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Un errore che a Trump costerà carissimo (23/50)

cc_2Con due tweet scritti e pubblicati questa settimana, Donald Trump ha chiuso una faccenda che aveva aperto lui stesso quaranta giorni prima: e ci ha permesso di constatare la vastità di una ferita auto-inflitta come è davvero raro vedere in politica, figuriamoci a questi livelli. I tweet di cui parlo sono quelli con cui Trump ha detto di non aver fatto né di possedere nessuna registrazione delle sue conversazioni con l’ex capo dell’FBI, James Comey. Era stato lo stesso Trump ad alludere a questa possibilità, dal nulla, quando aveva scritto su Twitter che “James Comey farebbe meglio a sperare che non ci siano delle registrazioni dei nostri incontri!”, quando stava iniziando a venire fuori il contesto attorno alla rimozione dell’ex capo dell’FBI.

Quell’allusione di Trump è stata davvero incomprensibile, ancora di più oggi alla luce del fatto che quelle registrazioni non esistono: si può spiegare solo attribuendo al presidente degli Stati Uniti una reazione da bulletto delle scuole medie. Per quanto concerne la vastità del disastro provocato, basti pensare questo: oggi sappiamo che fu dopo aver letto quel tweet minaccioso che Comey fece trapelare alla stampa il contenuto della memoria in cui aveva raccontato di come Trump gli chiese di chiudere un occhio su Flynn, e sappiamo che lo fece allo scopo di arrivare alla nomina di un procuratore speciale, nomina che è poi avvenuta. Se oggi c’è un cazzutissimo procuratore speciale che guida l’indagine sulla Russia, Robert Mueller, è in buona parte per quel tweet evitabilissimo.

La quinta stagione di House of Cards non mi è piaciuta, purtroppo. Questa scena però sì: è un’efficace lezione di storia della Costituzione americana e sul funzionamento del loro complesso processo elettorale in circostanze estreme, travestita da monologo spaccone di Kevin Spacey. Quinta puntata, occhio agli spoiler.

Tenete conto poi di altre due cose. La prima è che questa ferita auto-inflitta nasce da un’altra ferita auto-inflitta: la rimozione stessa di Comey, che ha portato all’apertura dell’indagine per ostruzione alla giustizia. Senza quella decisione, oggi probabilmente Comey guiderebbe un’indagine sull’interferenza russa nella campagna elettorale che molto difficilmente potrà dimostrare – sempre che sia avvenuta – una collusione diretta con i russi dei dirigenti del comitato Trump, senza contare quella di Trump stesso. Il flusso di notizie su quel fronte si è praticamente interrotto: l’indagine vera oggi è quella nata dopo il licenziamento di Comey per ostruzione alla giustizia.

La seconda cosa è che Trump non impara mai e continua a ripetere gli stessi errori. Questa settimana, parlando a Fox News, ha detto di aver alluso alla possibilità di aver registrato Comey per influenzare la sua testimonianza al Senato. «Quando ha saputo che forse il nostro incontro era stato registrato, credo che abbia cambiato versione. Di certo non è stata una mossa stupida». Insomma, forse Trump ha detto in diretta televisiva che stava cercando di influenzare l’indagine; e si è contraddetto di nuovo, comunque: prima diceva che Comey aveva mentito durante l’audizione, ora dice che grazie alla sua minaccia Comey ha detto la verità (ora ha anche ammesso che la Russia ha interferito nella campagna elettorale). Poveri i suoi avvocati.

Questa settimana Trump ha difeso la scelta di riempire il suo governo di banchieri di Wall Street, nonostante le promesse di campagna elettorale. «A me le persone piacciono tutte, ricche e povere, ma in quei particolari incarichi non voglio un povero».

Ah, prima che mi dimentichi: se vivete in Puglia, o siete lì in vacanza, magari vi interessa sapere che venerdì 7 luglio alle 20.30 in un posto bellissimo di San Cesario di Lecce parlo per un’oretta dell’America di Trump.

Andiamo avanti con le notizie della settimana.

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Trump è indagato. E ora? (22/50)

cc_2Da quando esiste questa newsletter, cioè da giugno del 2015, mi è capitato di scriverla in tanti posti diversi, città diverse, nazioni diverse, in situazioni di varia improvvisazione e precarietà. Questa edizione però le batte tutte: l’ho scritta in macchina, sul confine tra Texas e Messico, mentre guidava Marco, mio amico e compagno di viaggio. Ciao da Alpine, quindi: nel momento in cui clicco “invia” qui sono quasi le due del mattino di sabato, sto andando a dormire.

