IlPost

Fare le cose bene

Il 19 dicembre ho partecipato al TEDx organizzato dalla Scuola Superiore dell’università di Catania. Il tema del TEDx era “Nonostante” e io ho cercato di raccontare come abbiamo fatto a fare il Post nel 2010 e tenerlo in piedi con soddisfazione fin qui in un’epoca di crisi dei giornali e del giornalismo. Gli altri speech della giornata sono qui.

Per cosa vogliamo finire sui libri di storia?

La cosiddetta “adozione del figliastro”, cioè la possibilità per una persona di adottare il figlio biologico del suo partner, è una norma che esiste in Italia dal 1983 per le coppie eterosessuali sposate e dal 2007 per quelle anche solo conviventi. Serve a proteggere i bambini, prima di tutto. Dal 1983 a oggi non si è segnalata in Italia nessuna patologica esplosione di fenomeni di sfruttamento delle donne e cose del genere: e quella legge fu accolta da sollievo e approvazione, non da proteste di piazza né citazioni dell’Apocalisse.

La gestazione per altri – quella cosa che con malsana complicità della stampa oggi chiamiamo “utero in affitto” – in Italia è illegale e proibita, e così resterà dopo l’approvazione della legge Cirinnà: non cambierà niente rispetto a oggi. Semplicemente avranno diritto ad accedere all'”adozione del figliastro” le coppie gay conviventi e i loro figli (esistono già, che piaccia o no). Nei paesi dove norme del genere o persino più avanzate esistono da anni non sono emersi problemi nello sviluppo dei bambini cresciuti da coppie gay: e quei paesi sono ormai tantissimi. Lo stesso dicono gli studi scientifici.

Insomma, la stepchild adoption e i-nostri-bambini non hanno niente a che fare con l’opposizione alla legge Cirinnà.

Chi dice che “vanno bene i diritti alle coppie conviventi ma la stepchild adoption no”, infatti, dice probabilmente una bugia. Il primo “Family Day”, che portò in piazza molte più persone di quello di qualche settimana fa, fu indetto infatti contro una proposta di legge moderatissima che non prevedeva la stepchild adoption. Se non fosse una questione seria – una di quelle che si possono definire davvero di vita o di morte – ci sarebbe da stralciare la stepchild adoption e andare a vedere il loro bluff.

Qual è il problema, allora, se non la stepchild adoption? È il caso di affrontare l’elefante nella stanza: per una fetta significativa dell’opinione pubblica italiana e dei suoi rappresentanti politici, il problema sono le persone omosessuali. La loro esistenza, innanzitutto, e quindi la loro legittima richiesta di parità di diritti a fronte della parità di doveri a cui sono già sottoposti.

È lo stesso motivo per cui oggi discutiamo di una legge costruita come la legge Cirinnà, quando in realtà i conservatori – al netto dell’omofobia – dovrebbero preferire i matrimoni gay alle unioni civili. Nel campo dei diritti civili e sociali, la difesa della famiglia fondata sul matrimonio e del matrimonio come pilastro fondante della società è stata per decenni una battaglia dei conservatori. Forse la battaglia centrale dei conservatori sui temi sociali. Al contrario, i progressisti si sono sempre battuti per un’organizzazione sociale più fluida, più libera e soprattutto meno imperniata sul matrimonio e sulla sua indissolubilità, vista come reazionaria, costrittiva, ipocritamente riparatrice di sottomissioni e violenze, che invece giustificava: lo hanno fatto prima lottando per il divorzio, poi lottando per accorciare il più possibile i tempi per il divorzio, poi battendosi per l’allargamento dei diritti alle coppie di fatto, tra le molte altre cose. Per dirla come l’ha detta David Cameron: «Io non sono a favore del matrimonio gay nonostante sia un conservatore; io sono a favore del matrimonio gay perché sono un conservatore».

Perché allora i matrimoni gay in Italia sono fuori dalla discussione? Perché il problema per molti sono ancora semplicemente le persone omosessuali: una minoranza per secoli perseguitata, uccisa, maltrattata e discriminata per via di una condizione innata e innocua quanto essere neri o alti o con gli occhi blu. E questo è il motivo più importante e profondo per cui è necessario che il disegno di legge Cirinnà diventi legge dello Stato, e che il Parlamento per una volta pensi alle conseguenze politiche che questa scelta avrà non nelle prossime settimane bensì nei prossimi anni, nei prossimi decenni.

Sappiamo ormai per certo che i parlamentari della Repubblica italiana tra poche settimane faranno parlare di sé in tutto il mondo e passeranno alla storia di questo paese: devono solo decidere per cosa.

–297 giorni alle elezioni statunitensi

–297 giorni alle elezioni statunitensi
–16 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

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Hillary Clinton è ancora la candidata favorita per la vittoria delle primarie tra i Democratici. Ma nell’ultima settimana sono stati diffusi i risultati di alcuni sondaggi che mettono in discussione le sue potenzialità di vittoria nei primi due stati in cui si vota, Iowa e New Hampshire, e descrivono una corsa ben più incerta di quanto si potesse immaginare fin qui.

Il vantaggio di Clinton nella media nazionale dei sondaggi di cui parlavo la settimana scorsa è ancora consistente, ma si è ridotto moltissimo: siamo passati dal +19,5 per cento di sabato scorso al +8,6 per cento di oggi. In Iowa nello stesso periodo – e sempre in media – Clinton è passata dal +12,5 per cento di sabato scorso al +4 per cento di oggi. In una settimana. Questo stravolgimento si deve a un’infornata di nuovi sondaggi: uno vede Clinton a +3, uno Sanders a +5, uno Sanders a +3, uno Clinton a +6, uno Clinton a +21 (ma è di un istituto piuttosto inaffidabile) e soprattutto un ultimo vede Clinton a +2. Dico soprattutto perché quest’ultimo è quello commissionato dal Des Moines Register, il più importante quotidiano dell’Iowa, solitamente affidabile. Tenete conto anche che ognuno di questi sondaggi ha un margine di errore di circa 4 punti percentuali, in un senso o nell’altro. Insomma, improvvisamente la partita in Iowa si è fatta molto equilibrata.

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Cos’è successo negli ultimi giorni ai sondaggi in Iowa.

Aggiungiamo qualche altro pezzo di contesto. Chi ha letto la newsletter della settimana scorsa sa che quelle dell’Iowa non sono primarie tradizionali bensì caucus, operazioni politiche che richiedono agli elettori un impegno molto più gravoso del semplice andare al seggio e votare. Per questo bisogna cominciare a leggere anche un altro tipo di sondaggi: quelli che chiedono agli elettori non solo chi è il loro candidato preferito ma anche se intendono partecipare ai caucus o no. Sempre secondo il Des Moines Register, chi è “sicuro” di andare dice per il 45 per cento che voterà Clinton e per il 36 per cento che voterà Sanders; chi dice che andrà “probabilmente” a votare, invece, dice che voterà Sanders per il 47 per cento e Clinton per il 37 per cento. Tenete a mente ovviamente che dire che tra un mese si andrà a votare è molto diverso da andare a votare, e che comunque in 15 giorni possono ancora cambiare molte cose, ma questo è lo stato dell’arte.

Un’altra cosa, prima di cercare di capire perché sta succedendo tutto questo. Ne ho scritto più volte in questi mesi: sia Iowa che New Hampshire hanno un elettorato particolarmente congeniale a Sanders – elettori quasi esclusivamente bianchi e più di sinistra del resto del paese – ma Clinton fin qui in Iowa aveva retto bene nei sondaggi, mentre Sanders da tempo sta andando meglio in New Hampshire. Questo riavvicinarsi in Iowa comporta quantomeno la possibilità che Sanders alla fine vinca sia in Iowa che in New Hampshire. Il resto della corsa poi per Sanders si farebbe molto più impervio: in South Carolina, dove un elettorato demograficamente molto più variegato voterà il 27 febbraio, Clinton ha oggi un vantaggio di 40 punti. Ma abbiamo appena avuto una conferma di quanto i sondaggi possano cambiare a ridosso del voto, e quindi di quanto vadano guardati con distacco quando manca ancora troppo tempo; e una vittoria di Sanders in Iowa e in New Hampshire rimescolerebbe moltissimo le carte. Sanders non è Obama, ma nel 2008 accadde più o meno lo stesso.

Come siamo arrivati fin qui? Eviterei per il momento di trarre conclusioni su quello che pensano gli elettori di Clinton e Sanders: col senno di poi siamo tutti bravissimi ed è meglio aspettare di discutere dei voti veri, altrimenti rischiamo di trovarci oggi a spiegare perché Clinton non-poteva-che-perdere e poi magari va a finire in un altro modo. Ma c’è innanzitutto un problema politico, che i lettori di lunga data della newsletter conoscono: l’Iowa ha un elettorato particolarmente sensibile ai messaggi politici più radicali. Poi c’è indubbiamente l’abilità di Bernie Sanders, che sta facendo una campagna molto disciplinata evitando errori e gaffe. Infine c’è una faccenda economica: Clinton ha più soldi di Sanders ma li sta investendo in moltissimi stati, in previsione dell’intero calendario delle primarie e soprattutto delle elezioni di novembre; Sanders invece sa che la sua unica speranza di farcela passa attraverso un ottimo risultato in Iowa e in New Hampshire, e quindi sta investendo quasi tutto lì. Risultato: nelle ultime tre settimane la campagna di Sanders ha speso 4,7 milioni di dollari in spot televisivi, contro i 3,7 milioni della campagna Clinton. La campagna Clinton ha inviato ai suoi sostenitori nuove nervose richieste di fondi, come questa. I toni drammatici sono normali in questo genere di richieste, ma è un fatto che Sanders in questo momento sta spendendo molto più di Clinton in Iowa e New Hampshire.

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Clinton sta reagendo a questi dati facendo notare le differenze tra lei e Sanders in modo sempre più aggressivo. Si è schierata con decisione a favore delle recenti decisioni di Obama sul controllo delle armi, consapevole che si tratta di uno dei pochi temi su cui può attaccare Sanders da sinistra. Ha criticato Sanders perché le sue idee in termini di politica sanitaria porterebbero a un aumento delle tasse e alla cancellazione dei programmi Medicare e Medicaid (è vero, tecnicamente: ma bisogna dire che Sanders promette di sostituirli con un modello migliore, simile a quello europeo,quindi questo attacco è scorretto e autolesionista). Ha proposto una nuova sovrattassa del 4 per cento sui cittadini americani più ricchi.

Qualcuno ha detto “voto utile”?

Sanders non sta restando con le mani in mano, e per esempio ha diffuso uno spot che – senza nominarla mai, ma facendo evidentemente riferimento a lei – accusa Clinton di voler contemporaneamente “accettare i soldi delle grandi banche di Wall Street, e poi dire alle grandi banche che cosa dovrebbero fare”.

