.S.: Leggere anche Arianna Ciccone.