Il viaggio in Texas sta andando molto bene, e chi di voi mi segue su Instagram ne conosce già le piccole cose che sto raccontando e mostrando attraverso le foto e le storie: il reportage vero e proprio – o almeno una prima parte – arriverà col podcast del primo luglio. Oggi invece niente podcast – recupereremo la puntata più avanti – bensì una tradizionale newsletter, vista la mia precaria postazione e condizione geografica. Di materiale ne abbiamo moltissimo: da questa settimana possiamo dire con certezza che il presidente degli Stati Uniti è indagato per aver cercato di ostacolare la giustizia.

Facciamo un passettino indietro. Ci sono cinque indagini in corso sull’eventuale collaborazione tra il comitato elettorale di Trump e la Russia.

Una è condotta dalla commissione Intelligence del Senato, e riguarda proprio questa presunta collaborazione e più in generale le interferenze russe nella campagna elettorale. Un’altra con gli stessi obiettivi – e in più le fughe di notizie – è condotta dalla commissione Intelligence della Camera. Un’altra è condotta dalla commissione Giustizia del Senato e riguarda soprattutto la rimozione di Michael Flynn dall’incarico di consigliere per la sicurezza nazionale – chi sapeva cosa dei suoi rapporti con i russi e i turchi, per esempio – e sulle fughe di notizie dalle agenzie di intelligence ai giornalisti. Un’altra ancora è condotta dalla commissione della Camera che supervisiona le attività del governo, e si concentra sui contatti tra Flynn e i russi e i pagamenti che riceveva da loro. Queste commissioni hanno poteri diversi tra loro ma in generale possono chiedere e acquisire documenti, e chiamare persone a testimoniare sia a porte aperte che a porte chiuse; alla fine produrranno una relazione.

L’inchiesta che conta davvero, però, è la quinta: quella che stava portando avanti l’FBI e che dopo la rimozione di James Comey è stata affidata a un procuratore speciale, Robert Mueller. Ha poteri vastissimi di acquisizione di documenti, ingenti fondi e risorse, può costringere le persone a testimoniare e può portare a un rinvio a giudizio: cioè mandare le persone a processo. E riguarda tutto: le interferenze russe nella campagna elettorale, i rapporti dei russi col comitato Trump, eventuali altri reati compiuti nel frattempo dai collaboratori di Trump (quando cominci a cercare, non sai mai cosa trovi) e soprattutto la possibilità che Trump o i suoi alleati abbiano cercato – basta solo il tentativo, al di là del suo esito – di ostacolare le indagini.

Ora, voi lo sapete da almeno un mese, se seguite il podcast: allo stato attuale la cosa veramente urgente e preoccupante per Trump è proprio quest’ultima, e non più i presunti rapporti con la Russia suoi o dei suoi alleati, che sono complessi da dimostrare in modo inequivocabile.

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Cosa cambia dopo l’audizione di Comey (21/50)

cc_2Una comunicazione di servizio, prima di cominciare: chi ha letto la cosa che ho scritto ieri sul blog sa che la mia prossima partenza per il Texas mi costringerà a scombinare un po’ l’alternanza settimanale tra newsletter e podcast, e per questo motivo oggi sarebbe dovuto uscire di nuovo un podcast invece che la newsletter. Solo che ieri sera c’è stato un guaio tecnico al momento di registrare il podcast ed era troppo tardi per rimediare, quindi quella di questo sabato è una newsletter, come da piani originari. La cosa nuova è che riceverete la newsletter anche sabato prossimo – quando sono in viaggio scrivere è più comodo di registrare – e quindi torniamo col podcast sabato primo luglio. Ma recupereremo la puntata persa, promesso.

Per il resto, appunto, sono in partenza, sempre grazie alle vostre generose donazioni: a meno di grandi stravolgimenti nel viaggio, la prossima volta che ci sentiremo sarò da qualche parte sul confine tra Texas e Messico, probabilmente tra Del Rio e Terlingua. Se non volete aspettare quel giorno per sapere se sono riuscito a non farmi mordere da un serpente a sonagli, seguitemi su Instagram.

Veniamo alle cose importanti però.