Ora, avete presente Nate Silver? È il famoso giornalista-statistico americano che con un complesso modello matematico – che combina i dati dei sondaggi, pesandoli secondo la loro affidabilità nel tempo, con altri dati demografici, economici, politici – ha predetto sia nel 2008 che nel 2012 chi avrebbe vinto stato per stato alle elezioni presidenziali. Il suo sito, FiveThirtyEight, sta cominciando a pubblicare dati del genere sulle primarie. E cosa dicono sull’Iowa per i Democratici? Il sito di Nate Silver fornisce due rating diversi. Il primo, che chiamano “polls-plus forecast”, tiene conto dei sondaggi statali ma anche in misura diversa di quelli nazionali e degli endorsement politici ricevuti: vede Clinton con l’82 per cento di possibilità di vincere in Iowa. Il secondo, che chiamano “polls-only forecast”, tiene conto solo dei sondaggi statali e riduce le possibilità di vittoria di Clinton al 66 per cento. In entrambi i casi c’è un distacco notevole, ma in entrambi i casi la traiettoria di Clinton è discendente.

Ci aspetta uno showdown molto interessante nelle prossime due settimane. La prima puntata andrà in onda domenica notte, quando si terrà l’ultimo dibattito televisivo tra Clinton e Sanders prima dei caucus in Iowa.

Bonus
A giudicare dai vostri feedback – che mi interessano sempre molto: rispondete a questa email! – vi è piaciuta parecchio la storia di qualche settimana fa su Martin O’Malley, il terzo candidato alle primarie dei Democratici: a un suo comizio in Iowa durante una tempesta di neve si era presentata una sola persona, e per giunta non l’aveva convinta a votare per lui. Al povero O’Malley ne è successa un’altra, questa settimana: una sera è entrato in un ristorante di Des Moines per parlare con gli elettori e ci ha trovato dentro un affollato raduno di sostenitori di Ben Carson. Hanno fatto amicizia, almeno.

Tra i Repubblicani, nel frattempo
Giovedì c’è stato un dibattito televisivo. Un altro, direte voi, e non avete tutti i torti: ma questo è stato abbastanza importante. È diventata evidente, infatti, la divisione di cui parlavamo la settimana scorsa: da una parte Donald Trump e Ted Cruz, in lotta per il predominio tra gli elettori più estremisti e per la vittoria in Iowa; dall’altra parte Marco Rubio, Chris Christie, John Kasich e Jeb Bush, in lotta per il predominio tra gli elettori un po’ più ragionevoli e per un buon piazzamento in New Hampshire.

Il mio resoconto del dibattito lo trovate sul Post, ma la cosa principale è che la tregua fra Trump e Cruz è finita. I due si sono ignorati per mesi, a volte facendosi addirittura dei complimenti: dato che competono per lo stesso elettorato, hanno sperato che il crollo dell’uno potesse avvantaggiare l’altro e quindi non volevano alienarsi i rispettivi elettori. A due settimane dai caucus in Iowa nessuno dei due è ancora crollato, anzi: quindi si sono tolti i guanti. Trump ha ritirato fuori la storia della presunta ineleggibilità di Cruz per via del fatto che è nato in Canada, che Cruz ha respinto con gran facilità (è figlio di americani quindi è americano dalla nascita, come prescrive la Costituzione); Cruz ha criticato Trump accusandolo di avere «i valori di New York» – ricordate che stiamo parlando di una discussione tra fuori di testa – e Trump ha segnato un rigore a porta vuota.

Se sei costretto ad applaudire la risposta del tuo avversario alle tue critiche, vuol dire che hai fatto una cazzata.

La risposta di Trump non è interessante solo perché demolisce Cruz, ma per come lo fa: senza un insulto, senza spararla ancora più grossa, senza alzare la voce. È esemplare di una cosa che molti giornalisti americani hanno notato nelle ultime settimane: Trump sta diventando sempre più abile come candidato. Sta aggiungendo sfumature e registri diversi alla sua dialettica, mostrando una capacità di apprendimento e adattamento che nessuno tre mesi fa immaginava che potesse avere.

Guardate quest’altro video. Si parla di tossicodipendenza: è un grosso tema in New Hampshire, dove negli ultimi anni i casi di morti per overdose di eroina si sono moltiplicati (nel 2015 sono stati il doppio del 2013). Trump risponde a un uomo che ha perso un figlio tossicodipendente e lo fa ricordando la sua proposta politica più famosa – costruire un muro al confine col Messico per fermare immigrati e narcotraffico – ma con un tono intimo, personale e molto empatico. Anche questo è un Trump che non avevamo mai visto fin qui.

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Altri aggiornamenti sui Repubblicani:

– strategie opposte: Marco Rubio ha comprato la trasmissione di 7.000 spot elettorali in Iowa fino al primo febbraio, più di metà del totale dei candidati Repubblicani, ma sta passando da quelle parti meno tempo degli altri; Ted Cruz è molto presente in Iowa e ha comprato per lo stesso periodo la trasmissione di appena 33 spot elettorali (almeno fin qui);

– sempre in tv Bush e Rubio si stanno massacrando a vicenda: qui c’è un recente spot di Bush e qui la risposta di Rubio. Ma Bush continua a riservare i suoi attacchi più duri a Donald Trump, come lo spot che segue. Bush probabilmente perderà le primarie, ma lo farà sparando all’impazzata.

– questa settimana Barack Obama ha rivolto al paese il suo ultimo discorso sullo stato dell’Unione (resoconto qui). Come da tradizione, il partito di opposizione ha organizzato una “risposta” al discorso del presidente, trasmessa dai network televisivi poco dopo la fine del discorso al Congresso. È un modo per catalizzare l’attenzione dei media ma storicamente non è uno strumento di grande efficacia: non si ricordano grandi e storiche risposte ai discorsi presidenziali, mentre invece sentire un discorso normale da un luogo normale da parte di un politico normale, spesso sconosciuto ai più, poco dopo la massima solennità del discorso del presidente al Congresso, finisce spesso per mettere in imbarazzo e ridimensionare l’opposizione stessa, piuttosto che giovarle. La notizia è che quest’anno la risposta dei Repubblicani al discorso di Obama è stata invece particolarmente buona: l’ha pronunciata Nikki Haley, governatrice del South Carolina. Tenetela d’occhio, quando si dovrà assegnare il posto da candidato vicepresidente per i Repubblicani.

P.S. Non vorrei lasciarvi con l’impressione che Donald Trump sia diventato improvvisamente un candidato normale e di cui non bisogna preoccuparsi, quindi allego l’inquietante spettacolino messo in piedi da tre ragazzine – imbeccate da qualche adulto, ovviamente – prima di un suo comizio in Florida. Alla settimana prossima!

Cose da leggere
Why Nevada Matters in 2016, di Jon Ralston su USA Today
What Happens If Bernie Wins Iowa and New Hampshire?, di Josh Voorhees su Slate

Hai una domanda?
Scrivimi a costa@ilpost.it oppure rispondi a questa email, che poi è la stessa cosa.

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–304 giorni alle elezioni statunitensi

–304 giorni alle elezioni statunitensi
–23 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

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Mancano poco più di tre settimane all’inizio delle primarie americane: al momento in cui cominceremo a vedere gli effetti concreti di tutte le cose che i candidati alla presidenza degli Stati Uniti hanno detto e fatto nell’ultimo anno, di tutte le mani che hanno stretto e i soldi che hanno ricevuto e speso, di tutte le strategie che hanno adottato e cambiato, di tutti gli errori che hanno commesso. Nel nostro piccolo, cominceremo anche a vedere la realizzazione o meno di tutte le cose che ci siamo raccontati ogni sabato negli ultimi sette mesi. Si comincia dall’Iowa, il primo febbraio. C’è già un colpo di scena, in qualche modo.

Cos’è l’Iowa
iowaÈ uno stato americano del Midwest (quello colorato nella foto accanto). È poco più grande della Grecia, in termini di superficie, ma ha 3 milioni di abitanti (la Grecia ne ha 11 ed è persino un po’ più piccola).

La sua economia è stata a lungo basata sull’agricoltura ma negli ultimi cinquant’anni si è diversificata molto, per quanto a volte dolorosamente: c’è stata una grossa crisi agricola negli anni Ottanta e un’altra in corrispondenza della crisi globale di qualche anno fa. A ognuno di questi passaggi l’economia dell’Iowa è diventata meno dipendente dall’agricoltura e dai settori collegati (per esempio quello dei biocombustibili: ma ci arriviamo).

Le città più popolate in Iowa sono la capitale Des Moines (circa 200 mila abitanti), Cedar Rapids (129 mila) e Davenport (102 mila). Il 72 per cento degli abitanti dell’Iowa è nato in Iowa. Il 91 per cento degli abitanti sono bianchi. Gli abitanti dell’Iowa sono protestanti per il 52 per cento, cattolici per il 23 per cento, non religiosi per il 13 per cento; i musulmani sono lo 0,2 per cento, gli ebrei sono lo 0,1.

Dal punto di vista politico, l’Iowa è uno stato tendenzialmente Democratico dove negli ultimi anni però i Repubblicani stanno guadagnando terreno. Alle elezioni presidenziali l’Iowa dal 1988 sceglie il candidato Democratico, con l’eccezione del 2004, ma in tempi recenti ha eletto un governatore Repubblicano, due senatori Repubblicani su due, tre deputati Repubblicani e uno Democratico. Dal punto di vista territoriale, la parte est è più Democratica (ci sono le zone più urbanizzate) mentre la parte ovest è più Repubblicana. La parte centrale dello stato oscilla tra un partito e l’altro, ma la capitale Des Moines è più Democratica che Repubblicana. Il suo elettorato è storicamente sensibile ai candidati populisti di entrambi i partiti; nel caso dei Repubblicani, hanno un grosso peso i gruppi religiosi evangelici.

Le primarie del 2008 le vinsero Barack Obama tra i Democratici e il reverendo Mike Huckabee tra i Repubblicani; quelle del 2012 le vinse sempre Obama tra i Democratici (ma era scontato) e il religiosissimo Rick Santorum tra i Repubblicani.

Il discorso di Obama dopo la sorprendente vittoria in Iowa nel 2008. «They said this day would never come». Che frase perfetta. Non esistono molti modi migliori di questo per cominciare un discorso dopo un’elezione.

Perché si vota per primo in Iowa?
Per tradizione, innanzitutto. Ma è una tradizione a cui nel tempo sono state trovate buone ragioni: cominciare da uno stato piccolo permette a tutti di avere una chance, anche ai candidati con meno risorse; Iowa e New Hampshire – dove si vota pochi giorni dopo – sono abbastanza politicamente variegati da essere un interessante punto di partenza; i partiti li conoscono molto bene e sanno ormai come muoversi da quelle parti.

Perché è importante andare bene in Iowa?
I media americani non parlano d’altro da mesi, creando un’atmosfera di attesa che si risolverà in una grande spinta – politica, economica, di entusiasmo e attenzione – per ogni candidato, verso l’alto o verso il basso. Non serve necessariamente vincere, per essere contenti: basta fare meglio di quanto previsto o meglio dei propri diretti avversari. Per esempio, Bush piangerebbe di gioia per un terzo posto, mentre lo stesso terzo posto per Trump sarebbe una disfatta probabilmente fatale.

Le primarie dell’Iowa non sono primarie
Ehm, cosa? Lo so. Per quanto si usi – sia in Italia che negli Stati Uniti – la parola “primarie” per far riferimento all’intero processo di selezione dei candidati alla presidenza degli Stati Uniti, questa selezione può avvenire stato per stato in due modi diversi: le primarie e i caucus. Le primarie sono quelle che immaginiamo: ci sono dei seggi aperti l’intera giornata, si va a votare, si contano i voti. Sono regolate dai singoli stati, che decidono chi può votare e sorvegliano su eventuali irregolarità. Quello dell’Iowa è un caucus.

Cosa diavolo è un caucus?
I caucus sono regolati dai partiti statali e funzionano così.

Memorabile spot di Hillary del 2008 che spiega i caucus.

Ogni partito allestisce uno o più seggi in ognuno dei 1.774 micro-collegi in cui è diviso lo stato. I seggi possono essere bar, case, palestre, scuole, scantinati. I seggi vengono aperti nel tardo pomeriggio, di solito dopo le 18. Fa un freddo cane, c’è la neve e la temperatura è molto sotto lo zero.

Chi vuole partecipare al caucus arriva all’orario di apertura. Si fa un dibattito. Almeno un sostenitore per ogni candidato prende la parola e spiega perché bisogna votare per il suo candidato, gli altri possono rispondere. Si può fare campagna elettorale fino all’ultimo secondo, insomma. Finita la discussione, per i Repubblicani il processo è piuttosto semplice: ogni partecipante al caucus scrive su un foglio di carta il candidato che preferisce: il voto è segreto. Per i Democratici invece è tutto molto più intricato: finita la discussione i partecipanti dichiarano pubblicamente il loro voto (con quel che ne consegue in termini di possibili pressioni “sociali”) e si dividono quindi per gruppi. C’è una specie di soglia di sbarramento: se ci sono candidati rappresentati da un gruppo troppo piccolo, quel gruppo si scioglie e i suoi partecipanti ne scelgono uno di un altro candidato. A quel punto si conta, in proporzione, il sostegno per ogni candidato. I risultati non esprimono direttamente un sostegno ai candidati bensì ai relativi delegati di seggio, che poi sceglieranno i delegati di contea, che poi sceglieranno i delegati statali, ma ci siamo capiti.

L’intero processo richiede fino a due ore e quindi esclude chi deve lavorare, chi ha altro da fare, chi deve accudire qualcuno a casa, chi è malaticcio, eccetera: per questo motivo gli elettori che partecipano ai caucus sono i più motivati e politicizzati. Capite benissimo da soli, a questo punto, perché scrivo da mesi che i sondaggi vanno presi con moltissima cautela: una cosa è dire “voterò Tizio” durante un’intervista telefonica, un’altra è decidere effettivamente il primo febbraio di prendere la macchina, guidare tra la neve e partecipare a un processo così impegnativo. Per capirci, questo è il principale motivo per cui nessuno ha davvero idea di quanto il consenso di Donald Trump nei sondaggi – basato in buona parte su elettori poco informati e interessati alla politica – si possa trasformare in consenso politico vero.

Come si vince in Iowa
Si vince in tre modi, soprattutto. Non voglio dire che per vincere bisogna metterli in pratica per forza tutti e tre, naturalmente, e ci sono molti altri fattori che pesano: ma questi sono quelli che storicamente contano di più.

Il primo è quella cosa che gli americani chiamano “retail politics”. Andare porta per porta, negozio per negozio; telefonare casa per casa. Assoldare quanti più volontari è possibile, mobilitare associazioni, movimenti e sindacati, organizzare piccoli eventi dappertutto, stringere mani, prendere in braccio i bambini. Ci sono elettori che decidono chi votare sulla base di quali candidati gli hanno telefonato a casa o hanno incontrato al bar. D’altra parte convincere gli elettori a partecipare a un caucus è ben più difficile di convincerli a presentarsi al seggio e votare: servono quindi molti comitati, molti funzionari, molti volontari e molto motivati. È un’ovvietà, ma è meglio ribadirla: le posizioni politiche e le qualità di ogni candidato naturalmente incidono molto nella facilità o difficoltà con cui si può fare tutto questo. Marco Rubio e Bernie Sanders sono popolari e hanno una buona organizzazione nello stato, ma sono stati criticatientrambi per via del poco tempo che hanno passato fin qui con gli elettori.

Barack Obama fa smettere di piangere il tuo bambino.

Il secondo è trovando il sostegno dei gruppi religiosi. Questo vale soprattutto per i Repubblicani – sembra che stiano convergendo su Ted Cruz, anche se le cose possono ancora cambiare – ma è importante anche per i Democratici, perché non tutti i gruppi religiosi sono ultra-conservatori.

Il terzo è trovando il sostegno della più potente e temuta lobby politica, industriale e sindacale del paese: quella dell’etanolo. L’Iowa è il maggior produttore del paese e la questione dei sussidi federali al settore è da tempo al centro di un delicato dibattito. Dal 1980 nessun candidato Repubblicano ha vinto le primarie in Iowa senza essere un grande sostenitore dell’industria dell’etanolo.

La questione dell’etanolo
L’etanolo è l’alcol etilico, in pratica. In Iowa si produce moltissimo mais e facendo fermentare il mais si può ottenere l’alcol etilico (ne esistono di tipi molto diversi, destinati a usi molto diversi, ma la formula chimica non cambia). Il carburante che se ne ricava – il cosiddetto bio-etanolo – è considerato una fonte di energia semi-rinnovabile. Dieci anni fa incentivare la produzione e l’uso di bio-etanolo sembrava una buona idea: il petrolio scarseggiava, gli Stati Uniti erano costretti a comprarlo dal Medio Oriente; l’economia stava perdendo posti di lavoro; le emissioni inquinanti stavano aumentando. È nato così il Renewable Fuel Standard (RFS), un programma governativo che impone la miscela di bio-carburante col carburante derivato dal petrolio, in proporzioni crescenti nel tempo, e fornisce in cambio incentivi, sussidi e sgravi fiscali a chi produce il bio-carburante. Oggi la maggior parte delle stazioni di servizio statunitensi eroga una benzina composta per il 10 per cento da bio-etanolo (la cosiddetta E10).

L’economia dell’Iowa ne ha beneficiato moltissimo, ma a un costo significativo per i contribuenti statunitensi, sempre più discusso. Rispetto a dieci anni fa, poi, altre cose sono cambiate: innanzitutto oggi gli Stati Uniti sono il maggior produttore di petrolio al mondo e sono quasi indipendenti dal punto di vista energetico. Inoltre i benefici del bio-carburante per l’ambiente sono stati decisamente messi in discussione, e non solo per il consumo di suolo e di risorse richiesto dalla sua produzione: Nature nel 2008 ha scritto che “ci sono pochi dubbi sul fatto che l’uso di etanolo contribuisca al riscaldamento globale”.

Sia Hillary Clinton che Bernie Sanders sono favorevoli alla prosecuzione del programma RFS, seppure correggendone certi aspetti. Tra i Repubblicani, Marco Rubio, Jeb Bush, Carly Fiorina e John Kasich hanno una posizione simile: favorevoli ma senza particolare entusiasmo. Donald Trump, Mike Huckabee e Chris Christie sono favorevoli con molto entusiasmo. Ben Carson e Rand Paul sono contrari al programma RFS – lo considerano una violazione dei principi del libero mercato e un’intrusione del governo nelle economie locali – ma il candidato con la posizione più radicalmente contraria è Ted Cruz. Ecco il colpo di scena: Ted Cruz è in testa ai sondaggi ed è oggi il favorito per la vittoria in Iowa tra i Repubblicani.

Cosa dicono i sondaggi
Tra i Repubblicani, Cruz è in testa con il 30 per cento circa, seguito da Trump intorno al 26, Rubio intorno al 12, Bush intorno al 5, poi gli altri. In sostanza è Cruz contro Trump, con il dettaglio che Cruz cresce stabilmente da novembre mentre Trump negli ultimi mesi ha perso qualcosa. Cruz ha anche il sostegno di un pezzo importante di establishment e leader religiosi ma, come abbiamo detto, è osteggiatissimo dalla lobby dell’etanolo che lo sta attaccando duramente. Tre settimane di attacchi ininterrotti dalla lobby più potente dello stato possono fare danni: per questo una vittoria di Cruz in Iowa sarebbe in qualche modo storica.

Cruz sta cercando di difendersi moderando un po’ i toni sulla faccenda dell’etanolo, rintuzzando le critiche dei suoi avversari e cercando di presentarsi come il candidato in grado di dire “le cose scomode”, mentre gli altri sono professionisti di Washington abili a lisciare il pelo degli elettori. E sta tentando di spostare la campagna elettorale su temi nazionali e non locali: per esempio l’immigrazione e la lotta al terrorismo. Può funzionare, anche perché i candidati Repubblicani sono così tanti che gli può bastare ottenere il 30 per cento dei voti per vincere.

Agli attacchi della lobby dell’etanolo si stanno sommando però quelli dei suoi avversari. Donald Trump sta suggerendo che siccome Cruz è nato in Canada, forse non può fare il presidente (ha torto: la Costituzione si limita a dire che bisogna essere un “natural born citizen”, cioè americani dal momento della nascita, e Cruz lo è in quanto figlio di americani). Huckabee e Santorum stanno mettendo in discussione il suo interesse per i temi più cari ai gruppi religiosi, come l’abrogazione dei matrimoni gay. Marco Rubio sta giocando al piccolo parroco diffondendo spot come questo.

In ogni caso, tra i Repubblicani si stanno giocando due partite diverse. Una è quella per gli elettori molto conservatori, e se la stanno giocando Cruz e Trump – con Carson, Santorum e Huckabee nelle retrovie. L’altra è quella per gli elettori più moderati, se la stanno giocando Rubio, Bush, Christie, Kasich e Fiorina. Chi di loro arriverà terzo – dando per scontati i primi due, diciamo – riceverà una bella spinta in vista delle successive elezioni in New Hampshire.

Tra i Democratici è tutto molto meno incerto, apparentemente. Hillary Clinton in Iowa ha quasi 20 punti di vantaggiosu Bernie Sanders e da settembre a oggi soltanto due sondaggi le hanno attribuito un vantaggio inferiore ai 15 punti. Quindi vincerà, salvo sorprese che possono comunque esserci, ma dal punto di vista politico la situazione rimane delicata: con aspettative del genere per Hillary in Iowa non c’è niente da vincere, solo da perdere. Se alla fine battesse Sanders con un distacco di 5 punti, supponiamo, sarebbe una vittoria in termini di delegati ma un segno di fragilità in termini politici. E Sanders è messo molto meglio in New Hampshire, dove si vota pochi giorni dopo. Hillary Clinton non può sedersi, insomma, e Bernie Sanders parte tutt’altro che sconfitto.

Il prossimo dibattito televisivo tra i candidati Repubblicani sarà il 14 gennaio, quello dei Democratici invece il 17 gennaio.

La newsletter più lunga! Mi faccio perdonare con The West Wing, che funziona sempre. A sabato prossimo.

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7 pensieri su quel film, quello lì

1. Il nuovo film di Checco Zalone è una normalissima commedia italiana, ben eseguita nel suo genere di normalissima commedia italiana: non c’è niente che non sia telefonato, ma d’altra parte trattasi appunto di normalissima commedia italiana.