La politica americana aspettava questo momento da un mese, e così anche i giornalisti di tutto il paese e di mezzo mondo: il momento in cui James Comey, l’ex capo dell’FBI licenziato da Donald Trump mentre indagava proprio sul comitato elettorale di Trump e sui suoi presunti rapporti con la Russia, avrebbe testimoniato davanti alla commissione intelligence del Senato, dando la sua versione sulle ragioni del suo licenziamento e sui suoi rapporti col presidente. Il momento è arrivato l’8 giugno, l’audizione è durata tre ore, e ora abbiamo le idee un po’ più chiare su quello che è successo.

Prima di analizzare le cose che ha detto Comey, però, è importante capire il contesto.

Per noi che osserviamo la politica americana da lontano può essere difficile comprendere davvero la straordinarietà dell’audizione di Comey, ma c’è un motivo se la stampa statunitense era così eccitata: non si era mai visto prima un direttore dell’FBI appena licenziato e convocato davanti a un consesso così solenne per raccontare come il presidente su cui stava indagando prima gli avesse fatto pressioni perché chiudesse un occhio su un’indagine, e poi lo licenziasse. Non fatevi tentare dall’idea di considerare quest’audizione come uno scontro fisiologico tra avversari politici. Comey non è un avversario politico di Trump: è un funzionario governativo di grande reputazione ed esperienza, che ha lavorato molto bene sia con il presidente Bush che con il presidente Obama e che è stato persino a lungo iscritto nelle liste elettorali come Repubblicano. Un servitore dello Stato nel senso più classico e meno retorico del termine. E le cose che ha detto, Comey non le ha dette in un’intervista alla tv: le ha dette sotto giuramento, cioè in un contesto in cui mentire è reato. Per queste ragioni quest’audizione era stata descritta per settimane dai media come una delle più importanti nella storia degli Stati Uniti d’America.

Bisogna dire un’altra cosa però: si poteva immaginare, e infatti è stato così, che Comey non avrebbe dato notizie clamorose nel corso della sua audizione.

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Dieci giorni in Texas

Come sanno i lettori e gli ascoltatori di “Da Costa a Costa”, il progetto giornalistico composto da una newsletter e un podcast che curo da giugno del 2015, lunedì partirò per il Texas: sarà il mio secondo viaggio di quest’anno – e il quarto dall’inizio del progetto – per cercare di capire cosa è cambiato e cosa sta succedendo negli Stati Uniti prima e dopo la vittoria di Donald Trump alle ultime elezioni presidenziali. Questo è il giro che farò, ancora suscettibile di qualche modifica: arrivato a Dallas il piano è scendere fino al confine tappa dopo tappa e poi risalirlo tutto verso ovest fino ad arrivare a El Paso, la città gemella di Ciudad Juarez. Durante il viaggio osserverò il più possibile e cercherò di parlare con quante più persone è possibile; incontrerò attivisti, giornalisti, politici locali, imprenditori e in generale persone con cose e storie da raccontare.

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Ho scelto il Texas perché è uno stato molto più variegato e meno scontato di quanto sembri, ed è esemplare per capire molte cose dell’identità statunitense e dei suoi cambiamenti. È uno stato storicamente super Repubblicano, che associamo istintivamente ai ranch, ai cowboy, all’industria del petrolio e ai bianchi armati fino ai denti; eppure è allo stesso tempo lo stato di Austin, una delle città più liberali e hipster d’America, e di un vasto e avanzatissimo sistema industriale nel campo delle biotecnologie. È uno stato che ha un’identità propria fortissima, una delle cose più complicate da comprendere per noi europei, e senza capire la quale è impossibile barcamenarsi nella politica americana; ed è uno stato da cui è passato un grosso pezzo della storia statunitense, da Waco a Fort Alamo, da Dallas a Houston. Dal punto di vista politico, poi, è uno stato che sta cambiando moltissimo: Hillary Clinton ha perso in Texas alle ultime elezioni, ovviamente, ma è andata bene come nessun candidato Democratico da vent’anni a questa parte. Capire cosa succede in Texas può essere utile per capire cosa succederà all’amministrazione Trump: in Texas ci sono gli elettori Repubblicani di ferro, quelli che mai prenderebbero nemmeno in considerazione di votare per un Democratico, e ci sono quelli di nuova generazione – soprattutto immigrati o figli di immigrati – che hanno già fatto diventare politicamente blu il sud dello stato, e che diventano ogni anno di più. E poi, ovviamente, il Texas è lo stato del confine con il Messico e quindi lo stato del muro: il centro della più famosa proposta di Trump in campagna elettorale.

Detto questo, un po’ di indicazioni e informazioni per chi vuole seguire il viaggio:

– durante le giornate userò i social network per raccontare cosa faccio, soprattutto le storie di Instagram (qui comunque ci sono anche Facebook e Twitter);

– l’iscrizione alla newsletter (un’email ogni sabato, non di più) è sempre gratuita e si fa sempre qui;

– devo scombinare un po’ l’alternanza podcast-newsletter, perché nel sabato che passerò in Texas sarà per me molto più comodo scrivere invece di registrare, mentre per raccontare il viaggio una volta tornato preferisco usare il podcast: quindi “Da Costa a Costa” sabato 10 uscirà di nuovo in formato podcast, poi ci saranno due newsletter consecutive;

– se questo progetto vi ha incuriosito e lo scoprite adesso, qui trovate i due podcast (uno e due) con cui avevo raccontato il mio ultimo viaggio, lo scorso marzo in Michigan.

A presto!

La crisi più grave di cui non avete sentito parlare (20/50)

cc_2È stata la settimana in cui Donald Trump ha messo gli Stati Uniti in compagnia della sola Siria, un paese che non esiste più, tra quelli che non fanno parte dell’accordo sul clima di Parigi. Ci sarebbe anche il Nicaragua, in teoria, ma il Nicaragua non ha firmato l’accordo di Parigi perché da qui al 2020 conta di arrivare al 90 per cento di energia pulita, superandone molto gli obiettivi. Quindi da una parte c’è letteralmente tutto il mondo – compresa la Russia, la Cina, l’India, la Corea del Nord, il Vietnam, l’Ungheria, you name it – e dall’altra ci sono gli Stati Uniti e basta: il tutto per un accordo che comunque non è vincolante. Basterebbe questo per capire quanto sia stata stupida la decisione di Trump, e quanto sia stata basata più sull’immagine e sulla propaganda di sé che sul merito della faccenda. Questo deve anche rassicurarci, però.

Detto che il riscaldamento globale è l’unico tema oggi a rendere legittimo in una discussione l’uso dell’argomento “moriremo tutti”, ricordate che: l’uscita formale dall’accordo richiede dei passaggi per cui non potrà essere completata prima del 4 novembre 2020, il giorno dopo le prossime elezioni presidenziali; diversi stati americani negli ultimi anni hanno introdotto autonomamente vincoli e limiti alle emissioni inquinanti, che restano in vigore; tantissime aziende stanno già ammodernando i loro processo industriali e riducendo le loro emissioni inquinanti e lo farebbero comunque, perché i loro clienti sono da anni sempre più sensibili alla lotta ai cambiamenti climatici. Quindi ecco, la decisione di Trump è grave ed è grave, tra le altre cose, anche per come trasforma definitivamente in un tema di dispettucci e battaglia politica una cosa che dovrebbe trovarci tutti dalla stessa parte: ma magari alla fine ci salveremo o moriremo tutti comunque, Trump o non Trump.

Di tutte queste cose parleremo meglio con la newsletter di sabato prossimo, ma oggi voglio raccontarvi un’altra storia. Importantissima, se volete capire l’America del 2017 e un pezzo degli elettori di Donald Trump, eppure molto poco analizzata e discussa, soprattutto da queste parti. C’è una cosa che in America uccide più delle armi da fuoco e degli incidenti stradali. E al contrario delle armi da fuoco e degli incidenti stradali, è un problema relativamente recente e in grandissima espansione, che colpisce un pezzo grande ma ben preciso della popolazione americana: e non è il pezzo che immaginate. Non solo: esiste una correlazione diretta tra l’estensione di questo fenomeno e il voto a favore di Donald Trump alle ultime elezioni presidenziali. Sto parlando della dipendenza da farmaci a base di oppiacei negli Stati Uniti. Senza conoscere i tratti più recenti di questo fenomeno – per esempio capendo perché riguarda quasi solamente bianchi – non è possibile capire un pezzo di quella cosiddetta “America profonda” che si vede pochissimo sui giornali, e si finisce a limitarsi a etichettarla in base ai soliti luoghi comuni.

Se avete un iPhone, per ascoltare la puntata cercate “Da Costa a Costa” nell’app “Podcast”; altrimenti cliccate play qui sotto per ascoltarla su Spreaker. Se volete, dopo aver ascoltato la puntata lasciate una recensione su iTunes e parlatene sui social network o a chi pensate possa essere interessato a queste storie come voi. Sul sito di Piano P trovate la traduzione in italiano delle parti in inglese.