2. Perché allora va così forte? Non lo so, di preciso, e di solito cerco di non parlare di argomenti che non conosco: mi piace molto il cinema ma non sono un esperto di cinema. Chi arriva a vedere il film con qualche pregiudizio però potrebbe essere sorpreso: non è “Natale al cesso”, è distante anni luce dai cinepanettoni di Boldi e De Sica. È il nazionalpopolare portato alle estreme conseguenze ma non è becero quasi mai. È tutta una bonaria presa in giro dei difetti degli italiani – presentati in modo a volte sgradevole, come sgradevoli possono essere le risate del pubblico in quei momenti lì – che oscilla tra il sarcastico, l’innocuo e l’assolutorio. Non ha nessun livello di ingresso richiesto, funziona a modo suo dai dieci ai novant’anni di età, e lo spessore ne risente molto: ma fa molto ridere, a giudicare dalle mani sulla pancia di chi era in sala con me.

quo-vado-locandina-660x3303. È assurdo che ci sia tutto questo dibattito su una normalissima commedia italiana, sulla quale in realtà non c’è molto da dire. La ragione del dibattito è la vastità del suo successo, e per questo alla fine si parla molto poco del film e molto di noi, ma chi lo va a vedere lo fa probabilmente solo per passare due ore di svago: poi torna a leggere Proust, o Gramellini, o Ken Follett, o Franzen, o i libri di ricette, o a studiare per il prossimo esame. E dubito che anche tra chi disprezza questo successo non ci sia chi ha Candy Crush sullo smartphone o di tanto in tanto guarda una gallery di cuccioli o un video scemo online. L’idea che a vedere Zalone al cinema vada “l’Italia peggiore”, suggerita da più di qualcuno, può essere accettata solo se viene da chi vive su un pianeta diverso da questo, da chi non mette mai nemmeno il naso oltre il suo microscopico circoletto o da elettori di Sinistra Critica fuori tempo massimo. Forse nemmeno da quelli: al mio amico comunista il film di Zalone è “piaciuto molto”.

4. È anche assurdo che esprimere una qualsiasi opinione sul film di Zalone – anzi: anche solo andarlo a vedere – sia diventato come iscriversi a un partito: ognuno deve scegliere la sua etichetta. Tu chi vuoi essere? Vuoi essere quello così snob che schifa il film di Zalone che stanno guardando tutti? Oppure quello così snob che fa il giro e va a vedere con entusiasmo il film di Zalone in quanto presunto fenomeno trash? Oppure quello così scemo che va a vedere il film di Zalone e gli piace pure? Oppure quello che Zalone non gli piace ma lo difende perché gli permette di prendere in giro i vecchi tromboni de sinistra? Nessuno ne esce bene. Anche questo meccanismo dice di noi più di quanto dica di noi il successo del film di Zalone.

5. In ogni caso chi fa un mestiere che lo porta a rivolgersi in generale al pubblico italiano – che sia il politico o il giornalista o il pubblicitario o altro – secondo me dovrebbe vedere il film del comico autore dei tre film italiani dai maggiori incassi di sempre, se non vuole vivere su quell’altro pianeta.

6. Dall’altra parte, suggerirei di tenere in considerazione anche l’ipotesi che il film di Zalone sia un film e basta, al di là che vi faccia ridere o no: che non dica niente su chi siamo e dove stiamo andando, non più di quello che dicono ogni altro giorno dell’anno i dati dell’Auditel o la lista degli articoli più letti sui siti di news.

7. Se vi piace il cinema – il cinema, non solo i film: il cinema – la cosa veramente bella è vedere un film in una sala strapiena di gente di tutte le età: quante volte vi capita in un anno?

 

–311 giorni alle elezioni statunitensi

–311 giorni alle elezioni statunitensi
–30 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

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A 30 giorni alle primarie in Iowa – sabato prossimo: guida completa – il quadro tra i Repubblicani da quelle parti sembra più o meno delineato: sarà una lotta fra Donald Trump e Ted Cruz. Si tratta peraltro di uno scenario storicamente sensato, visto che l’elettorato dell’Iowa favorisce di solito i candidati più conservatori (nel 2012 vinse Santorum, nel 2008 Huckabee). Per questo motivo sta diventando sempre più appassionante seguire la campagna elettorale in New Hampshire, dove si vota pochi giorni dopo: i candidati più pragmatici e moderati hanno bisogno di fare molto bene lì per emergere come l’anti-Trump o l’anti-Cruz. Parliamo essenzialmente di Marco Rubio, Jeb Bush, Chris Christie e John Kasich.

In questo momento nei sondaggi del New Hampshire questi quattro candidati sono compresi in cinque punti percentuali e fanno appello più o meno agli stessi elettori. A rendere tutto ancora più interessante c’è il fatto che storicamente le primarie in New Hampshire sono piuttosto imprevedibili: negli anni hanno resuscitato candidati che erano dati per spacciati, hanno fatto cadere chi era dato per favorito, hanno rimescolato le carte. Non sono primarie che assegnano molti delegati – poco più di 20, peraltro assegnati proporzionalmente – ma possono dare una gran spinta politica, economica e mediatica, e i candidati più moderati ne hanno molto bisogno. Un’altra ragione che rende il New Hampshire essenziale, infatti, è che il calendario delle primarie prevede che si voti all’inizio in contesti molto favorevoli ai candidati più conservatori, con un picco nella prima settimana di marzo, dove si voterà tra gli altri in stati meridionali come Alabama, Arkansas, Georgia, Oklahoma, Tennessee, Mississippi, Louisiana e Texas. I candidati moderati potranno tirar su la testa il 15 marzo, dove si vota in posti pesantissimi come Florida, Ohio e Illinois. Ma bisogna arrivare a quella data in salute, ben finanziati, con volontari motivati, elettori fiduciosi e una buona copertura sui media: per riuscirci è indispensabile innanzitutto far bene in New Hampshire.

https://www.youtube.com/watch?v=LoS21m1PFpM

Duro spot di Jeb Bush contro Marco Rubio.

Jeb Bush sta lentamente riemergendo dalle difficoltà dei mesi scorsi e ha ancora un sacco di soldi, che sta investendo massicciamente – più del triplo dei suoi avversari – in una serie di spot televisivi da trasmettere in New Hampshire: due andranno in onda anche nell’intervallo del Super Bowl, che si terrà il 7 febbraio. Bush ha anche cancellato alcune spese per spot televisivi in Iowa e South Carolina e ha usato quei fondi per raddoppiare il numero dei dipendenti e funzionari al lavoro in New Hampshire. Le sue ampie risorse finanziarie – e la capillarità territoriale del suo sostegno politico nell’establishment del partito – lo renderebbe dei quattro forse l’unico che potrebbe permettersi di andar male in New Hampshire; allo stesso modo, però, Bush è andato così male fin qui nei sondaggi e nei dibattiti che un altro inciampo potrebbe essergli fatale.

Christie sembrava spacciato fino a qualche tempo fa, ma la rinnovata attenzione degli americani per la lotta al terrorismo sta enfatizzando le sue doti migliori e gli sta permettendo di usare a suo favore l’esperienza da procuratore del New Jersey dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. Rubio è tutt’ora il più presidenziabile dei quattro, ma le discussioni sulla sicurezza nazionale stanno facendo pesare di più alcuni suoi punti deboli: la sua posizione pragmatica sull’immigrazione e la sua inesperienza di governo. E Kasich, beh, è il governatore dell’Ohio, popolarissimo nel suo stato: se riuscisse ad andar bene in New Hampshire, avrebbe un’ottima mano per le settimane a seguire.

https://www.youtube.com/watch?v=7H1Ru_RHZqQ

Duro spot di John Kasich contro Jeb Bush.

Per tutte queste ragioni, il risultato è che questi quattro candidati al momento stanno trascurando Trump e Cruz e se le stanno dando di santa ragione tra loro. Bush e Christie accusano Rubio di snobbare il suo incarico da senatore preferendo fare raccolte fondi ed eventi di campagna elettorale. Kasich dice che Bush è un candidato di un’altra epoca che non capisce l’America del 2016. Rubio e Kasich dicono che Christie è detestato persino dagli elettori dello stato che governa, il New Jersey. Christie dice di essere l’unico in grado di proteggere gli americani dalla minaccia del terrorismo, e che i suoi avversari sono mammolette. Bush accusa Kasich di voler mettere al bando le armi d’assalto. Rubio ricorda a tutti dei tempi in cui Bush lo adorava. Esiste anche il rischio concreto – il “nightmare scenario“, scrivePolitico – che finiscano per azzopparsi a vicenda.

https://www.youtube.com/watch?v=Rps3x1aUR8Y

Duro spot di Jeb Bush contro Chris Christie e John Kasich.

 

Anche per i Democratici il New Hampshire è importante
Hillary Clinton in Iowa ha un vantaggio che si è ormai consolidato, ma in New Hampshire le cose sono più equilibrate: lei e Sanders si sono sorpassati a vicenda cinque volte negli ultimi sei mesi e oggi – facendo la media – è avanti Sanders di quasi sei punti. Sanders peraltro sa che faticherà moltio negli stati successivi – in South Carolina è indietro di oltre 40 punti, in Nevada di 20 – e quindi ha davvero bisogno di far bene in New Hampshire. Anche per questo motivo, a partire dai prossimi giorni Hillary userà in New Hampshire quella che ha definito la sua “arma-non-tanto-segreta”: Bill Clinton comincerà a fare attivamente campagna elettorale. Vedere in campo un politico dal talento formidabile come Bill Clinton è una bella notizia per qualsiasi appassionato di politica americana, e la cosa potrebbe avere qualche ripercussione sulla campagna elettorale anche oltre il New Hampshire: Donald Trump, per esempio, ha iniziato ad attaccarlo per via delle accuse di molestie sessuali che gli sono state rivolte negli anni, e Hillary non ha davvero nessuna voglia che queste storie diventino un tema di discussione sui giornali.

Bonus
Martin O’Malley, il terzo candidato dei Democratici, sta continuando faticosamente a fare campagna elettorale in Iowa. Questa settimana ha deciso di tenere un incontro pubblico con gli elettori nonostante una tempesta di neve e si è presentata una sola persona. Che peraltro non ha convinto a votare per lui.

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In other news
La settimana scorsa avevamo parlato di come Ben Carson – in caduta libera nei sondaggi dei Repubblicani – stesse avendo problemi con il suo staff e i dirigenti della sua campagna elettorale. Questa settimana se ne sono andati ilcampaign manager e venti dipendenti. Il 31 dicembre c’è stata un’altra di quelle importanti scadenze trimestrali per le raccolte fondi dei candidati: i dati devono essere diffusi pubblicamente entro il 31 gennaio, ma alcuni candidati hanno già comunicato ufficiosamente come sono andate le cose: sembra siano andati molto bene Cruz e Clinton, mentre Carson ha incassato parecchio ma anche speso moltissimo (e ha speso moltissimo soprattutto nell’organizzazione delle raccolte di fondi: è un fenomeno che avevamo spiegato qui). George Pataki si è ritirato dalle primarie dei Repubblicani. Chi? Appunto.

Bonus
Questo interessante video seziona una risposta di Donald Trump evidenziando le caratteristiche uniche del suo stile oratorio.

Le date più importanti del 2016
(se vedete stati ripetuti due volte, è perché Democratici e Repubblicani votano in giorni diversi)
– 12 gennaio: ultimo discorso sullo stato dell’unione di Barack Obama
– 14 gennaio: dibattito tv dei Repubblicani
– 17 gennaio: dibattito tv dei Democratici
– 25 gennaio: ultimo dibattito tv dei Repubblicani prima del voto in Iowa
– 29 gennaio: il dipartimento di Stato diffonde l’ultimo blocco di email di Hillary Clinton
– 1 febbraio: si vota in Iowa
– 6 febbraio: dibattito tv dei Repubblicani
– 9 febbraio: si vota in New Hampshire
– 11 febbraio: dibattito tv dei Democratici
– 13 febbraio: dibattito tv dei Repubblicani (santo cielo, non dormirò più)
– 20-27 febbraio: si vota in Nevada e South Carolina
– 26 febbraio: dibattito tv dei Repubblicani
– 1 marzo: Super-Tuesday!
– 2-5 marzo: conferenza del CPAC, cioè un megaraduno dei conservatori statunitensi
– 5-9 marzo: si vota in Kentucky, Kansas, Maine, Louisiana, Nebraska, Michigan, Mississippi, Idaho
– 9 marzo: dibattito tv dei Democratici
– 15 marzo: si vota in Florida, Ohio, Illinois, Missouri e North Carolina (altra data fondamentale)
– 22 marzo: si vota in Alaska, Hawaii e Washington
– 5 aprile: si vota in Wisconsin
– 9 aprile: si vota in Colorado e Wyoming
– 19 aprile: si vota a New York
– 26 aprile: si vota in Connecticut, Delaware, Maryland, Pennsylvania e Rhode Island
– 3 maggio: si vota in Indiana
– 10 maggio: si vota in West Virginia
– 17 maggio: si vota in Oregon e Kentucky
– 24 maggio: si vota a Washington
– 7 giugno: si vota in California, Montana, New Jersey, New Mexico e South Dakota
– giugno: ci si aspettano importanti sentenze della Corte Suprema su aborto e immigrazione
– tra giugno e luglio, salvo sorprese: scelta dei candidati alla vicepresidenza
– 18-21 luglio: convention dei Repubblicani a Cleveland (ci andrò, spero)
– 25-28 luglio: convention dei Democratici a Philadelphia (idem!)
– 26 settembre: primo dibattito tv tra i candidati alla presidenza
– 4 ottobre: dibattito tv tra i candidati alla vicepresidenza
– 9 ottobre: secondo dibattito tv tra i candidati alla presidenza
– 19 ottobre: terzo e ultimo dibattito tv tra i candidati alla presidenza
– 8 novembre: elezioni presidenziali negli Stati Uniti

Cose da leggere
– How Hillary Clinton Went Undercover to Examine Race in Education, di Amy Chozick sul New York Times
Flirting With a Chaotic GOP Convention, di Benjamin L. Ginsberg sul Wall Street Journal (è presto per parlarne, ma qui ci sono molte informazioni utili)
– 
Why Tennessee will matter in 2016, di Katie Glueck su Politico
– Marco Rubio and the Problem of the Political Natural, di Benjamin Wallace-Wells sul New Yorker

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–318 giorni alle elezioni statunitensi

–318 giorni alle elezioni statunitensi
–37 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

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Sono successe molte cose negli ultimi giorni ma questa è l’ultima newsletter del 2015, quindi ho pensato di raccontarle approfittandone per fare un po’ il punto della situazione, candidato per candidato. Quando ci sentiremo la prossima volta saremo nel 2016, l’anno delle elezioni, e mancherà meno di un mese all’inizio delle primarie.

Donald Trump
Ha detto un altro paio di cose enormi questa settimana, soprattutto contro Hillary Clinton, ma ormai mi sembra ci sia in chi lo racconta persino una certa stanchezza. È ancora il candidato in testa ai sondaggi nazionali, ma in Iowa – il primo stato in cui si vota – il sorpasso di Cruz si è consolidato. La tanto annunciata “fase due” della sua campagna non si vede ancora: non si vedono spot televisivi, non si vedono assunzioni di strateghi, funzionari esperti e sondaggisti. La mia impressione è che sia inutile aspettare che il pallone Trump scoppi all’improvviso, e invece valga la pena osservarlo sgonfiarsi lentissimamente, come se fosse stato punto da uno spillo sottilissimo.

Hillary Clinton
Il dibattito televisivo di sabato scorso per lei è andato benissimo: come ha scritto il Washington Post, è sembrata l’unica persona che potrebbe davvero fare la presidente domani mattina. La rinnovata attenzione dell’elettorato statunitense per le questioni legate al terrorismo e alla sicurezza nazionale stanno esaltando sia i suoi punti di forza che le debolezze dei suoi avversari, tanto che durante il confronto tv ha preferito quasi sempre criticare i Repubblicani piuttosto che gli altri candidati Democratici. I sondaggi sono buoni (la situazione sembra equilibrata soltanto in New Hampshire) e nel 2016diventerà di nuovo nonna, cosa che le darà una piccola mano visto che da tempo cerca di “umanizzare” la sua immagine. Ha detto che con gli investimenti che pensa di fare nel settore della ricerca sanitaria, entro dieci anni sarà possibile curare l’Alzheimer. Il 2015 ha avuto per lei qualche momento complicato, soprattutto in estate, ma ora la sua candidatura sembra avere un altro passo.

Guardate quanto è marziale questo spot di Hillary Clinton. Le parole, il suono della voce, le immagini. Gli attentati di Parigi e San Bernardino hanno stravolto il tono della campagna elettorale.

Jeb Bush
Jeb Bush
“Nessun candidato è più felice di Jeb Bush di salutare il 2015″, ha scritto giustamente Politico. Nonostante una disponibilità economica quasi sconfinata, il sostegno dell’establishment del partito e una grande notorietà, Bush ha sperperato un grande vantaggio nei sondaggi mostrando la goffaggine di chi in fondo non faceva politica attiva dal 2007. Ha toccato il fondo nei dibattiti televisivi, quando è stato praticamente bullizzato da Donald Trump, e oggi si barcamena sotto il 10 per cento.

Da un mese, comunque, ha cambiato qualcosa: forse è troppo tardi, forse no. Nei dibattiti sta andando meglio, a forza di allenarsi; i suoi comizi sono più affollati di prima e chi ci arriva perplesso se ne va convinto. Aveva cominciato con una strategia aggressiva – Bush aveva le risorse per vincere in tutti gli stati – ma ora è costretto a puntare tutto sul New Hampshire, quello con l’elettorato a lui più congeniale tra i primi stati in cui si vota. Ultimamente sta cercando di dipingersi come l’unico vero candidato anti-Trump, avvantaggiato anche dal fatto che i suoi rivali effettivamente hanno deciso spesso per opportunismo o pavidità di girare al largo da The Donald.

Marco Rubio
È quello che la stampa chiama da mesi astro-nascente, il migliore per tutti nei discorsi e nei dibattiti televisivi, quello che può andare bene con l’elettorato latinoamericano, quello che può conquistare sia l’establishment del partito che gli elettori più estremisti: tutto vero. Dovessi puntare su qualcuno, io oggi punterei su di lui. Ma allora perché non sta vincendo? Nei sondaggi nazionali è terzo, in Iowa è terzo, in New Hampshire è secondo. Peraltro proprio in questi stati si sta facendo vedere pochissimo, rispetto ai suoi rivali. È un piano, ne hanno scritto questa settimana sia Bloombergche il New York Times: approfittare dell’impresentabilità dei suoi principali rivali, soprattutto Trump e Cruz, per trascurare gli early states e concentrarsi sul resto degli stati. È una mossa molto rischiosa: qualcosa di simile a quello che nel 2008 aveva in mente Rudolph Giuliani, che però così facendo era stato già cancellato dalla competizione prima che si votasse negli stati in cui lui pensava sarebbe stato più forte.

Ted Cruz
Credo sia oggi il candidato messo meglio, tra i Repubblicani. Può vincere in Iowa, può vincere nella gran parte degli stati del Sud e soprattutto può attrarre la maggior parte degli elettori che oggi dicono di preferire Donald Trump, quando Donald Trump tornerà sulla Terra. Sul fatto che questo ne faccia un buon candidato alle elezioni di novembre, invece, ho dei dubbi. In uno sketch dell’ultima puntata del Saturday Night Live, l’imitatore di Ted Cruz dice: «L’ISIS mi odierà. Ne sono certo perché mi odiano tutti. I Democratici mi odiano. I Repubblicani mi odiano». È semplicemente vero. Un po’ per le sue posizioni particolarmente estremiste, un po’ per come tratta chiunque non sia d’accordo con lui, l’establishment del partito detesta Cruz forse persino più di Trump. La circostanza è ammessa dallo stesso Cruz, che anzi la cita nei suoi comizi come argomento a favore della sua autenticità.

Tre cose che sono successe questa settimana intorno a Ted Cruz, per finire. Primo: è venuta fuori – non so quanto spontaneamente – una registrazione audio di un suo discorso durante un incontro a porte chiuse con alcuni finanziatori. Tra le altre cose, Cruz dice che l’abrogazione dei matrimoni gay non è tra le sue priorità, pur essendo lui contrario (la cosa potrebbe far incazzare gli evangelici, sul cui sostegno ha puntato molto). Secondo: ha diffuso un bizzarro spot natalizio, che è quello qui sotto, dove legge alle sue figlie alcune favole tradizionali storpiate per prendere in giro i suoi avversari. Terzo: il Washington Post ha pubblicato una vignetta che mostra le figlie di Cruz come due scimmiette ammaestrate – per via del suddetto spot – generando una montagna di polemiche. Alla fine il Washington Post ha ritirato la vignetta, mentre Ted Cruz l’ha usata per sollecitare le donazioni dei suoi sostenitori e ha tirato su un milione di dollari.

Bernie Sanders
Se si esclude Trump, è stato la vera grande sorpresa di questi mesi: ha messo in piedi una campagna elettorale vera, costruita su un consenso vero, e oggi è l’unico sfidante credibile di Hillary Clinton. Dopo un’estate magnifica però si trova in difficoltà: nei sondaggi è arrivato a un punto di stallo e improvvisamente per gli americani le condizioni della classe media, le diseguaglianze economiche e i privilegi di Wall Street non sono più una priorità. Magari questa circostanza cambierà presto, ma per il momento Sanders sta faticando. Inoltre questa settimana Sanders ha sospeso altri due dipendenti per la storia dei dati di Clinton sottratti la settimana scorsa. Non vincerà.