Ascolta “Da Costa a Costa” su Spreaker.

Avete ricevuto questo podcast gratis, come la newsletter che riceverete la settimana prossima, ma realizzarli non è gratis: servono aerei, macchine, camere d’albergo, attrezzature, telefonate, connessioni internet, abbonamenti a servizi e giornali, e serve soprattutto tempo e lavoro. Dopo un anno e mezzo a seguire la campagna elettorale, “Da Costa a Costa” è ripartito il 21 gennaio e andrà avanti per tutto il 2017: ogni sabato si alterneranno una puntata della newsletter e una puntata del podcast, e vorrei tornare di nuovo negli Stati Uniti nei prossimi mesi, per raccontarvi un altro pezzo di America, per cercare di capire come sta cambiando e perché ha scelto Donald Trump come suo presidente.

Se non lo avete già fatto – e centinaia di voi lo hanno già fatto: grazie di cuore! – vi chiedo quindi di valutare la possibilità di fare una donazione ricorrente da pochi euro al mese per pagare le spese di questo progetto e il mio lavoro. Due euro al mese vanno benissimo (a questo punto sono meno di 15 euro per tutto il 2017) ma se vorrete essere più generosi non ve lo impedirò, così come se vorrete fare una donazione una tantum. Più fondi raccoglierò, più viaggi potrò fare negli Stati Uniti, più posti potrò visitare e più cose potrò raccontarvi come ho fatto fin qui. Se vi interessa, qui trovate le istruzioni per fare una donazione in completa sicurezza, usando la vostra carta di credito o il vostro conto Paypal. Grazie, come sempre. Ciao!

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Una notizia su di noi, poi una grossa su Trump (19/50)

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Veniamo subito al sodo: sono di nuovo in partenza. Dopo il viaggio dello scorso marzo in Michigan, nel quale avevo cercato di capire cosa è successo in uno degli stati decisivi alle scorse elezioni, il 12 giugno partirò per il Texas. Ci resterò per dieci giorni percorrendo in macchina più di 2.500 chilometri, per poi raccontarvi quello che ho visto, sentito e capito.

Perché il Texas? Perché è uno stato molto più complesso, vivace e frastagliato di quanto sembri, da ogni punto di vista. È uno stato storicamente super Repubblicano, che associamo istintivamente ai ranch, ai cowboy, all’industria del petrolio e ai bianchi armati fino ai denti; eppure è allo stesso tempo lo stato di Austin, una delle città più liberali e hipster d’America, e di un vasto e avanzatissimo sistema industriale nel campo delle biotecnologie. È uno stato che ha un’identità propria fortissima, una delle cose più complicate da comprendere per noi europei, e senza capire la quale è impossibile barcamenarsi nella politica americana; ed è uno stato da cui è passato un grosso pezzo della storia statunitense, da Waco a Fort Alamo, da Dallas a Houston. Dal punto di vista politico, poi, è uno stato che sta cambiando moltissimo: Hillary Clinton ha perso in Texas alle ultime elezioni, ovviamente, ma è andata bene come nessun candidato Democratico da vent’anni a questa parte. Guardate come ha votato il sud del Texas a queste presidenziali.

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Capire cosa succede in Texas può essere utile per capire cosa succederà all’amministrazione Trump: in Texas ci sono gli elettori Repubblicani di ferro, quelli che mai prenderebbero nemmeno in considerazione di votare per un Democratico, e ci sono quelli di nuova generazione – soprattutto immigrati o figli di immigrati – che hanno già fatto diventare politicamente blu il sud dello stato, e che diventano ogni anno di più. E poi, ovviamente, il Texas è lo stato del confine con il Messico e quindi lo stato del muro: il centro della più famosa proposta di Trump in campagna elettorale. Anche per questo tra le altre cose voglio percorrere tutto il confine in macchina da est a ovest fino ad arrivare a El Paso, la città gemella di Ciudad Juarez.

Il percorso del viaggio è più o meno definito ma non ancora chiuso: se siete stati in Texas – o meglio ancora se ci vivete – e volete segnalarmi posti interessanti in cui passare, persone interessanti con cui parlare, o avete voglia di fare due chiacchiere quando sarò lì, scrivetemi! Io vi ringrazio di nuovo, intanto: così come il viaggio dello scorso marzo in Michigan, anche questo in Texas è possibile solo grazie agli sponsor di “Da Costa a Costa” e alle vostre donazioni. Realizzare questa newsletter e il podcast per me non è gratis, ormai lo sapete, benché tutto per voi sia e rimanga gratuito: ma fin qui non mi avete fatto mancare le risorse necessarie a pagare le spese di questo progetto e anche un po’ del mio lavoro. Se non l’avete ancora fatto e avete voglia di contribuire, trovate qui le istruzioni.