Chris Christie e John Kasich
Li metto insieme perché si somigliano, in qualche modo, e soprattutto si somigliano i loro piani. Sono due governatori più o meno moderati, soprattutto Kasich, e per questo motivo stanno giocando col campo decisamente in salita: ma hanno entrambi buone qualità. Il primo ha un’efficacia oratoria formidabile, soprattutto a braccio e negli incontri dal vivo con gli elettori; il secondo è il popolarissimo governatore dell’Ohio, uno di quegli stati che bisogna vincere se si vuole arrivare alla Casa Bianca. I sondaggi li danno praticamente per spacciati e con un solo scenario favorevole davanti: visto che l’elettorato dell’Iowa non gli è congeniale per niente, e non hanno soldi per competere su molti stati, anche loro puntano tutto sul New Hampshire. Una vittoria in New Hampshire può dargli spinta – mediatica, politica, economica – per proseguire la campagna; una sconfitta invece sarà praticamente la fine dei giochi.

Ben Carson
È in caduta libera nei sondaggi, e giustamente: chi vuole votare un fuori di testa ha trovato in Trump e Cruz candidati ben più solidi e affascinanti. Lui ha promesso grandi rinnovamenti nel suo staff – sembra che alla base dei suoi guai recenti ci sia una lotta interna tra il direttore e lo stratega della sua campagna elettorale – ma credo che davvero abbia detto tutto quello che aveva da dire. È diventato ancora più famoso, venderà un sacco di libri e otterrà un contratto come opinionista su Fox News o da qualche altra parte: ed era quello che voleva fin dall’inizio, forse.

E gli altri?
Lindsey Graham si è ritirato, e se non l’avete mai sentito nominare è un peccato: è un bel personaggio, Repubblicano dal gran senso dell’umorismo, idee molto aggressive di politica estera ma moderate e ragionevoli su quasi tutto il resto. Era decisamente il candidato sbagliato al momento sbagliato. Gli altri – O’Malley, Fiorina, Paul, Huckabee, Santorum – faranno tutti la stessa fine: è solo questione di tempo.

Chiudo con una storia che riguarda Susana Martinez, governatrice Repubblicana del New Mexico. Non è candidata alle primarie ma fino a questa settimana era considerata una potenziale credibile vice-presidente, soprattutto qualora tra i Repubblicani non dovessero vincere né Rubio né Cruz. Ho scritto “fino a questa settimana” perché adesso è molto improbabile che venga selezionata. È stata diffusa la registrazione di un incontro tra Martinez e un agente di polizia. Martinez era in una camera d’albergo, il poliziotto era stato chiamato all’una del mattino perché dalla finestra della sua stanza veniva un gran rumore ed erano persino volate giù delle bottiglie di vetro dalla finestra. Martinez apre la porta e parla con l’agente visibilmente ubriaca, persino il poliziotto è imbarazzato. Il suo ufficio stampa ha scaricato la colpa dei rumori sul suo staff, ha detto che comunque dalla finestra non erano volate giù bottiglie ma palle di neve (?!) e che Martinez per la precisione aveva bevuto solo un drink e mezzo.

E buon Natale.
C’è una gran scena di The West Wing per ogni occasione.

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–325 giorni alle elezioni statunitensi

–325 giorni alle elezioni statunitensi
–44 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

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Bernie Sanders è nei guai. Senatore del Vermont, principale sorpresa delle primarie dei Democratici e unico vero sfidante di Hillary Clinton, le cose questa settimana gli stavano andando bene: prima aveva annunciato di aver ricevuto fin qui donazioni economiche da due milioni di persone diverse – un gran risultato, specie a questo punto della campagna – e poi aveva ottenuto il sostegno di un importante sindacato di lavoratori e di un’influente organizzazione di attivisti politici di sinistra. Poi è avvenuto il patatrac. Facciamo un passo indietro.

Il Partito Democratico ha un grosso database sugli elettori statunitensi. Contiene una montagna di dati raccolti legalmente negli anni – indirizzi email, numeri di telefono, risposte a sondaggi e questionari, propensione a donare dei soldi o a partecipare a iniziative, eccetera – e lo mette a disposizione dei candidati alle primarie attraverso un software che si chiama Voter Data. Gli staff dei candidati utilizzano una sezione personalizzata del software, protetta da password: semplificando molto, possono creare e amministrare delle loro liste – sostenitori sicuri, elettori indecisi, elettori che hanno a cuore l’economia, che hanno a cuore il terrorismo, che hanno donato dei soldi, che sono neri, che sono disoccupati, che sono stati già contattati – e possono usare questi strumenti per personalizzare e modulare la loro comunicazione. Si tratta di uno strumento di campagna elettorale preziosissimo, più volte indicato come determinante per chi ha lavorato alle campagne vincenti di Obama nel 2008 e nel 2012.

Tra giovedì e venerdì, a causa di un bug del software, lo staff di Sanders ha avuto accesso alla sezione di Clinton, alle sue liste e alle sue informazioni personalizzate. Almeno un membro dello staff di Sanders – ma diversi giornali dicono che sono stati ben quattro – ne ha approfittato, facendo più di 25 ricerche mirate nei dati di Clinton e salvando liste e documenti sul suo computer. Il Partito Democratico se n’è accorto, ha fatto correggere il bug e ha aperto un’inchiesta: nel frattempo, però, ha punito Sanders privandolo del tutto dell’accesso a Voter Data e ha chiesto al suo staff di dimostrare di aver cancellato definitivamente tutti i dati sottratti alla campagna elettorale di Hillary Clinton. Non poter più accedere a quel database di elettori a poco più di un mese dall’inizio delle primarie – lo stesso su cui lo staff lavora da mesi – è un problema gigantesco: la stessa campagna elettorale di Sanders ha scritto che si tratta di un danno “incalcolabile”.

Sanders non ha accettato pacificamente questa decisione. Nel corso di una conferenza stampa ha spiegato di aver licenziato il dipendente accusato di aver sottratto i dati e il responsabile nazionale dei dati, ha detto che la colpa del guaio è di chi ha diffuso un software difettoso e ha accusato il Partito Democratico di voler approfittare di questa situazione per favorire Hillary Clinton. Quest’accusa circola da qualche tempo, nel giro di Sanders, e non è completamente infondata: per esempio il partito ha organizzato meno dibattiti televisivi rispetto a quanti ne faranno i Repubblicani e quelli che si terranno avranno luogo quasi sempre di sabato sera (il prossimo proprio stanotte), quando gli spettatori americani davanti alla tv non sono moltissimi. Quindi Sanders ha fatto causa al Partito Democratico intimandogli di ripristinare immediatamente l’accesso al software. Qualche ora dopo il Partito Democratico ha fatto marcia indietro e lo ha ripristinato.

Lo staff di Sanders ha evitato quindi che questa vicenda compromettesse le sue capacità logistiche di fare campagna elettorale a poche settimane dall’inizio delle primarie, e sul momento potrebbe persino galvanizzare i suoi elettori e convincerli a fare e donare di più, ma la storia non finisce qui: né dal punto di vista giudiziario (possono esserci indagini per capire se sono stati commessi dei reati o no) né soprattutto dal punto di vista politico. Gli elettori più motivati di Sanders oggi hanno una ragione in più per guardare con fastidio al Partito Democratico e a Hillary Clinton, che sarà quasi certamente la candidata del partito; lo staff di Hillary Clinton però ha guadagnato un enorme argomento da usare contro un candidato che da mesi punta molto anche sulla sua “superiorità morale”; sul suo promuovere uno stile politico molto lontano da quello “senza scrupoli”, alla Frank Underwood, dell’establishment; sul suo non essere – al contrario di Clinton – un generatore continuo di scandali e problemi “etici”. Invece a un certo punto ha trovato aperta la porta di casa del suo avversario e ha deciso di entrare e rubargli pure qualcosa.

Il dibattito dei Repubblicani, invece
Questa settimana c’è stato un confronto televisivo tra i Repubblicani, a Las Vegas. Trovate un resoconto più ampio sulPost, ma in breve: hanno discusso molto i senatori Ted Cruz e Marco Rubio, i due candidati in ascesa che saranno secondo molti i veri contendenti della nomination, mentre Donald Trump è rimasto abbastanza ai margini della conversazione. Cruz e Rubio hanno litigato soprattutto sull’immigrazione. Cito dal resoconto di mercoledì:

Cruz ha criticato Rubio per il suo ruolo nella promozione di una riforma dell’immigrazione nella scorsa legislatura: la riforma, concordata con un pezzo del Partito Democratico, prevedeva tra le altre cose una forma di sanatoria per regolarizzare la posizione degli 11 milioni di persone che si trovano irregolarmente negli Stati Uniti, in molti casi da anni e con figli di nazionalità statunitense. La posizione moderata di Rubio – che comunque lui nel tempo ha parzialmente ritrattato – è considerata la più sensata dagli analisti e anche quella che può aiutarlo di più con gli elettori latinoamericani in vista delle elezioni di novembre, ma può complicare la sua candidatura alle primarie: gli elettori Repubblicani più motivati sono molto contrari all’immigrazione in ogni sua forma, e questo è uno dei motivi per cui Trump sta andando fin qui così bene.

Rubio si è difeso ricordando che anche Cruz in passato si era detto possibilista rispetto all’eventualità di approvare una sanatoria per gli immigrati irregolari.

Non è ancora davvero chiaro chi abbia avuto la meglio in questo scambio. Nei giorni successivi al dibattito, a freddo, diversi analisti hanno giudicato Rubio perdente: la sua posizione moderata sull’immigrazione era già il suo punto debole in queste primarie, e dopo gli attentati di Parigi e San Bernardino la questione degli immigrati è diventata sinonimo di sicurezza nazionale e lotta al terrorismo, esponendolo ancora di più agli attacchi dei candidati che hanno posizioni estremiste.

Poi però è diventato chiaro che era stato Rubio ad avere la meglio, grazie a uno sforzo strategico pianificato da mesi.Scrive Politico:

I tre principali dirigenti della campagna elettorale di Rubio erano chiusi in una stanza mentre Ted Cruz cadeva nella loro trappola. Rubio stava litigando con Cruz in tv già da due ore. Ma quando Rubio si è difeso dalle accuse sull’immigrazione dicendo che anche il suo avversario una volta si era detto aperto a una sanatoria degli immigrati irregolari, sapevano che Cruz non avrebbe resistito.

“Non ho mai sostenuto nessuna sanatoria e non intendo farlo”, ha detto Cruz.

In quel momento il campaign manager di Rubio, Terry Sullivan, il consulente Todd Harris e il capo della comunicazione, Alex Conant, si erano resi conto di avercela fatta: era esattamente lo scambio che avevano pianificato. Non solo Cruz aveva appena contraddetto la sua posizione del 2013, ma lo aveva fatto usando parole così chiare da permettere allo staff di Rubio di rivoltargli contro la stessa retorica anti-establishment che Cruz stava utilizzando da mesi contro il loro candidato.

Joe Punder, responsabile della ricerca sui candidati avversari per la campagna di Rubio, era a Washington e aveva tra le mani una montagna di citazioni e video delle dichiarazioni del 2013 di Ted Cruz sull’immigrazione. Non c’era nemmeno da discuterne: era il momento.

Immediatamente lo staff di Rubio ha messo in campo un’operazione progettata da mesi. Le caselle email di attivisti e finanziatori sono state raggiunte da un messaggio che ricapitolava lo scambio tra Rubio e Cruz sull’immigrazione, mentre i giornalisti ricevevano ritagli di stampa e documenti che dimostravano come Cruz aveva in effetti cambiato idea sulla sanatoria.

Il mattino dopo Rubio in tv ha di nuovo accusato Cruz di essere ambiguo sul tema. Cruz ha risposto dopo molte ore, facendo fatica a giustificare la sua posizione del 2013, che si era persino tradotta in un emendamento alla riforma che apriva la strada a una sanatoria. Pressato dalla stampa, Cruz ha sostenuto di aver promosso quell’emendamento per “vedere il bluff” dei moderati: per far saltare la riforma e non per farla approvare. Insomma Cruz si è trovato costretto ad ammettere di aver fatto – nel migliore dei casi – una di quelle mosse da consumato professionista della politica e da teatrino di Washington che non fa altro che criticare nei candidati dell’establishment.

Nel giro di 24 ore, le posizioni di forza si sono ribaltate. Lo staff di Rubio è riuscito a mettere Cruz sulla difensiva sul tema che più di ogni altro ci si aspettava fosse invece il suo cavallo di battaglia.Fico, no? Nel breve termine questa cosa non dovrebbe pesare molto: Cruz è sempre lanciatissimo in Iowa e sta facendo un gran lavoro negli stati del sud, molti dei quali andranno a votare nel cosiddetto Super-Tuesday. Se però Rubio riuscirà a stargli appiccicato – per esempio andando bene in New Hampshire – questa storia si trascinerà per molto tempo, rischia di privare Cruz del suo principale argomento contro Rubio e di screditarlo con un pezzo del suo elettorato.

Fico, no? Nel breve termine questa cosa non dovrebbe pesare molto: Cruz è sempre lanciatissimo in Iowa e sta facendo un gran lavoro negli stati del sud, molti dei quali andranno a votare nel cosiddetto Super-Tuesday. Se però Rubio riuscirà a stargli appiccicato – per esempio andando bene in New Hampshire – questa storia si trascinerà per molto tempo, rischiando di privare Cruz del suo principale argomento contro Rubio e di screditarlo con un pezzo del suo elettorato.

Ah, Jeb Bush ha dato qualche segno di risveglio nel dibattito. Ancora troppo poco e soprattutto probabilmente troppo tardi, ma ha attaccato Trump con efficacia e ha mostrato quel carattere che fin qui non si era mai visto. I soldi spesi in consulenti e debate coach stanno dando qualche frutto. Anche Chris Christie se l’è cavata bene.

Bonus
Durante il dibattito Donald Trump non ha detto nemmeno una cosa vera al cento per cento. Questa cosa è difficilissima anche se uno vuole farla apposta.

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Cose da leggere
The drug-smuggling case that brought anguish to Marco Rubio’s family, di Manuel Roig-Franzia e Scott Higham sul Washington Post
Ted Cruz: The Anti-Reagan, di Max Boot su Commentary
John Kasich vs. ‘Obscurity’, di Joseph Rago sul Wall Street Journal
This is what happens if Republicans face a brokered convention, di Philip Bump sul Washington Post

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–332 giorni alle elezioni statunitensi

–332 giorni alle elezioni statunitensi
–51 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

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Ci sono un sacco di cose da dire questa settimana, quindi mettetevi comodi.
Alla fine c’è pure una lista di regali natalizi possibili per appassionati di politica americana.

Prima gli attentati di Parigi, poi la sparatoria di San Bernardino in California, che oggi possiamo definire con certezza un attentato terroristico opera di due estremisti islamici: nel giro di un mese il tono della campagna elettorale americana ha avuto una svolta di 180 gradi.

Dopo cinque mesi a parlare quasi esclusivamente di reddito minimo, tasse e classe media, cominciano a circolare sondaggi secondo cui la priorità numero uno per gli elettori statunitensi è la sicurezza e la lotta al terrorismo. È uno scossone che può cambiare moltissime cose che fin qui abbiamo dato per scontate, dovesse confermarsi nel tempo: e non è detto, naturalmente, perché così come la situazione è cambiata repentinamente nell’ultimo mese, può cambiare di nuovo. Ma tenetelo presente, ecco.

Donald Trump ha approfittato del nuovo clima per rivitalizzare la sua campagna elettorale, che stava mostrando qualche scricchiolio, e ha fatto la sua proposta più estrema e scioccante fin qui: vietare a tutti i musulmani di entrare negli Stati Uniti. Anche ai musulmani americani momentaneamente all’estero. È una cosa così fuori dalla realtà che si fa fatica a commentarla nel merito: ha provocato una reazione durissima non solo della Casa Bianca – prima volta che accade, in campagna elettorale – ma anche di quasi tutti i candidati Repubblicani e persino di gente come Dick Cheney (!); e ha fatto tornare a dire “eh no, questa è troppo grossa”.

Io non credo più che questo punto di vista funzioni. Da mesi di tanto in tanto pensiamo (me compreso) che Trump a un certo punto l’abbia detta troppo grossa: quando ha insultato John McCain per la sua prigionia in Vietnam, quando ha detto che tutti i messicani sono ladri e stupratori, quando ha irriso un giornalista disabile, eccetera. Eppure non si è mai improvvisamente sgonfiato, e non credo che accadrà. Vuol dire che Trump vincerà le primarie? Continuo a pensare di no. Ma la sua sconfitta non avverrà improvvisamente, dall’oggi al domani, per via di una frase più incendiaria delle altre: non sarà come vedere un palloncino scoppiare. Sarà un processo più lungo, che andrà di pari passo con l’emersione di candidati più credibili di lui, e potrebbe richiedere ancora settimane se non mesi: e continuo a pensare che quel processo sia già iniziato.

Sì, circola qualche sondaggio nazionale che mostra il suo gradimento crescere dopo l’ultima proposta. Ma i sondaggi nazionali valgono pochissimo (le primarie si tengono stato per stato) e fatti a questo punto della campagna storicamente valgono ancora meno. E poi tenete conto di una cosa: persino nel suo momento migliore, Trump non ha mai avuto nei sondaggi più del 35 per cento delle preferenze nazionali. Più o meno come Sanders tra i Democratici nel suo momento migliore, mentre resta con almeno 20 punti di svantaggio su Clinton. La stragrande maggioranza degli elettori Repubblicani non preferisce Trump. La frammentazione dei candidati Repubblicani lo ha avvantaggiato, ma non durerà in eterno.

Guardare i sondaggi dei singoli stati fornisce un quadro diverso. In Iowa Trump ha guadagnato ancora qualche punto, ma principalmente a spese di Carson; e Cruz intanto lo ha praticamente rimontato. In New Hampshire sta succedendo lo stesso e al secondo posto adesso c’è Rubio, che continua a crescere. Insomma, i due candidati indicati da tempo come gli sfidanti più credibili – Rubio e Cruz – continuano a crescere e guadagnare consensi. Quindi ci dimenticheremo di Trump, prima o poi? Niente affatto. Innanzitutto, ammesso che accada quello che nel mio piccolissimo penso che accada, la sua candidatura potrebbe sciogliersi a primarie abbondantemente iniziate. Inoltre non si può davvero escludere una sua improbabile ma possibile decisione di candidarsi comunque alle presidenziali, da indipendente, dovesse perdere le primarie. Ma soprattutto, bisogna tenere conto che il suo attuale consenso è un consenso vero. Questa rabbia e questa paura del diverso tra gli elettori Repubblicani, dicono i sondaggi, esistono: soprattutto tra i cittadini meno istruiti e politicizzati. Dovranno farci i conti tutti. Infine, la retorica estremista di Trump sta già dividendo il paese, e non è detto che tutto il danno sia recuperabile: analisti, sondaggisti e strateghi Repubblicani pensano che le posizioni di Trump nel medio periodo possano compromettere l’immagine del partito al punto da mettere in pericolo non solo l’esito delle presidenziali ma anche la loro stessa maggioranza al Congresso.

«Sapete cosa bisogna fare per “Rendere l’America Di Nuovo Grande”, lo slogan di Trump? Bisogna dire a Donald Trump di andare all’inferno»
Lindsey Graham, senatore Repubblicano, candidato alle primarie.
Nei sondaggi è dato allo 0,3 per cento.

Rubio contro Cruz, dicevamo
Sono giovani, sono figli di immigrati cubani, sono popolari, stanno crescendo nei sondaggi, sono ben organizzati e finanziati: sono entrambi molto di destra ma con un profilo più rassicurante di Donald Trump; il primo piace di più all’establishment mentre il secondo è più apprezzato dalla base. E siccome sanno di essere i due candidati che probabilmente si giocheranno davvero la nomination, stanno cominciando a prendersi le misure.

Cruz attacca da tempo Rubio sull’immigrazione. Nella scorsa legislatura Rubio ha promosso una riforma scritta insieme ai Democratici che avrebbe comportato, tra le altre cose, una sanatoria sugli immigrati irregolari presenti negli Stati Uniti. Rubio sta rispondendo ricordando che anche Cruz in passato si è detto favorevole a una qualche forma di amnistia e soprattutto criticando certe sue posizioni in materia di sicurezza nazionale. Da senatore, infatti, Cruz ha votato per diminuire alcuni dei poteri più controversi della National Security Agency, soprattutto riguardo lo spionaggio e l’archiviazione dei metadata: una battaglia che negli Stati Uniti è popolare non solo a sinistra ma anche tra i gruppi più conservatori e anti-Stato. La nuova sensibilità degli elettori sul terrorismo potrebbe rendere queste critiche più efficaci di quanto siano state in passato.

Bonus
Politico ha pubblicato un articolo originale e interessante sulla fissazione di Marco Rubio per l’acqua. Durante i suoi discorsi, Rubio beve moltissimo: lo fece in modo molto goffo anche la volta che ne pronunciò uno a reti unificate. E se non trova una bottiglietta d’acqua sul podio, va un po’ nel pallone. È una storia curiosa, i suoi collaboratori dicono che ormai è una specie di tic nervoso; ma dall’altra parte fanno notare che è difficile trovare un candidato che abbia un vizio più innocuo di questo.

Comunque, grazie a questo articolo ho scoperto un vecchio discorso di Rubio che non avevo mai visto: è quello con cui nel 2008 lasciò l’incarico di speaker della Camera statale in Florida. È un breve ma formidabile discorso sull’eccezionalismo americano, tenuto a braccio a 37 anni. Il finale non ha molto senso, e si interrompe per bere ben tre volte in sette minuti, per giunta da un bicchiere pieno di ghiaccio che fa i rumorini. Ma la stoffa si vedeva già, eccome. Ve lo consiglio. A un certo punto cita Kennedy.

Trump, Rubio, Cruz… non manca qualcuno?
Manca Jeb Bush. Lo avevamo lasciato un mese fa col suo tentativo di rilanciare una campagna elettorale praticamente naufragata, dopo un paio di disastrosi dibattiti televisivi e i dati altrettanto disastrosi dei sondaggi. Cosa è successo questo mese? I sondaggi sono rimasti lì: in Iowa naviga intorno al 6 per cento, in New Hampshire tra il 5 e il 7, sul piano nazionale alcune rilevazioni lo danno addirittura al 3. Per il resto, però, Jeb Bush sembra molto migliorato come candidato. Lo ha raccontato il Washington Post, tra gli altri:

Non si vede nei sondaggi, ma Bush è diventato un candidato migliore. Mantiene una massacrante agenda di incontri con gli elettori, che cominciano già all’alba nei bar e nei locali dove si fa colazione, e prosegue poi con infinite interviste con giornalisti e tv locali, discorsi pubblici ed eventi serali che vanno avanti a volte fino a notte inoltrata. E continua ad avere più soldi di tutti gli altri candidati: si sposta su un SUV con una guardia del corpo, un assistente personale, un addetto stampa e un video-fotografo. Sembra più a suo agio con se stesso e con quello che sta facendo.