Se siete iscritti da poco e volete sapere com’era andata lo scorso marzo in Michigan, qui trovate (uno e due) i podcast che ho dedicato al mio ultimo viaggio. Se invece volete cominciare a seguire i preparativi del viaggio in Texas, può essere una buona idea seguirmi sui social network, soprattutto su Facebook e su Instagram (chi mi segue su Instagram, per esempio, sapeva già del Texas); oppure venirmi ad ascoltare il 31 maggio alle 15 all’università di Brescia.

Ora cominciamo con le notizie vere.

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Quanto è nei guai Donald Trump (18/50)

cc_2Veniamo da giornate veramente assurde, quindi è il caso di fermarsi un momento e cercare di capire cosa sta succedendo tirandosi fuori dal ciclo forsennato delle notizie. Anche perché è stata anche la settimana più difficile per Trump da quando è alla Casa Bianca, e quella che nel lungo termine potrebbe segnare la sua presidenza.

La storia delle informazioni riservate rivelate alla Russia ha messo di nuovo in dubbio le sue capacità di giudizio, mentre il licenziamento di James Comey da capo dell’FBI ha portato all’accusa pesante di aver cercato di condizionare le indagini sulle interferenze russe nella campagna elettorale. Quando la puntata del podcast di questa settimana era già stata registrata e montata, poi, è venuto fuori che Trump ha dato del «fuori di testa» a Comey davanti ai russi proprio per l’inchiesta sulla Russia; e il portavoce della Casa Bianca, Sean Spicer, ha confermato che la decisione di licenziare Comey ha avuto molto a che fare con l’inchiesta sulla Russia e l’alleggerimento delle pressioni sull’amministrazione. Comey testimonierà davanti al Senato nel prossimo futuro, in un’audizione pubblica: sarà una roba da pop-corn, per noi che osserviamo da fuori e da abbastanza lontano. In tutto questo non sappiamo ancora cosa verrà fuori oggi, cosa verrà fuori domani, eccetera: e soprattutto non sappiamo come dovremo leggere e interpretare tutte queste cose, in un contesto in cui sono cambiati il linguaggio e le prassi della politica statunitense.

Fermiamoci un attimo, quindi: mettiamo in ordine i fatti e soprattutto facciamo un passo indietro, per allargare lo sguardo. Bisogna conoscere la storia dello scandalo Watergate, secondo me, per capire la vera portata di questi guai. Molti non sanno infatti che Richard Nixon si dimise per aver cercato di ostacolare le indagini, e non per l’episodio da cui cominciò lo scandalo – l’effrazione nel Watergate a Washington – del quale non conosciamo ancora con certezza i veri mandanti. Quante sono le cose in comune con la storia di questi giorni? Cosa rischia davvero Donald Trump? Cosa è cambiato dal 1974 al 2017 nel modo in cui ragionano gli elettori e si comportano i giornali? Ne parliamo nella puntata del podcast di questa settimana.

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Alla Casa Bianca niente sarà più come prima (17/50)

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Martedì 9 maggio, Washington DC, poco prima delle 18. 

Mike Shear è un giornalista politico del New York Times. Martedì pomeriggio Shaer va alla Casa Bianca per sbrigare delle faccende burocratiche: deve consegnare il passaporto e la domanda di visto per far parte della delegazione di giornalisti che seguirà il viaggio all’estero del presidente Trump la settimana prossima. Shear attraversa la sala stampa deserta e poi passa davanti alla Lower Press, dove lavora l’ufficio stampa della Casa Bianca. Nota Sean Spicer, il portavoce della Casa Bianca, in piedi davanti al monitor di un computer, chinato con l’espressione tesa, le braccia rigide e le mani appoggiate sul tavolo; attorno a lui una folla di assistenti. Shear capisce che sta succedendo qualcosa: prosegue, consegna i suoi documenti e poi ritorna nella Lower Press. Trova una decina di suoi colleghi.