La campagna di Bush ha anche diffuso uno spot contro Trump molto buono, che cerca di torcere contro di lui il clima di paura del terrorismo di cui si sta avvantaggiando. Vuol dire che Bush può ancora farcela? Possibile è possibile, ma continuo a pensare sia molto difficile (lo penso da marzo, in realtà, quando era in testa ai sondaggi). Non credo sia un candidato adatto a questo ciclo elettorale e credo sia un po’ tardi per recuperare lo svantaggio. Da giornalista un po’ desidero che accada, però, confesso: sarebbe una storia formidabile.

Fra tre giorni c’è un dibattito televisivo dei Repubblicani
Il 15 dicembre a Las Vegas i candidati Repubblicani discuteranno di nuovo in tv, il confronto è organizzato da CNN. Il network ha stabilito che parteciperanno i candidati con i dati migliori nei sondaggi effettuati in Iowa e in New Hampshire, i primi due stati in cui si vota, e questo potrebbe far fuori Rand Paul dal palco principale e riportarci Chris Christie. La lista sarà decisa domenica.

Proprio la settimana scorsa avevo scritto che valeva la pena tenere d’occhio Christie, che è molto indietro nei sondaggi ma ha talento ed è avvantaggiato dalla maggiore attenzione degli elettori per i temi legati al terrorismo e alla sicurezza nazionale (Christie è un ex procuratore con fama da duro). In New Hampshire ha avuto il sostegno ufficiale del principale quotidiano locale e la sua risalita si è fatta improvvisamente più evidente e rapida. Vedete quella linea viola? Oggi è terzo dietro Trump e Rubio.

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E tra i Democratici?
Su quel fronte si muovono meno cose: Clinton è sempre in vantaggio su Sanders e non ci sono particolari sorprese. Ma il fatto che il centro della campagna elettorale si sia spostato dall’economia al terrorismo è un problema per entrambi.

Clinton ha più esperienza di qualsiasi altro candidato sul tema: ha già passato otto anni alla Casa Bianca, era senatrice di New York l’11 settembre del 2001, ha fatto per quattro anni il segretario di Stato. Ma sa bene che se la campagna elettorale dovesse giocarsi sul tema della paura, questo finirebbe inevitabilmente per avvantaggiare i Repubblicani. Martedì sera Clinton terrà in Minnesota un discorso programmatico sulla sicurezza nazionale, per tentare di coprirsi su quel fronte.

Il candidato più minacciato però da questa svolta è sicuramente Bernie Sanders, che come scrive il Washington Post è praticamente mono-dimensionale. Tutta la sua campagna elettorale – e il sostegno rilevante e sorprendente che ha ottenuto fin qui – si basa sulle diseguaglianze economiche e la difesa della classe media. Persino durante il dibattito televisivo che si tenne poche ore dopo gli attacchi di Parigi, Sanders dedicò agli attentati un paio di frasi per tornare a parlare subito di economia, Wall Street, tasse e giustizia sociale.

Tre cose più piccole

1. John McCain, senatore dell’Arizona e già candidato alla presidenza con i Repubblicani, ha avuto parole rispettose e simpatiche per il suo collega Bernie Sanders.

«Sono ovviamente in forte disaccordo con le sue idee sul ruolo del governo, ma lo rispetto molto: è una persona onesta, è uno con cui si può lavorare e si può trattare. Lo dico a tutti quelli che me lo chiedono: Bernie Sanders è una persona perbene e che mantiene la parola data. Quando si trova un accordo con lui, quell’accordo rimane. E ora ha cominciato a pettinarsi, che è davvero una cosa significativa»

2. Ospite dello show televisivo di Seth Meyers, Hillary Clinton ha raccontato – tra le altre cose – di come andò la volta che suo marito Bill fu mandato dall’amministrazione Obama in Corea del Nord per riportare a casa due giornaliste statunitensi arrestate dal regime. A me ha fatto morire dal ridere.

3. Girando di link in link mi sono imbattuto in questo video di Ben Sasse, senatore Repubblicano del Nebraska, 43 anni, ex rettore universitario. Parla di terrorismo ed è girato a San Bernardino dopo gli attentati. Di lui si parla da tempocome di un tipo interessante; dopo aver visto questo video, credo che si debba davvero tenerlo d’occhio.

Cosa regalo per Natale al mio amico appassionato di politica americana?
Un gran librone con i migliori manifesti elettorali americani (ma questa dritta forse l’avete già letta qui)
– La strepitosa biografia di Lyndon Johnson scritta da Robert Caro, il primo volume o tutti quanti
Il Lego della Casa Bianca (io ce l’ho in bella mostra a casa)
Il cofanetto di The West Wing, imprescindibile
Una bandiera americana, che fa sempre la sua figura
– La biografia di Hillary Clinton o quella di Marco Rubio
Una tazza di Joe Biden

Cose da leggere
How I’d Rein In Wall Street, di Hillary Clinton sul New York Times
Trump Is the Democrats’ Dream Nominee, di Karl Rove (quel Karl Rove) sul Wall Street Journal
– What I Learned Watching 15 Hours of Cruz Family Videos, di Michael Kruse su Politico

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Guida alla sopravvivenza ai regali di Natale

Ormai è un piccolo rito di questo blog, quindi proseguiamolo.

Le regole per superare indenni la stagione dei regali di Natale sono le solite tre. La prima è pensarci adesso, subito, proprio in questo momento. La seconda è farlo adesso, subito, dal divano: comprare online permette di evitare le code, risparmiare tempo e farvi spedire i regali dove volete (opzione utile soprattutto per chi a Natale raggiunge parenti e amici da qualche parte). La terza è farvi venire qualche idea, di seguito ne trovate alcune.

1. 36 Hours
È un bel librone ed è in italiano, nonostante il titolo: mette insieme le apprezzate guide turistiche del New York Times per chi vuole passare un singolo weekend in una città europea. È un classico coffee-table-book, ma è anche interessante da leggere e prima o poi vi torna utile. E ha un costo ragionevole, per essere un coffee-table-book.

2. Netatmo
Questo termostato è una mia piccola ossessione, ne ho già scritto. Si collega alla rete internet di casa, lo manovrate via app dovunque siate, produce una gran quantità di dati sull’utilizzo del riscaldamento domestico e in ultima istanza questa maggiore efficienza significa un risparmio di denaro.

3. New Yorker
Con meno di 100 euro l’anno vi assicurate 47 numeri del New Yorker, cioè una gran quantità di reportage, illustrazioni, articoli e racconti di qualità formidabile. Per la mia esperienza di abbonato italiano, le spedizioni vanno sempre lisce come l’olio: arriva puntuale e mai un numero perso.

4. La tazza di Breaking Bad
Nient’altro da aggiungere.

5. Fitbit Surge
È uno di quei bracciali che fanno tutto – i cosiddetti wearables – e vanno fortissimo quest’anno, e costa molto meno dell’Apple Watch. È utile soprattutto se fate sport e in generale se avete un debole per il self-tracking (quanto ho camminato oggi? il picco del battito cardiaco? etc). Argomento di conversazione post-scartamento del regalo: è l’orologio di Barack Obama, mica poco.

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6. Non si può tornare indietro
È un libro uscito poche settimane fa per Marsilio che raccoglie il meglio di quanto pubblicato negli anni scorsi da IL, la rivista mensile del Sole 24 Ore. Se fosse estate sarebbe un perfetto libro da spiaggia, per lunghezza, varietà e vivacità dei contenuti: ma funziona anche per i ritmi di lettura frenetici di chi viaggia per le feste e rimbalza da un autobus a un treno a un aereo. Dentro c’è anche il mio articolo su quella volta che sono andato a lavorare da McDonald’s.

7. Lego – Millennium Falcon
Questo è decisamente l’anno in cui regalare un Lego di Star Wars: quello del Millennium Falcon, se volete fare le cose in grande, oppure un Tie Fighter. Se invece volete essere un po’ meno mainstream, potete puntare su un bluray di Mad Max – o su questa gran felpa, per il vostro amico che vi ha rotto l’anima con Mad Max.

8. Un tritacarne
Per il vostro amico o parente appassionato di hamburger che vuole passare al livello successivo.

9. I due dischi di Rodriguez, Cold Fact e Coming From Reality
Innanzitutto sono due gran dischi. Ma soprattutto hanno una storia pazzesca, come sa chi ha visto il documentario Searching For Sugar Man. Gli altri la possono leggere qui: è un’imbattibile conversazione post-scartamento del regalo.

10. Il drone di BB-8
Sempre in tema Star Wars, quest’anno gira così. È un droide BB-8 che si muove guidato dall’app e fa un sacco di altre cose.

11. Presidential Campaign Posters: From the Library of Congress
È un altro coffee-table-book che si fa sfogliare con gusto, soprattutto se pensate di regalarlo a un appassionato di politica americana (da questa parte ne bazzica più di qualcuno, no?). Lo ha pubblicato la Library of Congress degli Stati Uniti e raccoglie 100 storici manifesti della politica americana. Ci sono accanto informazioni e storie. Il libro si presta anche a un altro uso possibile, perché tutti i manifesti si possono staccare e incorniciare.

12. RAVPower
La batteria portatile definitiva.

13. Il ritratto di Cosmo Kramer
Alla seconda citazione dei coffee-table-book, agli spettatori di Seinfeld saranno fischiate le orecchie. Se siete tra questi, o se ne conoscete qualcuno, il ritratto di Kramer vi conquisterà. Non che ci sia nulla di sbagliato se non avete capito nulla di quanto avete appena letto: passate oltre.

14. Apple TV
Niente di particolarmente nuovo o innovativo, ma ho deciso di includerla per il semplice fatto che io l’ho comprata da qualche mese e da allora non c’è aggeggio tecnologico che abbia usato con più piacere. Innanzitutto è ottima se siete abbonati a Netflix, oltre che per riprodurre le vostre cose; ma la funzione AirPlay – e soprattutto la sua immediata semplicità d’uso – vi permette di trasformare la tv in un secondo monitor del computer, senza passare per cavi e adattatori, e quindi per esempio godervi come si deve sul divano l’evento sportivo che state guardando in streaming.

Altre idee?
Uno switch HDMI, per chi ha troppe cose da attaccare alla tv. Un’amaca. Questi boxer. La raccoltona di Calvin & Hobbes, che hanno appena compiuto trent’anni. La lampada LivingColors di Philips. Questo gran libro sul tennis, per giocatori dilettanti come me. Il cofanetto di The West Wing. Un libro fotografico di Helmut Newton. Oppure ci sono i consigli dell’anno scorso, magari qualcosa torna buono.