Dopo qualche minuto Spicer esce e annuncia ai giornalisti presenti che presto riceveranno via email una comunicazione importante. Poi indica Jon Karl, giornalista di ABC News, e gli dice sorridendo:

– «Riguarda la cosa che mi hai chiesto ieri durante la conferenza stampa»
– «Ah… Comey?»

Il giorno prima Karl aveva chiesto a Spicer se il presidente Trump aveva ancora fiducia nel capo dell’FBI, James Comey. Spicer si avvicina, gli sorride e lentamente gli appoggia un dito sul naso.

(è tutto vero: e se questa fosse una serie tv, qui partirebbe la sigla)

La notizia che i giornalisti di tutto il mondo avrebbero ricevuto di lì a pochi minuti era questa: il capo dell’FBI, James Comey, era stato rimosso dal suo incarico. Nella lettera con cui aveva annunciato la decisione, il presidente Trump scriveva che «per quanto in tre separate occasioni lei mi abbia rassicurato sul fatto che non sono personalmente sotto indagine, non posso che concordare col giudizio del dipartimento della Giustizia sul fatto che lei oggi non sia in grado di guidare efficacemente l’FBI».

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Perché Hillary Clinton ha perso le elezioni (16/50)

cc_2Tutti dicono che dal giornalismo si aspettano inchieste, approfondimenti, cose che forniscano strumenti per capire la realtà e quello che ci sta intorno; poi succede una cosa enorme e complicata, come la sorprendente vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali statunitensi, e nel giro di dieci minuti – ma davvero dieci minuti, letterali – la stampa e le tv si riempiono di analisi sbrigative e raffazzonate che elencano tutti i motivi per cui era ovvio che andasse a finire così, perché la vittoria di Trump è il trionfo di questo e di quello, e quindi ecco la grande lezione di questa campagna elettorale, cotta e mangiata. Dieci minuti.

Quindi la puntata del podcast di questa settimana, tra le altre cose, è un esperimento: vogliamo provare a tornare adesso sulla sconfitta di Hillary Clinton? Oppure è roba vecchia che non ci e vi interessa più, e ormai è andata? Come sapete, sono andato in Michigan lo scorso marzo anche per capire cosa era successo in uno stato decisivo che nel 2016 aveva votato Trump ma sceglieva candidati del Partito Democratico ininterrottamente dal 1992 (per chi è arrivato dopo, i podcast sul mio viaggio in Michigan sono qui e qui); e il discorso cominciato allora non si esaurisce certo con la puntata di oggi.

Questa puntata non è una spiegazione esaustiva sul perché Clinton ha perso un’elezione già vinta ma credo metta un bel po’ di carne al fuoco, a partire dalle risposte ad alcune domande fondamentali: Clinton ha perso per la lettera dell’FBI a 11 giorni dal voto, come dice lei? Effettivamente perché l’FBI ha parlato pubblicamente in campagna elettorale dell’indagine su Clinton e non su quella su Trump e la Russia, che andava avanti da luglio? Cosa non ha funzionato nella strategia elettorale e nel comportamento di Clinton, al punto da aver preso tre milioni di voti in più di Trump e aver perso comunque? Poi naturalmente parliamo anche della riforma sanitaria che i Repubblicani sono riusciti a far passare alla Camera (e ci torneremo in modo più approfondito sabato prossimo) e della legge di bilancio con cui il Congresso è riuscito – fino a settembre, intanto – a evitare lo shutdown delle attività del governo federale.

Se avete un iPhone, per ascoltare la puntata cercate “Da Costa a Costa” nell’app “Podcast”; altrimenti cliccate play qui sotto per ascoltarla su Spreaker. Se volete, dopo aver ascoltato la puntata lasciate una recensione su iTunes e parlatene sui social network o a chi pensate possa essere interessato a queste storie come voi. Sul sito di Piano P trovate la traduzione integrale delle parti in inglese.

Ascolta “S2E8. Perché Hillary Clinton ha perso le elezioni?” su Spreaker.

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Grazie ma no, grazie

Sono abituato a considerare il mio voto semplicemente uno strumento, e non l’espressione più profonda della mia coscienza, quindi non faccio drammi se ieri, per la prima volta da quando il centrosinistra organizza le primarie in Italia, non sono andato a votare. Non è un problema, non mi sento simbolo di niente, le primarie mi piacciono, probabilmente ci andrò la prossima volta. Pur considerando il PD particolarmente prezioso, non fosse altro perché è l’unico partito italiano vero e normale, non sono andato a votare perché questa politica tornata alla Prima Repubblica mi annoia e mi repelle, e poi per il motivo più banale: non mi ha convinto nessuno dei tre candidati in ballo.

Michele Emiliano è arrivato a queste primarie dopo un percorso politico ridicolo, e l’unico vero motivo per votarlo sarebbe stato evitare che tornasse a fare il magistrato, dove avrebbe potuto fare danni enormemente più gravi. Andrea Orlando è una persona seria e rispettabile, ma si è fatto convincere di poter fare il leader di partito – come già Cuperlo e Speranza prima di lui – secondo il bizzarro argomento per cui l’alternativa a un politico efficace e carismatico dev’essere uno privo di efficacia e carisma. Il suo spot finale, per fare un esempio su cento, mette in imbarazzo chi lo guarda.

Matteo Renzi è ancora evidentemente l’unico leader di livello nazionale che il PD sia in grado di esprimere, ma ha deciso di prendere la strada più breve: non ha fatto niente per parlare alla consistente parte del paese che lo detesta, a torto o a ragione, e non ha spiegato perché sia tornato così presto dopo la sconfitta nella battaglia-della-vita e quelle solenni dimissioni, dando l’impressione di essersi fatto da parte solo per una formalità e per lo strettissimo necessario. Soprattutto non mi sembra che Renzi abbia capito che cosa è andato storto quando era al governo e quando ha fatto il segretario del PD – tra le molte cose che sono andate bene, certo, ma visto com’è finita bisogna parlare delle altre – e di certo non lo ha capito chi in questi giorni ha scritto “voto Renzi perché la sua pagina più bella deve ancora scriverla”.

Domenica sera è diventata evidente poi un’altra ragione – presente in tutta la campagna elettorale – che mi ha convinto a non votare: fra i tre candidati non c’è mai stata una vera competizione. Tanto che alla chiusura dei seggi si è cominciato immediatamente a discutere della vittoria di Renzi, dandola per scontata senza che dal Partito Democratico nazionale fosse stato diffuso un solo dato. In tarda serata Michele Emiliano e Andrea Orlando hanno ammesso la sconfitta, e Matteo Renzi ha festeggiato la sua vittoria, sempre senza che dal Partito Democratico nazionale fosse stato diffuso un solo dato. I dati che vedete in giro e sui giornali di oggi sono quelli di singole città e regioni, oppure sono quelli che i volenterosi di YouTrend hanno raccolto autonomamente in giro per l’Italia: sono utili ma coprono circa 300.000 voti su due milioni, sono distribuiti in modo irregolare e soprattutto non sono ufficiali. Ora sono quasi le dieci del mattino del primo maggio, sono passate quasi 14 ore dalla chiusura dei seggi delle primarie, e ancora dal Partito Democratico non è arrivato nessun dato nazionale: nemmeno parziale. (aggiornamento: alle 12 il PD ha diffuso dei dati nazionali “ufficiosi”).

Mi sembra poco serio, come minimo, specie quando ci si vanta tutto l’anno della propria scrupolosa democrazia interna prendendo in giro l’assenza di trasparenza del Movimento 5 Stelle controllato da un’azienda; e posso sbagliarmi ma non credo che sia mai successo alle primarie del centrosinistra.

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(fino alle 12 di lunedì questo diceva il sito ufficiale delle primarie)

Non ho il minimo dubbio sul fatto che Renzi fosse il candidato più popolare tra gli elettori del PD, e quindi abbia vinto le primarie: ma se si organizza un’elezione, diffonderne i risultati in tempo utile non dovrebbe essere considerato opzionale, nemmeno se l’esito di quell’elezione è scontato. Commentare l’esito di un voto prima di averne i dati, solo perché scontato, fa apparire quel voto per quello che era: una formalità, nel migliore dei casi; una pagliacciata, nel peggiore. Quando c’è una vera competizione, nessuno dei candidati si azzarda a commentare il voto prima di conoscerne l’esito, e gli organismi del partito lavorano per produrre e diffondere dati ufficiali parziali il prima possibile. Stavolta non è successo, e nessuno si è posto il problema, perché evidentemente non è stato considerato necessario: gli sfidanti di Renzi sapevano di interpretare un ruolo ben preciso e marginale, mentre Renzi completava una catarsi esclusivamente formale, un compitino, che temo non abbia convinto nessuno che non fosse già convinto prima.

Quindi grazie, ma questa cosa fatta così a me non interessa. Ne riparliamo al prossimo giro.